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Full text of "Appendice al saggio de Grammatologia comparata sulla lingua albanese"

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APPENDICE 

Ali SAOOI« 

PI 

GRAMMATOLOGIA COMPARATA 

SUUÀ LINGUA A160ESE 

PER » 

DEMETRIO CAMARDA 



•' ^yvfe t M^ 



PRATO 

TIP. F. ALBERGHETTI E C. 
1866. 



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QUALCHE PROSA E VERSI 

ALfeANESÌ 

TRADOTTI E ANNOTATI 



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Proprietà df ir Autore. 



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DISCORSO PRELIMINARE 



o^ ^ ?tfi*^ » 



Quando io annuniiava la proeaima pubblicaiiooe di un lavoro filolo- 
gico tendente a chiarire 9 un poco più addentro di quello che prima non 
si fosse fatto, la natura dell' idioma degli Epiroti moderni, o Schipetari, 
prometteva corredarlo d' un appendice destinata specialmenie a presen- 
tare qualche saggio in esteso di questa lingua e ad ampliare le ricerche 
etimologiche su di essa. Per tal maniera doveva il libro comporsi di due 
parli; le quali, avvegnaché possano bene stare ciascuna da se, pure scam- 
bievolmente si compiono. Ma Tessere riuscito il volume più ampio , che 
non si credeva da prima , le difficoltà iipograflche dovute superare nella 
esecuzione , ed altre sufficienti cagioni m' impedirono dal porre ad effet- 
to r annunziato disegno ; e mi fecero determinare a comprendere in se- 
paralo volume l'appendice promossa, diacreUmente allargata cosi da 
raggiungere anco meglio l'intento. 

Imperocché dopo svelata l' indole . e accennate le più raggoardevoll 
attinenze dell'idioma preso a investigare; dopo rilevatene le forale , e di- 
segnatone quasi in astratto il genuino aspetto , pareami conveniente mo- 
strarlo nel fatto della continuata dizione rispondente all' idea concepila- 
ne 9 dalle morte tavole grammaticali , e daHe strette delle filologiche 
disquisizioni tradurlo all^ vita vera dell'animalo discorso, proseguendo 
insieme le indagini sui suoi elementi radicali. A ci^doveano senza dubbio 
tenersi più d'ogni altra cosa idonee le prove del parlare popolano, e non 
già in un solo, ma nei varii precipui dialetti, nei quali é veramente 
diffusa, per cosi dire, la viva ed intiera favella d'ogni qualunque nazione. 
Or di tal fatta sono ì saggi da me principalmente arrecati. Ed invero, tran- 
ne i due squarci della traduzione del Nuovo Testamento , e il saggio dello 
scodriano odierno , gli altri leali appartengono realmente , o possono con- 
siderarsi come appartenenti alla parlata delle popolazioni varie albanesi. 
Tali sono pria di tutto le canzoni scelie dalla raccolta di Hahn , che le 
trascrisse udite dalla bocca del popolo nell'alto Epiro vecchio , tali quelle 
pubblicate da Reinhold dettategli dai marinai albanesi componenti la 
flotta ellenica , udite dalle genti di Idra , di Spezia , e di Poro per lui 
' visitate . Poiché ambedue i qui lodati filalbani studiarono per lunghi anni 
sui luoghi il parlare di cui con amore si presero cura , e vollero in certo 
modo divenire cittadini albanesi . Di tal fatta sono parimente a dirsi le 



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IV DISCORSO PREUMINARE 

varie prove dei dialetti delle coloDie di Calabria e * di Sicilia • Fra le 
quali se alcune non possono veramente attribuirsi a persone del popolo 
in quanto alla composizione, ad esso però appartengono per T accoglienza 
ricevuta , e per l' uso Tattone , siccome ripetute dal popolo , e cantate a 
coro nelle chiese greche delle colonie albano-sicole . 

In tutte queste composizioni , e nelle somiglianti , possono trovarsi 
le prove non solo del parlare attuale delle tribù diverse di Schipetari , 
ma vi si scoprono ancora , a mio modo di vedere , i primi passi alla co- 
stituzione d' una lingua ben regolata e colta , la quale potrebbe forse un 
giorno divenir anco letteraria: ma, ciò che per ora più monta, vi si tro- 
vano compresi gli elementi, e accennala l'indole, e la forma d' una lin- 
gua epirolica generale e comune alla nazione intera . 

Dopo che la sventura , come narra Hahn (I, 296], distrusse gli scritti 
di un Teodoro maestro della scuola , e predicatore della chiesa greca di 
Elbassan ( Albanopoli ) , dottissimo uomo; il quale avea tradotto in alba- 
nese non meno il Vecchio , che il Nuovo Testamento j i( più importante 
lavoro in tale subbìetto rimane Onora sempre la tradazione completa dei 
Vangeli , delle Epistole, degli Atti degli Apostoli, e delP Apocalisse edita 
a Corfù nef 1827. Il prete Teodoro testé ricordnlo, il quale mancò ai 
vivi in sulla fine del passato secolo, occupavasi, a detta di Hahn, delta 
formazione- di una favella comune epirotica, dotto com'era delle lingue 
moderne ed antiche, e ornato di molti studi! nella celebre scuola esistente 
allora* in Moscopoli d'Albania (a).' ' 

L'anzidetta traduzione del N. Testamento, 8^)bene compiota sotto 
la direzione e la vigilanza dell* arcivescovo d'Eubea, Gregorio, mostra 
di esder fatta da più persone fra le ptè eelle ed instrdtte de^ cristiani 
d' Epiro . E comecché una gran parte del gregge dell' arcivescovo fosse 
composta di Schipetari , i quali occupano quasi tutta la parte meridionale 
dell'isola d' Eabea ( Hahn , I, 14 ) , il dialetto in cui sono tradotti i libri 
del N. T., giusta la testimoniansSa dello slesso Hahn (II, Prefaz. Gramm.), 
é quello del paesi di Chimara ^ o dell' A crocerà un ia; che può dirsi fra! 
più puri , poiché quella regione esente da invasiòni slave mantenne in 
gualche modo la sna indipeordenza dai Turchi , fino ai tempi di Ali pa- 
scià di Gianiaa , e in parte ancora la mantiene . Tuttavia quel dialetto^ 
come assicura l' Hahn differisce poco dal parlare attuale di Tepeien, nella 
Caonia (b) , e dei circostanti paesi, donde era nativo uno dei suoi due 



(v) Lai città dì MoseopoH , ora ridotta ad un miserabile villaggio', è situata a dieci 
ore di distanzia da • Berat andando terso Oriente, al* piede settentrionale della catena 
del Pindo , quasi sotto il «onte Boium o Granmìoi^ , verso il fiume e il lago Bordaico 
(Devol) ,. sulla strada fra Berat e Gorilza, poco Idagi da qoestt, * 

.Nel passate secolo era fiorente di popòla^jone mista, in gran patte di Valaeetii Epiroti. 
La sua scuola , ctie ebbe anohe una stamperia , rimotlava ai ìiévapi 'della caduta di Gè- 
stantinopoli , poiché di qua eransi rifiigiati in quei luoghi Alcuni dotfti greci ; onde Noi- 
sa Hahn che potesse quivi essersi mantenuta la tradizioi^ dell' antico alfabeto epiroUcp. 

La oppressione musulmana ridusse alla miseria quel^ luogo ,gìi si fiorente , e portò* 
alla distruzióne della ' scuola , 

(b) Tepeien, prèsso l'antiba Antigonia , patria del famoso Ali, siede precisamente 
neUfe contrada dèlta Kurvelesh, o Kurvelia-, parte dell" antica Caonia, e secondo il Palli 



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MSCOBiO PRSLUIINARB V 

maestri albanesi, cioè il tosko Apostolides , e dove HahD medeiimo avea 
dimorato qoalcl^e tempo a st(idiarne presente i costami , e la liogoa per 
proprio udito. 

Anco le canzoni recate da Haho sono qoasi tutte delle vicine contrade, 
cioè dell'alto Epiro, e precisamente dei dintorni d' Argirocastro ( Argy- 
rini), con alcune di Berat (presso Antipatria) nell'Albania media. 

1 luoghi sopra indicati sono il centro del parlare losko, da cui non 
molto discordano i Gbeghi meridionali , dal fiume Arxeni ( 'A^cvi ) sopra 
Durezze, aljo Sbkumbi (Geouso), o se vuoisi fino al Voiussa (Aoo) 
sotto Berat . In guisa che se non può dirsi esattamente quello il linguag- 
gio comune di tutta la nazione illirio-epirotica, esso ne ha certo le più 
essenziali e genuine proprii^tA, ed è il più idoneo a divenir tale, si |)er 
le intrinseche prerogative, come per la posizione centrale dei paesi ove 
domina , in alcuni dei quali , e precisamente nel non breve tratto fra 
lo Sbkumbi ed il Voiussa , odesi contemperato il tosko al ghego idioma 
(Hb. I, 218.). 

Nella edizione albanese del Nuovo Teslamento venuta fuori sotto gli 
auspici! dell'arcivescovo Gregorio ; sebbene lodevplissimo qua! primo più 
ragguardevole tentativo di un regolare scritto epirotico ; quello che può 
riscuoter meno , a creder mio , l' approvazione dei filologi , è la ortografia 
propriamente detta , più che il metodo, o sistema di scrittura. Poiché, 
in quanto a questo, saggio divisamente fu a dirsi l'adottare I nolissi» 
mi caratteri greci , più di ogpi altro omogenei alla favella d' £piro , ac- 
comodati alla indole sua particolare con alcune modificazioni . Lo 8tesso 
disegno infatti , meno poche diflerenze , era stato posto in opera fin dai 
primi tentativi di stampe albanesi ( tranne quelle fatte dai Gheghi più 
settentrionali in Roma) nel piccolo lessico ( ir^Mr«irt^{« ) del Cavallotti 
Teodoro (a) stampato a Venezia nel 1770, e circa lo stesso tempo nel- 
l'altro (rfvàyAM990v ) del prete Daniele, in quattro lingue ( greco-albano- 
valacco-bulgaro ) edito in Moscopoli d' Albania . Ed invero non potendosi 
rendere di facile e comune intelligenza l' alfabeto proprio albaiiico sco- 
perto da Hahn , e non ignoralo per avventura dai due summentovati 
albanologi (b); il quale a detta di lui è poco divulgato nella stessa El- 
bassan, e appena nelle vicinanze di Berat, sebbene jsla da alcuni ado- 
perato anco per tenere i libri di negozio; quello che più si conviene agli 



Alessio (UtXitùu ini x^P^h ««* «»^- *f«< «^«ia<'Hirf»>«u) propriamente neirAllota- 
njt , la qaale però giusta la carta di Habu si esteDde?a luogo la destra dell' Aoo , so- 
pra Apollonia e BuUide , 

(a) Non sappiamo se questo Teodoro sia lo stesso di quello di cai si è parlato poco 
prima . 

(b) L' alfabeto epirotico dei primi secoli dell* E. V. , ed ecdesiaatio , di coi parla il 
MaUebroo Qkoqr, Oblò. 1. 119, citato poi dal Crispl nella Ui**9f%. sulla lingua Alb. , 
ed anche dair Hahn , il/5. SL, sembra ignoto a tutti. Sono forse avanzo di esso le cinque 
leUere. diverse dalle italiane , adoperate nelle stampe di Roma . Su le qoati è pure da oa- 
serrare, cbe tre, dei quattro caratteri onde constano , seno chiarameoU greci: £. A, 
S, il quarto cbe vale ^, e raddoppiato .», di idea di due r, l' uno sovrapposto airal. 
tro I» con una codetta in fine volta a destra di obi scrive. Taluno vi scorge una remini- 
scenza di tioskrito. Pei tre primi si sa ebe 3 fu una delle f^rme del (, ed 8 deU*u. 



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VI DISCORSO PRELIMINARE 

Epiroli è il greco , sì per i molli suoni parlicolari proprìi alle due lingue , 
8i per la evidente parentela delle forme, e delle parole, come per il 
paese cui appartengono, che è parte di Grecia. Oltre che non può fa- 
cilmente rendersi comune l'accennato alfabeto epirolico, esso riescirebbe 
tanto incommodo ad adoperare, quanto è ricchissimo di ben cinquanta- 
due segni diversi tra semplici e composti • Sarebbe poi per lo meno su- 
perfluo il voler inventare nuovi caratteri; come sembra che avesser vo- 
luto fare almeno io parte alcuni fìlalbani riunitisi in società a Bukaresht 
circa Tanno 1841, dove misero fuori alcune prove di stampe albanesi 
con caratteri che, se non mMnganno, del tutto eguali non erano a 
quelli iti Elbassan . Ma le difficoltà delle lingue vogliono esser diminuite 
anziché accresciute ; e ciò in quanto agli alfabeti hanno sufficientemente 
inteso le civili nazioni moderne. Per altro a riguardo dei caratteri più 
opportuni nello scrivere l'albanese giova notare, che ristesse antichissi- 
mo ( a quel che pare ) alfabeto epirolico è in fondo per la massima parte 
connesso ai primitivi fenicio, e greco arcaico, siccome Hàhn dimostra- 
va ( 1, 280, segg. ) : e un fondo eguale si scopre neir altro alfabeto di 
ventidue lettere recato dal medesimo Hfi. ( ib. p. 297), come particolare 
ad alcune famiglie di Argirocastro , dal quale il BIau neh' altrove citato 
articolo sul confronto dell'albanese col licio [Zeilschr, des Deut. Morg. 
Ges. Voi. XVII. p. 666) toglieva una sola lettera per completare le 
trenta albanesi da mettere a fianco delle 30 lettere licie conosciute . Or 
il sistema di scrivere del N. T. non differisce gran fatto da quello delle 
pia antiche prove , e dal piò semplice ed ovvio adoperato in ultimo da 
Hahn, e dagli altri albanologi fuori d'Italia, seminatamente in Grecia e in 
Germania , di che si è parlato nella Grammatologia. Il qual sistema io ho 
procurato ridurre ad una sempre maggiore facilità, ed in parte ancora 
ad una maggiore esattezza scientifica* e precisione grafica, mantenendo 
a ciascuna lettera, o gruppo di lettere, il proprio suono invariabile, e 
il pia conforme alla loro natura . Per tal maniera , mercè pochi ragio- 
nati ed evidenti ripieghi, è messo al caso chiunque in qualsivoglia luogo 
dove non manchino i comunissimi caratteri greci e latini di potere, non 
che scrivere, stampare carte albanesi, nel modo più facile e proprio, 
e senza quella troppa mescolanza di caratteri latini ai greci, che mentre 
a nulla è opportuna non dà bello aspello allo stampato o allo scritta. 
Certo senza qualche ripiego , o compenso , non è dato scrivere l' alba- 
nese coi caratteri greci, né, od anzi meno, coi latini, o italiani; come 
con questi non si può esprimere le voci di nessuna fra le lingue moderne 
d'Europa, quali ad esempio la tedesca, la francese, la spagnuola , e le 
altre , senza avere ricorso a peculiari compensi . Ma parmi fuori di 
dubbio che quelli trai siffatti metodi di scrittura siano a dirsi più ac- 
cettevoli, i quali con la maggiore facilità, e semplicità ottengano mag- 
gior precisione nello esporre i suoni d'un idioma senza pur tuttavia al- 
terare notabilmente il valore proprio , naturale, e più comune delle let- 
tere dei loro gruppi , né foggiarne dei nuovi , spesso mal concepiti e 
sragionati, incommodi a scrivere, e non belli a vedersi, né ricorrere ad 
inutili e sempre evitabili formazioni di segni particolari ed inusitati (a), lo 

(a) Cr. l'Avvertenza a pag. 213-14, dell* App. 

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DISCORSO PREUMINARE VII 

non dubito di asserire che il metodo sopra indicato della acrittura alba* 
nese, di cai ho accennalo in breve T istoria, e che Hahn si compiace- 
va di trovare abbastanza conforme a! proprio alfabeto epirotico, e quindi 
più idoneo alla natura dell' idioma, debba dirsi il più pieno, preciso, 
scientifico, ed insieme facile ed ovvio, onde non mancò di essere adot- 
tato dai filologi * Per lo che sarebbe a desiderare cessasse una volta fra 
quanti si occupano in Italia dì albanese la strana discrepanta dei modi 
nello scriverlo per uniformarsi a quello che, approvato dalla scienza, 
venne por sanzionato dall'uso dei primi e più valenti albanolo^i, e degli 
Schipetari medesimi, dai quali trae l'origine (a). 

Ma , per tornare all' incominciato discorso, la ortografia propriamente 
detta io accusava meno accettevole nella traduzione del N. Testamento. 
Nò ciò può recar maraviglia , perocché sia questa una delle più difficili 
cose a regolare in qualsiasi letteratura, richiedendosi all'uopo non co- 
muni conoscenze filologiche, le quali non potevano possedere quegli 
Epiroti , comecché d'altronde peritissimi neir uso della loro favella. Sap- 
piamo infatti che la ortografia tardi fu potuta regolare anco presso i Gre- 
ci e i Romani , a tacere dei moderni popoli, come, per dirne uno, presso 
i Francesi . Ed invero Platone frai Greci (nel Cratilo), Ennio, e Lucilio 
frai Latini insisterono sulla necessità d' una più corretta ortografia , ed 
esortarono i loro connazionali affinchè vi applicassero severo studio . Esi- 
stono tuttavia monumenti antichi, si latini che greci, i quali ci attestano la 
grande diversità che corse non solo fra la lingua arcaica e la meno an« 
tica , ma fra la prima maniera di scrivere e la più recente dei tempi 
classici . Or a me pare che la vera e solida base della ortografia d' una 
lingua debba essere la etimologia saviamente combinata con la gramma- 
tologin , non senza la dovuta atten*zione alla pronunzia, e al parlare at- 
tuale della miglior parte della nazione. 

La ortografia albanese venne ridotta a un sistema più regolare e scien- 
tifico dall' Hahn : dal quale in poche cose io mi sono dipartito per ra- 
gioni filoloi(iche, linguistiche, abbastanza discusse, come principal- 
mente nello escludere il y dalla desinenza dei verbi; nell' indicare la e 
muta dinanzi alle consonanti iniziali seguite da altra consonante, dove 
ho creduto slarvi essa non meno ragionevole , ma più classicamente del- 
l' apostrofo; nello eliminare i gruppi alieni dall'uso greco, vy, m, e si- 
mili , di che poteva farsi a meno senza inconvenienti , mentre siccome 
necessarii alla indicazione dei proprii suoni albanici ho creduto dover 
ammettere altri gruppi quali at, r^^ sebbene improprii dell'uso greco 
classico , ed altri sifl'alti particolari compensi abbracciare, ma semplici ed 
ovvii non meno che indispensabili e razionali . 

(a) Se mi è lecito esprimere un desiderio . vorrei che qualora si dovesse fondere 
espressamente per r albanese il carattere greco, non vi mancasse il nesso 8 (=i:eu), 
come si usa in Germania. Converrebbe Inoltre, a parer mio. formare una porzione 
degli I, colla metà superiore chiusa, come generalmente si adopera nello scritto, t 
modo deU*a italiano, a ohe pei majuscoli si potrebbe supplire con una sottile linea 
retta diagonale nella stessa parte superiore degli E. La mia proposta poi non ba altro 
scopo obe quello di dislioguere meglio ebe eoo r t sottolinetto, « più oemodtmeote , la e 
mota albanese , evitando il bisogno di adoperare questa lettera Italiana , che forse 
meno bene si lega alle greche negli stampati . 



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vili DISCORSO PRELIMINARE 

11 comune linguaggio scbipìco , pienamente inteso dalla nazione in- 
tiera, non è dov0 esìsta di fatto,, comecché al disopra dei Gérauni in 
quella ctie era propriamente la Illiria macedonica , tròvinsi 9 come gii 
significai , notevolmenle conlemperati i due dialetti precipui , il gbego 
cioè ed il losko. Ma presso veruna nazione una colai favella generale e 
comune (li fatto è mai esistita nella bocca del popolo, che per naturale 
inclinazione ad ogùi tempo e luogo faveliàndo in molti dialetti si dispaia. 
Tra tutto le colte nazioni invero quésta lingua comune fu sempre il pro- 
dòtto della coltura dè)lo lettere , e non può formarsi che del fiore |ftr 
cosi dire del diversi idiomi locali. Per che fare siccome è necessario 
tenersi fedeli air indole vera e generale della lingua, e serbarne le 
forme essenziali preferendo le più corrette, e piò comunemente ricevute 
dai migliori , alle incomposle e plebee , od errònee , cosi fa d^uopo ar- 
ricchirla di voci e dì frasi , poiché dessa é sempre scarsa in bocca della 
plebe ignara. Un tale inlento parmi doversi ottenere principalmente collo 
svilupparne la facoltà derivativa , ed in parte ancora Ja compositiva , per 
quanto ciò sia opportunamente possibile di eseguire. 

Ma un tale metodo a poche, o forse a nessuna lingua, fra quelle alme- 
nò di cui ci é nolo in qualche modo il progresso , potè mai bastare senza 
ricorrere all' ajuto di altre già perfette , o più adulte ; quindi è che non 
crèdo si possa diversamente procedere in quanto all'albanese. Questa 
lingua poi deve senza dubbio, a parer mio, attingere di, preferenza dalla 
greca, siccóme a lei più affine di ogni altra : e specialmente le conviene 
far sue , oHre le voci per lungo e generale uso divenute proprie, quello 
di cui possiede già in qualche vocabolo la radice, sicché del tutto estranee 
ad essa dire non si possano. L'albanese per esempio potrà bene appro- 
priarsi il verbo greco tutt^w, sotto la /orma albanica Ttn679, poiché ne ha 
già la radice in mp-TÙne: asou^àve per oitoviA^ta, derivalo da amùiw^ cui 
può credersi congiunto l'adiettivo a^Ute (sebbene altri lo riferisce ad 
&9ntT0i , ed altri infine al latino e x p e d i t u s }, e d^l quale vi sono nel- 
l'Hahn segnate le voci congiunte, <ntovfoi^io(.\ lo studio, «Trovata, la diligenza • 
ff7r0u<ràxe, id., o meglio àiligenté, studioso , Anche il home /ieraW-^, -fja, 
col verbo fittoLvioB, /Acravoiaa, poichè l' albanese ha già di suo l'avver- 
l)io fiiT»t il verbo vi9ije^ o, ewcct/a, ego sentio (che ricorda voi», fv- 
voia, gr. mod. votui^ai, aor; ivetù»9K)^ non potrebbe, a senso mio, dirsi del 
tutto straniera, non che disdicevole, all'idioma d'Epiro. Cosi nx-vofiix, 
notata dal Maltebrun {Géogr. Univ. 1. 119), per anarchia, da ni e y<$/Ac, 
= y^juot gr., d' altronde in uso separatamente. Certo é peraltro che ad uh 
siffatto lavoro dee presiedere una critica saggia illuminata dalla filologia, 
e un gusto assai delicato e sottile, unito alia profonda conoscenza della 
natura della lingua, e a non comune perizia dell' antico e del moderno 
parlare dei fratelli Elleni . Somigliante metodo tennero i Romani allor- 
ché cominciarono a divenire un popolo collo, e la loro favella condur 
vollero ad un alto grado di perfezione e di ricchezza • Poiché è noto 
che senza alterare l'indole propria del loro idioma le fozze forme ne 
ingentilirono modellandosi in parte suir eolo-dorico linguaggio, cui le co- 
lonie greche aveano recato , e mantenevano in onore poco lungi dalhi 
capitale del Lazio. E degli stessi progenitori degli Albanesi, gli antichi 
Epiroti, narra Plutarco (in Pirro) che quando il benefico re dei Mo- 



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BISG0I80 PRCLUUlfARE IX 

lossi Taripa volle incivilire quei f>opoli , di greche lettere gli adornò : 
ed in esse ebbe lode il grande Pirro poco meno che nelle armi . Invero 
se fa savio consiglio pe' vecchi Latini derivare nel roMO loro idioma 
parte della greca coUara , con tanto più di ragione dee ciò dirsi degli 
Albani , qaanlo delle elleniche fattezze , o della greca natura più ritrae 
nelle genuine sne forme la lingua schipica , sorella forse gemella del 
cosi detto neo-greco idioma , se , giusta il parere di alcuni , questo più 
che nato dalla corruzione dell'antico è a credersi una forma vetustis- 
sima e affatto plebea di ellenico parlare vissuto già a 6anco dei nobili 
dialetti tramandatici dagli scrittori, e dai documenti dei tempi vetusti • 
Sotto il quale aspetto cresce grandemente la importanza del greco vol- 
gare: e per un altro lato neir accennata ipotesi troverebbe una ragione 
(come ne è singolare riscontro) la grande somiglianza, onde per le for- 
me, per l'indole, e per le intrinseche vicende; che accusano un eguale 
processo di trasformazione dal carattere antico al moderno; si accostano 
il neo-greco e l'epirotico idioma. Quest'ultimo poi con sempre maggiore 
verosimiglianza sarebbe a dirsi, nel suo substrato almeno, un lato di- 
verso della multiforme loquela degli antichissimi popoli , dì cui si formò 
Ilei tempi alla storia più chiari la lega detta più tardi amOzionica , e la 
genie ellenica . 

Ora il procèsso dianzi accennato per la formazione di una colta fa- 
vella epirotica vedesi, come per naturale efletto, seguito dagli autori della 
traduzione del Nuovo Testamento non solo, ma eziandio da tutti in ge- 
nerale i testi sebbene popolari dell' Epiro , e in fine da quelli delle co- 
lonie italo-albanesi , e specialmente delle sicole . 

In tutte queste prove di lingua è in grado ragguardevole impressa 
non solo la tendenza alle forme che si posson dire elleniche , d' altronde 
eonnaturali all'idioma, ma l'istinto ad attingere dal greco suppellettile 
di voci si semplici che composte. Nondimeno nei pochi documenti del 
ghego dialetto settentrionale deesi confessare che ai scorge ancora in- 
valso un certo uso di prendere dal latino : ciò che è facile spiegare per 
la influenza della religione da più secoli esercitata nel rito latino , e per 
le molle relazioni sociali con Venezia , e con altri slati d' Italia , coi 
furono un tempo soggette in parte le contrade dell'alta Albania. Simili 
cagioni aveano parimente introdotto nel linguaggio greco volgare gran- 
dissimo numero di voci italiane. 

Il ghego settentrionale mostra ancora notevoli le tracce dell'inva- 
sione e della dominazione slava , a cui forse si devono talune forme a 
lui particolari . Tuttavia molle parole s'incontrano in esso, meglio ser- 
bate che negli altri dialetti , le quali rivelano il puro fondo epirotico , 
pelasgo-ellenico » se ne si concede il dirlo, e l'antica nativa tendenza 
di cui testé lo parlava. 

Vero è peraltro che il latino è pure in diritto di soccorrere all' epi- 
rotico ; e nei fondo stesso di questo idioma scarsi non sono gli elementi 
comuni italo-epirotici ; ma nella parte formale si è veduto chiaro con- 
suonare l'albanese al greco molto più che al latino. Cesi al primo si 
attiene più vasta serie ài radicali albanesi (a). Ma la ragione delle 

(8) Su qifesK) própòiìia è cosa notevole cbe i vocaboli atb. cognati ai btini non sem^ 

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X DISCORSO PRELIMINARE 

forme è quella specialmeote per cui troppo meglio si addicono le voci 
elleniche all'indole dell* idioma d'Epiro, che non le Ialine. È facile av- 
vedersi , per esempio , che molto più albaniche suonino, e siano le voci 
Xtnia9y hnt9ioiy òoLfiMfAB^ fa/Aocva, 6 !&flcy0/ta, dei dialeUi loskOj ghego cen- 
trale, e italo-albanese, congiunte alle greche Au3riiff«, '^Xùnttati, ^scu/a«v- 
fiòi , SavfjLuvù» , e ^otvftu, , che non miscirier, misciriershme, 
mréculi, mréculùoshme,ed altrettali delle prove di linguag- 
gio scodriano introdotte con poco garbo dai missionarii. italiani toglien- 
dole travisale da misericordia, misericors, miraculam. 
Pertanto a me non par dubbio , che ove non abbiasi a favore d* un vo- 
càbolo l'uso comune, o l'appoggio almeno d'una parola già ricevuta» 
molto più si addica l'attingerlo dal greco anzi che da altra favella ^ 

Ed in ciò parmi opportuno ricordare agli Albanesi l' incitabile eseni- 
plo dei Rumeni odierni , I quali giustamente gloriosi della natura latina 
di loro favella, tanto da apprezzare quasi una vittoria, secondo l'espres- 
sione di un illustre letterato vivente, la scoperta di qualche voce ro- 
mana ancora in uso presso alcuna gente della propria nazione , al latino 
linguaggio come a faro tengono rivolto lo sguardo della nascente rumena 
letteratura, e all'italiano principalmente fra gli idiomi neo-latini. Or 
l'albanese fu già detto un idioma $9migreco dal Maltebrun, e posto dallo 
Schleicher come il secondo ramo del parlare greco , mentre il Mullach , 
ed altri , lo annoverano tra gli sformati dialetti ellenici , quale il tzaco- 
nìco (v. Gram. p. 28). 

Ma soprattutto fa d' uopo ricercare più che si può i dialetti varii del- 
l' idioma illirio-^pirotico per irarre dalle proprie viscere la suppellettile 
che gli è necessaria. A che sarebbero sommamente opportuni lavori 
parziali somiglianti a quello fatto da Reinhold sul greco^albanico , di 
cui egli notò separatamente le voci e le frasi non registrale dair Hahn , 
e ne diede saggi di popolari canzoni, sebbene ^ con male inteso prov- 
vedimento, senza la traduzione. Epperò quegli fra gli Albanesi di Ca- 
labria, e di Sicilia, che, vivendo nelle colonie, si applicassero a tale 
fatica, renderebbono segnalato servigio alle lettere, ed alla filologia. Gon- 
ciosiaché a far opera compiuta occorra la conoscenza di lutti i dialetti 
albanici, che perora rimangono ignoti in molle loro particolari dovizie; 
onde sarebbe a rilevare certamente , colla scorta della critica , e del buon 
gusto, non piccolo tributo di vocaboli genuini al patrimonio comune 
della nazione, e della scienza linguistica. Ci costa intanto che lo stesso 
Hahn, il quale pure percorse intera quasi l'Albania, non potè esplo- 
rare tutta l'estensione della lingua; ed egli dichiara di non aver avuto 
notizie particolari del dialetto dei Dibrani all'oriente dell' Albania setten- 
trionale, né di quello dei Tsamidi (a) a ponente della meridionale, sul- 
r ultimo lembo di Epiro, lungo le coste che precedono il golfo d' Ambracia. 



brano potersi ridurre a qualche defcermioata categoi'i«;flsa, sto per dire, le invadono 
tutte. 11 che accennasse non erro, ad una più profonda cagione che non sarebbe , ad 
es. la dominazione romana . 

(a) Sembra derivato questo nome dal fiume Thyamis, ora Kalama, che divi- 
deva la Gestrina dalla Tesprozia. La Tsaroeria (o Tsamide) comprende il littorale delU 



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BISGOBSO rilKLIIlUfAllE XI 

Ma se da lutti gli svariati e particolari dialetti può attingersi ricchez- 
za di yoeaboti , purché di huona lega, ed efllcaci, e nobili; in quanto 
«He forme, anima del linguaggio, é d'uopo tenersi alle migliori per 
nobiltà di origine, per regolarità, per armonia, per evidenza, come 
tali ravvisate fra le esistenti e vive presso i popoli schipetari , facen- 
done giudizio non certo a capriccio , ma sulla base ferma della scienza 
linguistica , e dell' esame filologico , il quale solo può esser di sicura 
guida in cosiffatto studio. Ed invero nessun dialetto particolare pìM aver 
diritto d' imporsi agli altri , essendo tutti piò o meno imperfetti , come 
avviene d'ogni nazione. Perocché e la Grammatica (scriveva Dante nel 
« volgare eloquio , e voleva dire il parlar buono e corretto ) non si fonda 
« sulla varia fede di alcuni idioti , di alcuni tempi , in alcune terre . Ma 
« ella debb' essere una inalterabile conformità di parlare in diversi tempi, 
« e luoghi , pel comun consenso di molte genti regolata , non soggetta 
« al singolare arbitrio di ninno ». Egli era perciò di credere che la 
lingua corretta^sd illustre in ciascuna provincia si mostri , ma in nes- 
suna esclusivamente risieda; e solo dal buono e dal bello che in ogni 
parlare locale s'incontra potersi formare il buon eloquio comune, e no- 
bile, capace di sviluppo e di ricchezza. Con tale processo crebbe infatti 
e si educò a tanta nobiltà e bellezza la lingua illustre d* Italia , duce il 
gran padre Dante, cui tenner dietro gli altri moderatori della italiana 
letteratura. Ed é noto come l'Alighieri, non uno dei particolari dialetti 
approvando appieno, di lutti si giovasse, ponendo a modello e a regola 
del suo scrivere la latina favella per quanto la forma e l' indole della 
volgare il permettessero. Né lasciò di tenere in tutta la dovuta osser- 
vanza le cognizioni grammaticali e linguistiche quali in quei tempi si 
* poteano avere . Senza un metodo silRilto tra i modi svarialissimi delle 
diverse Provincie italiane, molti dei quali si leggono nel vecchi scrit- 
ti (a) , non potevasi riescire a nulla di buono , e di chiaro , né special- 
mente alla unità regolare e ben condotta di una lingua nazionale comune 
colta ed illustre, che é il primo e più necessario vincolo delle genti 
d'una medesima stirpe. Fors' anche presso gli antichi Greci molto di- 
verso dall' accennato non ebbe ad essere il metodo tenuto. Poiché co- 
munque si opini da molti che Omero avesse composte le sue immortali 
rapsodie nel linguaggio proprio degli Ioni piò vetusti, pure non a tutti 
ciò sembra dimostralo , né tutte le forme omeriche dai più diligenti fi- 
lologi siccome ioniche veramente sono reputate. Ed il fatto dei poste- 
riori poeti che de'varii dialetti, qual più qual meno, si giovarono nelle 
loro poesie, rende probabile che un silTalto metodo eclettico fino dai 
tempi d'Omero, e forse innanzi di lui, prevalesse. Qualunque sia in- 



Tesprocit, «iella MoloUkle, e di Cattopia, dal Tiaml al Cbaradro (Luro) cbe ai vera» 
Del golfo di Ambracia . 

Noterò qui, cbe il nome di Teaprozia fu dato un tempo ali* Epiro tifilo quanto 
( Pansania , IV « 1 4 , 35 ), ma più di frequente a tutto V Epiro meridionale dal Tiami ad 
Ambracia (Tbuc. I, 46) , compresavi ad oriente la Dodonea , mentre la parte superio- 
re deir Epiro dal Tiami alle falde aetteotriooali del Cerauoi speaao oomprende\ asi sotto 
il nome generale di Caonia . 

(a) Sono rinomate per questo le « Dicerie » di aer Filippo Ceffi. 



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Ili DISCORSO PRCLailIIABE 

falli la diversilà dei singoli dialelli non ^ dabtiio es^er dessi il patrimonio 
comune della inliera nazione, di che ha ben essa il diritlo di proGllare 
tolta quanta . Né mai al certo lingua coita e comune ad una civile na- 
zione potè nascere» consistere, e serbarsi nel solo parlare attuale di 
una gente o tribù particolare; ma ciascun siflalto eloquio dovè sempre 
educarsi fra gli uomini colti ed instrutti , e vivere di continue rinsan* 
guato dai particolari dialetti, nei quali sta veracemente la vita attiva e 
reale d' ogni linguaggio , ma mobile e mutabile quanto mai se fermala 
non venga dal concorso e dal condenso della scienza . Delle 4^^ii ^^^ 
profondamente ragionava il prof. Max. Miiller nella dottissima opera 
sulla scienza del linguaggio. 

Mi sono trattenuto in queste considerazioni , perchè i traduttori del 
N. T. col seguire semplicemente l'uso del loro idioma, e secondarne 
l'indole, e la naturale inclinazione, come testé \o diceva, hanno bai-, 
luto assai bene, per quanto a me pare, la diritta via, e al certo senza 
verun preconcetto sistema : ciò che chiaro risolta dalle forme spesso mo- 
dificale giusta il vezzo particolare del popolo non sempre uniforme nei 
varii luoghi. £ questo fatto guardato nel suo vero aspetto di sincera 
testimonianza del parlare vivo e attuale delle province deiralto Epiro 
ci fa meglio persuasi intorno alle genuine fattezze e inflessioni dell' i- 
dioma: le quali dalle non essenziali e native modificazioni -diverse pos- 
sono con sicurezza sceverarsi dietro il lame della filologia comparala 
fra i varii dialetti , senza tema di dare le preconcette idee particolari 
siccome norme sincere della .miglior forma di parlare della nazione . Le 
canzoni toske affatto popolari, e quelle delle colonie d'Italia popolari 
quasi tutte , e in parte regolale da mano erudita , ma dal popolo adot- 
tate , veggonsi pure foggiate ad un medesimo tipo : ma esse compiono ' 
in qualche parte la fisionomia della lingpa , pur dimostrando 1* indole e 
la, tendenza medesima del linguaggio dei traduttopi del N. Testamento. 
Nel quale già dissi avere noi il più, ragguardevole monumento che esista- 
finora dell' idioma epirotico, non certo un opera creatrice di unii lingua 
letteraria perfetta e compiuta, quale in Dante ebbe l'Italia, o in Onaero 
l'antica Grecia. Nelle composizioni popolari poi, fallo conto della diver- 
sità dei dialetti, splende sopralutto quella evidenza di dettato, che alle 
cose del popolo specialmente conviene , ed è tuttavia di ogni ben com- 
posto eloquio dote principalissima. 

Non mi fermerò qui a parlare del lamentevole difetto, onde sono 
per lo più macchiati i saggi di lìngua appartenenti all'Epiro, e ali* alta 
Albania, specialmente se di autori musulmani, poiché ciò è dovuto alla 
dominazione turca, onde molle voci per l'uso continuo han dovuto 
passare nel linguaggio del popolo. Ma è questo difetto non della essenza 
dell' idioma , si bene della condizione attuale della nazione in quei pae- 
si, di che può e deve purgarsi, come la neo-ellenica ha fatto, e va fa- 
cendo ogni giorno. Imperocché il principio della indipendenza scambie- 
vole, ed insieme delle naturali alleanze dei popoli, parmi che nelle 
lìngue sia da stabilire e da applicare studiosamente non meno che nelle 
civili , e politiche relazioni loro . 



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DlSCOfiSO PRELIMUfARE XIII 

Se come dòcdmenti deir idioma grandissime è l'imporlanza dei lesfi 
recati nella presente appendice, non la è meno per l'indole e la forma 
quella specialmente dei canti popolari . Fra i quali mi sono ingegnato 
di scegliere quei che mi parevano piò belli per sentimento , per imma- 
gini , e per espressioni , e che fra gli altri potevano dirsi più segnalati 
per purezza di vocaboli . Sotto il riguardo estetico infatti io credo che 
queste albanìcbe poesie non saranno per apparire ai canti popolari di 
nessun altra nazione seconde . Un valoroso poeta di Germania , O. L. ti. 
'Wollfs , le trovò per certo tanto belle da intraprenderne una metrica tra- 
duzione in tedesco; la quale era già compiuta per una parte delle toske 
canzoni erotiche riportate negli Studii Albanesi di Hahn (II, 124, segs(.)> 
quando il poeta sorpreso dalla morte ne fu impedito dal proseguire, 
onde Hahn dice quel versi bellissimi , che pure fedelmente riflettono la 
poesia semplice e vivace del popolo di Epiro, T ultimo canto del cigno, 
e fa voti perchè al trasfonda nella poesia germanica un poco di quello 
schietto canto ispirato da natura, che si sente nelle albanìcbe. 

In esse per quanto poche si mostra abbastanza il forte sentire, e 
l'indole immaginosa di quel popolo; ed elleno son tali veramente da 
alar bene a fianco delle poesie popolari greco-moderne, delle quali hanno 
il colorito, e bene spesso i pensieri*, non meno che il carattere generale, 
tanto da sembrare per molti lati frutto d' una medesima pianta .^ 

Molti tratti caratieristiei -del 'costumi e delle credenze particolari 
degli Kpiroti sono quinci a rilevare. La natura intiera si scorge ani* 
mala, come fra gli antichi e I moderni Blléni: i campi, i monti, gli 
alberi , le acque sono popolate da geni! o demoni diversi , quali le JAvr- 
T<9/A< NdOffc MdUcre, che valgono le MtXi»t degli antichi, e le Htpùitfti 
dei Gf ed nioderni ; i D(/h , giganti o demoni delle acque , o delle loro 
fonti aotterranee. Le «eeWt, o Uipt presiedono alle umane vicissitudini, 
e fra gli Italo^Albani si ricordano fé Dptxjt^t, per alcuni benigne; co- 
me per lo piò fra gli Epiroti le J&9iTt9/it, e le ^Opt, la Mau^ìa, la F«u- 
kùvfw i HovT9 , la ìtittòpijoL ; per altri maligne , come i Htppirt ( a ) della 
media Albania , la £ux/ive^a, la Ajcubiet^ la 4V^/<a, che è pur maligno ge- 
nio femih ino, lo Srtxjiox}^ la ittxjéja, (presso f Greci moderni rh Sroc- 
x/à ) . Agli esseri insensibili , o agli animili brut? si volge spesso la pa- 
rola , ma quel che è più essi ancora si esprìmono talvolta con umana 
favella; e gli augelli parlano, e piangono; e i eavalli (quasi fossero 
della razza immortale di coi canta Omero) chiedono del loro padrone, 
ed anzi, con più vivace fantasia nelle canzoni italo-albanesi , ei vanno 
a r^Bcare le nuove del padrone, e protestano di aver fatto il dover loro. 

Frequenti e betlisaime Éi* incontrano le similitudini , e spesso tali da 
disgradarne quelle di molti scrittori . Né posso tenermi dal ricordare 



(t) 11 Dome ntppi^v crede l'Habo tolto dai Tarcbi , ma esso è (v. Biau L e.) di 
origine iodo-europea; perì oeo-pers., pairika aot. I mpplrt immaginati presso 
i Gheglii come bellissimi giovani (onde nelle canzoni spesso è detto fiSilb9Ùitoup 'yxà 
mppit9) insidiano alla gioventù e la portano alla consunzione <Hb. 1» i61«a). 

Le ViU, di cui parla THecquard a proposito dell'alta Albania, sono resto di su- 
perstizioni slave . Esse corrispondono prtsso a poco alle Jw^rta/u degli Epiroti . Cf. 
lo scritto citato nella nota seg. 



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XIV DI8G(Mt80 raELlMINARB 

qui la canzone dove è assomigliata la bella dal eoUo d^ argento (y^Mu^- 
yj^tdijoc) al sole che lancia dardi e acceca gli ammiratori sema degnarli 
ci' una parola . 

1 costumi e i senliroenli cristiani mostrano perlutto le loro tracce nei 
canti di origine albanese , meno che in quelli dei Musulmani , come ò 
ben naturale . Nondimeno anche in questi si scoprono i segni di un or- 
dinamento Tamigliare diverso da quello degli Osmanli; poiché l'Alba- 
nese quantunque musulmano di religione , cosi come il Serbo della Bo- 
snia , e dell'Erzegovina (a), ha mantenuto il carattere non solo e l'e- 
nergia nazionale, ma in gran parte ancorai costumi, e sovente perfino 
i nomi degli antenati . 

Se in alcuno di questi canti vi sono talvolta espressi feroci senti- 
menti , ed imprecazioni , non è a farne meraviglia in un popolo ener- 
gico, e fiero, presso cui disgraziatamente ha sempre vigore la legge 
del sangue , o della vendetta , come, ce ne informano Hahn , ed Hec- 
quard (b). Con tutto ciò sono pur notevoli noi^ meno le espressioni di 
delicato e gentile affetto che ancor più di frequente vi s'incontrano. 
. L' indole tutto popolare delle canzoni toske si manifesta nel modo 
più chiaro dalla loro composizione; e molte di esse sono una specie dei 
rispetti toscani, cui non cedono per efficacia, grazia, e leggiadria^. Ma 
nelle canzoni storiche insieme alla brevità e schiettezza di espressione 
vi si ammira spesso una energia e pobilià rfira di sentimepto, come, 
per citarne una, quando la sorella di Abàs Selim dimanda: « Mortali 
« tu forse in battaglia? Noi ma elidesti in mezzo alle femlne. So te 
« dunque non piango ». Tutta classica è la esortazione che in alcune 
si trova agli esseri inanimati dj prender parte al dolore (|eiruomo: 
« Piangete o monti, piangete o campii » £d altrove; « IHangete o 
monti , piangete o sassi 1 Che il figlio mio io più non vedrò 1 m^ le qiiali 
ricordano spontanee V atAcvà /loi aroya^tTre v«ir«c ecc. di Mosco • 

Le canzoni di Ne^im bey possono invero dirsi piuttosto appartenenti 
alla poesia erudita, o letterata, anziché alla strettamente popolare; ma 
a questa in gran maniera si avvicinano e per la semplicità ,del pensiero, 
e della frase (quando sì abbia l'uso di quel dialetto), e per la breyità 
della composizione , in che si agguagliano alle altre popolari di Epiro . 
£ d'uopo aggiungere inoltre che a detta di Hahn, il bey Ne^imé staio 
il più celebre poeta moderno frai Gheghi del centro, di religione ma- 
sulmana , frai quali sono ripetute popolarmente le sue canzoni ^ Se fos- 
sero desse meno deturpate da vocaboli in grandissima parte stranieri , 
arabi , turki , persiani , Ne^im potea diventare in qualche modo l' Ana- 
creonte degli Albanesi . La più singolare e caratteristica delle costo- 
manze rappresentateci da lui è l'amore onesto ai giovinetti, in grande 
voga presso i Gheghi, come narra Hahn (I, 166 segg.), che introduce 
a parlare un Ghego da esso interrogato su tale per noi strana costu- 



( a ) V. La Nationalité Serbe d" aprèt let chante populairet , nella Revue dee deum 
monde», 15 Janvier ' 1 865 , V livraisoD. p. 315-00, Paris: uno dei molti pregevoli tcritli 
della Signora Dora d» /«Irta • 

(b) V. anche Asdòli «Studi Critici» trai frammenti albanesi 



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DISCORSO PRELIMINARB IV 

manya , il qaale si accende d' ira e si mostra gravemente offese a nome 
de' suoi Gbegbi per il dubbio accennato a pena da Hahn circa la pos- 
sìbile indecenza di tali affexionì . Ed é in tanto più notevole siffatto co- 
stome in quanto ce ne mostra vivo tuttora ano dei pia comuni frai Greci 
antichi , e specialmente frai Dori (a) • Di che Anacreonte rese celebre 
il suo Batillo : e non meno conosciuta nella storia è la dimesticbezia 
di Socrate con Alcibiade» per tacere di altri simili fatti ricordati dagli 
scrittori . 

Le poesie tolte dal Reinhold, intieramente popolari, manifestano V in- 
dole marinaresca , e commerciale delle popolazioni a cui appartengono; 
le quali formano il nerbo della flotta neo-ellenica , e sono tuttavia le pia 
iniportanti fra le genti navigatrici del novello regno. Le accennate can- 
zoni elleno-albaniche s& distinguono per molta grazia e vivacità « e per 
una maggior purezza di lingua scevra quasi di elemento turchesco; ma 
veggonsi talvolta forse sovercbiamente infarcite di voci elleniche oltre 
il bisogno^ secondo il quale io credo che convenga regolare la facoltà , 
sia por larga , di attingere dall* idioma fraterno . 

L'Epiro, e TEllade colle sue isole, non sonp state sole nel contribuire 
materia alla mia appendice, ma vi sono rappresentate ancora le colo- 
nie albanesi di Italia e di Sicilia . Lje poesie di tale origine, si antiche, 
come moderne da jne arrecate sono Importantissime pria di tutto per 
la lingua generalmente pura e piena , senza verona macchia di voci 
turchesche, ma talora con qualche soverchia intramissione di parole 
italiane posteriormente introdotte. dal popolo. Esse poi, a parlare spe- 
cialmente delle, antiche, risplendono di bellezze in verità non ordinarie, 
e tutto particolari . 

Credo che veri gioielli appariranno senza dubbio nella poesia popo- 
lare le due ballate dì Garentina , e di Angelina , non meno che la ro- 
manza di CoMiantino il piccolo . Nel cosi detto carme nuziale vi ha pa- 
rimente bellissime immagini , alcune delle quali trovò la elegaute musa 
di Teocrito appropriate cosi da valersene nel suo epitalamio di Elena, 
nel quale s'introducono a cantare le donzelle di Sparta, come ora usano 
le donne albanesi (b) , riunite in coro e con misorati passi accompa- 
gnando il canto (e). Anche in «aso è paragonata la s|*sa all'aaroca 
che sorge; e ai rimprovera lo aposo di tardanza; ma sì loda la perizia 
della sposa nel tessere (d). La bella Elena viene assomigliata ad un 
cipresso « decoro di vasto irriguo campo, o dì giardino (e) »: la quale 



Maxim. Tyr. Diasert. XXVJ , 8 . li , 27 , presso Habo . ib. 

^) 8omJgHaot« è il costume anco dell* alta Albania settentrionale, come riferisce 
Heoquar^ (p, 304): e i canti sebbene non siano eguali, non mancano di analogia con 
quésti italo-albaoeai. Goal alcuni frai canti popol gr. m. della racoolu di Marcellus 
(Paris. 1860) pag. M«.»* 

(e) th Ì9 fiiX9i h^pùTiòtvttt itó99l ittpatX(xTffti, Tbcocr. Idyll. XVIIl. 

ìA) àài a*riXX9*9a, --* oCrw ^i^ npA^oc x«Té^j9de5t< , & fiXt yecftppky — òÙrt Ui 
h Toeloé/M» ira»<9^(me« ipyx TOtotùvat ètc. 

(•) Ttitipcf. fi.M,*féùtf. 5t' «vifpoLfii xòifioi oLpoxipa. , ^ yt6t.nta x\jnKpt990q , ij óippioitt 



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XYI DISCORSO PRELIMIIf ARE 

sìmilitadine è frequentissima nei canti albanesi, confe nei greco-moderni, 
applicala specialmente ai giovani. 

fi sventura che né THahn né il Reinhold abbiano potuto raccorrò 
nessuna delle poesie storiche , specialmente di antica tradizione , che pure 
mi dicono cantarsi anche og(;i fra alcune delle popolazioni di Grecia e 
d' Albanie . Nelle quali si avrebbe qualche documento delle tradizioni 
del popolo , è memorie forse de' suoi eroi , e dei fatti più celebri della 
sua storia. Narra infatti Satiellico nella Decade 111, p. 568 (Basileàé it/no): 
» retuTerunt mihi fide dignt viri , vel medio ardore belli , et tum quum 
» barbarorum armis omnia strepebant, puellarum coetus in bis urbibns, 
» guibus ille (Georghis Castriota ) imperavit, octavo quoque die ihedìis 
» triviis coire solilos , ac defuncfì principis (ut veteres magnorum heroùm 
» ini conviviti «lolebanl ) laddes decantare ». E ciò che sappiamo fatto 
per la memoria del grande (Scanderbeg) Castriota era certo costùhie di 
quei popoli antico . 

Sotto questo riguardo, non che sotto quello della lingua, Sono da te- 
nersi io gran pregio le poesie tradizionali delle colonie italo-albìapesi . 
Le quali appartengono sentii dubbio ai tempi anteriori alla emigrèxione, 
cioè alia metà del X\ secolo, e forse quakuna potrebbe rimontare Ano 
ai primi dnrii della manifestazione albanese, come la chiama Fàllmerayer. 
Certo questi canti contengono allusioni di tempi medievali , e di fatti 
anteriori a|la caduta dell' impera d'oriente • Molti si ripetono ancona fra 
ìt colonie calabresi , che celebrano la memoria di Scahderbeg é dei 
éfioi tempi, ed io avrei recato vòlehtieri quello che rappresenta la morte 
farsi incontro all'eroe per atterrirlo riferito dal Dorsa e tradótto òetìé 
sue Ricerche e Pensieri^ se ne avessi avuto il testo (a). Le poche^ éanzonfi 



(a) Farò DODdimeno , io credo , cosa grata ai lettori trasQrJvQOidooe qiilk indupi^ 
come f(i legge nel e. I. p. ^26. ^ . » ^ • !> 

« Quando parti Scanderbeg , per andare in battaglia , per là via cl^e hatteya gU ai fé 
incontro U Mforté sciagurata , nunzf^ df trista sventura . Mor. Il mio noiae è Morte , 
Tolgit) fbdietro , «Scanderbeg , ctiè la* ttra ^Ha è al suo fine. •*- Ei r ascolta, e ^uata .'Sfo- 
dera, il brando ,# quella su Immota.— SeatuL Ombra di vento, temuta soìò diìfli ao«> 
mini vili.doiitle il sai ^* io debl»a morire? lituo euore getato può prcflétltMl^ttl forse 
il mio deatino? forae^ te aoqo apefte le eortl degli eroi? Mot, Ieri nei'cleliéprl*- 
rono i libri delia aorte « e nera e fredda come un veip essa ti sciandeiva a^l capo menftro 
poscia si gettava su di altri — Scanderbeg si battè le palme , e il suo cuore diede uo 
sospiro : ahi ! me infelice, ch'io non vivo oltre 1 —E datosi a contemplare i tempi or- 
ribili che succederebbero , vide Be^^ pa|dre il. figlio, ,« la jnezzo aUe legrimr jl regno. 
Adunò i suoi guerrieri; e disse loro ! guerrieri miei fidi , il Tur^o conqulsterì la ooalfe 
terra tutta, e voi vi farete suoi servì . Ducagino, menami* qui mio figlio, quél vaigbls- 
aimo figlio , acciò eh* io V avverta . Fiore abbandonato , flore deU' aibor mio , prendi tda 
madre , e prepara tre galee delle migliori eh» bai i che «e tapralle li Turco verrà «d 
impoaseasarsi di te, e insulterà tua madre. Vanne alla spi%gi« del» «are ,^ colà è lite 
cipresso ombroso, dolente . Lega in eaao il cavallo, e al venti. del. aiare eopre il mio 
cavallo spiega la mia bandiera , e aùUa bandiera la mia apada . U aabgtie dei^ Turòhi le 
siede sul taglio, e là dorme la morte. Sotto 1* arbore nerostaraaVHiteiòrae le armi 
del tremendo guerriero? Quando spira borea furibondo il cavallo nitrisce, U bandiera 
ai volteggia, la apada tintinna. tJdràlli il Turco, e tremante, pallido, mesto pensando 
alla morte se ne torna indietro » . 



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M9G0I80 PEEUMINABB XTH 

da ne rìportate sono forte di eia più reniola , ma vi ai ravvisa il aanii* 
■senio della lotta contro ì nemici della fede e della patria • Un fare ca- 
valleresco e da medio evo è la loro caratteristica impronta, e vi spira 
per entro ana grandexza, ed ana Ocra semplicità degna di meraviglia, 
che bene si copfè air epoca eroica della natione • 

Notevoli sopra lutti appaiono, come accennava dianxi, i due canti di 
Costantino e Garentina, i quali sono popolarissimi, e quasi due poemetti, 
per la loro estensione, splendidi d'una bellezsa tutta propria, nuova, ed 
originale. Vero è che di ambedue si riscontrano le tracce fra le can- 
noni greco-moderne : ma del primo non vi è , per quanto io abbia veduto 
nella raccolta del Passow, che una pallida e lontana rimembranza nella 
canzone delta la Schiavitù (4 «ìx/>mAm«c«), sebbene altri mi a^icuri es- 
servi trai Greci la romanza è fttxpéf J.m9rwnì90iy ma non completa come 
r albanese ; del secondo vi ha bensì una quasi eguale canzone nel Fani- 
piro(ò fi0\ipKólm»9q^ ed. Passow; o fioupfióXtuitii) ^ ma con differenze note- 
voli, su che giova alquanto fermare l'attenzione. Perocché, ad esam- 
pio, là dove si accenna la morte dai nove fratelli di Garentina , • 'Apcri, 
la canzone greca V attriboisee alla peste , mentre 1* albanese fa cadere 
quei giovani gloriosamente nelle battaglie contro i nemici della patria. 
Viaggio facendo la poesia neo'-ellenica fa parlare in umana favella gli 
uccelli che si meravigliano in vedendo on morto condurre la bella donna: 
graziosa immaginazione : ma V albanese con più verità poetica fa scor- 
gere i segni funerei suUa persona istessa del guerriero risorto solo per 
mantenere la fede data alla madre • Se dalla naturalezza e semplicità del 
racconto si dee giudicare della originalità della composizione , questa an- 
derebbe, credo, attribuita alla epirotica più che alla ellenica, come sen- 
za dubbio epiroliche sono la romanza dì Costantino , e la ballata di An- 
gelina . Frai costumi ricordati nei canti italo-albanesi è meritevole di 
nota quello delle /9AAt, cioè danze o ridde^ che costituiscono una delle più 
gradite e peculiari occupazioni di divertimento per le donne delle colonie 
nei di festivi, e sogtiono-prendere per lo più una forma circolare, giusta 
Tuso degli antichi Dori (a). Dei quali trattenimenti coronici non sono schi- 
vi ancora gli uomini nell'Epiro, come descrive Byron nel suo Child 
Harold. In tutti questi canti popolari albanesi è singolare la vivacità 
del dialogo, la prontezza e facilità onde la narrazione poetica si volge 
istantaneamente in eloquio dei personaggi che vi prendon parte, ed indi 
oon la stessa facilità e prontezza torna al racconto, con un fare lutto 
proprio delle poesie neo-elleniche ed albaniche . Il perchè ove si osser- 
vino specialmente le più ragguardevoli fra di esse si pnò dire trovarvisi 
mirabilmente fuso più d' un genere di poesia , cosi che dal descrittivo e 
narrativo epico si passi con nessuno sforzo al drammatico e al lirico , 
per lo contrario modo si proceda . Un tale andamento senza pur l' om- 
bra di confusiono dà intanto loro un movimento cosi rapido, e interes- 
sante da non potersi dire; di oni pare ohe altrove non si abbiano esem- 



(a) V. ìluller C. 0. Storia della Letterat Gr. e. tir, e XIV. Ne fanno pure cenno 
Omero li. XVIII. v. 593. segg. Odiss. IV, t7-t9: Callimaco inno a Delo, v. 304. ed altri 

antichi . 

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XTiii DisGOBSo preliminari: 

pi nelle poesie popolari di altre nazioni . Ma in ciò ancora si rivela T in- 
dole ugnale , e la slrelta consanguineilà dei due popoli già impressa nella 
lingua, nei coslumi^ e nella sloria loro. 

lo ho accennalo sol poche osservazioni intorno alle poesie albanesi di 
cui ho recato il testo . Credo però assai opportuno in quanto a quelle 
delle colonie d' Italia esprìmere V avviso , che comunque siano esse di 
antica tradizione per il subietto , e dirò così per lii sostanza del dettato, 
grave errore sarebbe il credere egualmente antica , e genuina ogni e cia- 
scuna frase , o voce contenuta nelle medesime • Imperocché non vi hanno 
copie in iscritto di tali canzoni più vecchie di poche diecine d' anni al 
più , ma esse hanno vissuto finora nella bocca del popolo, che per vezzo 
naturale non può a meno di non modificarle a seconda d^ir attuale suo 
dialetto; cosi come fra gli Italiani, a mo* d' esempio , hannovi canzoni 
popolari , storneili , proverbi e cose simili , a molle provìncte comuni , 
ed in ciascuna presentano la veste propria dell'idioma locale. Fra gli 
Italo-Albanesi le principali canzoni nazionali che ccMrrono in mezzo al 
popolo nelle colonie Calabre, mostrano perciò infinite varianti di parole, 
di frasi , e di versi intieri ; ed ancora più grandissima si scorge la dif- 
ferenza delle due varianti del Costantino , e di qualdie altra , di cui si è 
tenuta memoria in Calabria ed in Sicilia . Le quali hanno certo identi- 
ca età, ed origine, onde serbano fedelmente molte frasi comuni , ed 
hanno dei versi esattamente riprodotti in tutte, né variano in quanto 
alla sostanza , ma nondimeno veggonsi grandemente disuguali nelle par- 
ticolarità della lingua. 

Tanto per il dialetto delle colonie di Calabria , quanto per quello delle 
altre di Sicilia, io non ho creduto dovermi servire di testi scritti ai no- 
stri giorni , ma mi sono tenuto a quei soltanto che contano già una età 
ragguardevole, nel corso della quale hanno avuto col fatto della loro con- 
servazione , e dell' uso , la sanzione dell' accoglienza nazionale nei paesi 
dove sono conosciuti. Ciò non può dirsi degli scritti di autori recenti; nei 
quali, come deposili di parole da tenersi in considerazione, se può trovarsi 
da fare, con savia discrezione, e dietro il lume della critica e della filo- 
logia , raccolta di vocaboli albanici , non sempre è mantenuta nella frase 
r indole nativa, e la purezza, delle forme specialmente, dell' idioma. 
Cosi talvolta si largheggia di arbitrio nel foggiare non di rado poco feli- 
cemente parole nuove (a) , alcune delie quali è probabile che non vengano 
inai accolte dalla nazione, come non sono ammesse di presenie, e spes- 
so non giova sperare che siano. Donde avviene che alcuni di colali scritti 
in verso e in prosa riescano a un gergo non intelligibile ai conterranei 
medesimi degli autori , non che ai lontani; poiché inoltre sono stesi, dal 
più al meno , senza norme di vera ortografia , e con metodi di scrittura 
né grati a vedere , né abbastanza informati a un certo senso di scienza 
filologica , e di regola fonetica . La qual cosa per vero dire non può gran 
fatto sorprenderci ove si pei^i alla condizione generale degli sludii di filo- 
logia nelle provincie meridionali d* Italia , come avvertiva già il eh. prof. 
Comparetti neir articolo altrove da me citato. 



(a) Cr. le note a pag liO, 153 segg. , dell'Appendice. 



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DISCORSO PRELIMINARE XIX 

Tornando alle poesie tradizionali delle colonie italo-albanesi, 1* anti- 
chità loro si dimostra per il semplice fatto dell' esser comoni ai paesi 
di qua , e di là dal Faro: i cui abitanti venuti in tempi, e da paesi diversi , 
non hanno avato (inora nessuna regolare via di coromunicazione, sicché 
trovansi quasi altrettanto segregali tra loro quanto dalla madre patria . 
Per ciò è chiaro che non può attribuirsi ad altro la comunanza di quei 
canti fuorché all'essere stati molto divulgati fra gli Albanesi di Epiro e 
di Grecia gran tempo innanzi la emigrazione . Questo giudizio comprova 
fi difetto della rima , la quale non fu introdotta , o almeno resa popolare 
frai Greci e gli Albanesi avanti la prima metà del secolo XVI, e da 
prima non era che la rima imperfetta detta spagnuola . Dai Greci del 
medio evo non si hanno esempi di versi rimati , sebbene frai Latini 
dell' impero (come si raccoglie da Svetonio nel Giulio Cesare), e dei 
bassi tempi fossero in uso versi popolari di vario metro colla rima e 
senxa, o colla semplice assonanza. Ma ve n'eran pure talvolta scevri 
di qualunque regola , quali sono secondo il Rosenkranz i canti funebri 
tedeschi (a). Le poesie tradizionali delle colonie albanesi d'Italia sono 
perciò tutte prive di rima, nondimeno il popolo ha cercato col tempo 
d' introdurla in alcune, come ho altrove accennato, e qui lo ricordo In 
appoggio di quello che testé si ntTerroava circa la conservazione più e 
meno esatta di tali poesie. 

De' tempi pie vicini a noi cosi nell'Epiro^ e nel resto di Grecia, 
cerne nefle colonie italoHilbanesI si hanno le poesie generalmente rimale, 
sebbene tali non siano i canti cleftici greco-moderni. Ma frai Greci 
prevalse da secoli anco nelle canzoni popolari il verse detto da alcuni 
politico, alessandrino, di quindici sillabe, che si trova pure frequente 
Irai Latini dei bassi tempi : fra gli Albanesi invece si nelle antiche e sk 
nelle moderne composizioni prevale il verso settenario, e piò l'ottona- 
rio, spesso alternati . Vi si trova però anche il quinario , il decasillabo , 
l'endecasillabo, e qualche altro. Ma certamente sarebbe vano attendere dal 
popolo incolto tutta la possibile precisione del metro, quantunque esso poi 
troncando, o contraendo , o allungando le sillabe giusta il bisogno, sappia 
trovare nel proferir versi la necessaria misura (b), obbedendo all' armonia e 
al numero poetico: onde anzi vanno lodati per alcuni i versi neo-ellenici, e 
gli albanicl (e) . Per la regolarità del metro , e della condotta sono rag- 



la} V. Manuale d* una Storia generale della Poesia ^ per G. Rosenkranz. Napoli 
«853. 

Veggasi ancora Galvani , Delle genti ecc. nelle Appendici . 

Sembra che le prime prove di versi greci rimati , che si conoscano , siano una tra- 
dntione della Tesefde di Boecaooio , V*JLitòxonoi, e ima poesia tuttora inedita sulla 
peste di Rodi. Cosi mi avvisa il eh. letterato greco Sig. Spìridiooe Zambelll. 

Per altro una tendenza alla rima si scorge frai Sreci del medio evo in tempi assai 
più remoti degli indicati , come p. e. nel cosi detto inno *Axoc5t7r«y della Chiesa Greca, 
Il quale si attribuisce a Giorgio Pisida vissuto nei primi del VII secolo (cf Querci 
edit. fra gli scrittori bizantini ). 

Oi>) V. l'Avvertenza a pag. 192-3, dell'Appendice. 

(e) V. Crispi , pref alle poesie alb. contenute nella ediz. dei C Sicil., di Leon. Vigo, 
altrove citata. 



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XX DISCORSO PRELIMINARE 

guardevolì fra te allre della presente raccolta le poesie sacre albaoo-si- 
cole; le quali rimontano al passato secolo, ma furoo fatte da uomini era* 
diti, che avevano il gusto, e la intelligenia intima della lingua. Cosi 
vennero esse accolte dal popolo delle colonie di Sicilia , che le fece sue , 
e le cantò e ne canta ancora talune per le chiese , ponendo loro il sug- 
gello della sua sanzione . Ed invero a buon diritto { parlo delle ben con- 
servate): poiché oltre alla regolare condotta, e a qualche pregio poetico, 
splende in esse una singolare purezza e correzione di forme unita a non 
comune ricchezza e nobiltà di lingua studiosamente schiva di elementi 
che non stano proprii , o ad essa omogenei . 

Per la lingua e la poesia dei Gheghi più settentrionali , o in partico- 
lare della provincia di Scutari , e delle tribù montane, quasi autonome^ 
pur comprese in quella satrapia ( o pascialicato) , mollo più pregevole 
documento , che non le poche prove non troppo genuine di qualche mis- 
sionario latino, sarebbero state le canzoni popolari raccolte in parte dal 
sig. Hecquard console di Francia a Sculari , delle quali si hanno i saggi 
nella sua importante opera sull' alta Albania (a). Ma egli ci ha dato solo la 
traduzione francese di quei canti , che sono bellissimi , ricchi di fanta- 
sia poetica originale^ e grandemente notevoli per l'energia del senti- 
mento , per lo spirito di libertà , e per il valore bellicoso che gli informa. 

In uno dei canti funebri per la morte d'un bravo (op. e. p. 353-4) 
è detto : « Sventura per chi muore di morte oscura e vile , sulle piume, 
« in mezzo ai rimedii ed ai pianti. —: La vera morte, che dà la vita 

« all'uomo è di spirare solla nuda terra per l'onore e per la gloria 

« Io sono cresciuto in mezzo agli armati che la patria aveva eletto per 
« difenderla )». 

Il sig. Hecquard spera di poter nn giorno pubblicare abbastanza com- 
pleta la sua raccolta, già assai ragguardevole, e noi glielo auguriamo 
di gran cuore ; ma aggiungiamo il voto che ne dia il testo originale per 
r interesse della letteratura e della Otologia . Le più antiche canzoni egli 
dice trovarsi fraì montanari, i quali nella loro semi-indipendeaza hanno 
serbato colla religione la purezza e l'energia del carattere nazionale, 
meglio che gli abitanti delle città, e del piano (b), insieme con qualche 
tradizione delle glorie antiche. Presso loro è infatti viva sempre la me- 
moria del grande Scanderbeg; e in uno di quei canti (pag. 500) ad 
onore di un valoroso, Elia lobani, si legge: « Egli è Elia, uno dei 
(c valorosi campioni , che in mille incontri onorò la bandiera imperiale 
a ( ottomana ) . Egli è un ramo della illustre schiatta di Scanderbeg , la 
« quale sebbene estinta lascia le sue radici in questa terra (e), dove 



(a) Histoire et Description de la Haute Albanie, ou Guégarie par Hyaeiiithe Hec- 
quard Goosul de Fraoce è Scutari etc. etc. Paris 18^4. Cbez Artus Bertraod. 

(b) Questi, ma specialmente gli^bitauti della parte orientale dell' alu Albania, e 
quei della Servia occidentale ottomana, secondo l' Amy Bouò, sono distinti dai mon- 
tanari, o Maliiori, col nome di Arnauti , e tioiì godono fama di specchiata morale. Esso 
li dice di razza mista più che altri con gli Slavi. » 

(e) Nel villaggio di lubani, sulle montagne non molto lungi da Scutari, sussiste 
una parte della discendenza della TamigUa dei Castrioti inalterabilmente ferma nella reli- 
gione dei suoi padri ( Hecq. p. 24-5 ) . 



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W9C0M0 FRELnHNiRB XXI 

« pia elle alCrove uopravvive la bravura albanese. Salala , Babà, e lu- 
« bani , sono i focolari dove ai è eonservalo il fuoco eroico che dialÌD- 
« gue qoeata razsa » . Toltavia il più antico fra quei canti non risale 
olire Tanno 1572, celebrando la vittoria del popolo di Sculari insorto, 
quantunque musulmano, contro la oppressione degli Osmanli. L'eroe del 
popolo celebrato in quella occasione era Ibrahim Boyoli (a) della dinastia 
dei pascli di Ipek, il quale, dopo questo fatto, primo degli indigeni fu 
riconoscioto pascià di Scutari dalla Porla ottomana . Come saggio delle 
poesie storiche e bellicose deir«Ha Albania, stimo pregio dell'opera 
trascrivere qui la testé accennata canzone lolla dall' Hecquard . « La 
« voce degli araldi ripetuta dall'eco sino al fondo delle valli, e alla Cina 
€ delle montagne , chiama alle armi gli eroi della patria ; questi eroi 
« Gerì ed intrepidi, i quali mai non rividero il focolare nativo se non 
€ coperti di gloria, e carichi dei trofei della vittoria. — Tutti accorrono 
€ ansiosi presso il loro capo; le armi coperte d'argento, e d'acciaro 
« brunito con cura risplendono al sole ; il fucile, questo fedel compagno 
« dell' Albanese , si vede in mano dei giovanetti che non hanno ancora 
« toccato tre volte cinque anni. Tulli come le onde di furioso torrente 
« si precipitano verso il pericolo che li minaccia . — La patria è in peri- 
« colo ; il nemico nascondendo il suo disegno e' invia un ambasciala ; ma 
« dietro ad essa sono le catene, onde egli ci vuol caricare per avvilirci 
« poi, renderci schiavi, far di noi de' servi abietti: tal' è la sua inlen- 
« zione . — Ma dovremo noi aspettare simile ingiuria sema che Im morte 
« della vita (b) venga ad opporsi alla sua esecuzione ? Dovremo noi diso* 
« norare la rinomanza de' nostri padri , l' antico loro valore colle nostre 
« indolenti perplessità? — No, no!, la patria è la madre che dà il latte 
« del suo seno per il nnlrimento de' suoi figli; è la sposa che risveglia 
« nei cuori l'amore, e la tenerezza. Chi dunque potrebbe, se i aenti- 
« menti di figlio e di sposo ha impressi nel cuore , non ispargere il san- 
« gue, e sacrificar la vita per salvarla? —Acuti gridi portali sulle ali 
« rapide del vento boreale si son fatti udire nelle campagne ; la polvere 
« del suolo sollevata per aria in globi nuvolosi , ohe si scorgono da lungi, 
« annunzia la marcia di un esercito . Ei sono i ventimila Albanesi di 
« Sculari, che dal vasto piano dì Lamae Spakwe (e) si avanzano contro il 
« nemico. — Chi è colui che si differente in ciò dai suoi compagni d'arme, 
« mostra tanta semplicità nel vestimento, e si grande modestia nel suo 
« conlegno; colui che ispira tanto terrore per la statura colossale, e pel 
« feroce sguardo^ colui che, con l'acciaro fiammante in mano, prece- 
« dendo i più valorosi , moetra il cammino della battaglia? È desso Ibra- 



(a) Come riferisce T Hecquard , questa famiglia di Busciati presso Scutari, secondo 
una tradizione, sarebbe stata congiunu a quella di Stefano Czeroojetioh signore del Monte- 
negro , e però della discendenza dei Baisela. Secondo altri (Hecq. p. 434) sarebbe ori- 
ginata da un principe del Ducagino. 

(b) Cosi traduce Hecq. < dèka é jòtes {dixx i Jit9i) »* che riporta in nota; ma 
potrebbe intendersi ancora la morte del mondo . 

(e) Campo fkgli Spahi, speoie di truppa fcurcbesct, è nome di una pianura presso 
Scutari. » Per la voce A«/tdue, of. UififLizziUt/iév» 



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XXII DISCORSO PREUimiARS 

« him della illustre famiglia dei Ifahmud Beyoli , il capo degli Albanesi, 
« l'eroe più illustre fra (ulti quei guerrieri, cosi per la sua virtù , come 
« pel suo coraggio. — Avanzati, o Pasvan-Ogiù (a) , colle tue (alangi, 
« coi tuoi Bosniaci , coi tuoi Rumelioti , coi tuoi Asiatici , sebbene tre 
<« volle più numerosi di noi porteranno essi medesimi il disordine nelle 
loro masse, e saranno cagione della disfatta delle tue schiere I — Il san- 
« gue scorre a fluiti , e il suo corso è arrestato dalla barriera che gli op- 
« pongono i cadaveri ammonticchiati dei Giannizzari caduti in tre scon- 
« tri . I Bosniaci , e i figli della Cararoania sostengono il combattimento, 
«( ma essi non fanno che aumentare la strage. Ahmed soccombe, cosi 
« manca air esercito ottomano il più bravo, e il più capace de' suoi gene- 
« rati , colui che comandava dopo Pasvan Oglù. — La rabbia dei com- 
ic baltcnti cessa in un istante; un panico terrore s*è impadronito delle 
« truppe ottomane. Pasvan-Oglù, minaccialo dai suoi, prende la fuga, 
« seguilo dai suoi soldati. — Perchè fuggire, o Pasvfin? Avanzati, al 
« contrario . Vieni per imparare a conoscere il valore albanese , per far, 
« comprendere al Sullano, tuo Signore, e nostro (b), gli effetti d'una 
« guerra intrapresa per oscurare Tonor nostro, e attentare alla nostra. 
« liberlà. — Delle bandiere sconosciute fino allora , dei ricchi e splendidi 
<x stendardi sono mescolati a quei dei vincitori; essi sono i trofei della 
if vittoria , le spoglie del nemico abbandonate sul campo di battaglia. -^ 
« Venite, o generosi figli! Venite, esposi adorali! Venite nelle braccia 
« di quelli , che con voi avrebbero lutto perduto I Venite nel seno della 
« vostra famiglia a riposarvi dalle fatiche della guerra, e ad insegnare 
« ai vostri figli ad imitare il vostro coraggio l » 

Mancandoci il testo non possiamo giudicare della fedeltà della tradu* 
zione francese, sulla quale questa è condotta : nò osservare le differenze 
che vi hanno fra le poesie dell'alta Albania, e quelle riferite da Hahn, 
le italo-albanesi. Ma certo la sostanza non è mutata; ed a me parei 
che una tal poesia possa andare fra le più pregevoli delle popolari di 
qualunque nazione . A questo bel saggio non disdicono le altre: ma accen* 
na Hecquard che le più antiche sono puranco le più belle e nobili per 
la espressione , e per la condotta . Non è improbabile che qualora si giun- 
ga ad ottenere una assai completa raccolta di questi canti si dell'alta, 
che della media e bassa Albania , vi si possano rinvenire degli accenni 
di falli molto più antichi » come nei canti moderni dell'Epiro e dell' alta 
Albania si ha menzione degli avvenimenti della ultima guerra dell'indi- 
pendenza ellenica , e di altri fatti storici dei tempi nostri . Per ora intan- 
to le poesie albanicbe più vetuste che si conoscano , e che appartengono 
senza dubbio ad epoche per noi remote, sono le canzoni tradizionali delle 
colonie italo-albanesi ; le quali è a desiderare che sortir possano quanto 
prima una edizione completa più che sia possibile, e fatta come si con- 
viene ad opera di tale importanza. Non mi sembra infatti fuori del proba- 
bile , quanto accennai altra volta , che fra esse ve ne sia qualcuna che 



(a) Nome del generaie ottomano . 

(b) 1 fatti qui celebrati si riferiscono ad Albanesi musulmani, i qu^ non hanno fi- 
nora riacquistato I,i vera conoscenza deir esser loro. 



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DISCORSO PRELIHtNARE XXIfl 

possa risalire ai lempt della priaia nanirestazione albanese, cioè del- 
l' apparizie&e ài qoesto nome nel campo della storia : con che non si 
anderebbe al di là deirondecimo secolo. 

II. 

Nel medio evo, e segnalamenle dal principio del sesto secolo in poi, 
la penisola orientale greco-illirica tutta quanta avea cangiato di aspetto; 
e la sua superficie, a cosi dire, polìtica ed etnografica, era siffattamente 
alterata per la grande e diuturna invasione slavo^halgara , che il com- 
pendialore di Strabene , vissuto secondo il Dodwel « de Geographorum 
aetate » in sul principio dell' XI secolo (a), o sulla fine del X, non 
dubitò di asserire che l'Epiro, e quasi la Grecia intiera , il Peloponne- 
so, e la Macedonia, abitate erano da Sciti Slavi, o propriamente «r te- 
nute a pascolo (b) ». Sulla fine del IV secolo (396) per vero dire è 
rammentata nella storia la prima invasione di barbari stranieri sul suo- 
lo illirio-epiroli.co. Una fretta di Goti occidentali sotto Alarico respinti 
dall'Italia si gittò sulla Dalmaxia, suH'llliride, e l'Epiro; ma poco vi 
si mantenne. Stettero nondimeno alcuni residui dì Goti nella Dalmazia, 
e neir alla llliride , al di là del Orino , fino all' anno 636 , allorché ne 
forone totalmente cacciati regnando l'imperatore Giustiniano. 1 pochi 
superstiti si confusero poi cogli Slavi sopraggionli , e in parte forse cogli 
Albanesi, nella cui lingua il Thunmaon crede di riconoscere qualche 
gotico vocabolo , come nota Pallmerayer . Tutte le barbare nazioni ; |ier 
lo più di razza gotica, o slava, meno gli Unni (tartari); che in quel 
tempo a guisa di torrente invadevano ì confini settentrionali dell'impero, 
gli Avari, i Bulgari, gli Eruli, i Gepidi, i Longobardi, gli Unni, cor- 
sero e devastarono quelle contrade, non meno che l'Italia e il resto 
dell'impero Romano, incalzandosi le une sulle altre. Ila solo nell'an- 
no 640 t Serbi, e i Croati (slavi), cacotandoiie gli Avari (scili an- 
ch'essi) si stabilirono fermamente nella Dalmazia, nella Croazia, nella 
Slavonia ( Sirmium ) , e nella Bosnia , de' quali paesi fino ad oggi costi- 
toìseono la intera popolazione, tranne un picciol numero di cillà litto- 
ranee nella Dalmazia abitate da Italiani . Penetrarono essi ancora nel- 
l' Istria, di cui le campagne sono in gran parte popolate di Slavi, non 
contenti d'aver occupato l'antica Liburnia e la Dalmazia; di modo 
che le razze slave dall'estremo mare glaciale spuntarono soli' Adriatico, 
non però cosi che le nazioni del ramo traco-pelasgico » Latini, Albani, 
Elioni , non si diano la aaano su tutto il litlorale meridionale dell'Eu- 
ropa dalla Lusitaoia alla Bessarabia. Fino d'allora i Serbi, o gli Slavi, 
che si erane già prima impadroniti della Mesia , della Pannonia , e del- 
le vicine contrade , circondarono da tramontana , e da levante la Ma- 
cedonia , e l' llliride, non senza introdursi entro i confini di quelle 
province, ove sono anche adesso, come nella Tracia, sparse popolazioni 



(a) Hudson 11 , 98. 

(b) K.atJ yuv Ji Tra^ecv "Hnupovy x«i 'EXXixix ax*^^», x«« lltXonòv^nvov ^ xxi Max«- 
Jovcav Sxudat IxX«^9i vsixojtxi L. VII. p. 1151. 



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XXIT DISCORSO PREUmifAM 

sfave e bulgare residuo della generale uiTasione openrta in diversi tempi 
su intta la penìsola greco^illiriea . I Serbi ami cattqoistanMio durevel* 
mente la superiore Albania fin presso al fiume Orino , la quale fece 
parte per lungo tempo del regno di Rascia , o serbico . Ma essi non si 
poterono giammai radicare talmente in quei luoghi da sperdere, o as- 
sorbire la popolazione indigena , che in più occasioni die segno di vita, 
sino a che poi scosse del tutto il giogo straniero , ed ami per alcuni lat^ 
penetrò fino oltre i propri! naturali confini , segnati dalle Alpi del Dor- 
mitori e del Visitori (a) a settentrione ; che posson considerarsi come le 
più alte vette del monte Scodrodi Livio (cf. Hh. 1, 22), e del Drino 
di Tolomeo : spargendosi specialmente a levante verso la Servia nelle re-* 
gioni divenule ormai esclusivamente slave . Ma gli Slavi occupano quasi 
intieramente il Montenegro , o la Zenta sulla destra riva della Moratsha , 
quantunque ne faccian parte alcuni villaggi albanesi . 

I Bulgari, di origine tatara, ma che avevano adottato la lingua sla^* 
va , già padroni della Dacia nel IX secolo si estesero verso mezzof^ìorno 
ponente, ed invasero colla Tracia e la Macedonia tutto il nuovo Epiro, 
da Durano, meno questa città rimasta all'impero, fino a Canina solla 
estremità degli Acrocerauni. Sede del regno fecero T antica Lichnido, 
o Linchnide , per loro detta Ochrida (b) , posta a cavaliere della Ma-* 
cedonia e dell' Illiride ( Strab. VII), che già era stala dair imperatore 
Giustiniano , appellato il grande , nativo di essa , chiamata iustioianea o 
lustiniana 1*, elevandola a sede metropolitana. Nel 930, i Bulgari ave* 
vano conquistato anche la Serbia, e voltisi all'Epiro proprio, dello al- 
lora Nicopoli (Costanl. Porphyrog. de Thematé) dalla città principale, 
se ne impossessarono , congiungendo sotto il dominio loro 1* Albania In- 
tiera. Ma il regno dei Bulgari venne disfatto circa il I0i8-19, dall' im- 
peratore Basilio soprannomato perciò il Bulgaroctono , il quale seppe ren^» 
dere duratura la vittoria col non aggravare il popolo, e con la prudenza 
a riguardo dei nobili del caduto regno . Il nuovo Epiro non meno che 
il vecchio tornarono cosi all' impero bizantino, e con il semplice fatto del 
cessarne il dominio spariscono i Bulgari dalle indicale Provincie, e non 
se ne fa più menzione dall' istoria, che poco dopo di passaggio, mentre 
al di là dei monti nella Macedonia e nella Tracia sussistono ancora in 
buon numero. La qual cosa prova come essi benchò dominatori per cicca 
un secolo dell' Illirio-Epiro non avessero potuto ivi acquistare naturalità» 
né soverchiare , o molto meno assorbirne gP indigeni abitatori . 

1 Serbi , dai paesi dove ormai erano padroni consenziente l'impero, 
non si tenevano però di tempo in tempo dal combatterlo, e verso il 
1041 , unitisi ad una parte dei Bulgari ribellati costrinsero il governatore 
imperiale di Durazzo a muovere contro di loro. Ma costui essendo stato 



(a) 11 Dormitori sovrasta alle sorgenti della Horacìa, che traversata la Zenta si 
getta nel lago di Scutari ed indi riesce sotto il nome di Bojana ( Barbaoa di T. Llv.) per 
giungere al mare. Il Visitori dà la sorgente al Drino bianco, che . unitosi col Drino 
nero, il quale esce dal lago Lichnite sotto lo Scardo, cui costeggia un buon tratto da 
mezzodì a settentrione , divide V alta Albania , e sgorga in mare sotto Alessio • 

(b) Cosi pensa Pallmer. Interpretando questo wme da hrid, rupe, in slavo (v. Das 
Albanes. Elem. in Griech.) . 



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DISCORSO FHRLIVINARG XX? 

violo, r imperatore Michele Ducas spedi in quelle parti il miglior capn 
laiio che si avesse , Nieeforo Briennio , il quale aiutalo validamente dal 
naturali del luogo sconfisse gli Slavo-bulgari . Il Briennio dopo ciò inor* 
goglito per la vittoria , e ambizioso di potere, cercò di farsi indipendeole 
padrone della provincia affidatagli , per lo che combattuto dall' imperatore 
fu vinto e accecato. Il suo successore nel governo di Durazzo tentò nondi- 
meno la stessa impresa , e con un grosso esercito si avanzò da Ocrida 
fino a Salonicco. In tale occasione, e precisamente nell'anno 1079, è se- 
gnalato per la prima volta nella storia il nome degli Albanesi , molti 
de' quali facevano parte dell'esercito ribelle, composto a detta degli sto- 
rici bizantini di soldati Normanni, di Bulgari, di Greci, e di A r be- 
ni ti, od Albani ('Appxvircu, ^AA/Sav^O» come li denominano lo storico 
Scilitze (Skylitzes), Cedreno (a), Anna Comnena, e gli altri bizan- 
tini. Vero è che quarant'anni prima lo storico Michele Attaliola avea 
fatto menzione di soldati 'AA/Soev^i, cui gli interpreti crederono una spe- 
cie di soldati Normanni : poiché questa gente bellicosa circa quel tempo 
avea cominciato a farsi conoscere al mezzogiorno di Europa . Che anzi 
i Normanni alcuni anni dopo, nel 1081 , condotti dal celebre Roberto 
Guiscardo duca di Puglia e da! figlio di lui Boemondo; il quale corse 
vittorioso fino al Vardar ( Axius), dopo aver conquistato anche Gianina; 
si fecero padroni della media, e della bassa Albania, cioè del vecchio 
e nuovo Epiro con parte di Macedonia , ovvero l'alta Macedonia occiden- 
tale, comunemente compresa sotto il nome d'Albania. Ma morto il 
Guiscardo^ il figlio Boemondo sebbene vi ritornasse nel 1107, ad asse- 
diare inutilmente Durazzo, si trovò costretto a farla pace coll'impero, 
e a ripartire nei 1109 per l'Italia, dove poco stante mori. Da questa 
temporanea conquista falla dai duchi di Puglia, non meno che da po- 
steriori parentele fra i reali di Napoli, e i Despoti d'Epiro, ebbero ori* 
gine i titoli vantati da quelli al dominio di parte d'Albania; che non 
gioverebbe certamente ora ripetere , ma cangiar si potrebbero in buone 
relazioni a profitto della civiltà in quei paesi , e della influenza italiana. 
Ora nel primo assedio di Durazzo, posto dal Guiscardo, il comandante 
imperiale della città era pure un albanese (b) Comiscorti , che per la 
disfatta dell'imperatore Alessio dovè cessarne la difesa; ma in tutta quella 
guerra i naturali del paese restarono fedeli all'impero. In mezzo ai 
continui sconvolgimenti di quell'epoca, all'anarchia generale, alle gare 
di dominio che si succedevano fra Despoti nazionali e conquistatori stra- 
nieri , cui si aggiunsero poi anche i Turchi , questo popolo degli Alba- 
nesi (rò T&v 'Apfiocvtr&v i^Oii Giorg. Acropol. Annal. e. 68), di cui prima 
non si era mai nella storia parlato, si sente progredito sempre più in 
numero ed in potenza, cosi che in breve si trovò padrone dell' Illiride, 
e dell' E()iro, e si vide occupare a settentrione e ad oriente assai luo- 
ghi lontani dai confini delle sue prime sedi conosciute (e) : a mezzodì 



(a) Gf. HahD I, Bit. 

(b) Tfl U 'Al/Javwv òpfiòtftivta tÌ9fit9xófnfi . Anna Como. 1. tV, 18t. 

(e) Al di là della linea dello Scardo, fino al 6ame Vardar sul quale siede Scopia , 
molto del paese è abitato da Schipetari , come la ocoldeotal parte della Serbia ottomaaa. 



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XXYI DISCORSO PRELllllNARE 

si estese largamenle ; mandò colooie oumerose nella Grecia , partico- 
larmeete nel Peloponneso: e apparve indipendente non solo ma con- 
quistatore . ' 

. Sulla storia politica degli Albanesi , dopo la loro comparsa , si pos- 
sono fare le seguenti osservazioni : che dalla metà dell' ondecimo secolo 
fino alla metà del decimoterzo essi presero parte a lutti gli sconvolgi- 
menti di quei paesi come partigiani , soldati , o ausiliari di ehi si con- 
tendeva il potere ; per lo spazio di circa 100 anni , cioè dalla metà del 
deciroolerzo secolo fino verso la metà del decimoqoarto , e propriamente 
dalla cacciata degli occidentali da Costantinopoli per opera di Michele 
Paleologo, fino alla prima invasione dei Turchi in Europa, gli Albanesi 
si sollevarono per proprio conto all'impero bizantino, di ^ui sentivano 
la debolezza . 

Il periodo che corre dalla metà del XIV fino oltre la seconda metà 
del XV secolo comprende l'epoca eroica degli Albanesi, o dei moderni 
Illirio-Epiroli, la guerriera loro immigrazione nel mezzodì del continenie 
greco-illirico, e l'occupazione della Eliade propria col Peloponneso: 
indi a settentrione le grandi gesta dei principi gheghi della casa Balsh 
(Baisela, o Balcia), e le maggiori ancora di Giorgio ( Scander-beg ) 
della parimente ghega famìglia dei Castrioti. Nello stesso tempo, e poco 
prima nell'Albania inferiore si rendevano illustri per chiare gesta i 
principi toski della casa Thopia . Dopo quest' epoca gloriosa incomincia 
lo scadimento, e la rovina totale della nazione, da cui non è per anco 
risorta, che in piccolissima parte nelle sue colonie stanziale in Grecia, 
e già quasi divenute del tutto elleniche. 

Gli scrittori bizantini nello introdurre a parte della storia gli Albanesi 
non fanno ricerca intorno all'origine di questo popolo, ma col dar loro il 
nome antico di Illiri (aj, quando non li dicono Albani, e Albanili , mo- 
strano di crederli discendenti dei prischi abitatori di quelle regioni . in 
seguito il Galcocondila (L. I, pag. 14), che ne mosse questione (perchè 
non approvava che Illiri si chiamassero, intendendo, come molli abusiva- 
mente anche adesso, per Illiri gli Slavi , cui egli credeva discendenti degli 
antichi Illiri ) , riferisce il parere di alcuni che li reputavano originari 
della lapigia: resto di oscure (b) tradizioni antiche: ma confessa che 

È però da notare che la regione tra lo Scardo e PAxio costituiva T antica Dardania, 
dopo che , scendendo a mezzogiorno venivano la Deuriopide , la-Pelagonia > la Lincestide , 
ì cai abitanti erano miri ( Strab. VII.) 

L* Albania a settentrione, fra la Moracia e le sorgenti della Morava, si allarga più 
che a mezzodì , estendendosi dai oonGul della (Serbia) Mesia nella direzione sud di Scopia 
fino al monte Bora (Tit. Liv. 0. V. 1. 5.)« che è air oriente di Bitolia , o Monastiri, e 
fino al lago di Castoria neir antica Orestide . In breve essa abbraccia tutta la alta Ma- 
cedonia occidentale, cioè le regioni montuose che daouo origine alTAxio, ali* Erigono 
(T$herna)^ e air Atiacraone (Grammo). 

Alla catena del Pindo si restringe politicamente ed etnograficamente l'Albania fra 
quella linea, e il mare. Un tal fatto torna in conferma dell'identità degli lUìrio-Mace- 
dono-Epiroti cogli Albanesi odierni. Ma nel distretto d'Ocrida, e Monastiri sono io 
gran numero i Bulgari , che pure occupano V alta Macedonia e Tracia settentrionale . 

(a) V. Niceph. Gregora L. V, 6, XI, 6; Pachimere Georg, in Micb. VI, 32, ecc. 

(b) È 11 rovesciamento della tradizione, quale si scorge in altre ancora, ad es. in 



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DISCORSO PR£LlMlNARe XIVII 

nulla sa dire di positivo . Solo alTerroa sapere di certo obe da Epidaoi- 
no 9 cioè dalla Albania centrale, questo popolo si era esteso in tempi 
ignoti, non solamente nell'Epiro, ma eziandio nella Tessaglia, nel- 
TAcarnania, nella Eiolia , e più olire ancora . Intanto fuor di dubbio è 
che gli Albanesi (anche per il Calcocondita ) non sono un popolo venuto 
neir Uliride ai tempi storici ; ed è parimenle certo il fatto del meravi- 
glioso sviluppo di quelle popolaxioni circa V epoca testé accennata , dopo 
un lungo silenzio di parecchi secoli intorno a loro, sebbene di questo 
movimento ne restino oscuri il principio e le cagioni (a). Ed invero 
fino dai tempi di Tolomeo Geografo, nel ÌV secolo dopo G. Cr., cono- 
scevasi appunto nella media Albania, o Macedonia occidentale, un pic- 
colo cantone chiamato 'AJi^av^v, o *kpfiM9ó¥, con un monte dello stesso 
nome , e un popolo di Albani con una città Albanopoli , nel luogo a un 
dipresso della presente città di Elbassan presso lo Skumbi (Scampa e, 
A I b a n o n ) : ma sarebbe difficile spiegare , come gli abitanti d'una pic- 
cola contrada potessero in si breve tempo crescere fino a formare una 
nazione di qualche millione d'anime. D'altra parte è certissimo che le 
primitive popolazioni , di cui si abbia notizia , dell' Uliride, e dell'Epiro, 
comprese sotto il nome generale di Illiri ( in parte Macedoni ) , e di Epi- 
roti , come sussistevano, o indipendenti , o sotto il regno macedonico 
avanti il predominio di Roma , cosi proseguirono a sussistere anche dopo 
la conquista dei Romani sotto Paolo Emilio, con poca soggezione ai 
dominatori, e non cessarono in appresso. Di che si hanno le prove 
dagli storici Polibio, e Tito Livio, per tacere degli altri, innanzi l'Era 
volgare; e nel primo secolo dopo G. Cristo dal grande geografo, e<t 
etnografo Strabene, come nel secondo da Tolomeo. Per lo che è pro- 
babile , ciò che pensa il Thunmann che il nome di Albani , proprio 
dapprima ad una tribù illì rio-macedone del montuoso cantone 'Al/9av^v, 
fosse poi dai Bizantini applicato a tutti gli abitanti delle montuose con- 



qnclla che fa venire i Sassoni dalla Bretasna ( cf. Hb. 1 , 340 ) ; poiché sappiamo da 
Plinio L. Ili , che gli Iapigi , e gli kppuU vennero dall' llliria . 

(a) Alla indicata credenza dei Bizantini circa la origine degli Albanesi può aggiun- 
gersi la tradizione in qualche modo mantenutasi fra gli Albanesi medesimi , i quali si 
stimano gli eredi legittimi delle glorie dei Macedoni, degli Illiri , e degli Epiroti antichi. 
Per quanto il Barlezio, storico di Scaoderbeg, e panegirista, possa chiamarsi, a detta 
di Fallmerayer , itn /olino di VtneziOj per la coltura tfitta italiana, sebbene ei fosse un 
gbego di nascita e di famiglia ; pure ci rappresenta le idee dei suoi connazionali . Ma 
specialmente meritevole di ricordanza mi sembra il modo con cui lo stesso grande 
Castriota rispose in iscritto, come allora usava, alle ingiurie del Principe di Taranto 
cootra la sua nazione dettate in una lettera . « I nostri maggiori furono Epiroti , dai 
quali usci quel Pirro , 1* empito del quale appena poterono sopportare i Romani , quel 
che Taranto e molti altri luoghi d' Italia occupò con V arme . Non bai da opporre agli 
Epiroti, uomini fortissimi, i tuoi Tarentlni, genere d'uomini bagnati, e nati solo a 
pescar i pesci ; se vuoi dire che V Albania è parte della Macedonia , concedi che assai 
più nobili sono stati i loro avi, i quali sotto Alessandro il Magno sino alle Indie 
penetrarono: i quali prostrarono tutte quelle genti con incredibili difficoltà che se li 
opposero. Da quelli hanno origine questi, che tu chiami pecore; e non è mutata la 
natura delle cose. Perchè fuggite, voi uomini, davanti alla faccia delie pecore? » 
(Cf. Pompilio Rodotà , Storia del rito greco in Italia, 1. Ili , 2) . 



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XXTIII DISCORSO PRELIMINARE 

(rade illirio-epiroiiche : sia pare che la deDomioaziooe xò *A.Xfioivó9 avesse 
an valore ammìoislralivo , non etnografico, giusta il parere di Hahn, e 
che essendo proprio in senso ristretto al cantone dì qoel nome , più lar- 
gamente vi si comprendesse poi V Albania soggetta all' impero di Bizan- 
zio, e qualche volta l'intiero Despotato di Epiro. Merita attenzione 
intanto, che Tolomeo ci parla di un cantone 'AJi/9«yòv, e di popoli 'AJgSavo£ 
al settentrione della Orestide nell' interno della Taulanzia (llliride cen- 
trale) parte allora di Macedonia, ^ gli storici bizantini ci additano ao 
altro 'AX^ecvóv, od *ApfiK*óv suir estremità degli Acfocerauni sopra Avlona^ 
dove anche di presente incomincia quella parte dell* antica Gaonia , che 
è detta in senso ristretto 'ApòepU (od 'Apbevi») dagli abitanti (a), poi- 
ché da ciò apparisce che il nome di cui si tratta era sparso in varii 
luoghi delle regioni illirio-epirotiche . Sebbene poi abbia molta proba- 
bilità l'opinione che una ]>arola celtica indicante allure, tnontagne^ onde 
A I p e s (b) , sia la radice del nome A I b a n o n , pure non senza op~ 
portunità fu notato esservi sialo on popolo importante nell' llliride in- 
torno a Durazzo, distinto col nome di nap^»i¥ci, o BapSritvoi, con una 
città UApàoi (e nxp^uvànoXii più di recente), del quale parlano a lungo 
Polibio, e Tito Livio; ed un altra tribù è rammentata da Tolomeo col 
.nome di llap^cacot, o nap^ouot, nell'Atintania lungo l'Aoo, con Eribea 
capitale in posizione parallela a BuUide, all' incirca in quelle due re- 
gioni dove si accennano i primi 'AXòkvoI di Tolomeo, e quelli dei Bi- 
zantini (e). Ora boip^j che è assai vicino a irapi», atteso il cangiamento 
delle labiali, suona nell'albanese attuale bianco, cioè albus dei Lati- 
ni , per cui a UKp^voi sembrerebbe corrispondere T A 1 b a n o ì dei Ro- 
mani (d) . Checché sia però dell* origine del nome dato ai resti della 
antiche tribù illirie od illirio-macedoni , ed epirotiche , la cui continuità 
fino dai più remoti tempi non può mettersi in questione, dopo gli scritti 
specialmente di Thunmann, di Hahn, e di Fallmerayer, è chiarissimo 
il fallo manifestatoci dalla storia del medio evo , che al cessare della con- 
fusione portata nelle provincie dell' impero orientale , segnatamente nel- 
l'Ili ir io-Epiro, dalle invasioni barbariche, ed in particolar modo da quella 
degli Slavi e Bulgari , in tutto il tratto di paese dal Montenegro al golfo 
d' Arta, giusta 1* espressione di Fallmerayer si scopri un nuovo mondo. 



(a) Cf. Grammat. p. 30 « n. 49. 

(b) Tà yÓLp "AÀTTcca, xaXsTffS-ac npòrspoit "AXbtx, Kot^ùmtp x«c 'AXiciòux, etc. Sirab. 
IV. Del resto i nomi Alb, Alp, Alba, AlbioD, si estendono dalle rive del Caspio 
fino all' estremo occidente nella Scozia . 

Gf. r Append. p. 152. n. 10. in quanto al Dome ohe ti danno gli Albanesi, cioè £x/c?r- 

T&p. 

(e) Ptolom. L. Ili , 13 , %3; Anna Coron.«l. e, e a pag. 309 (edit. Venet): tAì mp 
rò 'AAySav^v àv«TÌ^x« xXu70Ùpeci, cap. 390; AcropoUta XiV, 26, JCXV-VI. Secondo 
questo autore biz. rò *AXfixvóv, od "EXpKvov specialmente, ola moderna Elbauan. 

(d) L'opinione di quei ctie vollero dire gii Albanesi originati dagli Albani d* Asia io* 
torno al Caucaso non ba più solido fondamento di quella cbe credeva gli Albani d' Asia 
discendenti dai Tessali di Giasone (Plin. VI; Tacit. VI) . Queste sono del resto tra* 
dizioni mal sicure preistoriche; ed è noto d'altra parte il frequente andirivieni dei 
popoli d^Asia e d'Europa nei tempi anteriori alla storia, ai quali esse acceoDaQO. 



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DISCORSO PRELimNARfi IIIX 

o per dir meglio riapparve l' aolico . 1 vetostissimi nomi <li luogo (a) 9 
tranne on certo nomerò di castelli marittimi , e pochi altri , V antica 
popolazione illirio-epirotica con la sua lingua , e coi costumi dei primi- 
tivi tempi, vi si erano conservati nei paesi inaccessibili delle montagne; 
e questo residuo illirio-macedono-epirotico, apparso col nome di Albani 
o Albaniti (b), comunemente Albanesi, ebbe tanta energia da fare spa- 
rire l'elemento slavo, e bulgaro appena cessò la sua dominazione pò* 
litica. Per il quale etTetto potrà bensì ammettersi la ipotesi di Fallrne- 
rayer, che la gente albanese uscita finalmente dai suoi inespugnabili 
ridotti (di che non si conosce esattamente né l'epoca né le circostanze 9 
sebbene certe se ne veggano le conseguenze ) , e trovandosi già da lungo 
tempo cristiana , e però più civile degli Slavo-bulgari , dotata inoltre 
da natura d' indole più energica , allorquando si mosse dalle sue rupi 
native, allontanasse od assorbisse facilmente i residui di quelle nazioni 
sovrappostesi. Le quali come ora i Torchi (Osmanli), e prima di tutti i 
Romani , restate nelle pianure , e nelle città principali , non avevano po- 
tuto penetrare nel cuore del paese sulle regioni delle montagne (e). Ma 
con tutto ciò a spiegare il fatto della pronta estensione di questo popolo 
dalle Alpi sovrastanti al lago Labealide ( di Scutari ) , fino al golfo 
d'Ambracia (0 di Arta), bisogna di necessità ammettere che unica 
fosse la schiatta delie popolazioni iilirio-epirotiche sino dalla più remola 
loro epoca istorica . Ciò conferma il fatto che ancora di presente, per 
quanto diverse siano le tribù , e i parziali dialetti , come già nei tempi 
dell'evo antico, non è diverso fra quelle popolazioni il fondo della lin- 
gua , e del carallere nazionale (d) . 

E valga il vero. A cominciare da Erodoto, il padre della storia, e 
da Scilace fino a Tolomeo geografi, ci si pretenta grandissimo numero 
di tribù con proprii nomi diversi nell'illiride (compresavi Ja lllirio-Ma- 
cedonia ) , e nell' Epiro : Autoriati , Labeati , Ponesti , Partini , Taulanti, 
Dardani, Deuriopi, Pelagoni, Lincesti, Eordei , Elimioti , Bullioni, Bri- 
gi, Enchelii, Perisadii , Sesarasii , Oresti, Atinlani , Caoni, Timfei, 
Parerei, Elici, Tesproti, Molossi, Cassopei , Amfilochi, Atamani (e), 
Perrebi , Talari , e tanti altri popoli , alcuni dei quali a detta di Strabene 
furono on tempo gloriosi , e potenti : nello stesso modo ora vi si distin- 
guono gli Hotti , i Clementi , i Castrati , gli Shkreli , gli Shcochi , i 
Triepsci, gli Sciala , i Pulatini , i Mirediti , i Dibrani , i Ducagini , gli 
Zadrimìoti, i Matiani , gli Spalioli, i Chimarioti, i Limpidi (0 Ljapi)» 
i Toski, e gli Arberesci (in senso ristretto), i Filjati , i Sulioti, gli 
Tsamidi (o Tsami), ed altre tribù ancora, oltre le popolazioni delle città; 
ma con tuttociò è manifesto dagli scrittori siano antichi , siano moderni. 



(a>Gf. Hatm I, S3S, segg. 

(b) itetpà r* Tdiy xuXùM/ikiittnt 'Apfiunt&Tf (o 'AÀ/9oeycTfiy ) An. flona. p. ISS, ed. Van. 
(e) Cosi la pensarono Thanmano , Leake , ed altri , prima di Haho , e di FaUme- 
rayer - 

(d) Cr. aaobe r altrove citato opuscolo dell'i tato-albanese Angelo Masei . 

(e) 1 quattordici nomi che precedono, dagH Bncbelii in poi, tono deUe 14 oasioni 
epirotiche menzionate da Teopompo . 



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XXX DISCORSO PRELIMINARE 

a seconda dei (empi cui si risguarda , che a due schiatte principali, fra 
loro poco diverse, si raggruppavano allora quelle genti, e sotto due nomi 
si comprendevano di lllirii, e di Epiroti (spesso confusi fra loro], come 
ora sotto quelli di Ghe&;hi , e di Toski . Vero è che alcune popolazioni 
antiche illirie , ed epirotiche venivano pur dette macedoni , poiché il 
confine settentrionale della Macedonia giungeva sino a Durazzo , e pia 
oltre ancora sino ai monti sopra il fiume Drino ai tempi di Tito Livio, 
di Strabene , e di Tolomeo : che anzi Strabone ci dà di tale appella- 
tivo ragioni veramente etnologiche, dicendo che « nelP abito, nel modo 
di portare la chioma , nel dialetto, ed in altre tali cose quei popoli sono 
fra loro uguali , e però tutto il paese fino a Corcira chiamano alcuni 
Macedonia d a cominciare dai luoghi intorno la Pelagonia, la Deuriopide, 
la Linceslide, la Elimea, e l'Orestiade, che furono distinte col nome di 
« Macedonia superiore , e ultimamente libera (a) ». Ma questa osservazione 
porterebbe a dimostrare che non erano nel fondo etnologicafnenfe diversi 
gli miri ed Epiroti dai Macedoni . I quali tutti , come già i più antichi 
loro padri I Pelasgi , venivano dagli Èlleni considerati, e nominati bar- 
èar», perchò parlavano idioma diverso dall' ellenico . Ma di tale argo- 
mento ha trattato Hahn meglio di ogni altro (v. Hh. I, 211-254, segg.}, 
né io potrei fare pia che ripeterlo , e però a lui rimetto chi desiderasse 
maggiormente approfondire il soggetto . Per la recata testimonianza del 
diligentissimo Strabone intanto rimane dimostrata la identità etnologica 
degli fili rio-Macedoni e degli Epiroti, cioè dei popoli abitanti l'intiero 
paese ora detto Albania^ ciò che principalmente importava. Mi fermerò 
tuttavia a notare col prelodato scrittore (Hahn), come la distinzione fra 
lllirii ed Epiroti corrisponda pienamente, per i paesi a ciascuno asse- 
gnati dagli antichi geografi ed istorici , e per la linea di separazione fra 
loro alla presente divisione fra Gheghi e Toski . Poiché infatti , come 
Strabene minutamente descrive , la via Egnazia (v. Hh. I, 12-13, 2(7), 
che movendo da Durazzo e da Appollonia presso TAoo, conduceva a 
Tessaloniea , lasciava a destra le popolazioni epirotiche, a sinistra le illi- 
rie, senonchè a mezzodì vi erano commiste le due popolazioni , e le 
epirotiche in molti luoghi erano bilingui . Or questo ci rappresenta né 
pia né meno, quale noi lo conosciamo attualmente, il modo di essere 
delle due principali tribù albanesi, divise presso a poco dalla linea media 
fra i due capi della via Egnazia ^ la ghega e la toska; della quale ultima 
una parte , quella cioè che at>ita la Tesprozia , e molte altre regioni 
dell'Epiro proprio ^ parla il greco volgare non meno che lo schipico . Né 



(a) K.a( ^^ xai T« mpi A.\jyxy}9róv ^ xai IleÀayoytoey, xoc2 'O/0«9Tià^«, ìtui 'EJIu/accocv, 
Ti^y &9W Mocxs^ovcav ixàìouv, oi ^ wrtpov xxl èXtu^ipKv, "Evioi ^i xoci ^ùfinuvctif v^v 
fiixP^ ^^pxùpoci , Mocxs^ovcay irpoctar/optùovviv , acrtoAuyoDvrcf &jiot Órt xcci xovpA , xui 
itctXixrta , xai ;(^a/tu^ xai AXXoti rocourocc j^p&vr»t ncLpaxìn^Uoi . Ivtoc ^k xul ii~ 
yXwml ti9i . Strab. VII, § 8, pag. 54« edit. Cothj , Paris f 8t7. 

Plinio, Hi8t. IV, 17, chiama Macedonia, noo esclusa laMolosside, tutto T Epiro: « Haec 
eadem est Macedonia ca|U8 uno die Paotos Aemylius imper. noster 72 urbes direptas 
▼endidit». Come Macedonia chiama i'Illiride: « a Usso Macedoniae provincia, gentes 
Parthlni». Lib. III. 1 



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DISCORSO PBELiinifAIII XXXI 

la distinzione eostaftte fra le dae aehiatle , od ami la nimieizia che vi 
era spesso fra gli llliri e gli Epiroti» di che narrane specialmente Polibio 
nelle sue storie» e il Sicolo Diodoro, può far credere a difersa nazio- 
nalità . Poiché ancora di presente i ToskI non riconoscono siccome loro 
connazionali i Gheghi ( v. Hh. 11. ce), né i Gheghi considerano qaall 
Schipetari t Toski , ma gli uni e gli altri sono ben lungi dall* aver con- 
cepita l'idea della comune loro stirpe, e della patria complessiva di tutte 
le «enti illirio-^pirotiche . Tuttavia non è maggiore la differenza fra i 
dialetti ghego e tosko di quella che fra '1 tedesco idioma e l'olandese, 
a detta di Hahn , o al mio modo di vedere di quella che vi è fra i dia* 
letti meridionali , e i setlentrionali d' Italia : o più di quanta vi fosse già 
fra gli Eolo-Dori e gli Ioni dell* Eliade antica , ad es. gli Spartani e gli 
Ateniesi, di cui son note le lenghe e disastrose guerre, e la nimistà in- 
cessante fra loro. Ma la perpetua divisione dei due rami della medesima 
stirpe, che dalla storia cosi come dalla lingua si rileva dover rimontare 
ad un alta antichità, le condizioni politiche in cui si sono trovato, e 
le divergenze religiose che si sono poi aggiunte a lutto il resto , e prin- 
cipalmente il difetto comune di civiltà, mantengano adesso, e chi sa 
per quanto ancora manterranno l'avversione antica fra la superiore e 
r inferiore Albania. Ed infatti ; oltre a quanto ne fa sapere l' Hahn via- 
suto lungamente nei paesi dei To.^ki , e che visitò pure quelli dei Gheghi; 
nei canti dell'alta Albania pubblicati dall' Hecquard s' incontrano fre- 
quenti ed energiche dimostrazioni di nemicizla verso i Toski , a testi- 
monianza di quel che sopra è detto: « Battete, o cuori, battete, che noi 
« abbiamo vinto i Toski . Scolari la bellicosa si è misurata cogli eroi 
« della Romelia ( alludesi atta guerra di Mahmud Pascià contro Kurd 
« pascià di fiorai , nel 1795 : Hecquard. p. 496 ) . Ei dissero a Mullah 
« Hussein ( poeta albanese maomettano ) : Tabachi e Terzi ( due quar- 
«r lieri di Scutari ) si sono messi in moto ; i Toski si sono incontrali coi 
« Gheghi . Essi vogliono un canto in memoria di questo avvenimento. . • 
« ... La morte vi attende ; i vostri Toski crivellati dalle palle mostrano 
a la loro abilità nella corsa. Lungamente si rammenteranno del valore 
« dei Gheghi n . Cosi nella Canzone in onore di Elia lubani , che pure 
appartiene a cristiani, si legge (v. Hecq. p. 80t): « Incomincia il combatti- 
« mento; le palle omicide volano d'ambe le parti; quelle di Elia hanno 
« già percosso gran numero di Toski • G(i yatagani risplendono al sole, 
« ma il loro splendore è ben presto offuscato dal sangue che per il mas- 
er sacro dei Toski scorre come fìume ». Ed in quella del principe dei 
Mireditì Alessando il nero (a) : « Andate , o Toski , non abbiate pia pan- 



ia) Ai9f 1 ^. li padre di qaesto fu nel oombatUneoto di Carpeoisi dote mori 1* eroe 
M. Bozzari , e dicesi ( v. Hecquard op. o.) nella sot tenda , che U SuUoia •se» presa per 
quella del ptaeià di Seutari llastafft . La iìraunide torce , e le divisioni dell* Albania 
portarono in quella memoranda guerra della libertà ellenica gli Albanesi a combatterai 
Tra loro. Ed oasi a seconda della religione (o della tribù) cui apparteaevaoo, erano il 
nerbo delle schiere elleniche, o delle ottomane: sventura suprema per la nazione, e per 
la grande patria panellenica 1 11 padre di l4$h i sii era il principe Doda , avo dell' attuale 
principe dei Mirediti Bib Doda (Hecq.). 

I Mirediti costretti dalla povertà delle l«ro terre, non meno che animati dal loro 



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UHI MSC0B8O PBEUmNARB 

« r« , se questo è il giorno iq che mi si deve dar mocte, Don mi lasciale 
« solo; imparale da me come muore un uomo caraggioso » . Non si po- 
trebbero nutrire diversi sentimenti di odio e di spteizo quando si trai* 
(asse fra Greci e Turchi , anziché fra Albanesi ed Albanesi , cioè tra fra- 
telli! Opera di civiltà, che dovrebbe star a cuore specialmente alle poche 
frazioni di Albanesi della Grecia e dellllalia, illuminali dalla coltura reli- 
giosa e morale, ma soprattutto interessare la Ellenia rediviva, esser dee 
ìfii cessazione delle animosità frai membri di una stessa famiglia 7 comun- 
que per nome, per dialetto, per indole, ed anco per religione diversi. 
Perocché il riconoscersi, e riguardarsi fratelli sia il primo passo alla co- 
mune emancipazione, ed allo innalzamento di una patria che ha pure 
tanti titoli alla venerazione del mondo . 

V Adendo già dato qualche cenno intorno all'epoca dell'apparizione del 
nome Albanese , e intomo allo stato e alle vicende delle provìncie che. 
ooatituisceno l'Albania, circa il tempo della nuova manifestazione sopra 
detta $ riconoscendo tuttavia nel popolo risorto a una propria vita islorica 
i successori e nepoti delle antiche illustri nazioni dell' llliria macedonica, 
e dell' £pire, stimo prezzo dell'opera riandare brevissimamente i fatti 
capitali della storia loro fino dai più remoti tempi , e notare le relazioni 
ehe ebbero le une colle altre e colla Grecia propria . 

£ noto come la Macedonia , V Epiro e V llliride , avessero sempre in 
antico una esistenza politica distinta fino a che non divennero Provincie 
romane . E delle due prime sono abbastanza note le vicende e le rela- 
zioni colla Grecia inferiore : meno conosciute forse quelle della llliride; 
onde non sarà inutile darne qualche cenno. Fino dai primordii della 
storia , e delle memorie elleniche^ gli Illirii ebbero strette relazioni colla 
Grecia propria, o inferiore, non che colla Macedonia e l'Epiro. Sa 
si rioerchi la origine stessa del nome lUirie molli lo ripetono da Hylla 
figlio di Ercole, e di Melila, il quale occupò parte dell' llliria; mentre 
questo, un altro Hyllo di Ercole, die il nome ad una dello tre antiche 
tribù doriche (TAAcc^), con cui Miiller ( Doritr i, 11) mette in relazione 
gli miri , od Hylli di Scilace , e di Scimno . La opinione che ha mag* 
gior fondamento istorìco é forse quella che lo deriva da lllirio figlio di 
Cadmo (a) e di Armonia, recalisi a dimorare neir llliria, ove essi mori- 
rono « Ora p«r quanto si vogliano supporre mitici questi personaggi non 



gueriiero carattere , tianoo avuto per oestume di militare , come gli antichi capitaoi dì 
vealara . Ma essi si soo fatti aenpre a^nalare per bravura e magoanimitè . Al quii 
proposito piacemi ricordare un fatto narrato da Pouquevllle ( Rigener. della Grecia ) . 
Quando il feroce Ali di Tepelen ebbe rauoali in un chiuso recinto i miseri abitanti di 
Gardiki, a sodisfare la sua vendetta chiamò primi i Hirediti, ohe erano al suo soldo, per- 
chè ne facessero strage , ma essi seppero rispondere che erano militari 'valorosi oohi 
assassini degli inermi • Gli altri Albanesi , musulmani , si scusarono col pretesto di non 
voler uccidere i loro oorreligionari . Il tiranno dovè ricorrere ad aksuni soMavi per com-» 
piere r inumano disegno. 

(a) Apollonio, Palefato, Apoliodoro, Stefano bizant. 

Né tutti ammettono che iladmo fosse un Fenicio o non piuttosto un Tirreno Pelasgo, 
cf. Hh. I, 220 . — Quivi a pag. 259, segg. veggasi iin riievante paragone fra gH osi do- 
rici , e quelli degli Albanesi specialmente Gbeghi odierni ( Hylli degli aatiebi . ). 



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mscoRso ntELiviNiRe xxxiii 

m potrebbe negare oh fondamento storico alle traditìoni di oomonanza 
originale tra gli lllini e i Dori , ma specialmente di emigraiioni beotiche 
nella liliria . Erodoto Infatti ( L. V, di ) narra di una piò recente emi- 
grazione, che sarebbe la seconda, (ta gli Illiri , sotto Laodamante figlio 
di Eteocle nei tempi posteriori alla guerra tebana dei sette. Strabene 
( L. VII } conferma la venula di Cadmo ed Ermione , od Armonìa , a 
stabilirsi neir Illi ride fra gli Bnchelii ; cui altri due illiri di stirpe^ ed 
altri epiroti, come accade di molti fra quei popoli (Hh. I, 219); dove 
i loro discendenti lungamente regnarono . Per lo che con ragione esser* 
vava il Mallebron (Géogr. Univ. L. 119) Cadmo siccome fondatore di 
nazioni appartenere non meno alla lliiria , che alla Beozia . Poiché è 
noto che per lo più nella storia mitica degli antichi significavaosi colle 
- dinastie le nazioni ; ed anche rispetto alla Macedonia , e all' Epiro le tra- 
dizioni <li comune origine cogli Elleni serbaronsi principalmente per le 
dinastie ; per quella degli Eacidi nell' Epiro (o dei Pirridi ), e per la di- 
nastia argiva nella Maeedonii^. Entro tale ciclo di idee il vecchio Pelasgo 
fu detto il primo che regnasse in Epiro ( Plut. in Pirro ) ; ciò ohe viene 
spiegalo dagli altri, ì quali ne mostrano pelasgi gli Epiroti ( Strab., Brod., 
Stef. Biz., Scimno), e sede precipua di quegli antichi il paese loro, E 
Deucalione fu detto regnante in Epiro, e fondatore di Dodona.Da taluni, 
frai quali Hahn , si nota acutamente la medesimezza radicale del nome 
degli Elleni , e degli Illiri ; poiché questi fur detti prima Hylli , Hylleoi, 
e Hyllini ( ef. Hellenes ), quindi Qillirì , ed lilyri , Illinlci , e Illyrici (a). 
Del resto é noto che In Epiro fu la prima EUad$ (Ariatot. Meteor. 
i, 14) e i primi Greci (b), e gli EUi^ e SelH erano Dodonel (Om. II. XVI, 
223. seg. ), come 2vA/Mt« una gente di Caonia (Stefan.f Eostat: v. Hh. 
I, 231, 255) ed 'EAcyei , una città tesprotide. È anco notevolissima cosa, 
che i nomi dei più illustri personaggi fra gli Illiri , si come fra I Ma- 
cedoni e gli Epiroti , suonano per la maggior parte ellenici : mentre 
vi é pure qualcuno che ricorda parole albanesi , quale Dardas , e Derdas, 
nomi di un Epirota e di un II li rio-Macedone (Tit. Liv. XXIV, 12; Thucid. 
1, 57-9. ), e parecchi dei più antichi pelasgo-^Ueni: Deucalione, Cedro 
( cf. Hh. I 229, 254 ) , Pirra ( cioè B u r r a ) , ed altri . 

Secondo alcuni storici un Clinico, creduto nipote di Ercole, e figlio 
di Hyllo , re degli Illiri, prese parte alla guerra di Troja dando ai Greci 
un valido soccorso di 72 navi. £ di questo Hyllo, di Ercole, ceppo di 
una parte degli Illiri (Hyllini ), sposò la nipote, Lanassa, Pirro di Achille, 
onde la dinastia eacide d' Epiro . Così gli abitanti dei dintorni di Dodo- 
na, barbari^ secondo Strabene, od Epiroti non Elleni, militarono coi Greci 
contro la Troade (e). 1 Tesproti poi cogli Acarnani , e in qualche modo 



(a) La probabile radice di lAAtjv-cf , e di itXXt¥~ol, parrebbeml a va r, gr. P«>, mì, 
a, onde aéy-»j, mij#, lAwai, etc. , cotoe 6AA<»-*« (Skylax). Ma gioverà oaaervare 
cbe di queste variazioni ai ha noe prova neli' albaneae attuale, dove ed c^, oiA«$gr. 
rispondono 7A-<, ed uXti^ e aiJ^a, la HelU, lo 9plendor0 ecc, 

ib) 'H *EAiflc« ^ «px«?« à<$Tbf A w«/»i '^^ A«*c4»»i¥ , xal róv 'Ax*^^^ ' *«•"" W •*, 
UXXel IvToeudflC, x«l oi naXoù/uvùi r^t /Ui» Tpùmol, ¥Wf ik "EXÌn^i, Ariaiot. I. e. 

(e) Omero Ih II, 74». t^ ^ *£»««*«« Iw^vw, /Atl^^móX^flo^ rc-nc^ai^ol — O? mpi 

AwJfiivni» <rwx«</*V»^ »«'«** i^ivro, xrX. Cf. Strab. L. VII: Om. W, 133. $egg. 

C 



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XXXIV DISCORSO PRELHIINARB 

anche i Macedoni, nei tempi storici, ajotarono la Grecia contro la prima 
invasione de' Persiani ( Herodot. L. Vili, 47, IX, 44-5 ) : e nella lunga 
guerra peloponnesiaca, 'tulli i popoli epirotici, i Macedoni cogli altri 
barbari, al dire di Tucidide (L. 11, 80, IV 83, 124-8), e gli lUirì, no- 
minatamenle i Lineasti sotto Arribeo della stirpe dei Bacchiadi ( Slrab. 
L. VII.) congiunto in parentela a Filippo di Macedonia, vi ebbero parte 
grandissima . L' llliride e 1* Epiro furono colla Macedonia partecipi della 
egemonìa ellenica; e da se sole tentarono afferrarla sotto il grande Pir- 
ro, poiché r llliride non poteva influire sulla Grecia che per la via del- 
l'Epiro della Macedonia . E Pirro fu sostenuto da Glaucla re degli Illiri, 
i quali ebbero sempro molta influenza negli affari epirotici. L'alto Epiro 
poi fu spesse volte soggetto al regno illirìo , atteso che i re detti di Epi- 
ro non possedessero che la parte più meridionale di questa regione, 
dalla Tesprozia al golfo d' Ambracia , onde essi non erano veramente che 
re dei Molossi. Né prima di Pirro ^11) la monarchia molottica, sebbene 
lodata da Aristotele (Poiitie. Vili, 8, 9; per la sua moderatezza, ebbe 
gran nome. Dei quindici re, da Pirro (I) di Achille, sino aTaripa, Il 
solo Admeto è noto alta storia , presso cui si ricoverò Temistocle ( Pau- 
san. I ). Alceta figlio di Taripa ebbe ajoto dagli lllirì , ed alleato poi cogli 
Ateniesi, per opera di Timoteo ateniese, mandò ad educare fra quei citta- 
dini il figlio Arimba, Il quale in premio di aver dato più larga costituzione 
al regno ne ebbe che invece del suo Eacide, fosse dopo lui portalo al tro- 
no, il figlio del fratello Neotlolemo, Alessandro, cognato a Filippo di 
Macedonia che avea sposato la célèbre Olimpiade di lui sorella. Morto 
però Alessandro nella s()edizìone d' Italia ; meno felice di quella del nipote 
in Asia ; regnò poi Eacide , cui successe Alceta 11 di lui fratello mag- 
giore , e quindi il figlio di Eacide Pirro il grande . Ma il lustro che que- 
sti diede all'Epiro, né la potenza non fu mantenuta dal 11 Alessandro, 
e dal 111 Pirro padre di Deidamia ultimo rampollo degli Eacidi. Dopo che 
l'Epiro meridionale governatosi democraticamente pèrde ogni forza, e 
divenne preda degli intriganti, e dei vicini, finché cadde in potere dei 
Romani circa lo stesso tempo che il resto d^Epiro e l' llliride. 

Ora, per tornare.alla storia particolare di questo paese, vero é che i Li- 
burnì^ popolo dell'Asia, poco dopo i tempi della guerra troiana, diconsi ve- 
nuti a invadere l' llliria , onde fu costretto il re Daunio figlio di Clinico a 
rifugiarsi in Italia; ma i Liburni , più presto che in tempi meno antichi 
non accadde ai Serbi , dovettero ritirarsi al di là dei monti nella Dahna- 
zia, o più propriamente nella Liburnia. Le quali provincie anzi furono 
soggette al regno illirico, ed ebbero parte di popolazione illiria (gli 
Ardiei : Strab. VII ) , sebbene l' llliria cominciasse veramente dal golfo 
Rizonico , ora bocche di Cattare , stendendosi fino ai Cerauni . Anche i 
Galli invasero più d'una volta l' llliride, la Macedonia, l'Epiro, e la 
Grecia tutta , ma non vi si poterono stabilire ; vi rimasero bensì dei 
coloni agricoltori, come de' suoi tempi attesta Tito Livio per la Mace- 
donia, residuo probabilmente della ultima invasione accaduta circa l'a. 
279 av. Cr. (Plutarco, Polibio, Giustino). Gli lllirl come gli Epìroti, 
accolsero nel loro paese parecchie colonie elleniche, delle quali la più 
celebre fu Epidamno, cioè Durazzo, e nella parte meridionale Apollonia. 
Essi furono alleati di Dionisio il vecchio di Siracusa, che fondò Lisso, 



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DISCORSO PRELIMINARE XXX? 

poi delta Alessio, longo il Orino: ma sotto Dionisio il giovine ei si ri- 
presero tolto il litlorale . Bardiles » o Bardilo (a) , che è dopo qael tempo 
il primo re di col si conosca il nome, dominò lotto il paese da sopra 
Rizone, avendo a capitale Seodra, fino ai Ceraoni non solo, ma con- 
quistò od invase l'Epiro, meno forse la Molottide, ed in parte la Mace- 
donia cui sottopose a tributo. Né sembra che fosse questa la prima spe- 
dizione illirìa sopra la Macedonia , poiché si hanno indizii , come nota 
Hahn (b\ di non passeggiera dipendenza della Macedonia dalla lUiride, 
donde pare anzi che venisse la popolazione , e giusta una probabile con- 
gettura di alcuni (Abel, Hahn, Fallmerayer) anco la dinastia macedo- 
nica. La quale provenuta, secondo questa opinione, dall'Argo oresli- 
co (e) si disse poi Argiva del Peloponneso , e tale fu cre<lota per utile 
finzione . Ma Bardile non seppe conservare la sua superiorità . Vinto da 
Filippo d' Aminla padre del grande Alessandro ( 359, av. Cr. ) ei dovè 
ritirarsi al di là dei Cerauni , abbandonando l' Epiro di coi le Provincie 
marittime (Caoaia) reggevansi democraticamente (Tucid. 11. ce.) (d): né 
l'alleanza coi Peoni e coi Traci lo salvò da una seconda disfatta avuta per 
opera di Parmeniooe ; dopo che fu costretto alla sua volta di pagar tri- 
buto aUa Macedonia . dito e Glauco , suoi figli, si divisero l' llliria, toc- 
cando al primo il territorio dal Orino in so colle regioni non illìriche, 
e al secondo dal Orino ai Cerauni • Ambedue guerreggiarono coi Mace- 
doni e cogli Elioni contro i Persi. Glauco , o Glaucia; la coi moglie Eroa 
veniva dalla casa degli Eacidi; denominato re dei Taulanti fu quegli che 
salvò Pirro fonciullo persegoitato da Cassandre, e lo ripose sul trono della 
Molottide, come già i suoi antenati stretti in lega con Oionisio aveano 
fatto a prò di Alceta figlio di Taripa (Oiod. Sic. XV, IS). Pleorato 
succeduto al padre Glauco ebbe ad erede Agrone , il quale riunì da capo 
il regno illirio, e conquistò In gran parte l'Epiro, tolse Epidamno ai 
Coroiresi, vinse questi, e sconfisse in più incontri le flotte elleniche. 
Agrone morendo di stravizio lasciò (S3S, av. Cr.) la moglie Tenta tu- 
Irice del figlio Pineo» natogli dalla prima moglie Triteuta , che divisa da 
lui avea poi sposato no Oemetrio di Para, o Faro, isola e città della llliria. 
Costei molestò ed invase T Epiro caduto in preda all' anarchia dopo spenta 



(a) Bardyles potrebbe interpretarsi da bàtpi-ZXe ^ bianca 9UUa, o /urne; se non 
vogliasi riferire al gr. fiàpàv^ :=z fipx^i . Al qual proposito mi sovviene di osservare 
cbe il gr ap/d«Tale bianco, e tardo j or la consonanza di hkpèi alb. col^à^Ju-( greco, 
non è forse dei tutto casuale. 

(b) Cf. Abel , Lm Md^idonià avanti Filippo . 

(e) La provincia Orestide, parte dell' llliride . era abiUU da una tribù epirotioa (Strab.), 
e tecoodo Stet Biz. molottioa: ma Polibio dice gli Oresti, nacedoDi. Del resto si è già 
acceopato cbe gli aoticbt scambUvaoo spesso le deoomJBasiooi di Bpiroti . di Uliri , ed 
Infine di Macedoai fra quei popoli a cagione della loro consanguineità ( cf. Hh, I. 215-^1 ). 
I Liocesti ad es. sono macedoni per Tucidide , ilUri per Strabene , gli AUntani epiroti 
secondo questo, iliiri a detta di Scilace, ed Appiano. Stef. Biz. estende V llliria fino al- 
r Atamania, cioè alla Tessaglia , certo per comprendervi tutte le nazioni epirotlche . 

(d) Aocbe i Tesproti, secondo Tucidide (11, 80), ai tempi della guerra peloponne- 
siaca , erano senza re , onde è chiaro che non faoeano parte sino allora del regno mo< 
lottico . 



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XXXVI eiSGOBSO PRELIMINARE 

la dinaslìa degli. Eacidi eolla uccisiooe di Deidamia pronipote del grande 
Pirro . Teuta ebbe pere V audacia di provocare V ira dei Romani già falU 
potenti, ma vinta dovè cedere parte del regno. Morta lei, tutore del fan- 
ciullo Fineo rimase il sunnorainalo Demetrio di Fara, amico dei Romani, 
coi avea ceduto Corcira nella guerra loro contro Teuta. Ma Demetrio 
ben presto disgustato dei Romani cercò, appoggialo da Filippo di Macedo- 
nia, di riacquistare il regno intiero. Il Console Emilio però lo vinse, di- 
strusse Fara, e non lasciò a Fineo che V Illiria da presso il Drino in so, to- 
gliendogli le Provincie pno ai Cerauni. L* ultimo re Geniio, figlio di Pleu- 
ralo e di Euridice , fu crudele a segno di mettere a morte i due suoi fra- 
telli Caravantio, e Flatore; di che venne in odio ai sudditi per modo che 
le popolazioni al di là dei monti fra il Neato e la Narenta si staccarono 
dal regno illirio, e si dissero poi sempre Dalmati, onde è a conchiodere 
che ei lion fossero , per la maggior parte almeno , dì stirpe illiria come 
si è accennalo altra volta ^ e si rileva por anche da Strabene . Genzio 
s'inimicò ì Romani, alleandosi con Perseo di Macedonia, e vinto in un 
mese dal pretore Anicio fu condotto prigioniero a Roma oolla sua fami- 
glia. I Romani, distruggendo il regno d' Illiria, divisero il paese in tre 
distretti , con a capo Dirrachio, Scodra, ed Olcinio (Dulcìgno) eoo 
Rizone, e dettero una apparente libertà agli Uliri , i quali però si ribel- 
larono più volte insieme coi loro vicini i Dalmati • V Illiria meridionale 
stava congiunta alla provincia di Macedonia . 

Fin da quando Ottaviano Augusto, ed Antonio si divisero i possedi- 
menti della repubblica , Scodra col suo territorio fu il confine delle n»- 
gioni d'Oriente (Appiano), essendo ciò pur conforme alle esigenze della 
geografia, la quale ci mostra i termini della penisola orientalo greco^illìriea 
all'Emo verso levante, e allo Scodro verso ponente. Ma, sbarazzatosi 
deiremulo colla vittoria di Azio, allorché Augusto volle riordinare l'impe- 
ro, chiamò Illiria tutto il paese dall'Arsa al Drino^ e dalla Sava all'Adria- 
tico, cioè comprese in quel nome, impropriamente dato, l'alta Albania, 
la Rosoia , l' Erzegovina , la Croazia , e la Servia : in appresso tutta la 
penisola orientale, non esclusa la Grecia, fu detta Illirico (a). Sotto Tioa- 
pero d' Oriente , cui per la sua posizione geografica appartenne sempre, 
r Albania media veniva chiamata più propriamente Nuovo Epiro , ma vi 
si comprendeva ancor l' alta, che ebbe però il nome particolare di Preva- 
litana con Scodra per metropoli. 

La Macedonia, l'illiride, e l'Epiro, cadute insieme sotto i colpi di 
Paolo Emilio ( 168, av. Cr. ) che distrusse barbaramente , e con perfidia, 
in un sol giorno settantadue città epiroliche (al dire di Strabene, la 
maggior parte dei Molossi), e portò in schiavitù 150,000 uomini, ebbero 
lungamente fra loro la comunanza della soggezione ai prepotenti stra- 
nieri . I Romani per meglio dominare aveano reso quasi nn deserto TU- 
liride e l'Epiro come ne fa fede Strabene, testimonio oculare, ad ecce- 
zione di poche città fiorenti, quali Dirrachio, Apollooia, e Nicopoli. Ma le 
antiche genti epirotiche, illirie, macedoniche, tracie, che come egli nota, 
circondavano la Grecia di sopra e di fianco , e le illirio-epirotiche segna- 



la) cr. r importantissima opera del Parlati « Ulyrieum saerum » 

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DI8G0M0 PRELUUNARB XXWII 

tameote, soMislevano latlaYia nei caolonì mootoMi, sparse in pieeoli 
villaggi , oone di presento , con poca soggeiione ai padroni del mondo. 
Dall'eia di quello seriUore, e dì Tolomeo, fra l'anarchia dell' impero, 
e le continae (urboleoze , ma più Yeramento per le invasioni dei barbari 
sparirono i Traci , e i Macedoni orientali , cioè dì quella Macedonia , che 
secondo Strabone sarebbe delta inferiore , o bassa ( cf. Tocid. che la dice 
marittima ,11, 99), a distinzione dell'alta chiamala da ultimo Ubèra (a), 
che fa parte dell'antica lllirìde, e della media Albania attuale. Quei 
popoli si oHitarono parte in Elleni , ì più vennero assorbiti dagli Slavi e 
dai Bulgari , e parie divennero Romeni. Ma nella Macedonia occidentale, 
ed alta , insieme alla lllirìde intiera , e alle regioni montuose dell' Epiro 
vecchio , che fin dai più remoti tempi appariscono sede propria dei Pela- 
sgi, si mantenne indomita mia popolazione fiera , la quale ebbe vigore di 
non farsi assorbire dai Romani (b), e molto meno poi dagli Slavi, o dai Bul- 
gari , ed è quella stossa che si mantiene ora sotto i Turchi , i quali non 
sono mai giunti a soggiogarla intieramente . Siccome i Baschi dei monti 
Pirenei , ad onta della dominazione romana , della secolare invasione 
gotica , e deBa politica francese e spagauola , si sono mantenuti gli stessi 
con la loro lingua e il loro carattere nazionale dai tempi dì Scipione e 
di Annibale fino a noi , quantunque faccian parte della Spagna ; non al- 
trimenti gli lllirio*Epiroti, ovvero Schipetari, si mantengono quali erano 
ai tempi di Pirro e d'Alessandro, non che a quelli di Soanderbeg. Quan- 
do altro argomento non fosse , dalla lingua degli Albanesi ò dimostrato 
ehe ei sono in Europa non meno antichi dei Celti, e degli Elioni , sen- 
tenziava il Maltebrun; e ciò molto più è a dire dopo i lavori di Hahn, sullo 
schipico idioma, e di quei che lo hanno seguito. Gli Albanesi danno esempio 
di straordinaria tenacità dei costumi antichi, e dell'indole nazionale. Que- 
gli stessi fra loro che esposti alle angherie dei Torchi , e più amanti della 
libertà che della fede, abbracciarono la religione maomettana, noi fecero, 
a detta di Fallmerayer , che per politica speculazione , ma essi conser- 
vano sempre il carattere , la lingua , i costumi medesimi degli altri loro 
connazionali . £ anzi cosa degna di ricordanza , che molli di costoro 
si nella media , come nell' alta e nella bassa Albania, non sono musulmani 
ehe in apparenza , onde sottrarsi alle vessazioni turchesche . 

Dai tempi di Tolomeo, per circa mille anni la storia non fa parti- 
colare menzione dei popoli indìgeni dell' lllirio«-Epiro, stremati dì numero, 
e rintanati sui loro monti inaccessibili . Essi nel corso della lunga notte 
medievale, fino quasi al suo declinare, andaron confusi sotto il nome dei 
dominatori romani , o bizantini . Le prime prove del risvegliarsi di 
quelle antiche genti, ne rappresentano il popolo illirio-epirotico (ormai 
sotto il nome dì Albani, o Arbanilì) in islato di lotta ^ontro i domina- 
tori . Ciò indica per vero dire il carattere predominante della nazione , 
intollerante di freno > bellicosa, indipendente, e che assai cresciuta di 



(a) Questa è , • quinto pare » la stessa obe oel secolo di Nerone era detta Macedo- 
nia f ajatom , dove si rifug arooo molti oristiaoi per fuggire la persecuzione dei tiranni 
( cf. Pouque ville Voyage en Orice T. 111).. 

(b) Leake, Retcarchet in Greece; Travelt in Bortb. Greece: Thunmann op. c: Mal* 
tebrun 1. c: Habn, Fallmerayer, opp. ce. 



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IIXVIII DISCORSO PBEUmNARE 

nomerò, e rimpolpatasi adi lungo sonno, mal sapea sobbarcarsi al giogo. 
Un (ale carattere infatti si rinviene fino dai remoti tempi negli abitanti 
delle regioni illirio-epirotiche ; ed il medesimo traspira anche adesso dalle 
tradizioni, dai costami, e dai canti nazionali. Tucidide ci descrive gli 
Epiroti dei suoi tempi che vivevano sempre armati (a) JCMue gli Albanesi 
presenti, i quali, al dire di Hecquard, interrogati perchè neppure in chiesa 
abbandonino il loro fucile rispondono non impedir questo il pregare, ma 
ricordare bensì il rispello che ognuno deve all'altro. Simile era il co- 
stume dei Macedoni ( v. Q. Curzio ) , ed Omero degli altri Greci narra 
come anco nelle assemblee andassero armati . Dal citato storico ateniese, 
confermato poi da Polibio, e dai susseguenti scrittori, sappiamo che gli 
Epiroti , e gli llliri , come i Tessali e gli Etoli ( i quali ultimi secondo 
molti erano di schiatta illìria ) gente fiera e indisciplinata , quanto valo- 
rosa, militavano volentieri per mercede come gli Albanesi dei nostri 
giorni . Fra mezzo però alla ferocia , e alla rozzezza di questo popolo , 
inviolabile per lui è la donna, specialmente fanciulla, venerata la canizie, 
come ai tempi omerici , e non meno sacro il suo fivópt ( dell' alla Albania: 
Hecq.}, il che |<yo« degli antichi Elleni (b) • Ma dei costumi tratta larga- 
mente r Hahn , il quale con grande erudizione e diligenza ne rileva la 
sorprendente analogia, o medesimezza cogli antichissimi della stirpe in- 
tiera pelasgo-ellenica (v. 1, 143 segg.); T Hecquard vi aggiunge la de- 
scrizione di quei dell'alta Albania, e specialmente dei lìberi montanari 
{MaXittópt) del pascialicalo di Scolari r più ampiamente che non facesse 
Hahn . Anche il Ferrari ( Coslumi d* Europa) narra di parecchi usi alba- 
nesi, che ricordano vivamente la Macedonia, e l'antica gente dorica; 
e il Dorsa ne descrive quelli delle colonie d' Italia . Il carattere albanése 
invero , a detta di chi ha vissuto fra quei popoli , ha qualche cosa dì 
grandioso , e quasi direi titanico ; ma pur troppo è spesso rivolto a male 
come di gente incolla, ed indocile, quanto intrepida, ìnfatigabile , e ar- 
dente . Esso però la dimostra idonea alle più grandi cose in guerra e in 
pace quando educala fosse a civiltà . e a religione , ed imparasse a ris- 
guardare come proprio bene tultociò che è bene della nazione e della 
patria comune • Bellissimo tipo di virtù cittadina insieme e militare fral 
moderni splende la persona dell'albanese Marco Bozzari, che in so 
compendia la storia delle gloriose rupi di Suli : e gli altri Albanesi cri- 
stiani dell'Epiro, dell'Eliade, e del Peloponneso, come quei delle isole 
greche (e), si mostrarono nella guerra sacra della ellenica indipendenza 
capaci dei più grandi sacrifici , e di incomparabile valore . Il genio guer- 



ci) Tò fi 9if^pofQp9,l9ÒoLi T9vro({ TOc{ ii'Ktipdtxxii Pino t9{ 9roeAàca« A)99Tc/«$ i/u/te- 

fliVTHXtV, 1| 5. 

(b) La voce ft-vipi, VotpUe, parmi ootevoUssima per la relazione col /*y^a, ftvo/a, 
dimeitickezza , dei Cretesi , onde il /iveUtrm , famigliare , e quiodi «citavo . 

(e) HahD ci fa sapere partitamente (1, 14) che io tulle le proviociedel regno elle- 
nico vi sono paesi albanesi tranne TEtolia, l'Acarnania, la Laconia, laMessenia. Gli 
Schipetari costituiscono la maggioranza della popolazione nella Beozia , nel!' Attica , in 
Megara , e neir Ar gelide . Le isole di Idra , Spezia , Poro , Salamina sono popolate esclu- 
sivamente di Albanesi. Ed essi hanno quasi tutu la parte meridionale dell' Eubea, e la 
settentrionale deir isola di Andro . 



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DlflCOKSO fRELIMINARB XXXIX 

riero è eerto il pie spiccalo carattere Mio Schipefaro; roa desdo è atto 
non meno ad ogni altra capacità. L'Hecqaard loaHérma dotalo di rara 
tatelligeoBa ; ed et parla dei Gkeghi , i qaali pore son tenuti dai Toaki 
siccome tardi d' ingegno . A qoesti rendono gtostiiia gli Elioni per il lato 
non meno del coraggio che della mente: e neir Epiro come nel resto della 
Grecia Albani «d EHeni in nulla fra loro si distinguono (a), fuorché nella 
maggiore energia dei primi. Ma è ricordevole in modo particolare ciò che 
asserisce T Arabanlino nelle Cronaehé di Epiro: comunque ei non fosse 
molto amico in generale degli Albani per la ragione, dell' esser molti di 
questi sventnratamente maomettani di religione ; che se vi furono uomi- 
ni di mente, frai satrapi musulmani preposti a governare l'Epiro, e«l 
altre provincie della Turchia , da molto tempo in qua , essi furono di 
stirpe albanese o greca. Fra gli Epiroti cristiani, sebbene misti di am- 
bedue le famiglie sorelle, e fra gli Albani di Grecia ebbero i natali molti dei 
più insigni uomini della Ellenia moderna; e non solo dei capitani di terra 
e di mare, che ne contano il maggior numero, ma pur degli uomini di 
lettere. Quei delle scarse colonie d' ItaKa si sono mostrati in molte occasioni 
non dissìmili dai loro fratelli d'Oriente: e frai letterati di grido vantano 
un Pasquale Baia di S. Sofia, eHenisla sapiente, noto all'Europa come 
primo decifratore delle pergamene greche dei napoletani archivii; un 
Costantino Costantini di Piana de' Greci, giureconsulto, e buono scrittore 
Italiano in verso e in prosa ; non che molti altri scrittori , eruditi ; ed 
ellenisti di vaglia, frai quali il recente M. Gius. Crisp(, di Palano Adria- 
no , ultimo vescovo deputalo alle ordinazioni sacre nel rito greco per le 
colonie greco- albanesi di Sicilia (b) . 



(a) V. UtppKifiòi Xpt9rùf6p0i, 'Ivropia, rou looXhv xeci rlji TlApyeii. 'A5«i«. 1857. 

(b V. Dorsa , Rietreht a P$n$iBri , p. 68-75-99. Nel libro qui citato «i baiioo molte 
saccinte Delizie lotoroo alle vieende , e agli domini illustri delle colonie Italo -albanesi . 
lo amo però di ricordare perticolarmente il nome di qnell* insigne uomo etie fu il 
p. Giorgio Gazzetta di Piana, morto in Palermo, io età di 76 anni, nel 1756, « chiaro 
per dottrina, erudizione, e Tirtù » non oomoni. Se egli ebbe lode per la scienza, 
di che ne rimangono alcuni documenti , Il titolo maggiore alia gratitudine immortale dei 
suoi connazionali , e ali* ammirazione degli uomini di cuore , gli viene dalle grandi opere 
compiute per lui, comecché privo di mezzi, a prò dolle colonie siculo-albanesi. Egli 
riusci ad istituire un Collegio in Halermo pei giovani delia sua nazione, eresse in Piana 
un Ritiro pei sacerdoti celibi di rito greco, e un Collegio di Maria per l'educazione 
delle fanciulle. Monsignor Rodotà (Samuele- Felice) nel proseguire 1* opera intrapresa 
gii dal benemerito suo fratello Stefano onde ottenere P erezione di un Ck»ilegio per le 
colonie albanesi di Calabria, venne coadiuvato in Roma da potenti e benevole persone , 
sicché, istituito il Ck»llegio in S. Benedetto Oliano sua patria nel 1731 , egli due anni 
dopo veniva prescelto alla digoiti del vescovato di rito greco in Calabria, eretto nel 1735 
con bolla del 10 giugno, emanata da Clemente XII Ma il p. Giorgio Gozzetta bastò solo 
al compimento delle tre opere ricordate innanzi, che attestano di lui la grandezza del- 
r animo , e della mente . 

Egli non visse abbastanza per ottenere anehe alle colonie greco-albaneai di Sicilia 
un vescovato di rito greco , onde non fossero con grave incomodo costretti gli ordi- 
nandi al sacerdozio di valicare il mare; ma rieseirono a tanto i suoi amici e disce- 
poli seguaci de* suoi esempi , e nel 1784 Giorgio Stasi veniva eletto primo al veaoovato 
greco di Palermo Istituito con bolla del 6 febbrajo di detto anno dal PP. Pio VI. — > Le 



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XL NSCOiSO raBLiMINABE 

Ma tulio ohe doIaU d' ingegno , animali da spirito indipeodenie , in- 
signi per bravura inèooiparabile » gli Albanesi dopo il nulle dell' era 
volgare , come già i loro antenati dell' evo aaticcf^ certo per l' eccessivo 
sentimento personale e manicipale ^ e per l' intollerania di disciplina « 
non seppero mai unirsi in un corpo solo di nazione: ed appena la tem^ 
poranea prevalenza di un re o principe, o qualche passeggera federa^ 
zione tra llliri e Macedoni , o Epìroti , o tra soli Epiroti , contro i Ro^ 
mani , e nei tempi di Scanderbeg fra Gbeghi e Toski contro i Turchi , 
polé per poco riunire le forze della nazione a sostegno della propria 
salvezza politica . Quindi è che non solo per esser nazione piccola di 
numero (a) , ma per le accennale ragioni ancor più spetta agli Albanesi 
una secondaria importanza nella storia , come nota V Hecquard ; sebbe- 
ne » osserva egli, l'Albania abbia somministrato in ogni tempo insigni 
uomini alla Grecia antica > all'impero bizantino, ed in fine si alla Tur- 
chia , come alla Grecia moderna . 

Dopo la manifestazione albanese nel secolo undecime , V Albania su- 
periore dalle Alpi al Drino prosegui a far parte del regno serbico . La 
media e la bassa Albania, come gli occidentali si furono impadroniti 
di Costantinopoli, fattesi indipendenti, si eressero in despotato di Epiro 
sotto Michele Angelo Gomneno Duca figlio dell' imperatore Costantini 
Angelo, Costui anzi allargò il suo dominio sopra la Macedonia e la 
Tessaglia, e tentò, probabilmente con intelligenze paesane, di riacqui- 
stare l'alta Albania sino a tutta la valle della Moracia, o la Zenta (Ged- 
da), ma falli nell'impresa. A Michele successe il fratello Teodoro nel 
1214, sebbene combattuto dai Vlacho-Bulgari condotti dal loro re Giovanni 
Asan, cui vinse più volte: quindi l'altro fratello Manuele, che avea già 

due istituzioni, di cui si è accennato, del Collegio di Calabria (trasferito in S. Adriano 
nel 1794), e di quel di Palermo, e dei vescovati greci di qua e di là dallo Stretto, 
furono il palladio della gente greco-albanese, e riu&cirono a grande iiicremento degli 
studii e della civiltà in quei luoghi. Esse raccomandano alla memoria dei posteri il 
nome dei due sovrani delle Sicilie Carlo 111, e Ferdinando IV (in Sicilia 111), sotto li 
cui regno furono ottenute-, ed erano per i Greco-albanesi argomento di gratitudine 
verso la dinastia allora regnante, Bnchè non ne vennero alienati gli animi dopo le ferooi 
reazioni del 1799 in Napoli, e della seconda restaurazione, e dopo la infida tirannide 
che ne sussegui non meno in Sicilia che nelle provincie di terra ferma . Perciò la in- 
surrezione del 1860 , come le precedenti in Sicilia e in Calabria dal 1820 in poi, ebbe 
a validi cooperatori gli Albanesi d' Italia ; di che riconoscente il dittatore G. Garibaldi 
emanò parecchi decreti, in cui alla lode si univa il beneficio col garantire alle colo- 
nie più libero l' esercizio del loro culto , e specialmente col promuovere il ben essere 
dei due collegi italo-greci di Palermo e di S. Adriano, ai quali insieme coi due ve- 
scovati di Calabria e di Sicilia, vedono le colonie attaccata incerto modo là loro esi- 
stenza . Né dal governo nazionale italiano debbono gli Italo-albanesi aspettarsi minor 
protezione e sostegno , come eglino da parte loro possono riescire di utile strumento 
air Italia per le sue relazioni coli' Oriente. 

(a) Secondo le più accurate notizie raccolte da Hahn, e le osservazioni di Fallme- 
rayer, gli Albanesi nella penisola greco-illirica salgono a circa due millionl d* anime, 
cioè poco meno degli Elioni (v. Habo, I, 34) i quali se vi si uniscano gli altri fuori 
della penisola danno una popolazione di circa tre millioni ( ib ) d* uomini • che parlano 
dalla nascita il greco idioma. 



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WGOttaO PiBUmNARC xu 

l»riisa il governo di qotlebo proviDcia, come il loro Mioor fratello Cottan- 
tioo.liorlo Maaaele sali miI trono d' Epiro Michele II, figlio del I; ma 
essendo egli disfalto di^ Teodoro di Giovanni Valaze imperatore di Nicea, 
e spogliato di gran parte de' suoi dominii, gli Albanesi {rò rótv *AXfiat9tt6h 
fòM« : Giorg. Acropol. ) impugnarono le armi in favore di lui e lo resti* 
Introno nel suo pieno dominio (1267). IL despotato di Epiro si sostenne 
ancora contro Michele Paleologo che da Nicea erasi nuovamente impa* 
drenilo di Costantinopoli cacciandone gli occidentali . Ma circa questo 
tempo la storia del nuovo e del vecchio Epiro si divide; poiché la media 
Albania comincia a rendersi indipendente, e lo storico Pachimere 
espressamente dice, ohe gli llliri (cioè gli Albanesi giusta le antiche 
denominazioni) si ribellarono all' impero, con cui erasi accomodato il 
Despota di Epiro dando al figlio Niceforo una principessa imperiale in 
consorte, ed ottenendo per l'altro figlio Giovanni Angelo il governo 
della Tessaglia, e della Locride, Nell'Albania media intanto la città di 
Durazzo, con qualche parte del parae, era tenuta da principi angioi- 
ni , ed altri capi francesi , che però si reggevano a stento . 

Alla morte del despota Michele II (1267) il despotato era ridotto 
all'Epiro vecchio dai Geranni all'Acheloo, con l'Acarnania, più le isole 
di Cefalonia, e d'Itaca; e lo tennero i Comneni Angelo, coi loro con- 
giunti conti di Zante , fino circa il 1336. In quel tempo gli Albanesi che 
si erano già avanzati , o meglio risvegliati , dal centro della media Al- 
bania intorno £lb^ssan ( Albanopoli ), verso Durezze e il Drìno, si seo* 
tono numerosi e temibili anche al mezzogiorno; e dai loro monti intorno 
a Belgrado albanese (Berat), e a Canina poco lungi da Avlona scendono 
a provvedersi di viveri , come i moderni Montenegrini . Essi colle fre« 
qoenti scorrerie obbligarono l'imperatore Andronico III a far loro guer- 
ra , ed in tale occasione condusse egli seco per la prima volta in Epiro 
2000 soldati Turchi ausiliari , insegnando cosi ai barbari infedeli la via 
per occupar quelle provincie. Gli Albanesi dopo avere retrocesso fino allo 
Shkumbi (b) si ritirarono nei monti, ma quivi pure inaspettatamente in- 
seguiti dagli audaci Turchi furon vinti, e venne tolto loro molto bestiame, 
precipua ricchezza di quei montanari . Con tutto ciò , dopo cinque anni , 
alla morte di Andronico nel 1341 , gli Albanesi della Pogoniana ( Epiro 
proprio ) e di Livisda insorsero contro l' impero , cui Andronico aveva 
ricongiunto le provincie del despotato ; né Giov. Cantacuzeno riusci a pu- 
nirli, ma dovè loro accordare indulgenza. In breve l' impero minacciò di 



(b) Shkumbi, ohe vale rupi , o monte , oel ghego anche thkambi, sbkamp, 
passò dair esser uome di ud luogo , e città ( V aotica Skampi, o Skampe) a 
quello del fiume, ciò che si nota frequente in quei paesi. Questo con altri nomi pro- 
pri! evidentemente albanesi, come quello del monte Bora, la neve, confermano la 
tesi delia identità degli Albani con gli antichi lllirio-macedoni . La città di Skampe 
apparteneva secondo Tolomeo agli Eordei , o Eorditi « ^Eopitróìv iKKfintìi » L. Ili , 
g. 26; ed era diversa quantunque non lontana da Albanopoli » di cui è detto (ib. g. 23) 

« *AX^O(.VÒiV 'AX^KvÒltoXti B. 

È cosa notevole che il quartiere più alto della coioiia alb. di Piana de' Greci, in 
Sicilia , ha nome Shkumbi da una rupe che gli sovrasta , sotto la quale scorre un 
torrente: cosi come vi ha un monte X e r a v u 1 i (per il {«^«/Souvi di Epiro) . 



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XLU DISCORSO FRELmtNARE 

andare io rovina per la guerra accesa Ira f erede M trono Gìot. Paleo- 
fogo, e il reggente Gìot. Cantacazeno. Di ciò profittando il Krale dei 
Serbi Stefano Dascian conquistò tolta quanta l'Albania e l'Epiro fino 
ad Aria, e al golfo di Corinto, occupò la Macedonia e la Tessaglia, e 
ai fece incoronare a Scopìa imperatore della Romania , della Schiavo- 
019, e dell'Albania, circa il 1350 (a). Ma Stefano morendo prima del 
ISirr lasciava l'impero, da lui crealo, diviso fra tre suol luogolenentt in- 
titolati già cesari e despoti all'uso bizantino, che avean nome Gomneno, 
Simone, fratelli di Stefano, ed un Preluba. Dei quali i primi due si 
erano imparentati colla famiglia dell'ultimo despota d'Epiro dei Co- 
mneni Angelo, Tommaso figlio di Niceforo I , e nipote del sopra nomi* 
nato Michele II. Dappoiché Comneno avea sposato Anna figlia del prò- 
tovestiario Andronico Paleologo, e vedova di Giovanni di Zante (da lei 
ucciso) fratello, uccisore, e successore del conte Tommaso di Zante, 
che già prima , sebbene figlio d' una sorella del testé ricordato ultimo 
despota Tommaso Comneno Angeli , lo avea privato della vita insieme 
e del potere (I3t8): trista serie di delitti per ambizione di regno! 
L'altro fratello di Duscian, Simone, sposava la figlia di Anna , per nome 
Tomaide . Comneno ebbe quasi tutta la media , e della bassa Albania 
la regione intorno all' Acroceraunra , che perciò (o forse meglio perché 
lungo tempo rette dai despoti di casa Comneno Angelo) ai tempi di 
Scanderbeg (1443) sembra fossero distinte col nome di paesi del Co- 
mneno, e specialroente la Toskide, oToskeria propriamente detta, con 
Berat, e Canina. Vi é chi congettura che anco Arianite Comneno 
Topia (b) , suocero di Scanderbeg , il quale nel seguente secolo regnava 
sull'alto Epiro, fosse imparentato colla famiglia del principe Comneno 
di Duscian : egli aveva infatti il soprannome slavo Golem . 

L' impero di Duscian , dopo la sua morte andò in mille pezzi ( c^^ 
fivpm TfjLi/ifiotr») giusta l'espressione del Cantacnzeno (Uh. IV, e. 43): e 
i suoi luogotenenti e successori non pensarono che a combattersi fra 
loro. Nella generale confusione il figlio di Giovanni di Zante ultimò des- 
pota d'Epiro, Niceforo II, s'impadronì, nello stesso anno della morte di 
Duscian ( 1353, 56), di Tessalonica , e poi di tutto il despotato paterno. 
Ma gli Albanesi che aveano già concepito idee d'indipendenza vi si 
opposero energicamente , laddove altre volle aveano sostenuto i loro so- 
vrani . Niceforo che si provò a domarli peri in una grande battaglia 
presso Arta ed Acheloo (e) dopo soli tre anni, due mesi, e un giorno 
di despotato, nel 1357) o 1358 (Cantac. IV, 44). Cosi gli Albanesi d'Epiro 
rimasero padroni del paese, tranne Gianina, come già gli antichi loro 



{a) Epirotica fragmtnta di Michele daca. II. 

(b) Un Thopia col prenome Musacbi era già fin dai tempi dell' imperai. Giorgio Can- 
tacuzeno (1343) governatore di Arta, come un altro albanese Guini de Spata aveva 
avuto dallo stesso il governo di Gianina . Scriveai comunemente Topia invece di Thopia. 

Gli Schipetari neir Epiro meridionale erano da molto tempo assai numerosi e po- 
tenti e due di loro , Niccola Basilitze , e Cabesila , sembrano i capi della insurrezione , 
ai tempi di Andronico 111, nei dintorni di Arta , e Rogo, nel 4339 (Cantacuz. Il, 34), 
cf. Hh. I, 318. 338. 

(e) Questo sembra nome di luogo da non confondersi col flume dello stesso nome- 



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B18COA80 PJlELIIlIlf ARE XLlll 

ptdn gK Epiroli iodig«DÌ (Tbacid. 11, 68, 80: S4riib« VII), Ifolotti, 
Tesproli , Caoni , possedevano V Epiro meno Ambracia e qualche altra 
eittà . Al despotato epirotitio degli Albanesi gli scrittori bìxaiitini danno 
il nome qoando di Epiro, e qoando di Acarnania, o di Etolia. Esso 
vedesì diviso in dae parti ; il nord con Arta capitale sotto Pietro LJoscla 
(detto dai Bizantini Acei9flcc), e il sud eoo Angelocaslro a sede del go- 
verno neir Etolia sotto Gjinos Vajas. Gianina con una popolaxione mista 
di Slavi , e eon guarnigione serbica, obbedendo prima a Simone di Du- 
scian , e poi al genero di Ini Tommaso , si sostenne contro varii assalti 
di Ljoscia , quindi di Spala , e di altri capi albanesi . N^ ivi per vero 
dire l'elemento albanese potè mai prevalere, od ottenerne il possesso 
Ano circa il mexzo del passato secolo ( f 740 : v« Bpir. V , p. SOI ) poco 
innanzi i tempi dì Ali Tepeien : poiché gli Schipetari furon sempre poco 
esperti neir espugnazione delle mura , quanto erano terribili in campo 
aperto . Ma due o tre anni dopo la vittoria dell' Acheloo sopravvennero 
i Torchi di Amurat 1 in Europa; e ben presto penetrarono oltre il 
Pindo a contendere agli Albanesi il possesso dell'Epiro. Entrati colà 
per la priift volta nel 1380 per invito del despota serbo Tommaso, 
profittando poi delle discordie degli eredi di Carlo Tocco furon i Turchi 
padroni di Gianina nel 1430-1 (Calcocond. lib. V), e nel 1449 di tutto 
l'Epiro meridionale, dell' Acarnania e dell' Etolia. 

Intanto il popolo albanese • coi dalla metà dell' XI secolo , qoando 
s'incomincia a parlare di lui, alla metà del XIV vediamo formare già 
il fondo della popolazione dell'Epiro nuovo e vecchio, e a settentrione 
respinger fuori de' suoi confini l'elemento slavo, circa questo tempo 
uscendo dall' Epiro occupò quasi tutta la Grecia . Ed invero , dal 1349 
al 1356 , le sue colonie nel Peloponneso furono tanto numerose che la 
casa dei Canlacuzeno vi si appoggiò validamente, e potè conservare per 
loro mezzo i suoi possessi dopo l' abdicazione di Giov. Gantacuzeno nel 
1355 ( Fallmerayer, die Gisehichie de$ Halbintel Marea %Dàrend dee Mit- 
telalters ) , e circa la metà della popolazione di If orea in quel tempo 
(id.: e Hh. 1, 319) constava di Albanesi , i quali vi sono ancora in buon 
numero , e più vi sarebbero se la crudele politica di Maometto 11 non 
avesse fallo di lotto per distruggerli (a) . 

L' alla Albania fino dal VII secolo era rimasta una provincia serbica , 
nonostante che gli indigeni vi si fossero mantenuti con qualche loro 
subalterna dinastia , e mal sofi'rissero il giogo straniero . Di che fu un 
sentore la conversione dei Gheghi al cattolicismo nel 1250, (cf. ann. eccl. 
Baron.), onde essi per distaccarsi dai Serbi affezionali allo scisma orienta- 
le, abbandonarono il rito greco dei padri loro, mentre i Toski non trova- 
tisi in quelle condizioni lo serbarono tenacemente (b) . 1 Gheghi non 



(a) Tsloiio, e nominatamente il mio maggior fratello, ora prof, dj lettere greche e 
latine nel Liceo di Palermo, Nioeolò Camarda, in un opuscolo (Firenze 185S Eftr. 
dall* Imparziale II) sulla vita e gli scritti di Pietro Matranga, nostro coocittadino , af- 
facciò r idea che V idioma albanese io Grecia possa ripeter V origine da qualche antico 
incolto dialetto locale . Ma ciò non ha fondamento fuorché per 1* Epiro e VlUiride. 

(b) V. Habn I, 3U,343, e n. ao7. Secondo il medesimo scrittore (1, 10) la linea 
di separazione delle due chiese, greca, e latina, nell* Albania si può stabilire sopra 



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\Liy DISCORSO PftELIMINARE 

lasciavano occasione per dìmoslrare T avversione loro ai Serbi; e nel 
1318-20 si unirono parecchi baroni albanesi, Irai quali figurano due 
Musacchi, l'uno Mentolo intitolato conte ó\ Gissania, l'altro Andrea 
detto maresciallo del regno d'Albania, e il conte di Dioclea (a), metro- 
poli un tempo dell' alla Albania , col bano di Bosnia ed altri signori ap- 
poggiati da esteri sovrani , contro il re serbo Urosh . 

Ma r epoca nella quale i Gbeghi scossero diél lutto il giogo dei Serbi 
Tu circa il 1360, tre anni dopo che i Toski si erano completamente 
emancipati colla vittoria dell' Acheloo . 11 più potente dei baroni albanesi 
rivendicatisi all'indipendenza dopo la caduta dell'impero serbico era un 
Baisela (o Balza) detto seniore, coi tre valorosi figli Strasctmiro, Gior- 
gio, e Baisela (b) juniore. Egli comandava sopra Scutari nella bassa 
Gedda , o Zenta , e progredendo di gesta in gesta tolse ai Serbi la Gedda 
superiore, e dall'altra parte spogliò il suo vteino Garlo Topia della 



Durazzo fra l'Arzeni e lo Sbkumbi alle regiooi montuose dei Ghera^ L'Hecquard 
accenoa delle tracce di grecismo anche Trai Hirediti . 

(a) Questa un di illustre città era posta nella valle detfa Moraciv presso la mo- 
derna Podgoritza . Fa distrutta dal re bulgaro Simeone nel 927. 

11 nome dei Musacchi venne forse derivato dalla contrada detta anche oggi Muta- 
kja lungo 1* A p 8 o (ora Sémeai ) ^ il quale esce dal lago Bordaioo col nome di Devol , 
e ingrossato dal Beratino percorre la media Albania sino al mare . L* ultimo signore 
della Musakia, disfatto dai Baisela, fu uu Mataranco (Du-Cange, hiU. biz.^. 

Questa contrada è pianeggiante » come tutta l'Albania centrale marittima fra lo Sbkum- 
bi ed il Voiussa; cosi sopra Durazzo le campagne dell'Arzeni, al levante delle quali 
siede Tyranna , città Borente , in mezzo a un fertile territorio assai ben coltivato , 
e più oltre quelle del Matija . II resto d'Albania è irto di montagne che si staccano 
dalle Alpi orientali. La più alta catena, che è quella dello Scardo, la divide come ud 
muro dal nord al sud, fino .al Iago Lichoite, s<tto il quale i monti Ganda vi, ali* estre- 
mità merid. lo Xerovuni , fra il Devol e 11 lago di Prespa ,^ quindi il m. Grammos al 
di sotto del lago di Gastoria , congiungono quella dello Scardo alla catena del Pjndo . 
L'Albania cosi variata di suolo ha tutti i climi dal più tiepido al più freddo. Le mon- 
tagne son ricche di selve, e di buoni pascoli , le valli e le pianure occidentali produ* 
cono i più squisiti frutti del mezzogiorno . Se fosse .coltivata , come si è incominciato 
a fare in qualche luogo, e avesse vie di comunicazione, sarebbe uno dei più fertili 
e ricchi paesi d'Europa. La parte marittima della media Albania specialmente, inca- 
nalandovi le acque, ora cagione di malaria, potrebbe divenire , come già è stato det- 
to, la Lombardia della Grecia, con di più il vantaggio del mare. Ma T lUirio-Epiro da 
molti secoli non ha potuto godere di pace e di unione , il perchè le sue valorose tribù 
ban dovuto tenersi alle montagne abbandonando quasi le pianure , e dedicarsi poco meno 
che esclusivamente alla pastorizia, dopo la guerra. 

(b) Marino Barlezio ( p. 53) nomina un castello Baleiium, che vale BaUa^ o Baltthù, 
da cui altri crede originato il nome Balscia (cf. Hh. I, 345, n. 210). Ma Balza o Baisela , 
è nome d* uomo non cognome quale da molti è stato creduto; in egual maniera che Doda 
è nome indigeno albanese ( v. Hb. 1 , 345 , n. 210 ; e id. circa le denominazioni familiari, 
I, 452, 193), molto comune nella famiglia dei principi mirediti , onde »loUni lo hanno 
preso per cognome .di loro . 

Fallmerayer (D.a9. Alban, 11) accusa di ridicola adulazione la premura di alcuni 
scrittori, che i Balscia, ed altre illustri famiglie albanesi vollero far discendere da 
nobili franchi o italiani . Osserva però che ciò non poterono pur sognare intorno ai 
CastrioU , signori di Croia, e delle vicine montuose regioni del Mattja fino alle Dibro . 



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DISCORSO PRELIMINARB XLY 

città di Croia col sao territorio . I Balscia sino allora fedeli alla chiesa 
greca divennero poi latini : ciò almeno è certo dei figli di Balscia pri- 
mo (1368: Bzovio, annal. eccles.)* 

Il successore Giorgio riportò segnalate yitlorie contro i Serbi e i 
Bulgari, si spinse trionfante fin dentro la Bosnia e T Erzegovina a set- 
tentrione » a mezzogiorno riacquistò Durazzo dai duchi francesi , che 
r avean tenuta da qualche tempo , ed estese il suo dominio fino oltre a 
Berat (Alba greca), e Gastoria, rinnovando il regno illirio di Bardile e di 
Tenta. Ma i Balscia non seppero o non poterono ispirare agli Schipetari il 
comune sentimento nazionale , che è sempre loro mancato, e dividendoli 
fa si che non possano lungamente rimaner liberi . 1 Turchi intanto prò* 
seguivano le loro conquiste, e, dopolavoro sconfitto il KraU di Servia 
alla Maritala (Ebro) nel 1362 assalirono l'Albania superiore: ma fin- 
ché visse Giorgio ne furono valorosamente respinti . Il fratello e succea- 
sere Balscia II (i379) non ebbe ugual fortuna nel difendere il regno 
oppugnato da troppi nemici e potenti. Assalito da Marad 11, con 40,000 
Turchi nel 4383 ( Hh. I, 326: Barletius « de expugnatione scodrensi » I, p. 
235 ) , egli corse nelle pianure di Berat con un esercito troppo scarso 
air uopo , e vi peri con gran parte dei suoi . Cosi sparve la brillante 
meteora di un grande principato albanese. Al principe, caduto senza 
figli, successe il nipote (figlio di Strascimiro) Giorgio II, che perde 
la maggior parte dei suoi stati, e dovè cedere per debiti ai Veneziani 
anco la capitale Scutari, ritirandosi a Sciabljak presso la foce della 
Moracia sul lago di Scutari • Combattuti dai Turchi , dai Serbi , e dai 
Venei^iani, i Balscia pure fino al 1422, tennero le due Cedde (Zente); 
morto poi senza eredi Balscia III, figlio di Giorgio, gli stati rimasti 
vennero usurpati dai Serbi e dai Veneziani. Ma il cugino, Stefano Bal- 
scia detto poi Czernojevic , esule in Puglia , richiamato dai suoi Gheghi , 
che non gradivano il principe dato loro dal KraU serbo, a' impadroni 
del Montenegro, parte allora della Zenta, l'anno stesso in cuLScander- 
beg andava in ostaggio ( 1423 ) ; e i suoi discendenti vi regnarono fino 
al 1622, quando l'ultimo Balscia Stefano IV, fu espulso per opera del 
rinnegato suo nipote Iskender : e nello stesso tempo cessò un altro ramo 
che si era mantenuto in ìin angolo della bassa Cedda, colla cacciata 
dell'ultimo principe Strascimiro ( Luccari Ann. di Ragusa). 11 nome 
glorioso dei Balscia (secondo Amy Bouò, e Hammer Purgstall) per 
il matrimonio di RaduI principe di Valacchia (1462-1477) con una fi- 
glia di Andrea, soprannominato il valoroio (UbaMse, figlio di Stefano 
r, Czernojevic , o Czernovic , ossia del MonUnegro , dura tuttavia nella 
più nobile famiglia della Moldavia (a). 

Meno durevole del principato dei Balscia, fu il predominio politico 
degli Schipetari toski nell'Epiro, Aea mania , ed Etolia, a cagione 
della tirannide che vi esercitavano. 1 principi franco-napoletani re- 
gnanti allora sulle isole ionie di Cefalonia e S. Maura, e i capi franchi 
della Morea tentarono di espellere dal despotato di Arta Giov. Spala , 



(a) Amy Bouè Twquie d'Europe IV, p. 390: HamnQer*Purgst«ll I, 658, Storia 
dell'impero degli Osmanli. V. Pallmer. dae Alò. Elem. II, 46-7. 



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XLYI DISCORSO fRELIIONARE 

che era saccedato a Pietro Ljoscia nel 1374. Ma lo Spala eoa accorta 
strategia battè completamente gli alleati , e regnò poi tranquillo . Soc- 
cedutogli il fratello Sguro l'anarchia e la confusione si accrebbero in 
modo che Carlo II Tocco; signore di Gefalonia, Zante, e S. liaora cedute 
al padre di lui dal Principe di Taranto Roberto II , erede dei pr. an- 
gioini di quelle isole: chiamato dagli abitanti conquistò il paese, ed 
espulse gli Schipetari dai despotato di Acamania e di Etolia. Egli 
s'impossessava ancora di Ganina cacciando dall'Epiro un Esaù, suc- 
ceduto all'odiato Tommaso (ucciso dai suoi stessi nffiziali), per il di- 
ritto della vedova del Despota , Angelica figlia di Simone di Duscian , 
che il suddetto Esaù avea sposata . 

Gli Albanesi dell' Acarnania e dell' Etolia, dove essi, all'opposto di 
quel che era in Epiro , non avean trovato appoggio nella consanguineità 
dei naturali del paese, poiché ivi anche ora non vi sono Schipetari , sem- 
bra che si dirigessero allora verso la Grecia (Hh. 1 , 322). Ciò avveniva 
tra il 1400,-410, al cadere della polenta dei Baisela a settentrione. Per 
tal maniera il primo tentativo d'indipendenza degli Schipetari contro 
qualunque straniera dominazione andava fallito principalmente per lo 
spirito d'individuale interesse che prevaleva e prevale tuttora fra di lo- 
ro , e per la nessuna intelligenza fra le diverse parti della nazione , cui 
era mancato fin dal principio del suo commovimento un piano e una 
direzione comune. Ma il bisogno di libertà, e il pensiero di scuotere 
l'oppressione de' nuovi conquistatori d'Oriente dovea far sorgere una 
più tremenda lotta contro i Turchi, i quali fra la confusione, il cor- 
rompimento, e il disordine dell'impero bizantino, si avanzavano ogni 
giorno . I Turchi non aveano più quasi ormai altri validi oppositori con- 
tro il disegno d' impadronirsi delia penisola orientale fuorché gli Schi- 
petari . E r Albania cominciò ben presto quella memoranda guerra, du- 
rata circa mezzo secolo , nella quale un pugno d' uomini vinse quasi sem- 
pre i due più grandi conquistatori del tempo , Murad e Maometto II , 
con tal valore e costanza da trovare riscontro solo in ben poche isto- 
rie del mondo antico e moderno; ma che pure' in piccolo si rinnovò 
nelle guerre della tribù albanese di Snli contro gli Albanesi di Ali pa- 
scià. Onde anche in questi moderni fasti di una piccolissima frazione 
dell'Albania cristiana si vide quanto può l'amore di patria e di reli- 
gione contro nemici dello stesso sangue bensì ma non animati da egual- 
mente nobili sentimenti . 

Fra! capi di Iribù, o di cantone, che dividevanst il paese dopo la caduta 
dei Baisela erano i più illustri e potenti allora i Castrioti , originati dalla 
tribù detta anche oggi dì Castrati, onde ebbero il nome, famiglia che si era 
resa illustre fino dai primi del XIV secolo (a); e i Topia, i quali sembra 
che fossero originari dell' Acroceraunia, o dell'alto Epiro, ma avevano già 



(a) 11 Fallmer. dice non potersi ammettere V asserzione di Flavio Comneno cbe i 
Castrioti fossero principi di Ematia, e di Castoria, quando fioriva la potenza dei Bai- 
sela, ma al che avessero già lustro, e occupassero gradi elevati sotto quei principi 
nazionali. — Il Luccari , p. 86, parla di una terra (Fallm. II, 57), ma nel libro di Fran- 
cesco Bianchi « Georgius Gastriotus suis et patriae restitutus, ?enetiis 1686 » si no- 
mina la tribù di Castrati (v. Hecq. p. t50-1). 



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DiSGORSO PftCLUimAlB ILYII 

comaiHÌato«nio a CroU. Ai tempi di ScaDderbeg» i Topia, come De fa sapere 
il Calcocoadila , dominavano dal Voiusia (Aoo ) fino ad Aria : i CaslrioU 
dal Voiuasa eslendevano il loro potere ai eonfini della Boania e dell' £r- 
xegoYina. Ma bisogna bene avvertire, notano Hh. e il Fallmer. che questi 
princìpi , meglio che sovrani , erano solo primi inttr paru fra tanti altri 
capi delle singole contrade e tribù . E non è il minore argomento della 
grandezza incontestabile di Scanderbeg V aver potuto tener sempre legate 
a se, e dirìgere tutte quelle varie frazioni di nazione; le quali giusta- 
mente furono paragonate alle tribù galliche dei tempi di Cesare , che 
invece di unirsi con saldo vincolo di unica nazione credevano cosi slega- 
te di poter lottare contro il colosso di Roma . 

I Turchi fin dall'epoca della rotta di Baisela 11 ( 1383) avevano tenuto 
Berat, non che Gastoria coi paesi dell'alta Macedonia occidentale» e dal 
1396 anche Argirocastro » senza che i principotU albanesi avessero sa- 
polo unirsi eflicacemente per cacdarneli . Che anzi il povero Ivano , 
ossia Giovanni Castriota, era slato ridotto a cedere una parte dei proprii 
dominii , e a mandare in ostaggio i suoi quatlro figli Reposo , Staoiso , 
Goslantino , e Giorgio in età di 9 anni ( 1423 ), poco dopo che Maometto I 
lascialo aveva il trono ( 1431 ) a Murad II. 1 fratelli di Giorgio morirono 
bea presto» e si erede di veleno. 11 piccolo Giorgio educato nella corte 
del Sultano alla religione di Maometto avrebbe dovuto secondo i trattati 
del 1423 succedere al padre morto nel 143 1> ma Murad non si curò di 
adempierli . La casa dei Topia soggiaceva alla medesima sorte poiché 
Ariantle anch* egli si trovava, non si sa se ospite od ostaggio, alla corte 
di Adrianopoli. Il destino d'Albania sembrava ormai compiuto senza 
grande fatica, e solo Scutari coHa valle della Moracia durava in una 
precaria indipendenza dai Turchi . Ma il valoroso popolo Albanese non 
poteva subire a lungo la oppressione ottomana senza uno sforzo supremo 
omle liberarsene : e primi a muoversi , ed a sfidare la soverchianle po- 
tenza dei Turchi furono i vivaci Toski del mezzodì . Arianite Topia 
sfuggito dalle mani del Sultano mise in rìvoluzione l' Epiro ; e i Toski 
da lui diretli fecero della resistenza centro V Acroceraunia , o Kurvelia, 
con Canina, Tepeien , Nivitza, Chimara, e le vicine contrade. Un grosso 
esercito comandato da Ali figlio di Vraneses fii spedito contro di loro ; 
ma questo dopo aver desolate le pianure giunto che fu alle montagne si 
ebbe una tanto spaventevole disfalla, quale fino allora non avevano giam- 
mai gofTerlo i Turchi dopo il loro ingresso in Europa. 

L'insigne vittoria destò l'ammirazione del mondo, e diede tanto lu- 
stro al nome di Arianite Topia, che lo stesso turcofilo Laonico Cako- 
condila si accorse di doverlo chiamare un uomo illustre (L. V.). come 
argutamente osserva il Fallmerayer. Taluno anzi credè che il nome di 
Àmauia dato dai Turchi agli Albanesi fosse derìvato da Arianite, nel 
modo che altre volte furon detti pompeiani, o cesariani, i seguaci di Pom- 
peo, o di Cesare. Ma è più probabile che Amauta sia solo una corruzione 
di Arvaniia , per metatesi Amtmita . La vittoria degli Acroceraonii è da 
stabilirsi accaduta fra il 1434-38, e secondo gli annali ragusei (Lue- 
cari p.9l) precisamente nell'anno 1436. I Turchi per treni' anni non 
osarono più accostarsi a quei luoghi , e la Chimara ai mantenne in qual- 
che modo indipendente sino ai tempi nostri . Gli abitanti di Argiroca- 



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XITIlI MSQORSO FRELIMINARt 

Sire vollero imiUre 1* esempio dei^li Acroceraanìi , ed insorsero capita- 
nali dal figfìo dell' ultimo loro principe spodestato da Baiazet, che avea 
nome Depas, e si crede anch'esso on Topia . Ma giusta il solito vixio 
senza intendersi e unirsi cogli altri loro connazionali , si che sorpresi 
alle spalle da un esercito ausiliario yenoto in difesa dell' assediata città 
ftirono rotti , e Depas ucciso . 

L' uomo che seppe rappresentare nella sua più Splendida e pura luce 
r idea della indipendenza albanese , e sostenerla da eroe , fii Giorgio Ca- 
striots, in tanto più grande e fortunato del suo antecessore e compalriotta 
Pirro , e dei successori Mahmod , e Mnstafà di Scutarì , o Ali di Tepe- 
len pascià di Gianina, in quanto egli rivendicando la paterna eredità, 
e la libertà della sua nazione , non cede che al fato , e spari dalla scena 
del mondo in mezzo al più grande splendore della sua gloria . 

Dopo Scanderfoeg l'Albania cadde, perchè essa aveva forze infinita- 
mente minori della Turchìa, e non le toccò la fortuna di possedere che un 
solo Scanderbeg, laddove i Turchi sortirono un seguito di undici capi 
profondi politici , ed eccellenti militari • Ma principalmente perchè gli 
Albanesi per l'indole indocile, non corretta dall'educazione civile e poli- 
tica, formavano allora, come adesso, on corpo assai male connesso, 
mentre i Turchi ispirati dal principio despotico e unitario asiatico erano 
on corpo mollo compatto , e idoneo ad essere spinto con vigore per o^i 
parte « Con tutto ciò non è forse conirario al vero il credere che se Scaa- 
derbeg , il quale più volte obbligò il Sultano , che faceva tremare l'Ea- 
ropa, a chieder pace alla piccola Albania, avesse da buon politico ,r quanto 
era impareggiabile guerriero, voluto profittare dei suoi vantaggi , avrebbe 
per avventura potuto assicurare la indipendenza del suo paese, con nts- 
suna o poca soggezione al despota straniero. Dopo l'avvenimento di 
Argirooastro nella «erte dì Amurat nou' si pensava più all'Albania. Il 
Sultano era tutto occupato nello guerre contro Unìade generale del re 
Ladislao d' Ungheria , alleato coi Serbi , coi Polacchi , coi Tedeschi e 
coi Valacchi , onde Amurat battuto più volte da una si potente lega dovè 
chiedere pace nel 1444, e si ritirò in Magnesia a viver tranquillo. 
Scanderbeg avea sofferto ta^ndo per dodici anni la spoliazione dei di- 
ritti che a lui ricadevano dopo la morte del padre, ed avea combattuto 
a capo di ttOOO cavalli alla battaglia di Nissa ( Nish , o Naisso) nel 1443. 
Ma presentatasi la occasione favorevole nell'anno seguente, per la scon- 
fitta dell'esercito turco sulla via tra Belgrado e Adrianopolì, il Caslriota 
disertando a di 3 Novembre , con 300 suoi connazionali , corse a Croia, 
se ne impadroni per sorpresa, e dopo pochi giorni, il 28 dello stesso 
mese , tr4>Vavasi padrone di tutti gli stati paterni . Cosi cominciò quella 
serie di trionfi ciie fecero maravigliare il mondo, ed umiliarono la su- 
perbia ottomana . Scanderbeg aveva raggiunto allora il suo trentesimo 
anno di età , giusta ì calcoli più esalti , come accenna it Fallmerayer che 
ha chiarito alcuni punti di questa importante istoria. 

Le gesta di Scanderbeg sono abbastanza note , né occorre rammen- 
tarle a chi sa punto di storia v Finché egli visse l' Albania ooUegata per 
il suo genio polente, dalle Alpi illiriche al golfo d' Ambrada, fu invin- 
cibile: ma sparito quel grande in Alessio ( che obbediva ai Veneziani), 
dove si ^era reoato per presiedere ad una adnnanka dei capi albanesi 



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■ncoMo PMELuniiAn un 

ito lai 4Mltlla aAM di coMiHare sol eomnmii intoratti , roaneò la ? ir(ò 
di leoer imiu la Mzieiie, e di guldaria , mall« pli che poca dopa ( mI 
I4M)» «esaudì virerà anehe Arìanila, sooeera, ad allealo del Caalna- 
la ^ L'aaQO della noHe di Seaaderbeg è fissalo dal Fallmerayer al 1468 
iv« Qp. e HI, p. na, segff. ) platloalo che al 14«7 , eoa buoni argoaMnIi. 

Prosegui l'Albania per circa undici anni ancora la resialensa; ma 
in fine priva di opporluno ordinamento, e di on capo idoneo, dovè cedere 
alla pi!epoiesle Iona del destino. Fu allora specialmente , che numerose 
oalmie vennero alla spicciolala in Italia per trovarvi un rifugio , dove 
salvare la reUgionee la libertà calla memoria della patria peiduta. I/eml- 
graalonedett'alta AH>ania sembra cIm issse assai scarsa, e la mangior par* 
tesi dovè gittare sul littorale, e stabilirsi nel territorio della repubblica 
veneta , cke allora posaedeva aleoni luogbi d' Albania . Essa tenne infatti 
anche Scalari fino al 1479, quando dopo un memorabile assedio di un- 
did iiwsr la oadè per traflato al Sultano ; cesi in seguito dovè abban- 
donare Antivart e le altre plasie marittime • Croia era caduta l' anno 
avanili, nel mese di glutnò (1478) dopo tredici mesi di re^stodta, costretta 
d^la fame a subire una eapitolasione , %à onta della quale Maometlo II 
face trueidarela guarnigione in pena del suo valore. DeUe colonie easi- 
<graCein Itali» dall' aha Albania si hanno poche memorie in qualdie 9lu- 
ali^ famiglia delle venete province, che ne trasse V origine (a); H resto 
si. confuse con ^i Italiani • Forse la piccola colonia di Porrei neU'IatHa 
-pece lungi da Pula rinuNila a quei tempi (b). 

L'^ro proprio, e parte dall'Albania media , argo m en tan do dal rito 
greco eaarcitato dai ooloni, da qualche traditieae ohe accenna air Acro- 
ceranuia, o alla Grecia (e), e dai dialetti parlali aiaora nei paesi albaneai 
d' Italia e éà Sòùìm , farone principalmente le regioni donde si partirono 
le Doloai*italo-alhanicke. He i'eaMgrattone testé ricordala si liaailò 
alle conlrade propriedegli Schipetari , ma si estese ai aumeroai abitanti 
albanesi dt> liorea, i quali erano presi di mira partleolarnwnie daUa 
nn^dele poUtka dei Turchi . Anco in teaapi pia recenti, le medesiose ca- 
giani spinsero di quando in quando altri AHumeai déU' Spiro e della 
liorea a venire ad aggiungersi aUe eoloaìe d* Italia . Ciò va detto in par- 
ticolare per gli emigranti da Corone nel 1584 , sotto Cario V imperatore 
a re delle due Sicilie, e per quelli venuti dall'Epiro sotto Carlo IH Borbo- 
ne nel 1744 , i quali foadarone il paese di VHIa Badessa negli Abruiai^ (d). 

lìf. 

L'Albania fu vinta come nazione unita, ma non le singole sue po- 
polazioni e province. Le contrade montaose» dove neppure le aquile 

■ , , m 

(a) La piti illustre di talf famigife è quella dei priocipj Albunì di Roma , congfantl a 
quei del Lombardo- Veneto , dai quali usci it pontefice Clemente XI / ed altri celebri 
personaggi. 

(b) Di questa, e di qualdhe altra colonia più recente di Affoanesf nella Dalmazia 
V. àahn^ I, t8-4'4. — Bei pròdighi scodrlaiii nel Veneto, et. id. 1, 96. 

(e) V. ancbe ffnnélle. Bm. He- 

(d). V. Doc«a; JNcMTpMf • F$mi$ri p. «^-07. CT. aoelM Hh. 1. e. 

d 



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L DttCOlSO MBLnWAM 

romane poterono raecegliare il volo , restarono i a^ai n a hi li e ^mbì isdN- 
peadeaU , sieeliè la Pèrla ottomana è obbligata a contenlofoi a pena di 
qnalohe contingente d'uomini al bisogno. In tale eondisione iFivono se- 
gnatamente i MMi9ùri, cioè montanari d'Intorno a Scirtarì, i dementi, 
gli BMl^ i Castrali ( o Caslrioti ) , ed altre trlbà pareeclne del Doe»- 
gino, deUa Dibra, del Matlja ( o Mathla , l'Em^bia di Barleaio), i qoali 
lotti riconoscono come tribé principale i Mirediti . il principe di f oesti, 
ba la sede in Orosh, e«l è vassallo della Porta. Da prìaM I Mirediy 
aveano cercato la proleaione dei re di Napoli , e nel tMS si volsoro 
anche a Carlo Emmanuele di Sarota , ma non potendo venire da ^lesli 
ajotati riconobbero l'alta sovranità del Svitano. L'anloriti di i|oel prin- 
cipi si crede risalga fino circa alla mei* del XVI secolo , per eiesìone 
del popolo , e la loro contrada è come nn piccolo stalo sotto la sopreaMsia 
della Porta ottomana (e) • 

I Malisorl hanno poioto mantenersi genenrtmenle ertsiiani e enitolict, 
serbando una specie di governo proprio, seoxa collegarsi al nemiet' este- 
riori della Torchia, ed essi, dice l'Heeqoard (lotrod.), meritano l'ai* 
tensione, é la simpatia d'Earopa, altrettante almeno, qaante altre po- 
polazioni orientali , che si sono lasciate oaailiare dalla servita , neaire 
i Ifireditl coi loro alleati non hanno giammai abbassalo lo stendardo 
della religione , e della nasionalità loro, comunque vassidli della Turchia. 
MoAti Albanesi nei luoghi più esposti alle preps t e na e musalmaae; spe- 
cialmente dei loro connazionali delle pianure e delle cUté, che fin da prin- 
cipio non ebbero la costanza di restsiere ai vantaggi ad essi oiiirli col- 
Paposlasla; segoono in apparenza la religione musulmana , sebbene siano 
«rlstianl in segreto, e dentro le case proprie. • 

Intorno a che ne di molli particotari ragguagli I' Hec^ard (lEiiifs 
iHloiitf ets. p^ 4tt i segg.); Le potenze eattoltdie poéo si sene cmratedi 
<|oei poveri crisHani , e solo l'Austria come pia vicina, tenendev» ane miie 
poliliclie» ha tentalo di esercitare una «pmlche protezione sai cattoKei del- 
fAlbania ghega . Essa ha perciò slabilite ancora e mantenutovi qaal- 
che scuola : di che l'Hecquard eccita la f rancia a non lasciarsi del tatto 
sopravanzare in quei luoghi. Ma nessuna potenza, a eroder mio, fin- 



(»> Amy.Boué, Tutq. d'Europe IV. >- f prfnoipi dei llireditf sf credono diseeodeaii 
da QD DucagiBO , eootemporaneo. e oommllitooo di Seanderbeg , cba riUratoai fra qnalle 
UMMtagiie inacceasibili cbe denioano le strade di Tiraima , e di Prisrendi , per le quali 
•ole può andarsi a Scatari , potè resistere costaatemeote ai Torchi . Ma la tradiziooe 
certa Doo giuD^ pbe ad an secolo e. mez^o circa» o poco più, dai nostri ^orni^Essa 
ci dà notizia del primo capo dei Mirediti de! quale si sappia il nome, 6 j o q M a r k a. 
onde la sua dinastia vien detta edera e 6jònMarkut'e>.Di lui era nepote quel 
L e s b i z t « del quale altrove si parla , figlio di an altro Lesb prioiogenito di 6joo 
Marka; e an II* prenk Lesk, fratello dell* izl, fa padre al gii nooiinato preakDoda. 
Questi tatti e tre militarono al soldo di AH di Giannina , e di MasufI di Scodra . — 
I Mirediti banno una quasi costitaziooe aristocratica , e tengono per codice le cosi detta 
leggi di Leka Docagioo ccaoàoes e Leke Dakadgini »: y, Hecq. 218, SS9 (e a o ù o i 
=z x«y^ secondo Hb., xocMiy gr.)- U opiaicoe cbe godono qaesti valorosi, e -bravi 
montanari io tutta T Albania superiore ed ancbe oeir infiiriore è t^ , che un uomo di 
mente fra i loro principi potrebbe teilmeate porsi a capo di tutu la oasiOQt • 



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VMMÈÙ PRELIMINAHE Hi 

thè te QfbtàtL nwì sia lo grado di farsi valere, pi A delF Italia, rìtendi- 
calasi alla «nilà politica , ha diritto di proteggere l'Albania , e direi qaasi 
il dovere ; essa che ospita circa centomila Albanesi , i qoali dissodarono 
e pofolarono mollo sue terre incolte, ed in più maniere V hanno senrita 
In ogni tempo • Né l' Italia poò diflaeoticare le molte retationi che fino 
^i i^ù remoti secoli , ed ai tempi angioini , ed anco in più recenti eM, 
ebbe col vecchio e col nuovo Epiro, di cui vede i monti dalle sue spiag» 
gè soir Ionio, e sull'Adriatico • 

NeirAlbanla media vi sono parimente popolaiioni montanare in con- 
diaioni somiglianti a quelle dei Malisori ddl'alta; e segnatamente vo- 
gliono ricordarsi gli Spathioti della contrada detta Spathia nel distretto 
d'Elbassant fra questa città e Berat, i quali nel 1840 dichiararonsi eri- 
aliani, sebbene fossero stati in apparenza musulmani Uno allora, per 
quando scendevano dai monti. Essi si fenno rispettare e temere dai Torchi 
per la loro onesti e bravura. I Ghimarioti air estremità del vecchio Epi- 
ro, e la maggior parte degli Acroceraunii, tennero alta la bandiera della 
religione e della libertà anche dopo la morte di Arianite: resHiterono 
perciò a Bajatette II nel t49S , e a Solimano nel 1837 , ed ottennero 
di vivere quasi indipendenti come i Mirediti , e I Malisori dell'alta Al- 
bania • Il pascià di Gianina AH di Tepeien li sottomise poi col tradi- 
mento. La storia di Soli è celebre, perchè di data più recente, ed ha 
avuto la sorte di trovare scrittori che la narrassero all' Europa mera- 
vigliata (Pouque ville, lit^fiwfiéi, Ciampolini): ma molte altre piccole tribù 
albanesi cristiane potrebbero somministrare materia a somiglianti fasti 
ae meglio fosser note le loro gesta eroiche. 

L'Albania alta e bassa (Epiro nuovo e vecchio) non è staita mai un 
tranqu^io possesso per la Porta ottomana , quantunque di là essa tragga 
da lungo tempo il nerbo de' suoi eserciti : ma di fronte alla signoria de- 
gli stranieri potrebbe tenersi per vero il giudixio di taluno esservi tra 
gli Albanesi la rivoluzione in permanenza; Quando la Grecia intiera ge- 
mevo abbattala sotto l'oppressione musulmana per quattro lunghi secoli, 
nell'Epiro principalmente, e nella vicina Tessaglia un certo numero dt 
Qomini Hberi , lira loh> legati col sacro rito della Vlamia (a) , e qualche 
tribù montana , davano esempio di indomito coraggio e di ammirevole 
fermezza • Ma gli Schipetari segnatamente non mai cessarono di tener 
alto il vessillo della religione e della patria sulle rupi di Sul! , di Ghi- 
roara, e di Gres. I pascià indigeni ( fattisi musulmani) della dinastia di 
Ipek governarono le città dell'alta Albania fino al 1830-31, e molte 
TOtle furono in guerra col Sultano, da cut si tenevano quasi indipend- 
enti • Fra essi sono specialmente noti Mahmud , e Mustafà, r ultimo che 
governasse quella satrapia • La forte nazione albanese , quantunque pic- 
cola per numero, è tenuta a stento colla forza, ma più ancora con la 
divisione, e colle arti di governo; con tutto ciò la penisola greco-illiri- 
ca ne viene scossa (H sovente, cosi che II popolo schipetaro fu ingegno- 
samente assomigliato dal Fallmerayer al gigante sepolto sotto r Etna , 



(a)- Questa togaaie era detto eoo parola di origine albanese /SAdt/xc» , oioè fraUUanza, 
anco per gli BUeoi, da fiXà , fraUUo, sincope di fiX&^Bp . 



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^ir MiOOilSO PRSLQHMAK 



il quale moTeadoti fa tremare la terra « et fmeaa qeetiaa Mrtet 1 
« I remerò omoem marmare Triaacriam »• 

Per effetto delle di visioBi deirAlbaiHa« e delle arti della polittea etto- 
mana , il sopra ricordato Malmiiid nel 1770 acese a demare la firiaMi ìb« 
sorretione greca io Morea: dove qaalche anoe prima sae fratello Mastafii 
erasi portato a reprimere i Toski coi saoi GbeKbit che alla lor velia faroae 
sperperati dalia popolazione greca istigala a ciò dal «overao atesso. Tutta- 
via Ifahroad si battè poi colle troppe del Sultaao, le viase pia volte» e cir- 
ca il 1785 tagliò a pesai V esercito ottomaao nella celebre piaaara di €oa- 
sovo. Egli , e il successore Muslafà (erede di Ibrabim fratello di BlahauMK» 
tendevano a emaoci|Mirsi dalla Porta , ma invece di accordarsi coi Gre- 
ci, e coi Serbi, del cui ca|M>, Milosh, fu amico Mostafà, questi, cuoia 
già il di lui aio, combattè la seconda insurrezione greca sostenuta dai 
Toski cristiani di £piro. Con lui pertanto, pibellatosi poi al Sultano, fini 
la dinastia dei satrapi indigeni detratta Albania. La quale ancbedopo 
ciò nondimeno ne ha imposto più volte al governo ottomano , e special- 
mente nel i830. Ma sembra che ormai l' idea del principio tiazioaale io- 
cominci a penetrare anco fra gli Albanesi, tanto musulmani quanto cri^ 
sliani; e quindi non tarderà forse ad aver fine il dilaniamento delle coor 
giunte razae traco-pelasgiche della penisola greco-illirica, la cui di- 
scordia ha desolato finora a profitto di una straniera barbara signoria 
quelle belle contrade . Gli Albanesi musubnani non ignorano del tutto 
la loro cristiana origine , e in molti luoghi vivono in perletto accordo 
col cristiani loro compatriotti , e si uniscono a loro nel celebrai» alouae 
feste sacre (Heeq. in più IL)* CaduU che fosse la potenza Uirchesea eglino 
,non tarderebbero di ritornare alla religione dei loro padri « già da questi 
un tempo , e fino adesso da non poca parte dei loro nepoti , .eoo tanta 
vaUm difesa . 

Nella rapida corsa intorno agli avvenimenti di oHre venti secoli, suc- 
cedutisi oeir lUirio-Epiro , si è accennata in qualche luogo T opinioae 
con tanto apparato di solida dottrina sostenuta dall' illustre albaiioiogo 
Hahn ( 1 , 211*254 : 301 , aegg. ), essere cioè gli Albanesi moderni i di- 
retti nepoti degli antichissimi Pelasgi , come sono di certo 1 disoendeoli 
ImmediaM degli llltrio-Macedoni ^ ed Epiroti. Da che ne jrerrebbe che 
ei possano con verità dirsi i Neo-Pelasgi , come i Greci moderni 9QB0 
i Neo-Elleni • Ed infatti i dati storici più autorevoli , i nomi di pareo- 
chie divinità pelasgiche, i quali trovano la loro naturale spiegazione nella 
presente favella albanese, non meno che parecchie denominazioni geo- 
grafiche , o gentili , o di persona , anteriori alla storia ; ma soprattutto 
i costumi attuali delle tribù albanesi dottissimamente posti a riscontro 
con quelli dei Pelasgi, degli antichi Elioni, e dei Romani, che lì ere- 
ditarono dai primi, le miriologie, per esempio, ali* uso omerico, i riti 
nuziali, e funerei, il modo del gQverno interno, e il sistema familia- 
re, le superstizioni, perfino T abito indigeno, e 1* uso della chioma : que- 
ste , e molte altre osservazioni unite alla dimostrata continuità fin dai 
remotissimi tempi delle nazioni illirio-epirotiche , per un lato, e per 
r altro alla più che probabile medesimezza sostanziale degli lUirii , Ma- 
cedoni, ed Epiroti coi più vetusti abitatori di quelle contrade, danno un 



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M8C018O PBELnfnfAIlB LUI 

ÈéMé fèndMiieiito alia dottrina bahniana, già da altri , e specialmente 
dal MaRelH'iin fyroniMsa , e qoindi da molti dotti aecetlala . Per lo che 
panni sia detto giostaraenle, che se la senlenxa leste accennata in quanto 
aièrma negli AllNinesi presenti 1* essere di Neo-Petusgi , non può dirsi 
per »▼ ventura eompletamenle certa, e indubitata , pure si mostri la piò 
protMbtie , ed offra la pie accettevole spiegazione del fatto storico cer- 
Hasimo della esislenxa di un popolo » e di una lingua vivente da tempo 
immemorabile in quelle sedi primitive dei Pelasgi in Europa, quali chla- 
ranienle ci atlestano gli antichi scrittori essere state l' Epiro e la Tes- 
aaglia eoMa Msoedonia (a) . D' un popolo , e d' una lingua , diceva , che 
mentre dimostrano evidenti qualità etniche e glottiche convenienti ai 
kfoghi onde sono native , e alle credule origini loro , niona speciale at- 
linenia presentano coi nuovi popoli vicini che li circondano , e quasi 
direi il pervadono , Slavi , Turchi , e Rumeni; ai quali però ha Iorio il 
MtioMrayer di aggiungere gli Ellent, che sono pure dello stesso psese, 
e della medesima schiatta pelasgica secondo le più autorévoli antiche 
Iradisioni (h) e memorie isteriche . 

Or se, come io confido, neir esame della parte formativa della at- 
Ittate livella albanete, è stala In qualche modo dimostrata raffinila sua 
con le greco-latine, ma specialmente con la ellenica, e il medesimo as- 
sonlo viene confermato per la parte etimologica ; parmi risultare , che 
gli inirio-EpIroti antichi e moderni siano un ramo di Pelasgo-Elleni , 
nodiicalosi diversamente dagli Ioni e dai Dori: e dall* altro lato sorge un 
•rgemèstonon ispregevole, onde chiarire in qualche modo con la prova 
^ oira lingua vivente Tessere etnologico dei vetusti Pelasgi , che si con* 
-lémerebbe giusta le traditioni teMè accennste degli antichi , di fondo 
in gran parte non diverso da quello desili Elleni (e). 

Vero è doversi per avventura riconoscere nel linguaggio albanese la* 
lune proprietà caratteristiche comuni col rumeno ; le quali estranee alla 
l^rroa «Itima delle lingue greco-latine, sembrano avere un fondamento 
probabile tracio (d), o tmoo-macedonico ; in guisa tale però che siffatto 
«lomento tracio sia da credere per i Dacl , e Traci, diventati Romani, 
inedificato daHe sopravvenute influente Ialine, per gli lllirio-Epiroli dalie 
native qualità pelaagicbe, ed indi dalle elleniche. Ma la più rilevante 
di qnelle proprietà speciali è a quanto sembra I* affissione dell'articolo 
In fine del nome^ che si trova pure in altre lingue molto lontane d'in- 
dole , e di luogo da quelle di eui si tratta ; ed inolire , come io accen- 



(a) Om. 11. XVI, t33: 2iu 4fy«e Am^mvaìc , Hi ìavy t* k^ tnìó^t vaUwy àuiémi 
/it^itn ^V9xu/iip^^' ^/Af i ^^ XtXXol , lai va{dV9* vTrof^rac , aiftnr6n9Ìn , xoc/Ktcwiu . 

Esiod. presso Strab. VII. Am^mvi}» f i^y^v r< n<A«9ywy i^patvùif. Cf. Erod. Il , 62-56: 
Strsb. V, Vii: Tucid. I. 3, 1V« 109: Plio. bist. 111. IV; ecc. 

(b) Ciò insegnano espressamente Erodoto, Tucidide, 11. ce: Dion. d* Alio. (I, 17), eoi 
più fra gli anticbi . Prai moderni soo noie le opere di Hermann, di Rulmao, di Max 
Dunker , ed altri ebe teodoao a dimostrare la parentela dei Pelasgi cogli Elleni . 

(e) Cf. ancbe le note della Oramm. a p. 33 , 10t-3 , 180 , ed altre, 
(d) Alevol antidii aeritteri daooo iofatti, non aena noa qoatehe ragione, il bome di 
Traci al Maoedoai» agU llUri , sd agli IpiroU (v. Hb. U. ec). 



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LIY DISCOMO FRELmpiAMB 

Dtv« nella GranmalologU, una tal proprieli noo è forse UbIo eerta (al- 
ineno in tulla l' estensione che altri le dà ) per V aUuuiese » né tanto ésira* 
nea alle primitive forme dell'ellenismo. A che arrage essere Tartleale 
di fondo latino nel rumeno, di fondo greco nelF alt^aaese , o epirotloo. 
D'altro lato i Traci, o i Traco-Macedoni, sono pure credoti generaliaettle 
della schiatta medesima detta perciò traco-pelasgica (a), la quale si dee 
sopporre almeno altreltanto omogenea nelle soe partì, quanto si rkone*- 
scono ai nostri tempi congiunte le nationi dette latine , o le germaniche • 
Ed infatti nel tracio Orfeo simboleggiarono gli £lleni la prkna loro eiviHà 
letteraria , come nel tessak^epirotico Deucalione (b) la prima soeietà po- 
litica. 

Ma sema fermarci più a lungo in queste astruse disquisizioni , ehe 
difficilmente riescono da se sole a risultati sicuri , oerte è, che la alo^ 
ria , non meno che la lingua , ci presentano congiunte in ogni l^npo da 
legami assai stretti le tribù illirio-macedono-epiroliche con le ellenidM^ 
o siano eolo-doro-ioniche . 

Un fatto poi di capitale importanza rivelasi all'osservatore nella sto- 
ria di queste genti ; ed è che le loro sorti durevoli , i grasdi fatti mon- 
diali per esse compiuti , non hanno avuto luogo che per la unione delle 
due schiatte sorelle . La civiltà vera ddla Grecia incomincia a aergere 
quando i Tessali egli Epiroti sotto il nome di Dori prevalgono nel Pe- 
loponneso e nell'Eliade tutta. La Grecia sola combatte gloriosamente^ 
ma resiste appena al colosso persiano ; questo però è vinto, e strilolato, 
e l'Asia aporia all'Europa, allorché gli lllirio-Macedoni si pongono a capo 
dell'Eliade. Che anzi il pensiero delia conquista dell'Asta, quasi eredi- 
tato dai tempi pelasgici della guerra troiana, fu inveeo prinotpatoeate 
pelasgico ( illirio-niacedono-epirotico ] siccome osserva Habn più che 
propriamente ellenico . Ed esso si parve costituire il fine della politica di 
Filippo e d'Alessandro M., nella coi mente la eg«nonia elleaiea, non 
doveva che servire di mezzo alla grande impresa. Disunite, appena morto 
l'eroe macedone, le schiatte pelasgo-elleuiehe non poterono resistere alla 
potenza crescente dì Roma, pure combatterono a luogo, e se legate In 
un fascio di unica nazione , governata da aaggia politica , non avreb- 
bero ceduto prohabiloMnte ai Romani cpmiuistalori del mondo, e tanto 
meno poi ai Turchi . L'Albania sola , con forse due miUioni d' abilanli , 
fece lunga ed eroica resistenza alle orde otMmiane giunte all'apiee della 
grandezza loro, ma dovè poi cadere. Una parte drila gente ellenica, 
e una fruizione dell' albanica, unite vinsero testé la mezzaluna, ma rin* 
scirono appena a liberare un lembo della patria comune. Sembra fatale 
che divise le due schiatte sorelle non debbano riuscire a grandi fatti di 
mondiali conseguenze, unite possano grandemente Influire sui destini 
della umanità. 



(a) È noto specialnDeote da StrabODO cbe la' penisola greco- illirica era occapata dalle 
nazioni tracie , macedoniche , Ulirie , epiroUohe , ed elleniche • Al di là della catena delle 
alpi orientali vi erano Sciti, e Celti sino al Danubio ed oltre. 

(b) Aentamente THabn (1, 261) spiega qnesto nome da iiov, e xediùv, qaasi yij-ycvijs, 
cbe secondo le Idee mitiche bene si addice al fondatore, o primo padre, d*ima nazjooe 



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DlflCÒfiSO PRELIMNARK LT 

La parte ehe ebbero gli Albaeesi cristiani dell'Epiro e della Grecia 
nel rieerglnnefito eileiiico« a neMono è ignota» roada tutti proclamata, 
sebbene non abbiano avolo essi una pagina particolare nella storia , e 
Tsdane confasi sotto il nome generale di Greci . Cosi un tempo pei Ro- 
nmni , e per gN Asiatici non erano distinti Pirro , o Alessandro da eroi 
^leni , da Arato, per dirne uno, o Filoperoene; ed ai nostri tempi egual- 
mente Marco fiozsari è per la storia un greco, come Maurocordato ; 
Miauli, come Canari; e la flotta della Grecia risorta, Irionfatrice in cento 
scontri della roeiialuna , quantunque sopra quello navi non si parlasse 
generalmente che l'idioma albanese (a), non appariva all'Europa che 
come ellenica . Ed in quanto a ciò è da osservare come non solo dai 
Torchi, o dagli estranei , ma dai Greci stessi non siano appellati Alba- 
nesi nella storia altro che gli Schipetari musulmani; ì quali però ven- 
gono riguardati come Torchi , e portano anche in questo la pena di aver 
aeeomonato la propria sorte cogli oppressori della loro patria , e dei loro 
fratelli, e di essersi ami uniti ai nemici neir opera iniqua della oppres- 
sione . li a se a loro splenda la conoscenza della consanguineità, e della 
origine comune, giova sperare che meglio avvisati facciano anch'essi 
nome i Chimarioti , t Sulioti , quei d* Idra e di Spezia , e si uniscano a 
eo^ilttire una sola nazione elleno-albanica , o panellenica , entro i pro- 
prii confini che le asi»egnò natura dallo Scodro airEmo, capace di espel- 
lere l'ottomano, e di reggersi da se stossa. Né perciò sarebbe d'uopo 
ohe gli Albani perdessero la loro favella , veneranda reliquia di veto- 
sllasimi tempi, né hi toro particolare fisionomia, ma dovrebbero bensì 
proseguire a parlare l'energico loro idioma, quantunque si servissero 
per lingua officiale delhi più colta ellenica , nel modo che solca farsi dai 
Macedoni di Alessandro » e dagli Epiroti di Pirro, e come di recente 
dagli Schipetari di Bozzari , e di Miauli . Le più grandi nazioni dei tempi 
moderni et offrono somiglianti esempi ^ giacché sappiamo contenere la 
Spaila i suoi Baschi, e l'Inghilterra i suol Celti, residuo delle pri- 
mitive genti di quelle contrade* 

L' Albania per la sua posizione geografica , non meno che per la ori- 
gine dei suoi popoli, e per la sna' storia non può restar divisa dalla Ma- 
cedonia, e dall'Epiro, e quindi dal corpo intiero della Grecia. Né I tempi 
sembrano correr pr(^zii alle federazioni di piccoli stati fra loro. D'al- 
tra parte la civHtà fra gli Albanesi dee penettf'are specialmente per la 
via della Grecia e per mezzo degli Elioni , coi quali s' immedesimano 
la maggior parte dei ToskI e per le idee , e pei costumi , e in buon 
dato anche per la religione . Pertanto a me pare che coloro I quali av- 
versano l'ellenismo, e lo vorrebbero alienare dagli Albanesi, rompono 
l'' istramento più adatto al bene di Albania, e insieme cospirano contro 
quello dì Grecia, la quale sarebbe monca senza di quella. Lo Xylander, 
tanto benemerito della nazionalìlà , e della letteratura albanese, riconob- 
be, prima di Hahn , che l'Albania non poteva esser incivilita che dalla 
Grecia • E questa fu tra le ragioni precipue che lo Indussero a seguire 



, (a) V. Fallmer. d<u Àlb, 1 , 41 , dovt cita Hatn , e la rsluione di un oAsiale in- 
gleM, il loogoteo. gonerato Joclimus, London .1S68, p. 80: c(. lleinti. op. e. 



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Lf i Biacavao pRBLonifAip 

r esempio degli SclnpeUri Toski nello wrivere U loro lingua con ca- 
ratteri greci, slimando pure la Bibbia (N. T.) oIIìrm) istmaficiito a spar- 
gere semi di civilià fra gli Albanesi. Ed io. non posso a meno di lar 
osservare cbe chi vorrebbe costringere gii Schipetari a pr^érire i ca- 
ratteri latini» o italiani, ( per tacere della minore intrinseca convenieiaa) 
pone senza avvedersene un ostacolo all'incivilimento di quel popolo. Ma, 
ciò che è ancor peggio , tende a sanzionarne , e a confermarne le ìwr 
terne divisioni, staccando i Gheghi sempre più dai Tosici; perocché è 
impossibile che questi immedesimati come sono in gran parte coscli Bl- 
leni , adoprino altre lettere dalle greche infuori. I Gheghi seHentrtotBay 
all'opposto, meno colti, e meno numerosi dei Tosici , e dei Gheghi del 
centro che ai Toski stanno, congiunti , trovai^i molto pìA segregali per- 
chè da due parti stretti dalle genti slave.; onde è più che mai necessario 
toglier le divisioni fra d' essi e i Toski • A che principale messo può es- 
ser , colle ledere, una più colta favella comnoe alle due partì 4Ma saaio^ 
ne. Sotto l'aspetto religioso, i Toski cristiani, t quali noa «onoscoaa 
che la chiesa greca si troverebbero nella posizione conveniente a laro^ 
i Gheghi cattolici , troppo lontani dall' Italia , e ripugnanti dagli Slavi 
che sono per lo più devoti al rito orientale non unito, troverebbero cob- 
forto e sostegno negli Elioni cattolici delle isole ionie, e delle altre parli 
del roj^no gr^co , mentre gioverebbero ad accrescere l' importanza di 
questa parte della soci^à panelleoicat Ma i seguaci delle due confes* 
sioni cristiane, giusta l'esempio che ne .danno tutte le civiji natiotii 
d'Europa , nella reciproca tolleranza avrebbero modo di egnalmeade com- 
perare al bene di tuUi, e della patria comune. 

Ma è ormai tempo di raccoglier le vele • La escursione aul campa 
isterico pa reami opportupa affine di ricordare i (atti principali dei pae- 
si , e delle ^enti , della cui lingua mi ^ono intrallenuio • Imperocché non 
è dubbio , essere le favelle in certo modo la espressione deli'indole d'una 
nazione, come la storia è lo specchio delle sue vieendei,,ed in quella 
anzi contenersene , a cosi dire , nascosti i germi* Quindi é che mi sono 
studiato dì abbracciare nella rapida occhiaia tutta la storia delle genti 
illirìo-epirotìcbe , condensata, direi q^asi» in poche pagine, con tanto 
maggiore impegno^ quanto sono generalmente più ignorate le cose anche 
storiche dì quei popoli • Né in ciò aspiro certo ad altro merito fuorché 
solo à quello mpd^tissimo di avere risparmiatp ad altri la pena di rac- 
cogliere ed ordinare accurate notizie utili a sapersi da chi s' interessa del 
mio soggetto. — Fummi occasione, o pnetestare quasi ponte di passag^ 
dalla dissertaziope letteraria alla istorica, il voler indovinare i'eté di 
alcuni degli antichi cajtiti ilalo-albaoesi; non conviene, perciò che ora ne 
ne passi senza farne parola. A più profondi e dotti critici, e altorché 
potrà a verste più ampia raccolta (che è a desiderare venga (atta, e pub- 
blicata con sano gusto di critica, e di filologia), sarà dato pronunziare 
su ciò più completo giudizio. A me basterà T accennare che non mi 
sembra improbabile siano da attribuire alcuni di quei canti ai tempi 
susseguenti da vicino allo storico sviluppo della gente albanica dopo la 
cosi detta manifestazione albanese. Poiché in taluni di essi rivelasi una 
vita prospera e tranquilla, quato esser dovette in molti e non brevi pe- 
riodi del despotato d'Epiro. La maggior parte però alludono a fatti gner- 



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DISCORSO PRELIMINABE LVII 

reschi, dei quali non yì ebbe scarsella nello spazio che corre dalla metà 
deirXI secolo alla metà del XV, a cui rimonta la emigrazione delle no- 
stre colonie d' Italia . Ho accennato altrove aversene parecchi allusivi 
al grande Castriota , dei quali io non ho potuto recare il testo di alcu- 
no . Ma credo non abbia fondamento di sorta il riferire che fanno la- 
Ioni la canzone di CoslanUno il piccolo (a) al fratello di Scanderbeg; poi- 
ché è noto come quel principe infelice perisse in età giovaoissima nella 
corte di Amurat. Se si dovesse pensare ad un illustre personaggio di 
quel nome potrebbesi riferire a Costantino fratello d' uno dei primi despoti 
d'Epiro, o meglio senza pretendere di determinarne il soggetto ad uno 
dei tanti signori di quel p«iesi . Havvi cosi un altra canzone compresa fra 
quelle pubblicate dal Crispi nella raccolta del Vi;;o (Canti Siciliani ec.) 
che è intitolata da Paolo Golemi ; ma nulla ci dà licenza di crederla al- 
lusiva a qualcuno della famiglia di Arianite , comecché potesse quel so- 
prannome slavo anco ad altri appartenere, tuttavia può credersi certo 
che almeno rimonti all'epoca in cui visse quel principe illustre. Queste 
poche osservazioni , da aggiungere a quelle fatte eia nella prima parte 
del presente discorso , gioveranno a dare indizio della età dei canti italo- 
albanesi , alcuni dei quali sono qui pubblicati . 

Inn.inzi di prender congedo dai mici pochissimi lettori filalbani , mi 
giova dichiarare altamente la gratitudine che professo a tutti quelli che 
in qualche modo hanno coadiuvalo il mio lavoro, de* quali ho già in altri 
luoj^hi fatto cenno (v. Grani, p. 23*24: App. 102, 123); ma princifmlmen- 
te al eh. ed egregio sig. prof. cav. Domenico Comparetli , a cui devesl 
attribuire che io mi sia deciso a stendere, e pubblicare il lavoro, e Taverlo 
potuto eseguire meno imperfettamente di quello che prima avessi già ten- 
tato . Gli altri gentili , frai quali il eh. sig. prof. E. Teza, che o col darmi 
auio di consultar libri , o col somministrarmi qualche testo albanese, od 
alcun loro avviso, o in altro modo qualsiasi giovarono alla mia impresa, 
si abbiano parimenti da me un alteslalo di sentita riconoscenza . Né la- 
scerò di fare particolar menzione dei miei carissimi fratelli, prof, pnppàs 
Niccota, e Giuseppe, e dei due ottimi giovani A." e F.* Crispi di Palazzo 
Adriano, dai quali ho avuto copie di canti , o notizie di cose albano-sicole . 
tnfìne crederei mancare a un dovere tacendo qui il nome della egregia 
quanto illustre, e gentile sig. principessa Elena nata dei principi Gbika 
di Valacchia (Dora d* Islrin), la quale mi é slata generosa di cortesie , e 
di aiuti per il presente lavoro . E di lai nome particolarmente mi predio 
di ornare questo discorso , poiché ridonda a segnalato onore della gente 
albanese, cui per T origine della sua famiglia si gloria di appartenere 
una delle più insigni viventi letterate d* Europa, che alla nobiltà della 
prosapia , e alle doti più pregiate nel bel sesso , ha saputo unire il più 



(a) A complemento di quel che si è detto a pag. XVfl, intorno a questa canzone, 
o alle sue tracce fra le greco-moderne , devo aggiungere che nel Passow , pag. 338 , 
seg., havvene bensì una intitolata, rà x«xà «sv^epixà, che incomfncia; ó Kwvsrav- 
rìTfOi ò fxtxpói^ è fiu.ponKvrps/Jiivo^ ^ ma essa non ha di sinrfile alla nostra albanese 
allro che il primo e il terzo verso . 



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LYIII DISCORSO PRCLlMlNAUe 

assiduo e fluttuoso culto delle scienze e delle lettere; onde non lascia 
occasione di giovare con gli scrini e con l'opera alla nazione albanese 
che gliene deve perenne riconoscenza (a). 



(a) Quando erano già scritte queste parole veooe pubblicato nella iletut dei dtu» 
Ittondei del 15 Maggio 1866, 2,* Livraisou, pag. 882*418, un nuovo pregevolissimo 
lavoro della Signora Dora d* Istria : « La NaiionalUé Mbanaùé d" apri» /«• ckanU pò- 
fulairu 9; col quale Essa aggiunge un altro bel fatto ai suoi meriti verso la na- 
zione albanese , e a sé un nuovo titolo d* onore nella repubblica letteraria. Con ampio 
corredo di scelta erudizione , e con altezza di vedute Ella mette in chiara luce 1* im- 
portanza deU*Albania nella Istoria passata, e nella futura ricostituzione della penisola 
orientale; né trascora di prendere in considerazione non meno PAlbanìa propria cbe 
le sue colonie di Grecia, ma specialmente quelle d* Italia. 



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CAPO XV 

DEL VANQBLO DI S. LIXA (1). 



1. "E I ov à^epovoLV (2) àrije yjl^e x.ovfiepujipéTe (3;, e et ^a;>- 
TÒperc Trip rè (4) dtyjoùoipe àré. 

2. "E ^oLptaùrt (5), dUTpoLfifiOLriire ^ovpfiovplctje^ (6), e^oa^tjey 
ai yLoiij {"Mjì) fieppe i^ep ^ajerépete, e yS. bia^ fii ri, 

3. "E où (7) jSoupi OLTOvpe kepnippi "Aere frapafioXi (8), /oj) ^i, 

4. T^/A/ v/fpr frp/i (9) jòvfifT (10) ì^ xffre (11) yji -Kjhre Sévre, 
£ ydv^ yov fibre vj^ (12) *yy.à arò , youxe Ari ri yr^vdeiur e yy^yàcL 
\d* €ptfit, i voóxc fiere re Y.ep-^iije (13) rè y^ovfibovpev 'Tfj^'p^ ^à ^* « 
y^f y> (14) àr^; 

5. "E ai r* à yjéije, i firi '}ibè y.pti^e rè rtje, toÌx£ ye^oùoipe, 

6. "E ai r« J3i}> *fibè arreni, ^per jèJaure, sii yjtrovere, i où ^óre 
àroipe* ye^povifi (15) bia^i fiè fiova, aè' yjéra ddkev r tjie rè xovji' 
bovpev. 

7. Ov ^éfie jovfier, ai neaqrov db re jeere ye^lfu 'ydip Kjieke irip 
yjé ^ajerovap njè fieravoiae, ai nèp vv^vdèStdre t riivde rè dptire xje 
youxe xàve yupt (16) nèp fisrayt. 



N. B. Si rammeati che le lettere greche nello scriver V albanese haooo il 
medesime valore cbe nel greco moderno, se non che u vale u francese o mi- 
lanese. Le italiane b, d,j, hanno il snono iialiano. 

Ma « sta per e mula fr., ed >} per e mnta Indga ossia per eti fr. 

Le composizioni particolari di consonanti sono : d» := s ital. forte; ra = z 
ital. debole; di^zgi itti.; t( =: ei ital.; o^ ^ $ei ital.; {;« :=j, o gè, fr. 

La j dopo y, X, X Mrve solo ad ammollire il suono di queste gutturali che 
altrimenti r hanno forte; onde fj:=zghi\ià\, ecc. 

I dittonghi si pronunziano sempre sciolti, meno ou = ti lat. o italiano 
(v. Gramm. p. Il, segg.). 

1 



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o<2)o 

8. "A TqiXix tccje àjo ypovoi %jè re xi'a^ré òiére SpayjJLtpoc (17), i re 
-/oviibiTe (i8) yjy\ SpoLyjit, voince Sé^e ^onv (19', e'vouxf ^a^fv a^TeTr/'v, 
t VQvyie Hcpxóv jutf yLovideace (20) *yy jépoL ai r à yjsijc; 

9. "E a/ r* à yjetje^ ^per jiiyixre è$é yyriyere^ i où ^órt' ye^óovvi 
baa^ Ili /lovoL, ci yjar^e (21) {yjtTOi) Spa-^tv, y.jè nircfi yovjihovpe* 

10. Kcff^rou, Oli òojie jovfiety yet^i/JLe brivere nepnipT, iyyjejere ce 
Trepevdi^ (22' rrép vjè ^ajeroioLp nji iierxvotce. 

11. "E ^à* vjè yjept yucq di djeXiie. 

12. "E jiYÌ (23) / plov 'yxi etra i ^6t€ ce jiriTt' rdre (24) vf/ie (25) 
TTJeccev é yjyipire^ y-ji fie bU' e où 'vdiov àroipe yjriv (26). 

13. "E TTÒiq j6 c^ov/ie direr (27) / 'jibjoSi (28) yjt^e jiì (jiii i) plov 
blpCy £ /xou (29)' efiÌT6 'vde fievde rè \jipye» i àrji nep-^iiti (30) y^i^v 
é rtje 'vde novvepx rè klyx. 

14. "E ci 6 Ttepic^t (31) ài yji^e, où òri (32) ov s fiiSi 'iiV are j3/v- 
de* € ài vici (33) re jióc^ y.Icc,» 

15. "E jSarf , i où xoX/oe (34) jxé vjè *yxà (pcc^iaràpere (35) e àrije 
fièvdtre^ ai depyót are *vd€ rqi^Xi-/.je [36) rè rtj$^ re povav depporre (SI). 

16. "E x/a< dec^tplfie re 'yy ice (38; òopxouv f rije *7otà Xévdere (39) 
Hjc X*'Ì*^ deppare' e'voóx* / fjrré '40) v/ff/" àr/j«. 

17. "E <7} epji *yrfc fiarey^s rè rtje^ S'à* era poyerópe (41) *virfc a^rc;rr 
r<' babitre ^42; a* /jxe xave 6oixe, xjè oli rsTripóv, Ì ovve %erov fidécce 
ovpUr (43;; 

18. Dh re ^yyplx^f^-e (44) re fiera ri boòii ijie , i' r ì S-o'/xe {45;- 
boLbày ^ejafioL (46; v.6vdpe KjlaXire, éSd-aóvdpe raje, 

19. "E /tri vovyLe jà/i i ^óri re %jo{)y(jx€p.e (47; blpt tre bvìp,e (48) 
;róa« vjè 'yxà poyeriper é rovo., 

20. "E oy *yy pi, a Ìpii *vdi bxbài rìje' a al %ji (49) ày.6/jL0i Ajàpye 
'yxà ài, f' srdt (50) àr^ 6aòài rije, ai epSi (51) xcxje Ttip ri* a où Xec- 
(^oùx (52), ai cc^rlov (53j dovapre ' jibè y.jà^^ rè rtje^ a é noi&ra are. 

21. "E I bipi i ^6r àrìje* boJ)à ^eja'&tx vLOvdpe Kjlaktre^ eSi Y.ivdpe 
raja, a vome ji]± i cpn (54) jutri re xjoup^af/Jte blpi ire. 

22. "EÒaòa/ oy S-oVf cc,epber6pefiar (55) aè r/je* xp/v/ jicc^re jjlìì ré 
jilpixre péba (56), a filcc^via '57; àn», afilppt (58) ovvile (59) Vèè rfópe 
rè ri)*e, fc' re '/Jtòa^oypa (60j *vde yy^fibe rè rije. ' 

23. ''E bivi (61) j3/r^/v é oùccyLjUpe jii ypoype, f Seppia (62), f' re 
^àjute, i're ye^óvajjLi. 

24. 2è xou/j ò/p< //xe xji / fiday.ovp (63) f ;rà po'/, fc' / yovjibovp 
i' Oh yjévde, a vicev re ye^ivacc^iv (64). 

25. 'E blpi jjLi ifii] i) jiàè* i rtje ytji '}ib' òlpe, a 'jibè re -ae^lape 65) 
;roxje (66) où à(pepovx c<^renìc,, diyjót re xevrfoyapa, afiiXepoi (67). 



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o<8)o 

26. "E ci ^tppi yji V^3t -Aonijere (08), t nvtti ^69; rc^è dò re jetv xfró. 

27. "E Sé ài ì ^à iuje* oi fixii (70) ne tpSt, e ^tppt (7i) bxbit 
ne fitT(^iv e oùa^yLjUpe jmì ypovpe, oi neoè t nephi àrè jjlì c^evàtre 72 . 

28. "E dì où ^yìp^tpova, t vouxc dovoiv (73j {dovxje, Te y^ìv bepévdoiy 
t b(xbit Tije déXi jia<;Te, e i kjovnij 74) drìje, 

29. "E ài où nepyjt-AJe (75), ti S^à bosbint aè uje* jà, yi%%je fijére 
re TTOvvótje n, t \dovjy) nopal vov^e re Q^jtXjoi '76), t jjloùx vovyje }ie 
ade TLOvppt yjè x/r <e '77y re ye^óyifie }jlì fiUere sfit. 

30. "E xoup* tpSt %ovtj blpi ne, %jè re x^TfP^ ffi'^ >** TP* ^^ ^'V^^ 
i ^eppe OLTije fiir^tv 6 ova^jUpe fii ypovpe, 

31. *ESè ài / ^6t€ àrtje* bipe, ri -novpdo /li fjLOvx 6àapc jù, e 
yji^e rè jxlxTt rè miare jave . 

32. né ttr^Te (78) é ovSe^ re by\j0}ie (79) yoa<Tr(80), tye^l/ie, ci 
ned y.ovij fieXii ne ¥.ji i fids^^ovp i ttol poy, e ì yovphovp i' où yjévre, 

Annotasìoni 

(i) U testo n'cavAU) titMa edùiooc <iel 1827, di Cerfà, non è «Ueralo: solo 
vi si è adattati la ortografia che è ptrsa «igliore, giusta le osservaiiom esposte 
nethi Grammttolsgia. — la 4fuanto a ricerche etimologiche, non si farà caso 
qui delle parole che si incentrano neir accennato tavoro, potendosi ritrovare in 
esso coU'ajuto detrindke «lei vocaboli. Vi sarà posta soltanto qualche osser- 
vazione grammaticale, ove occorra. — L^. parole fra pare^losi sono aggiunte 
a schiarìmenlo . 

(2) Nei testo àfépoùitMe: ro ho Himinato la é mula in fine <iHle 3. pers. plur. 
come degli accnsat. sing. (f . Gran. §§. 180, 228.), qnando non serva.aHa eufonia. 

(3) /.9\j/itpxjàpér9 nel testo, colla desinenta di non. oceosat. plur. -eW usata 
del testo sovente per -ere. La voce x*u/uit^'&/»-i, si attiene evidentemente alla 
hit. commercitim, sebbene 1* alb. ««h^ì^kj-c, donde xovfnpxj&p, abbia preso 
la sigoificazioBe di datió , ^«èef/a , quindi gaMlieré etc. 

(4) itép tb d*r/J9Ù<Kpe » per tui^re , =s xmip toO ocxoOccv : una delle forme infini- 
tive (v. §. 281). Jl V. è éifijòije =: etdeyjóije, coH* accusat. ^rd, cioè ocùr^v. 

(ti) Il tiesito scrive fctpitijre colla i per i , cbe è vi'izo tosco dopo una vocale ; 
ere desinenza noni. acc. plur. de'nooH determin. io «v. 

'(fi) ^«o^/*«upco«/a«, I l^ò^ijtv: Bèi testo, pL0ì/ppLovpi9v9, i òó9<ive senza il suff. 
cje , e cotta e inorganica lofloe (v. §. 153, 210.). 

(7) 0^ ^oùpi : 9Ò particeNa pronom. massa per pteonasmo , come presso il 
volgo de Toacaoa « ffli ditte « lorm »: ^vùpt perf., «fi ^«0, ^«, ^U, io póngo, 
3. pers. sing. io gh. fioùn, o, /3dcy< (v. §§. IM, 221, segg.). 

(8) icoLpocfioXty accnsat. lodet. di napoi^oXi-^ fatto dal greco if^pafioXifì , come 

dal greco è tolto ypKfXfiOLxi^ov ^ pi. -irt :=zypxpfjLUTtùi. 



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o(4)o 

(9) Ttpity ossia n%pii: ?. §. 257. Nel testo Tcpil-/ =r «^«\;, o Ttpij per vezzo 
tsk. T. sopra al n.* 5. 

(10) J9Ùfitr=zJ9Ùfii (t. §. 203). 

(il) xicTi, xUr, 3.* pers. siog. di xU/ie (v. §. 217). 

(12) vj^y = y/flc gh., ho scritto per il femlo. a differenza del Mjè, = vjl gh., 
maschile : il vjà gh. sembra più adatto al femminile per cai il Da Lecce pone 
y/fléya. Tuttavia y^'c trovasi adoperato dai Gheghi anche per il femminile. 

(13) x9p»òij9, nel testo, xe^x^e = xe^x^/t . 

(14) '/jé^e, nel testo 'iHy9 = y/X/e» nell'italo, e greco-alb. yjUifje, o yjitvje. 

(15) ve$^«vvc, rallégraiwi; da yt^^vc/te, medio-passivo; sta per la regolare 
forma ye^àvtxJB (alb. sic), avendo la desinenza attiva y* per la passiva o media 
<XJ0 (v- §§• 2^ s^SS-t 237) od txj, della 2. pers. pi.: ye^^^uy* sembra fatto 
dal sing. ye^iovj ralUgroH, appostavi la ascila yc del plurale. 

(16) x^ì, determ. xf«'-«» *' M«ofHo, =: gr. xP<<^> come /uray;, -<a, fi«T«- 

y0(9e, = /ACTflcyoMC, /UTflcyoA gr. 

(17) ipaxt^ip« pi. in p« da ^pocxM-'ìy -ia,3; iptuxH^ (▼• §• *W). 

(18) xo^fifr^re, forma in cve, £re, dal v. xov/i6e, nel senso di pvrdnrt dato- 
gli dal tosko mod. 

(19) fOTiv, nel testo fwrc'ye^ accnsat. sing. da f orc-a =: f ùmà gr. mod. 

(20) xoìMdk999 xomdi9t , nel testo xoucyiÌi« = xouf/ilé( , colla y per il vezzo 
sopraindicato. Per la etimologia di questo vocabolo Hahn (I. p. 227) cita il 
macedonico 9X0c^o$, specie di euTator;o fatiort^^z xqXìqì notato dal Curtius Gr. 
Elymol. lo credo che vi si possa riferire anco il gr. comune x^io^^ dor. x&jSoq. 

(21) y/iT«f zz^f/irac, come iràT$e = ir4ro( (v. §. 213), da 'i)ii>'^9, y/éc/e. 

(22) irc^ey<it(. Sulla voce wpewdiec v. §. 265, e Hahn 1. 268, Diz. p. 98. Il 
nog^e vtpvdiocy egli dice, che può esser femioile quasi divinità, e masch. z=<iio. 

(23) fifi e, nel testo per contrazione /ac, ovvero /lì» 

(24) rare, babbo, padre. È noto che in quasi tutte le lingue indoeuropee, 
cominciando dalla skt., si ha questa voce, a cui è alfine atta-lat., £rroc greco 
(Hom. Odyss. L. XVI. v. 31. iavMtm outw«, £rr«, e in altri luoghi), come Talb. 
( &vt (ed 1 ecTTc), il padre: et. liTra«, nuripcti, K^rc«, di Esichio, coiralfievo- 
limento dell' « in e, come «sa Talb. nei casi obliqui p. e. re-re frc, di, a evo 
j^adre . È da ricordare il testo di Varrone apud Non. II. 97. « quum cibum ac 
potionem buas ac pappai vocent, et matrem mammam , patrem tatam » (v. 
Annot. (B) 97. p. 115); le quali parole sono conservate nel volgare italiano. 

10 Valerio Fiacco (presso Cantù Àpp. sulle lingue ital.) si ha e altam prò re- 
verentia cuilibet seni dicimus ... et atavus (at-avu-s), quia fafa est avi, idest 
pater » , dove si incontra la radice at con una ( come nel comune albanese e dérc. 

11 dial. tosko ha fatto dal nome rara, padre, xàroy r^ro-ja, e r^oua ado- 
perandolo per dire prefe, come in alcuni luoghi d'Italia dicesi padre per 
prefe, e come nel greco 9r«]nr&«, = padre, vale pref e . Neil' alb. sic. r^r-c, 
si usa per il nonno invece della locuzione rare-fAà^t, simile al grand pére 
de' Francesi . 



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o<5)o 

(25) W/ie, eqoifale al coniane ^/A/me, flfifU od éifit, fi/n^ ::z Ané-fit , dam- 
mi, od l9re-/M (v. §. 58.), essendovi anco vàn =: <ir (Hh. Diz.); ma per ve/me, 
da' imperai. , non si potrebbe pensare al gr. v</am? 

(26) y/ij», sìncope di yj^pwòcew. di x;»lp-«, nel gh. fjàv*-j» (v. questo vo- 
cabolo, e I §§. 122, 186, 216). 

(27) d/rcr, è caso retto dalla prepos. nàs, dopo, cbe vuole regolarmente il 
genit. (v. Hahn p. 94.); ma dirtr non potrebbe essere cbe genit. o ablat. sing. 
(v. §. 184.), che qui non si confà al senso, onde si dovrà probabilmente ritener 
dirtr come plur. gen. dat. per d(re/9iT, o dir^fitr (f. §. 193.), se non si voglia 
credere accusai. = dlrtre, o d^rre , accordando questo caso alla prepos. ir«( in 
qualcbe frase, come pare in e nàt fiova » invece di e nài fiijt » (Hh. I. e), e 
come succede con altre preposizioni. 

(28) *fibj6it, 3, p. s. perf. di 9fibji^, = B/ibXi^B, -^, o 'fibXji^ etc. 

(29) fxov, da fx«, che nel tosko vale io fuggo, e parto, come fcùyw, Ifuya 
del gr. mod., ma nell'alb. sic. ha solo il senso di fuggire, ritirani. 

(30) Ttepx^^* P^rf. di nep^àm, io (ingojo?) eontumo, diuipo, ed uttndo, 
spando, Devesi riferire questo verbo al semplice x*^^» ^ apro» cf. gr. xajv-éu, 
x«ir-w« eie. (f. §. 134). 

(31) nepivuy nplv^i secondo il testo, e la pronunzia comune: v. §. 144. 
Neir italo-alb. vi ha 9$ire/9/9«c, o, v^npivn, 

(32) oZy è apocope di ovpi^ct^ oZp9 (v. queste parole). 

(33) yi7(, perf. dì W^e (vc9^'e), io incomincio, dispongo, vlvtfis, io mi prc^ 
paro, ed io parto, NelIMlalo-alb, vi è solo il medio fluite, o wiQvtfac, io parto: 
e questa è da credere la forma prima, e la significazione propria del verbo, pa- 
ragonandovi il gr. v^990fi«< = 9Ì0/IÙU. Nel passaggio del senso presso i Toski è 
avvenuto, pare, avcVcfie, ciò che all'ital. inviare, che per molti in Toscana 
vale incominciare. V uso della forma attiva per la media si trova anco in altri 
verbi come XJoùvc o ijovrc, scodr. lus, lui, io prsgo, supplico, = XjoùrrtfjLe, 
gr. XItto/ìou, con «v per «, di che vi ha il contrario in Xjtfró^c =: Xsvfròtjc, cf. 
lai. I ucla, alb. Xoùftx. 

(34) où xoX(9Sf aor. neutro^pass. di xoXivc^ o xoAAfve, gr. xcXXm, «iaw. 

(35) fviiKvàpcre, pi. di f9it9(x&p, passano, da fv^tirt, il poeta, ovvero fv^àri 
(v. §. 195). Questo vocabolo potrebbe aver relazione con foùvia, la pianura; 
ma vi si può riferire ancora il greco iftA^ ghiaia, sassolini (per le variazioni 
fonetiche v. §, 58,), quasi fosse fv^cdé-re, =: luogo sassoso, come sogliono 
essere i campi incolti; o finalmente nia^fy nivta^ campi paludosi , o bassi ed 
umidi, col frequente suflT. re. 

(36) ntfXUjej campo, podere, è voce turca. La scodr. daaWy-a, campagna, 
possesso campestre si avvicina al pàvrotxti di Esicb., proprietarii di fondi; 
sebbene siavi nel serbico bashtina, eredità. 

(37) dippoLtty pi. di dippe: v. §. 119, per T etimologia del vocabolo. Lo 
Stier , op. cit. die alban. Thiem. p. 132. , pensa a ^p = fera , e a ^ovpoi etc. , 
ina ognun vede cbe x^P ^ d^ preferirsi; e qu) (v. Gr. p. 123) è di ricordare 



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o(6)o 

r osservazione che il lèi. verres, ital. verro, si tccostaao al x^p greco, colla 
¥ per x> come brevis a fipocx^iy mentre apparisce il contrario in nXoùxoup alb. 
= pulv-er, (-is) lat. L' alb. sic. dipx-otj, il porcello, è notefole come diminu- 
tivo di déppe (dép) con un soSìsso x, o quasi dtppivixe. Potrebbe credersi con- 
giunto al greco <ri>f«cx-((f)? 

(38) *T^Ò9e, io sazio, riempio. La etimologia di questo verbo è oscura: 
sembra nondimeno «ver relazione col nome yóave scodr., yovriy fsviri-a tsk. 
baneheUop eonviio, donde il v. vo^rcae, yo9«r(ae, io banchetto (cf. il teutonico, 
gast, gaste, gasterei?^ che si avvicina al v. greco a-xoffrio», ^ff«>, mi ni»- 
trisco abbondantemente, coi nomi analoghi «xo<mi, xóarou, che sebbene si tro- 
vino nel senso di orzo, biada (cf. alb. xa9(T-«e, lapoffliaj, ebbero pr4>babil- 
mente il significato generale di nutrimento, come accenna il v. àxovxitn. Vi è 
somiglianza di processo tra il nome greco xav-q , mangiatoia da brtUi , e il 
V. xà?r-T-w, per mangio largamente. A xdéic-v-M, xiofijj si accosta intanto, 
a parer mio^ il sinonimo di Vy^<* « *vy^» (Hahn), cioè *yy4« {z^'yn4ne) che 
egli ci dà come equivalente a '/yóvw (= eyyàfrve). Del preisso nasale non oc- 
corre far parola^ né della media gutturale per la forte. 

(39) Xsvdtre, nel testo ìivreze, le ghiande. La relazione di questo nome col 
lat. glandis (glans), caduta la g, è molto chiara (g- laudi -s = 'Aivi{8-a). 
Ma inoltre glandi, e Xivdt, non sono, mi pare, di origine diversa dal gr. /9a- 
Aav-o$, poiché la )9, e la y si sostituiscono (cf. filine z=:yXiic« etc), la cT presso 
la V è una giunta eufonica solita neir albanese (v. fonol.), e tale è qualche 
volta nel latino come in ten-d-o zz n/y-ca. 

(40) i Ttcts, gli dava: «, v. dei pron. ; tvxt 3 pers. siog. imperf. del v. ine, 
jiite =z tónte. 

(41) ^oyerópe, derivate di pàyoc, la paga , la mercede, e f. il lat. e - rogo, 
e-rogatio. 

(42) fcccòàcre, genit, di babéi-t, il padr^, cf. iràinr«-«, ital. babbo. 

(43) ci^jÉT genil. ahi. sing, Cem. di oùpia. (v. §§. 184, 265). 

(44) dò re V/P«x«/*« (altrimenti ^é^e/te, y>iz«/*«)i tm. medio- passi yo, gr. 
m. aà ffi7x«5«, ^à èyspB^, dall'attivo eyypéije,'yypéiyje (ypiije), io alzo, fo forie- 
re, gr.iyec>w, aor. eyy^cTa, o alb, sic. tripéixai, perf. eyyfiifia: neir iulo-alb. sen- 
za il cangiamento della e, e, in «, si ha il medio-pass, eyypéxtfie. — Se pure vo- 
gliasi della stessa origine, va distinto però T altro verbo, in Habn i^p^a, o r^pix, 
alla gh. vypéf (ossia ey/pé«, eyypixe, -ye), io ergo, gonfio, inalzo, tendo ««a 
arma, e simili. Rad. ypé.o xpéx. Ambedue non sono da confondere con xpétje 
(xpévije), separo, distinguo, metto fuoH, (passivo xpivt/Le) cf. x^»» gr. 

(45) I T* t ^ó/ie, colla forma indicativa per la soggiuntiva 5l«/ie (v. §. 217), 
come spesso . 

(46) feji^a, perf. di fejhje o feXjiije (Hahn Diz.) == foùjitje, derivato di 
fóJKZZfàXjocy la colpa, cf. il v. jwWi/e (fàXXe). 

(47) xjoùxKe/ie, per xjoùocxi/ie (v. §. 234), = alb. sic, xXoùxt/ie, da x;#ùai;f = 
xXoùoc'VJe, 'ije, io chiamo (o xXoù-tje). 



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(i8} l^fu: meglio b^fniit, poiché vale per ^i« ^i, /<i, o /««va, fammi, 
fa'm$, imperai: nel gb. 6àv, o ^Ave. 

(49) y'é, = x«Ai, o, xA^' pirlicip. xjiye , kXÌ¥v4 Eh., xAé>> alb. sic. o, ««sÀèv 
(v. p. 295. n. 8). 

(50) ?r«, 3^ pers. di ff««»e, o xcm (v. g. 213). 

(51) i ip^t kìxJb: è aotevela la frase per significare n« fòfr« eompa«Jt'ofi«, 
gr. inod. Tou ^p^e xocxd. Simile è l'altra /ve doùxcre xii^'a» intf «Kaptoee, z= gr. 

mod. /A0U xau0-facv<TOU. 

(52) 0Ù Xe9ioùat^ comuoe task. Xjevi^ùet, da X99ié^$ (v. §. 102), che sei me- 
dio-passivo X€9ióv9fit vale accora, mi getto, mi pueipit9,:=zmi lascio andare 
iial. 

(53) 9iT^9u, 3. p. siog. 4el perf. regol, di v^Wc, o vitji^e, perf. a«Tc/9a. 

(54) ytfuxe i«i»' ì ^^T(, non $on degno: è pertieotere l'acceiione del oome ^^c 
per una ood comune variazione del seoso proprio alla parola che è quello di 
signore, e Dio. Per degno iotaalo si ha Tadiettivo « Afe , oJ&(e colla j prefissa 
nel seoso ancora di atto, abile come Aftoi nel gr. ro., quindi il v. mpj&.^e, 
io rendo abile, addestro eie, inlr. -c/Ka.* Tadiet. e é[iefn (cf. £•/») vale meglio 
veloce, agile: per lo scodr. e die (rad. dove, diff^ec?) cf. il lai. dignus. 

(55) 9iepber6ptfi€T: gen. dat. pi. di ^iCpberòtpy àpi, dal v. vtepbi-tje, '*Je , 
aitpbitje (v. questa parola). 

(56) póba, abiti, sing. pób~e, -a, -f->«, fero.: cf. punn (pòHfot, pé^), uten- 
*W» oggetti d^uso, merceria etc, L'ital. ro6a ha la stessa origine. — Nell'alba- 
nese è notevole il significato di schiavo, che si dà al oome /$^<, o pàb^^ 
{póne) masch. , pobepiv^x, p9bl»jùt,y (o pebepi^) femin., quasi , oggetto di servi- 
zio, cosa e non j^raono. Io questo significato la parola è comune al serbo che 
ha rob, schiavo, robinja, schiava tU.^ e forse ha reiasione con la radice 
rap, dirapio, cf. ìitaL rubo. 

(57) fiiaita^ imperai, plor* 9. pers., da fiàaiS, io v»sio, ma vi è affisso il 
pfon. acciisat. di 3* pers. siog. i. 

(58) fiippt, 2. pers. plor. imperat. dal v. lUe (o /fij)), gb. /8év (o ^^»*, /Sdc). 
Io fiippi tsk. (Hb. fiipiyP» 0. Diz.) si ha da considerare r assinnilazione della v alla 
p, per ^pewy o /9«>yi, dove o la ^apparisce per la v (cf. ^y«> gr. m.), ^ps 
:z2fi9*e, fiùLv^e, od è pangogica alla rad. ^,/9oe, etc. L'alb. sic. ha/i#u, oode 
(SoxvHf fiQÙpeni. 

(59) oìf^^Cp anftlia: essendo -$« desinenza diminutiva dei femin. (v. §. 170), 
si dee presupporre un positivo *«uya, od *e^ày *9vyoc->oc, che avrebbe attinenza 
col lat. ano-s,anu-lu-s, onde anello. Lo Spostamento dell* accento non 
è senza esempii. Ma se volgiamoici al grecq potrebbe riferirai ad ovva-^a il nome 
€¥vrì (i^ovvóé; ffù =zoà, V. g. 48) unione nuMimle etc, per coi suol darsi T anello 
(v. Hb. Diz.) ; e probabilmente non è senza relazione con queste la voce %yvoci 
fanelli?] pietre forate, che servivano dir rilegOD,o di ancore alle navi nei tempi 
antichi. 

(60) xòybK^oxjpK^ plur. di ep.bà^ùvpe, nome formi|to dal partic. di efibóL^e, 



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o<8)o 

io ealzo, opposlo di obéCH, f. §. 160. La radice pad = gr. itoS, che deve rico- 
noscersi in questa parola è meglio serbala nel nome iroTa«, o Ttodila,, la pianta 
del piede, cf. itiiiXov; ed in iro^W«, -ia, gh. iro^a-ja, il grembiule, per alcuni 
(nelPalb. sic.) anche il lembo inferiore della Teste donnesca, cf. gr. ni. ^ 
noitàj o 7ro^Y}à, il grembiule: questo è detto in alb. anche npéxe/tt^ che Tale 
pure il busto, cf. itpoxàvti' La radice ir«^ è contenuta parimente in xuXt/i'Kó^Ja, 
forma da eearpe, gr. xaAo-;r^^cey. 

(61) bht: sìncope di bjipevi, o bjipvt dal f. bU z^J^ipe, io porto. 

(62) Hppu: r< finale è pron. come in ^i9^u\ dippt^zdipn, o Upevt, 2. 
pers. imperat. pi. dal t. dipe , e ditpe, o dippe, 

(63) fidéxoup : partic. di fidiae , o fididoe . 

(6i) ve^<5y«r€iv: il testo ha ye?^y<9(ye> forma meno esatta, anche secondo 
Haho., ma che si dee attribuire al fezzo delle sincopi, e delle metatesi pro- 
prie allo schipico , e a quelle particolarmente degli accusat. slog. de' nomi , e 
delle 3. pers. plur. de* verbi: v. §. 228, in fine. 

(65) rè xe^Upe partic, o infln. di xe5i-i/e, -cv>e. 

(66) nòxje (o s^xe), quando, tosto ekè, composto di irò e xjè, (o xd): è 
notevole perchè ricorda il dorico ir^-xoe = tt^tc , nork. 

(67) ^aXepKi plur. di fiAXx {fi&XeJec), la danza, 

(68) xoitijere: pi. di xcira-e, -e, per xoircV<re. 

(69) iruirc, Tttirt come nel testo, aor. di irvive, o nUae, per il facile pas- 
saggio tra u, ed (. Questo tempo nella 1. pers. sing. suona Truira, o anche nis- 
ra, e neiralb. sic. niuxec. 

(70) /SAmc nel testo ^eXàu colla e inserta secondo l'uso tosko. 

(71) ^éppi: 3. pers. dell* aor. àtppoi, dove pare slavi 1* assimilazione della r 
alla py in luogo di biprec, o Sìc^tm, dal v. dégpe. 

(72) (r^evcféra , è Uguale al lat. sanitas, tis, con le variazioni e soppres- 
sioni consuete ali* albanese. Havvi bensì evidente relazione fra il lat. sann-s, 
donde sanitas, e il greco aào$, 9à>$, 9mo(, v. 9ot6<a; ma Talb. si accosta più 
al latino in questo vocabolo, come in qualche altro. 

(73) d^ùx», per doùotje (Hh. II. 137. doùmje), o Titalo^alb. ditje, 3. pers. 
sing. dell'imperfetto di dpùcA, io voglio: doùuv credo debba mettersi tra le 
forme particolari (meno esatte): essa si incontra non solo nei verbi che ac- 
quistano il suffisso V nel presente, pei quali secondo Hahn (Gr. p. 79, segg^) 
è regolare la 3. pers. dell' imperf. In v (che sembra apocope di yr<), ma an- 
cora io altri, come /S^, 3. impf. fimj, o /sr»; /Sire, 3. impf. /Slje, /St», /Scvrc, e 
/S/y, fiiJT'i **'*> bjipe. . . , bìj, btv; pi, . . , pxj, pìv, plvTt, etc. (vedi Hh. 
p. 80, segg.): nelFalb. sic. le dette pers. escono sempre senza y,v. §. 227. 

(74) Xjoùrtij (== Xjoùrs-J,-i) nel testo XioÙTtiy, dal v. Xjoxirtjie, o Xjoùtrtfie , 
3. pers. imperf. medio-passivo (v. §. 238). 

(75) 9Ù itepyjixje: colla x in luogo della y delle altre persone, a motivo della 
uscita in vocale muta: 1. pers. où nep-fjiyja:, perf. del v. nep^^ji-^ifie: la x io- 
tanto è probabilmente la lettera originale. 



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o<9)o 

(76) viHJéXJ» (= 9ffiiéXm del testo), neir itel. alb. 9ixiXX«, o 9$xiA«, perf. 
di 9ii(jiXj9, 9$xiA/e, 9«iiiUe. 

(77) xérce, eapr$tto, zzi gr. mod. xar^^xc . Lo Stier (op. cit.) riferisce que- 
ste Toci alla serba Kee, e alla torca KeUhi , magiara Kteske, Non pare che 
con tali parole possa aTer relazione il greco nome Hi , yò-i ( * Ha<x-() , né 
il Terbo alb. xer9iij9, io iaito, che è forse modificazione del più completo 
xotf>T9ii'j9, -vie, il quale probabilmente dee rafYicinarsi al gr. xupxtLlpù» (x«^ 
xi»: uscita -«evo»?) palpilo, 9X$ulto, e secondo il mio credere non ta confuso 
con xipr9à99 metatesi di xp$x9à99 di cui è il perf. x/^^r^ee, e xpt99K (cf. x^'^e», 
xy90TÌM), che però appartiene feramente a x/>{9e, o x^««e. Tuttafia anco a xpi99 
(:zzxpii6», x^y») si danno i significati di riauofiare, e di iaUar9. 

(78) f9<T< i M9iy 9ra$iu$to, r»golar9, oomv9ni9nte, a parola aro dal/o 
via, o norma, ot^a^òiòi gr. Dall' accezione indicata dal nome M» ne venne il 
V. 9Ìndl99 per io ordino, melfo in r9gola, adatto, anche intrans. {kpii6^v); men- 
tre dalla voce latina ordo, ordinis,slha òp^tvi9^ il comando, èp^tnà99, io 
comando, e metto in ordine (cf. nel gr. recenziore <y-^^^^v , iv'opihtt^ etc.) ; 
e con altre modificazioni oùpicpó-tjc, -v/e, oùpic^òtjc gh., che vale anche io do^ 
mino, poiicggo, oùp^epific, e o^phitipM gh., comando, iupcriorità, etc. 

(79) bijijefie, o òii^^/e/Ae, pres. sogg. 1. pers. pi. di bii^c, o bétjc etc. 

(80) yoff«Tc, yo9«W-oe (v. n. 88). 



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* 

RISULTANZA 

DELL'ANALISI ETIMOLOGICA 



e>^Ys£>c? ' vl/ ^ 



Le parole onde si compone il capitolo qMindicesimo di S. Luca 
secondo la versione albanese , detraile le ripetizioni che necessa- 
riamente vi debbono essere, riduconsi al numero di centoltanta 
circa vocaboli proprii a questa lingua come essa è parlata nel vec- 
chio e nel nuovo Epiro, e in alcuni paesi del regno di Grecia. 
Le indicazioni sulla loro etimologia sono date o nel corso della 
Grammatologia o nelle noie qui dianzi apposte. 

Ma sarà conveniente, giusta la promessa fattane, lo esporre ora le 
risultanze dell'analisi , quali mi si offerivano sin da quando ne feci 
il primo tentativo. E sebbene rispetto al corpo intiero delFidioma 
il campo in cui ciò si adempie sia troppo limitato, pur conside- 
rando che cosi non si vanno a spigolare i vocaboli o le frasi dalla 
massa del linguaggio , ma si prendono quali giacciono in un con- 
tinuato discorso, dove accade d'incontrare le espressioni più fre- 
quenti , e più necessarie del parlare , T esame istituitone parmi 
non debba essere senza peso in risguardo agli elementi , o alFin- 
dole, dirò cosi, etimologica dell'idioma: perocché qui non abbiasi 
in mira la parte formale di esso. 

Or delle centottanta parole sopra accennate i quattro quinti al- 
meno si attengono, se non erro, con vincoli più o meno stretti ed 
evidenti a voci comprese nel vasto tesoro della favella ellenica; ciò 
che ognuno potrà riscontrare nei luoghi dove se ne tratta. 



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■ o<Jl)o 

Né lascerò^di ooUre come pochissimi siano i vocaboli Colli in 
imprestilo dal greco dei libri, ma il numero maggiore, e quasi 
Tinliero, si moslri essenzialmenle schipico , o proprio dell* idioma 
d*Epiro, con quelFaspello^ originale che accennar sombra ad una 
remola veluslà. Talune voci poi sono di quelle che s* incontrano 
nel greco antiquato, anteriore allo scritto, o non adoperato dai 
classici. 

L'altro quinto delle parole comprese in questo esame può ve- 
nir diviso in due categorie. La prima di quelle che non hanno 
nessuna attinenza col greco, o solo da lungi vi si possono ricon- 
durre, ma si mostrano affini ad altro linguaggio; la seconda di 
quelle che sembrano proprie dell* albanese esclusivamente : sebbe- 
ne di queste forse le più, con maggiore o minore probabilità, 
possano ravvicinarsi a radici contenute nel greco , o nel latino , 
nelle lingue italiche. Le voci della I.* categoria sono tutte con* 
giunte ad altrettante voci latine , eccetto una che è di origine tur- 
ca, fra le quindici che io vi annovero. E sono le seguenti: xou- 
jiepìLjipi; xepxó/jc (verbo, dì cui però la radice xepx, xipx, si ha 
nel latino e nel greco, cf. circa, circus, x/pxoO; /x/xou; cvrf/p, o \dep, 
prepos.; xj/fXc; irjecae, o niiae: Xjipye, o Xipye; Xevde-Te; póya; xóv- 
rpe, o Y.6vdpe, e xovrpa, o xouvrpe; c<;epher6pi col v. cc^epbùje; tr^ev- 
dire; ¥.jhre; y^eydóije* Oltre la testé accennata, anche altre fra le 
parole qui soprascritte si incontrano con radici contenute nel gre- 
co, secondo che altrove è stato già notato. 

11 vocabolo T^i^xUj è il solo evidentemente turco. 
Ker^e , sebbene si accosti pure al turco , non meno che a voci 
di altre lingue , potrebbe oonctimeno appartenere alla categoria 
delle parole proprie alFalbanese. Intorno alle quali gioverà richia- 
mare la «osservazione altrove enunciata, che cioè desse per il solo 
fatto di non trovare delle corrispondenti nel greco conosciuto dai 
libri non |)ossono in modo assoluto riputarsi estranee air elemen- 
to che io dirò greco-pelasgico ; atteso che, come ho accennato più 
volte , si veggano parecchi vocaboli albanesi aver appartenuto al 
disusato linguaggio dei primi Elleai da noi conosciuto solo io picciola 
parte* Per altro è noto ancora che gli idiomi, i quali non ci fu- 
rono tramandati dalla penna de*classici autori, ma per mezzo del- 
Tuso popolare, co^e ad esempio i volgari dialetti dell* Italia, sia* 
no ripiani di elementi arcaici delle favelle indigene non accettati 



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o<12)o 

nella lingua illustre, il che è ben accertato a proposito dell' Italia, 
sia che si risguardi all'età romana , ovvero alla presente era ita- 
liana. 

Le parole che io riduco alia II* categoria (tolte dal capitolo 
contemplato) sono: iure col sing. dék€\ '^j^'po^j ^ '*j^9^ prepos.; 
nepevdla; djeXfie , col sing. djixje , o djiXkje , djiXe alb. sic; yj'^ 
ossia yjìjpi , =5 gh. yjav'ia ; irepic^e, o ^pia^e,' alb. sic. a<jrep/a<«, o 
aqnpic^e; ovpe^zoùplot; ^cr^iare; dea^ipòije, o dia^tpétje; eyyoce; òàpxou; 
boimoL, o 6ouxxa; ^ón; ypoipe^zypovve; %oniki , pi. xon-yere; nepé-oe 
-ecce; ^r^fiepx; jà; yoa^n ,-/a ; in tutto diciannove. Ora di queste 
una gran parte hanno, a parer mio, molto probabile paren- 
tela con radicali , e voci greche o latine. Ciò anzi cre^o positiva- 
mente di neplc^e^:c^neplQ<fi\ ovp^^oùplx; dea^epoije! ypovpezizypovve ; 
ir$p€(je,^'cce. Intorno alle quali si potrà vedere quel che si è detto 
nei varii luoghi dove si è cercato dichiararne la etimologia. 

Il risultato dell'esame propostomi (che finora ho sommariamente 
indicato) supera certo V aspettazione di quegli stessi che pur cre- 
devano ad' una speciale parentela dell'albanese col greco. Infatti 
la disamina sui nomi degli animali, con molta dottrina eseguila dallo 
Stier nel suo più volte citato lavoro, mostra la proporzione del- 
l'elemento greco contenuto nell'albanese in ragione del 867^, lad- 
dove assai più considerevole risulta dall'analisi per me condotta. 
Ciò anzi mi fa dubitare che, ove estender si volesse una siffatta ri- 
cerca all'intiero corpo del linguaggio, quale è da noi conosciuto, 
non fossero per mantenersi le proporzioni medesime a cui è riu- 
scito il .mio lavoro: comecché la massima cura si ponesse nello 
sceverare tutto quello che dee giudicarsi estraneo alla genuina fa- 
vella albanica siccome importatovi dalla corruttela , o dalla commi- 
stione con altre genti. 

In (^ni modo a me sembra doversi ormai convenire in questa 
sentenza, che a niuno sia più dato di negare assai ragionevol- 
mente lo stretto grado di parentela che anco per la parte lessica- 
le, o etimologica, passa tra loschipico e l'ellenico idioma ad onta 
forse delle contrarie prime apparenze. E dichiarerò qui volentieri 
come non di rado siami accaduto di star lungamente in dubbio circa 
la etimologia di alcun vocabolo albanico,che di subito poi mi venne 
fatta chiara per l'incontro di qualche voce ellenica disusata o non 
comune: il che può forse giovare ad altri come di avviso. 



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o<13)o 

Ma, checché vorranno giudicarne i dotti, io ho espresso i miei 
pensamenti , e le risultanze che mi han dato le ricerche da me 
tentate. Ed ho fiducia che le qui esposte conchiusioni, non meno 
che le teorie dichiarate nella Grammatologia, debbano ricever con- 
ferma dallo studio degli altri testi albanesi che concorrono a for- 
mare la presente Appendice, come par mi che abbiano solida base 
nelle diverse parli della trattazione da me impresa e compiuta. 



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DAL CAPO XXV. 

DI S. MATTEO 

V. 31 segg- 



1., *ESi ci re fitje i bipi vjepiovre )ii ke^tjie i, rè rtje, éSi yji^e 
oqéiyTep ^yyj^jtre fiè rè biac^ìU, à^^'ff* ^ ^* P'j* ^J^^ ^póve (2j rè 
he^l flirt ce rtje. 

2. 'EJi do re 'fibjlSéve (3; nepnipoi rtje yjt^e fiXire, e do re fie- 
r<;6ije [h) fltrà vjtpive *yxà jsrept, ct-novvrpe fier<;6v ruotivi (5) [deXifjJ- 
pi èévre 'yxà Sire, 

3. "E iérre db r i fir^ppe 'jiòive ri rije rè dj attere, € dire jjl ave 

rè fJLrjrr^P^ i^) • 

4. *Ay^i£pe dò re bòre *fiJbptri yd* (7) ara xjè jiye *fih* ave rè dji- 
^ere rè rtje- ejavt jov fiere, rè beMvoLpire i jirire e ifie' rpo^^ryóvi (8) 
' fihperepiye y injè éc^re biive fin nèp jov fiere, irà by^ve eSi yiejo dtviói (9) 

5. 2/ \|/é ne fiovape (10) ovjoi, e ju Sire re y(à' ju fioinpe irix, Ì 
fiedire re nr jdc^e i x^^^^j^y ^ P^ nepfjibjovaiere (11). 

6. 'I cfiéc<fivpe, e jJLe fiécq/ere' ov cejiovpr^e (12), i jie itire -Mvidé- 
ce, vde jjx^iye jtc^e, e ìpSere réyue ftéjs. 

7. 'h-^iipe dò re Trepyjeyjeve vde à) rè dpdtjrere, i dò re ^óve* 
Zóre, ìLoùpe re naijie rè ovpere, e re ovc^jisfiey i rè erovpe (13}, i re 
òijie e TTifie; 

8. *E,8i xojjpe re Trijie rè jovonje, e re nepjibjovxèejie'^ a rè cfiéc^ov- 
pe, i re fitC(^ejjLe; 

9. 'E3i ìLoùpe re ndjie rè cejiovpe, e vde y^a^ive, t apSejie téìU reje; 

10. 'E^i 'fibperi dò re ^tpyjtyjare, e dò r ov (14) ^òre àrovpe* jiè 
rè fiepriroL ov ^òjie jovfier, cà rè jiipe brire vde vjè *yxa xerà fieXi^e- 
ptr éjii rè fiip^eptrey r/xe fiaje e brire. 

11. *kyfiépe do re ^òre iSè *fiò' ari %jè jive *)ib* ave rè jirfyyept' 
ìvLevi 'yxà jjLeje jov rè jiakeyiovapire evdri ^tappe rè na-cc^ovape , njè 
écc,re bj\ve X^^P ^^P diixXtv iii eyy jej tre e rtje. 



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o{15)o 

12,^2,6 ìp e jie /JLOvoLpe ovj 01 y t vovy.e }ie Sire re x*'i^' /^^ jJLOvxpe 
tTioLy €yovy.e jjjr Sire re mje, 

13. *I yovoLije jaccfi, t voùy.e jie TrepjJLbjovaSere* i aj3f V^oypf , e voixe 
}ie fiia^ere- i aejj.ovpe e yde x^^^^^> e yome ìpSere te jie x/vi ìiovidtce. 

14. 'Xy^iépe do re frepyjéyjev àrije eSi ari, Ì do re^oye, Zóre, 
Mvpe re irdjie rè ovpere, e rè irovpe, a rè xo^«y«> a 7« ofitccfivpe, a 
rè aejj.ovpe, i yoùtu re biifie rt y^ovcjidr (15), i*ydiyjjLe; 

15. 'Ky^iépe do re trepyjeyjere 'jiò* ari, e do r ov ^ire* fii rè fiep^ 
réra ov ^ójie jovfier, ci rè jilpe voóx6 biire yde yjè 'yxà xf rà rè fiip- 
^epire, dq ré^e jjieje voixf biire, 

16. "E dò re fieve xerà evrfr) nlce rè noL^aócovpe' e rè dpéijrire evdr^ 
jdre rè noL^cóaovpe . 

A uno tasi OBI 

(1) Xe^di/Aé^ propriameote lode, qui è preso per gioria, altrimeoii ìovfiìtim^ 
Xav/xitoupix ^ Àou/A^fpca, T. Gr. p. 112. 

(2) fpive^i^póvé y gr. dpóv^i, 

(3) ep.bjiiivti ossia efibXiiiVy da e//i6ji3, Se, =6yuidAi^, ^«. 

(4) ^•Tió'je, 'vj9y dair avverbio /8ìt«j in dUparte, oltre, dello per io le- 
paro . 

(5) T^odàvi è voce slava per significare il pastore, alb. diXipipt. 

(6) fifr^epe ha liiUa I* analogia colIMlal. manco, per Ministro. 

(7) Questa e simili maniere di dativo formalo colla preposizione vde=:ve, 
in , è tolta dal greco moderno, non osata nel ghego, e nel vecchio tosko. 

(fi) r/>a^fey^c propriamente godetevi, qui è messo per il gr. xX»ipo9Sfiifiottre. 

(9) dtftdi^ mondo, è voce turca, per la* quale si ha Jìtk ilalo-alb., e xóvpn 
alb. gr. e sic, v^ixovXi gh. da saeeulum lat. 

(10) fiQÙ9tpe!^fiópt: vljoc::zo\*pix ^ ed oOpjoty od oZpt^ la fame. 

(ti) m pfibj «voiSete y nel lesto -^re, equivale a neppibjóSere^ itspp.hljòSexe, 
-pJbXóiere 2. pers. pi. perf. di nepfibjiBe eie, io accolgo. 

(12) où vepioùpTie, dal verbo oefxoùpifie, io mi ammalo, colla desinenza r^e, 
per la più regolare ra, o a^a, così ip^te presso alcuni sia per ipix\ 

(13) èrovpe participio da un verbo eTCjue, io sono assetato, dal nome inx, 
la sete, Cf. gr. a3ea, ut^Ofiat. 

(14) ùù panie, pronom. plurale, posta per pleonasmo, essendovi poi il pro- 
nome àvoùpt^ ad essi. 

(15) Questa, cioè x««><r/ui^r, e x«f«v*t ^ x^i^P* ^^^ ^^^ tur4»he: le due 
ultime seguale si adoprano pure dai Greci moderni sotto la forma ^ x^^«) X^' 



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o< 16 )o 

Sim DRLLO SGODRIiNO ODUMO 

Quale $i Ugge neWopuieolo Ruga ■ PAmmisiT ed. ram. 184S, ton qualche 
modificazione in ciò che risguarda ia ortografia solianio, sebbene $i 
mantenga Vueo deWalfabeto italiano, ma etdopcrato iulle medesime 
basi fonologiche tenute col greco , o giusta il modo di altre lingue . 

Pag. 52. Calezòime prà si kà kjilùe t'icuoit Zòies e Shkodres, e 
masannèi ménnòime me dobìi te shpirtite 31 me e sbuUe per me pas- 
se miseirier. — Njàle Shcodres àshte nji kjishe tash e rennùomé, ne 
te tsilen ishté *nnéerùe nji figure e bùkare sheilnùshmes Meri. Pos 
masi forti i fort Shkanderbék dikj , Sbkodra rèa *nner dùore tùrkje- 
vét, e kjè vùme 'nnen eharàce. Ate cfaère bàni vakjit e tash kan 
shkùeme tre kjinte e sfatate dbète e tète viète kji Zòìa e beecùemé 
tai ike prèi assai kjisbe , shcòi àfer Rbòmes 'nne nji te vòttser 
catùne kji tbòchéle Genazzano: atiè kjè, édbè àsbte *nnéerùe 
prèi gjìtb pòpulite, perse kà bàme, e bàn dèri sote sbame me- 
rècuii. Te lùmete atò di konàkjé Gjèrgjite e Sklavis, kji pas kan 
(èie) (1) nafàkjé me pertsièle (persie!) figùren e mreculiiosbmé 
Zoies e beecùemé, prùme prèi nji sbtiile zièrmite naten, e prèi 
nji shliìle eréiéte ditenl Por te shémete iu, o te kershtènele emii, 
kji 'mmèteni pà nànnen e dashtnùsbmél ... E psè o nana dasbt- 
nùsbmeia, psè brahtìsé ietìmate e tnu, pd 'nniroe cundra anmikjevét, 
psè s^kee sevàp per birle lai , kji kjàin, kji gjimòin tasb gadi per 
katter scèkule pà Iti? Ah! medùkéte, kji zoia beecùemé m'per- 
gjègje : ah I une ika prèi Shkodres per mecàtéte ; e s' iam njite (2) 
dllàa, perse s*kan pushùeme allàa mecàtéte; t'pashòin mecàtéte, 
e une kame per me njite prape 1 . . . . 

Pag. 59. Kalezòchéte prèi Sùrite, kji ne nji shechèr iscin dii 
ustalqre, kji bàiscin te dii nji *z ah nàte te vètun. Njèni, nònsé 
kishte batien , nanen , gruen me shùme femii perpàra t' pùnes , 
shkòité ne kjishe me paa mésce, e masannèi tùi punùe fitòité 
shume si nji respèr i madh. Tièlri 'nnonsé kishté véce grùen, e 
punòité per nate e per dite, tui cile dugéien ééhè ne diten e fe- 

N. B. L'è accentata, e nei monosillabi, vicina aduna vocale, si pronunzia chiara, 
altrimenti. Te, è muta, come nel francese. L'accento acuto serve al suono chiaro 
dell' é senza che vi si debba appoggiare la voce ; e ss eu fr. ,- shsach. fr. » Le parolo 



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o<")o 



TRADUZIONE DEL TESTO SGODRIANO 



Narriamo dunque come è accaduta la fuga della Signora (Ma- 
donna) di Soodra, e quindi pentiamo con ▼aniaggio deiranima come 
placarla per ottenerne misericordia. — Vicino Scodra è una chieea 
ora dirota, nella quale era onorata un* immagine (figura) bella di 
Maria aantiMima. Dopo che il forte trai forti Scandèrgh morì, Sco- 
dra cadde nelle mani dei Turchi , e fu poeta sotto tributo. In quel 
tempo fece davrero (poiitivoj, ed ora sono passati trecento settan- 
t'otto anni che la Signora benedetta partendo (fuggendo) da quella 
chiesa, passò Ticino a Roma in un piccolo paese, che si domanda 
Genaszano: Ì¥i fu, ed è anche ora onorata da tutto il popolo, 
perchè ha fatto e fo sino ad oggi molti miracoli. — Beate quelle due 
famiglie di Giorgio e Sciavi , che hanno avuta la fortuna di segui- 
tare r immagine miracolosa della Signora benedetta, portata da una 
colonna di fiioco la notte , e da una colonna di nuvola il giorno I 
Ma disgraziati voi, o Cristiani miei, che siete rimasti senza la mam- 
ma amorosa I ... E perchè o madre amorosa , perchè hai ^Uian- 
donato gli orfani tuoi senza ajuto contro i nemici ; perchè non hai 
. pietà dei figli tuoi , che piangono, che gemono, ora fon vicini quat- 
trocento anni , senza di tef — Ah I mi pare che la Signora benedetta 
mi risponda : ah I io mi partii da Scodra pei peccati ; e non sono 
ritornata (riaccostata) ancora (7) perchè non sono cessati ancora i 
peccati; che cessino i peccati, ed io ritornerò indietro! 

. ... Si narra dal Surio, che in una città eranvi due artigiani, che 
focevano ambedue uno stesso mestiere. L'uno sebbene avesse il padre, 
la madre, la moglie , con molti figliuoli , innanzi al lavoro passava 
(andava^ in chiesa a vedere la messa, e quindi lavorando guadagna- 
va molto come un gran negoziante. L'altro sebbene avesse la moglie 

corsive sono turche ; le vi è 1* Mterieoo , tlave : le Italiene $i eonoeeooo da ognuno . 
Goti è pur facile avvederti ebe la frate è qnati tempre iUliana, cose italiano era lo 
scrittore, sebbene vivette allora in Soodra. 



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o<18)o 

shtùoshme, tui làn mèscen, ishié fukarà , e nùke filòilé aspàke; 
kisbté praoDòi zmir fort shume, e nuke mùité me marre vèshte 
psè tìétri Uhté zenjìn^ prannèì e pvèlé Dji cbère, sbkà e si bàite per 
me filile kàkje sbiime? Divòcemi (divolsbmi) mèsces pergjègji (3): 
pèia me mùe, e t*kàme me kalezùe crònin (e fiUmile Tèrne. Ma- 
sannèi e prù ne kjisbe, e masi te dii paan mèscen, ustaiàri divò- 
ceme tbà tiètrite: kjé cròni fitìmite, me paa mèscen per gjilh dite 
perpàra pìines. IS pénnùe (^y s a k l ustaiàri \ kèkj, psè nuk kisbté 
kjènun 'nnèri ate *bote divòceme mèsces; fiiói prèi assai dite me 
paa mèscen per gjitb*nnàdie ;^5;, e pai prèi Zolite gjilh te mirale, 
e sbùme Stime, sicùrsé shoeu i véle. 

Obi l'iùmete atà, kji marrin mrapa scemtiiren (6) e mire tui 
paa mèscen per gjitb 'nnàdie . . I ! — Kjè ketù arate kji do te tbò- 
cben luì paa mèscen. — Uràle perpàra kji te filòcbéte mèscia. — 
Une bessòi, o Zoti èm'e, kji ne sacritilz te scèites mésce bachete 
pràpe ai vèt sacrifitz kji kjè bdme prèi Jésu Cristile ne kriikje, 
e bessòi édhè kji ku sacrifìtz bachete task per ma (me) fort me 
Jevdùe Zotin . . • per me scéilnùe t' minele • . • per me'nkelbie me- 
catnòrete, e per me shelbùe gjilh niérezile. — Oh 1 Ali i miscirier- 
sbme, delire ti zémbren t'èaié, abolà (7) sol lui paa mèscen, 
i'iscem i dèi' me mar friitin te munnìmevet e Jésu Cristite. ^ 
O Einjite e parrisile, o zoia e beecùemé , o Jésu Grisle, me*nni<r 
mòni iù , e me ièpni forlze per me perzàne niénnimete e shèkulite, 
abolà me sbùme temenà, e me devolziòne te miiiscia me kjèn e per- 
pàra ketl sacrifilzile pà^sciummùoshme (8). 

(1) pas kao, a me par« 09 «rrore di stampa io?ece di kao pass, hanne 
avuto, alla toska xàve it&noitpe, secondo D. L. kan^assun. 

(2) oj i te, qui sembra avere il sigoiOcalo di tornare, Qaesto verbo noa po- 
trebbe, io credo, tenersi per diverso dà 'witre, eyyjive, io accosto, attacco etc- 
(v. Hh.) con vj=^r/iy cf. § 97. 

(3) Non so se per uso legittimo si vegga il passato mpyjéYJx senza la par- 
ticella oò , cui dovrebbe avere come v. medio {nepyjéyjsfie) , onde appare nello 
scod. adoperato quale attivo: come generalmente fi perfetto del semplice yjiyjt- 
fie. — 1\ seguente pèia, vale irà ijec del tosko, ossia itèc^zicò. 

(i) u pennòe (oveì), si pentì, dal t. scodr. pennòcbéme, onde pen- 
ne s a, /a penitenza, ed altre voci analoghe alle Ialine poena, poenitet etc.: 
cf. gr. wfltvii, 3rtf«yjiT>3« , TTtfcvecw, elc. In Hh. vi è mvdóx^iJ^e, ntvdi/u. -^ I-« ^oce 
sakt è data per turca da Hh., a me pare tuttavia che potrebbe riferirsi alla 
latina eiactus. Vale simero, sicuro, e simili.^ 



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o<19)o 

soltanto, e fatigassc di notte e dì giorno , aprendo la bottega anche 
nei giorni festivi, lasciando la messa, era povero, e non guada- 
gnava niente; aveva quindi rancore fortissimo, e non poteva sen- 
tire che r altro era ticto: perciò lo richiese una volta, che cosa, 
e come faceva per guadagnare tanto assai? Il divoto della messa 
rispose: or vieni con me, e (i dichiarerò la fonie del mio guadagno. 
Dopo ciò lo condusse in chiesa , e come ambedue ebbero veduta la 
messa, F artigiano divolo dis^e airallro: ecco il fonte del guada- 
gno, vedere la messa ogni giorno avanti al lavoro. Si penti since- 
ramente l'artigiano calllvo, perchè non era stato fino a quelPoc- 
casione divolo della messa ; cominciò da quel giorno a vedere la 
messa in ogni mattina , ed ebbe dal Signore tulli i beni , e molto 
guadagno, come il suo compagno. 

Oh! beali quelli, che seguono il buon esempio col vedere la 
messa in ogni mattina ...! Ecco qui delle orazioni, che debbono 
dirsi nel vedere la messa.. — Orazione prima che cominci la messa. 
— lo credo, o mio Signore, che nel saciiGzio della santa messa si fa 
di nuovo quello stesso sacrifizio che fu fatto da Gesù Cristo in cro- 
ce, e credo ancora che questo sacrifizio si fa ora per maggiormente 
lodare Iddio, per santificare i baoni , per convertire i peccatori, e 
per salvare tulli gli uomini. — Oh I padre misericordioso, purifica 
tu il mio cuore, affinchè, vedendola messa, io sia degno di (rar 
frutto dalla passione (dai tormenti) dì Gresù Cristo. — O Angeli del 
paradiso, o Signore benedetto, o Gesù Cristo, ajuiatemi voi, e da- 
temi forza per cacciare i pensieri nìondani , affinchè con molta ri- 
verenza , e con devozione, io possa stare dinanzi a questo sacrifizio 
inestimabile. 



(5) 'noàdie usa T autore in seoso di mattina, forse da dite,^<orno, 
e 'odane, vicino. 

(6) s e e m t ù r i, l'esempio, parrebbe coDlrazione di un *s e e m e 1 e t i r i dal 
V. scemelèije, o c^eiJiòeXitJe. L' fiaba registra vitftroùpe gb. per esempio (ol- 
tre ff^e/tbeAt/iit, ta somiglianza etc.)^ the ramaieota ^cófioioiii^ofiotoi, òfiotóTfneic. 

(7) Questa particetta, ete mostra il senso óhalfinekò, ignoro se sia presa 
da altre lingoe . Potrebbe aver che fare colla greca antica (£/SaAc:=« ^k , uti- 
nam. Non è registrata ia Hb. 

(S) pàsciommùosbme, appare derif ato dal verbo aiou/xfxótje, che f ale 
io moUiplieo, e sembra passato nello seodr laoo al senso di stimare, apprezzare. 
Ma forse è una corruzione di r^tfxétje , o riefió*je, io apprezzo, stimo =re/Aàca. 



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o{20)o 

NOVELLA 
IV* FRA LE RECATE DA HAHN (a) 



Kjè vji 'fjLbpére 'vrfe vji fié^de, i 'fjMpirpòv, i i %jè òrn^e, yji dò re 
fiplrej 'yxà v;^ vlnire i rije %ji -Aji obtójuia irà Xjipe* nèp X€Tf novve cà 
djefie b/tve [héijev) rè dv fiatici re rtje, yji y.ic(;, i c^rìje \de dure, e ì 
*}Lblr. — 'I Tp/ri djiXje rqè a^rlov *vde dÙT$, voux* ov 'jAbirre, irò 
roAo^i é xoii *^d ove re dùrtre, i àrji é yjévt (1) rtó r<,obévt (2}, i 
i fiovotpve 'vde arive ri ripe, i é Save 'vde ypd ri ripe nip ri pirrovpe* 
— 2^& virre, i apcò dirre, ov bri djiXjt *yde %iy^e ri rtje v/Zpe */aW 
dvfiJbeiiére fijir^y nò ì biia^ifie (3) / i ^opre^ a^ovfie, — Evd* are xóp^e 
xiV< dixkje yji Ajovbi \de fiévde ri 'fibpàrire, %ji -un'ade c^rpenovoL'^ 
pe (4) 73^ ovjepAre npii aitje, i xji ^ve xji nà 'yypr^ve Ajavbia fiii- 
i^ey é 'jjLÒpdrne, yoime Xjea^ly ovjepare, — Dovouje, e* doionje 'jjibpért, 
a xìa^ r^i re bip* àno^Mhi (5) r ine fiittfiye r i x^^j^ Ajovbia, i è 
depyót, i é XjlSt *yde fiMe %ji xji Ajovbia. — "Are dire apcói àréje 
éiè djikji r^i pirrye r^obdyere, i ai é nói fiit^eye é *jibpdrtre, è nvert 
necè piyre àrji « xjàv (6), èie -Mjh i iioXojiai nip ai é xa depyoioipe 
bcfbii. — Mò^ ov rpéfihe, i ^ore, pi Ì fiea^rptd (7) it-ipe, Y,ovpe re dikje 
Ajovbia, ^6Xje fie, a è ov dò ^a^ix^jie* — 'E,3i vxttj ov ^a(;è nàq yjije 
a^néXe (8), i fiovpi 'yde xóxe ri rtje yji njvXji^ (9), yf,ji è 'jibouXfoy, i 
a dovuej* — Hip yji r^ÌY.e doXXt Ajovbia, i fiàt^a i ^iXjt %adaXj€ 
djaXjtre %ji ippiov (10;, die ydttj doXXt 'yxà a^neXa, i ai où a^pov* 
Ajovbia, i pà jiè ronov^ (11) rpì j^epe *yde xóxe, e pi *y%6pSovpe (12) 
Ajovbia, aà xaxj'e p^£p« où Xjea^ovaye ovjepare. -r *I fiópt xóxe ri Ajov^ 



(a) V. Alb. St. I. p. 167, seg. Egli, ivi p. 164, e poi Dell* opera « Grie- 
chisehe und Alban. M&rehen » (NoTelle Greche e Albanesi) I. introdai. p. 
49, 50, e II. p. 114, 310, la ravYicioa all' antico mito di Perseo e Andro- 
Dieda: per molti lati a me pare ancora che rammenti la storia di Edipo, co- 
me ognuno potrà vedere. Ho creduto pregio dell'opera dare un saggio di 
prosa popolare, non sacra; ed a ciò mi invogliava specialmente 1' aarea sem- 
plicità e pnressa del dettato , se tolgasi qaalche voce torca , onde son certo 
me ne sapranno grado gli amatori delle cose albanesi. Il dialetto è quello 
dell'Epiro proprio settentrionale (Caonia), dove, come l'Hahn espressamente 



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o<2t)o 



TRADUZIONE 



FuTvi un Re in un luogo « dove regnava; e a lui fu annun- 
lialo , che sarebbe italo ucciso da un suo nipote , che non era per 
anco nato. Per questa cosa quanti fanciulli bcevano le due sue 
figliuole 9 ch'egli aveva , li gittava in mare , e li affogava • — Il 
terzo fiainciullo che gettò in mare , non si affogò , ma la marea io 
rigettò in un angolo del mare sulh spiaggia , e quivi lo trovaro- 
no alcuni pastori , che lo presero nella loro mandria , e Io die- 
dero alle loro donne per nutrirlo. — Passa le notti « e passa i 
giorni j si fece il fanciullo a suo tempo, sino ai dodici anni, ben 
complesso, e robusto assai. — In quel tempo era uscito un mostro 
(Lubia) nel luogo del Re, sicché erano slate disseccate (trattenu- 
te] le acque tutte da quello, e fu annunziato come senza che il mo- 
stro mangiasse la figlia del Re , non lascerebbe le acque. — Vo- 
leva il Re , e non voleva , non aveva che fare : deliberò di dare 
la figlia a divorare al mostro , e la inviò , e la legò nel luogo do- 
ve era il mostro. — Quel giorno passò di là anche il giovinetto che 
allevarono i pastori, e come vide la figliuola del Re, le domandò 
perchè stava colà e piangeva , ed ella gli espose per che ve Tavea 
mandata il padre. — Non temere , le dice eostui, sta' ad osservar 
bene quando esce il mostro , allora parlami , che io mi nasconde- 
rò. Ed egli si nascose dietro ad uno scoglio, e si pose in capo 
una berretta, che lo copriva, e non si vedeva. 

ne avverte, oel proprio paese natale detto LJabowo, contrada di Ri^a, il suo 
maestro albanese (tosko) nomato Apostòlis G. PanaJotides, raeeolse per com- 
missione di Ini questa colle altre Novelle dalla bocca delle donne cbe gliele 
raccontavano . È noto come siffitte novelle popolari abbiano la loro precipua, 
e speciale importanza per le tradiiioni miticbe serbate in esse fino dai più 
anticbi tempi; di cbe ampiamente tratta 1* illustre Habn asUa seconda delle 
opere testé citate, e ne trae un altro valido argomento a favore della appar- 
tenessa degli Scbipetari al ceppo indo-europeo. 



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o(22)o 

hiae, e Xjeaqói (13) fiit^ev é 'fiòparire, i a' e dtje y.jè Y,jè yi\ € uje. 
— 2ì jSarf J3a/^a ri *jj.bpauy i ^i yjvcc; Gc^neroi 'yxà Ajovbia. e 'jiòpé- 
Ti 'Xjx^^ y-ovfiévde^ y.jè ài Y,ji fipaov Ajovblve re filje ri *p.bpaTiy ce r à 
hétje dj(x>.je, e do r i (X7:e .fiii^e-j^ ypoùoi, \ — 2/ diyjoi djixjt, fiire rè 
'jiòpart, e i de^rót v,oy,e-)fe a Ajovblce^ a jiopt ypovocfiiiQSve xjè aac.nerói 
'yxà KjovbioLy e où òvjve di^jie (14) rè yJbeSix, — T^xe >.jov7,ive (15), 
a Hertóve, yóSt Tonov<jye djiXji, a jii i^y.yipt yodiTi 'jjLbpaTve, a a 
fipiov, a où nxyovx (16; a S-viva, a où bi) fiare djikjt *jJibpaTe. 
'ÀTji jaac,e, a yj-n e yjaT(;e (17; . 

Annotasioni 

(1) / yjive sincope di è yjirrcve dal .^ing. /jé-rrot, o-ra: delle quali sio- 
copi 81 tedODo parecchie nel presente racconto. 

(2) noblvB, plur. di T<;d6«y, pastore. Voce slava, essai cornane in Le- 
vante. La corrìspODdeole albanese dzXrilce , appare formatia éa dt)i3 ^ pecora , 
e fxtp, H-t^pt cf. inip^fijfoi gr. Coll'alb. /jasplu etc. 

(3) bPiditfie è originato dal v. bfjot io faccio, col suff. 9iiy.e. 

(4) 9^penoù%pe partic. di aixpeitòtje in luogo di cirep':tótj$j come è meglio 
scrìtto nel Dizionario (Habn), o virenótje* — Sebbene la forma a^reT^i/e parrebbe 
accennare a are/^u, alb. aitiite, io calco, e quindi induro, tuttavia (come già 
dissi altrove a riguardo di ^eixirpótje con Fiaropéuy v. p. 121, della Gram.) mi 
sembra più probabile la relazione di oirepnóije, io induro, dissecco, con aré- 
ptnoi, o oréptfoiy crspifóoì etc. (cf. alb. oixktpB ed altre parole), soppressavi 
la py ff^re'^tótje. — Nella frase manca V dù del medio-passivo, cbe talora si tace. 

(5) a?r«^oc9(7i, 3. pers. sing. aor. di oMOfMioB, io decido, cbe è il greco 

(6) xjócìf, 3. pers» sing. dell' imperf. invece di xjàvcz: è la forma meno rego- 
lare di taluni imperfcLli cbe non vengono da presm^i colla y (v. n. 73, S. L.): 
regolarmente farebbe yjàj , o ìijàje, alb. sic. xlvjn; o xjùtn eie. 

(7) px è'/Scff.-Tpó), a parola « sla^ e guarda »: questo modo di esprimersi è 
molto frequente nell^alUnncse per ind^nire due azioni o meglio due fatti con- 
temporanei ; cosi Gq da principio xjk i '/aD/sct^ìv, fu e regnava: non è raro nel 
greco moderno, e mi sembra del genere delle grecbe frasi: ^KVfAikaKi ix^, 
irv^s^j aTTtcóv, etC. 

(8) ciniXe (a), tfTrO.cc, lo écoglio , il sasso, è da raccostare alla greca 
voce antica 77rUo;, ff7rdà$, della stessa sìgniOcazIone, non già all' alb. ffgTrieAa, 
la grotta , c7r>jl«tov gr . ' 

(9) xjvXJ&fe, berretto (di forma conico secondo Hahn), sembra un com- 
posto di xvXXòiy o xeìXoiy vuoto, concavo, ed KÙ^^vznotòxàV) cervice (*xuAA-«w5»>jv). 

(10) èppiou scrive Hh. e spiega a perchè venisse , e uscisse »: la forma però è 
dì una 3. pers. perf. dalla 1. in //Sa, èpplfi», come appicci da àppìjé, io giungo. 



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o<Ì3)o 

Fra un momento usci il mostro , e la fanciulla parlò adagio al 
giovine che senti, e questi usci dallo scoglio, e come si accostò 
il mostro , lo percosse tre volte colla clava nella testa , e cadde 
spento il mostro. Nel momento si sciolsero le acque. — Egli prese 
il capo dfì mostro , 6 lasciò andare la figlia dei Re^ e non sapeva 
che quel fatto era sua sventura. 

Come Tu andata la figlia dal Re , gli disse in che modo era sfug- 
gita al mostro , e il Re aperse un assemblea facendo decreto^ che co- 
lui il quale aveva ucciso il moslro andasse al Re , che lo fareb- 
be suo figlio, e darebbegli in moglie la figliuola. — Come ciò in- 
tese il giovine andò dal Re, e gli moslrò il capo del mostro, e 
prese in moglie la giovine cui egli liberò dal mostro, e si fecero 
nozze grandiose. — Nel mentre danzavano, e , tripudiavano , il 
gioTine scagliò la clava , e involootariament^ colpi i| Re, e lo uc- 
cise, e fu compiuta la predizione, e si fece il giovine stesso Re. 

Sono stato colà, e nulla ho trovato. 



vengo, infatti lo stesso Hb. registra ippivy gb. :=zàp/Hje (s|: ma siccome segue 
il discorso dicendo, e questi usci eie, dod si potrebbe qui intendere per pas- 
sato di ippìje. Io quindi congetturo cbe sia il perfetto di un verbo analogo 
airalb. sìcolo ipUvje, io senio, cioè mi accorgo, facilmente alla toska moderna 
ipìje, od ippìje, ed ho tradotto. perciò seniì* 

(11) Toicovi^ sebbene. non ^% Indicata né dairHb. né dal Blaa per voce 
turca, è tale nondimeno. 

(12) Xje9iói^ qui ha il signiflcalo di lasciar andare, ^ liberare (Xlvoa antiq. 
=éà(u), altre volte si usa per abbandonare , Qt\ qual senso vi è anco XspUvje 
alb. sic. congiunto a Xipóvje^ e suoi affini. 

(13) e/xóp^ovpe, privo di sen^if ucciso,, partic. die^x^^^a, che vale pro- 
priamente istupidisco, att. tolgo dissensi, ed ha parentela col gr. xopSiAofion^ 
o axopStvAopLKt y io ho il capo con fuso , aggravato , son mezzo addormentato: 
credo ancora che vi si debba paragonare II frlen-gourdir di analoga si- 
gniflcazione. * . . 

(14) davfie, nozze, o propr. te feste ikuiiali , ha elidente relazione colle 
greche voci Jaì$, Tè«, festino ,' convito , Jatvy/;.t, J«ff/Aa eie. 

(15) Xjoùcctve, xevaétve, qui stanno per imperf. invece di Xjoùxtjevy x6T<ri«je». 

(16) où 7ray0v9c, si compiè, ii sodisfece, sono notevoli le varie significa- 
zioni del V. nuyòtje, o 7ray©va-f/e , -niJe,ìo soddisfo, compio, pago, vendico, 

(17) La chiusa è una -di quelle formolff solite in fllne dei racconti , come al 
principio si suole preme^tejre lalvol^ x/i ik V^, fue non fu, e neW alb. sic. 
^iii X^P^> ^ ^i^ X^P^ xeAi, un tempo, e un tempo fu, od tvf, era. 



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CANZONI TOSKE 

SCELTE DA QUELLE DELLA RACCOLTA DI HABN. 



Ilowe-^ive (^iv) air^e fU nUe ; 

Mix€ òoXf-xoXovara ^ 

K/yyii fi£yde re fitjé nip dipM; 
D. Jéfii 'yyoiacje (1), vi fijh fiine . 
U. M^pa rirt-^jite irip yjvi vite, 

Ti fiejim fierovXite . 

Mnie ^óoLJe-^pOToiiiki, 

ISI^sre é rovaqure /t' i nake , 

"E^ir i roua^rira /la ^ouw, 

2à /aì rp^rv' [rpirév) , i fie xeffouve (2). 



"Evi (3) re X'^J^M'» «^^óxa! 

Si a' yà '/ifteVa (4) /t/vra vda xóxa . 

Nà evacua (5) ajò ^óya, 

Koupa pvy (6) bpévda, Ì c^Tp6v vcT Scia (7): 

Ta /ta 6iy ^^ri vjri jiitfi, 

jByxà ra ifója rt yjeadicje , 

Do u fiije p^' àfi^iae. 

Di re xinmje r^ctxhe (8), 

Ta ^our/<ra vrf' art aiVa 

T' I à 'ydoinut (9), r* i à bétje nhe, 

Upà fracrif i re fie fiplcve {fipicev) . 

3. 

'E òàp^a ai "^ey^jpibéipi (10), 

Ajec^rt rare «ì rAj'a (11) jfjyipt (12) , 

NB. CT. significa Uomo: D, Dorma . — L* « (imilt) sovente ooo si considera per il 

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TRADUZIONE 



U. Amica daUa fronte d*oro (zecchino di Venezia): 
Perchè hai coti amareggiato me infelice? 
Amica dalla fronte d'argento (colonnato), 
Havvi posto per me alla cena? 

D. Siamo ristretti , e ci fa caldo • 

U. Prendi ottanta per una notte , 
Chi ne 8on degne le tue ciglia • — 
Amica dal yiso di Portogallo (melarancio) 
Tu mi hai messo le febbri d'Agosto, 
Le febbri d'Agosto mi hanno preso, 
Sicché mi han consumato, e rotto. 



Orsù, andiamo, compagni 1 

Che non ci è rimasto senno nel capo . 

Ci ha fatto uscir di mente quell'augello, 

Quando entra in camera, e stende b ùottri (t). — 

Che mi faccia il Signore una mosca, 

Perchè io vada spaziando doye mi piaccia , 

E to' andare in giro per la chiostra , 

Vo' montare sul tetto, 

Vo' ficcarmi entro quel petto. 

Glielo vo' mordere, e farglielo come pece, 

E dopo ciò che mi uccidano pure. 

donna, sottile come una verga. 
Bianca come l'ambra, 

1 tuoi capelli sono corde da cetra, 

verso . — Qosste poesie baooo orisioe per U masgtor parte dai diotoroi di Arsirocastro. 

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o{26)o 

"Epa Tpeydekive (13) /toAXji 
Bovina yLOt^ai^iXje (14) douyijiyi. 

"4. 

Eydè yjovjie yLoùpe hC S ^Aji^, 
Bj/v vj^ rcfihitt}^ (15) £ /xi 'yyp^ * 
EYtpiQv y iiUe , ri xfxjeve (16) , 

Nj^ ffop-mSc pJ yjè dpri (17) ; 
5. 

U. M/x€ )xi a^a/tT jxi vf ave , 

Koc^aXf^ ci diyje ^c^ave. 
D. Oy r^' I ^^a ^o^ànre apcpcre, 

2i «"wi aqKOtje fróc^r* e pevjér$\ 
U. Djeputpla (18) 'yxà jave, 

jEvrfè ri/; e xave cefidive (19) . 
D. T^i xàye; yjéT(;tve beXjive (20), 

Kje ff* jùlì Aj^ve ^oyxapàve (21) . 

6. 

ÌILój y S'dcv* ^ xoóxjc vrfe piW (22) , 

XrKJov (23) , /jtój I vrf^ re vÀfie uUe . 

XUjov , Z fiij ! vrfio jXft €fò , 

Si x/jbtt .^pe (To^-cfò , 

Hpà va xoD;reroive,. ^ 



U. 2^«/jti-j8ep^e ;rixa ;r/xà, 

^v(f ave ri kjovjjitTe re neplra , 
Mf rpi yoype re yodiTa (24) . 

D. Me fipifis • re fipi^re ^/xa 1 

8. 

T<;è xec^roù, <r<óxe, vrfe juioua; 
AJ6(T<;e xouxjVve vouxe cfoua. 



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o<27)o 

Il fiato è odor di melissa montana, 
Il labbro garofano da negozio . 



Nel sonno quando io cado , e dormo , 
Viene una fancìuila , e mi desta : 
Levati , amico , te ne prego , 
Poiché quando piir e* incontreremo 
Una cavriuola con un cervo ? 



U. Amica dal berretto su d* un lato, 

Adagio , cbè tu hai messo fuoco al paese . 
D. lo che ho mai fatto al povero paese , 

Perchè passo di su e di giù ? 
U. La gioventù per ogni dove , - 

In te hanno posto T amore. 
D. Che hanno ? che trovino il malanno , 

Poiché non lasciano tranquilla me poveretta . 

6. 

fanciulla, arbusto dalle rosse bacche in sul pendio , 
Vanne, o' fanciulla, se mi sei amica. 
Vanne, o fanciulla, se mi vuoi bene, 
Che abbiamo fatto abbastanza, 
Altrimenti si accorgono di noi . |^ 



U. O berretto giallo picchiettato , 

Sulla sponda del fiume l*ho aspettato. 
Con tre pietre Ui ho colpito. 

D. M'hai uccisa: che te uccida la gocciolai 



8. 



A che cosi ti diporti meco , o compagno ? 
Capello rosso io non voglio . 



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o<M)o 

Ajéc^e fiepSà ai fieverUov • 

nà deXje, fioj , ci re do jiUov , 

Hpifta cqrtmot ri ^ixou, 

Moi; ri ^Uov , jiov ri bXjipi (25) . 

Hph^é dj^jiere 'yiML ^n^jlpi (86) , 

EfM, ^mjipi yjii* I npia^e, 

ìiji dpex/ip: (27) I Mrwrht (28) , 



U. ^0 iiij rì, v.ji a re db boùppi, 

nà déXje friìOieljR ri jipvpi • 

Mo;, evdb ri, evrfo ^'^re nouvarf , 

Te a<» oiJra i fierovXire. 

Berovkire treai r où 'vdche; 

"A fil^ où fiovpe fiOL^iye (29) ; 
D. jl , %ji jò , nip Uepvdiye I 

ni xa/A6 ftire bov%ovphe . 

10. 

^0 fiój ri , yjé fiere foùrje , 

Ber i tipi', i aqifit-iiowje , 

Ueai a i api (xpiv) ari daovkov^e (30); 

Eydh y-pix^ , evdò y^l$e nepina, 

2i je i bipS', i re'vda^y (31) fiÌ7r(x. 

11. 

1 l^iov , r(;i xa/Ae rpi bey^ape (32), 
K;^ xajùte 'yypipey %ji niiie iipe 
Hip }4,rH.Ae %ji a %ajxe nipe . 
Mixi, vde liji^^e jxe /lope, 
Kji jii vXe ri nipe diXe, 
Tjiòe a^éìijere 'jjMjéie , 
Uova. fiUye e jie ìLoptrofie . 



12. 

SfV^e oò béo^ nip fii ^néra 
Te jxe fiijye yjlàe r^ira, 



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o{M)o 

Capello biondo color d*oro (zecchino di Venezia). 

Su vieni fuort, o fanciulla, che ti vuol 1* amico , 

Dietro la casa dove é il fico , / 

Sino al fico, tino ali* olmo. 

Tu hai dbtrutto ai giovani il giudizio, 

Nel senno gli hai tutti rovinati , 

Gli hai ridotti a una dramma . 

9. 

D. Ohi giovinetta, tu , cui non vuole *l marito, 

Or esci un poco al muro: 

tu giovinetta , o la tua cognata , 

Che io ne vegga gli occhi, e le ciglia. 

Le ciglia perché cosi nereggiano ? 

Vi hai forse messo la galla ? 
J. No, e poi no, per diol 

Io l'ho da me la beltade. 

10. 

O giovinetta, che passi di là. 

Di viso bianca, e di berretto rosso, 

Perchè non apparti quella ciocca di capegir? 

Sia che tu ti pettini di lUeio , sia che vólti indietro il crine , 

Poiché sei bianca, e il caldo t'imbruna (o ti cuoce, arroventa). 

li- 

Me infelice , che da tre stagioni 

Mi sono ghiacciato, mi son disseccato 

Per Tamica , che non ho veduta. 

Amica, tu m'hai preso per il collo (seicagione del mio danno). 

Poiché uscisti colla prima stella. 

Tutte raccogliesti le compagne, 

E di me, l'amico, non ti sei rammentata. 

12. 

Come son' io diventato cosi che colle focaccie 
Debba venire tutto il parentado , 



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o{30)o 

Tjibe rc,ÌTot, re jie fitjve , 

Te /le pey.6tve re ^/vc 

irép jjlUs òoy^e-HOL>r/vc (34) . 

13. 

T« fiere vde ^G<;ire vjy) r^/xe (35); 
Si xocjxe jxiWve t^ Aj/ye • 
Déacfi TLepydioc , où G^epovx • 
Te jute dhre jj.lv.joi jioùa , 
2' jxe kjdv a<5 Xjovjjl' a^ neppovcc . 

14. 

"A^ xevdóye^ /topi bipbixje (36), 
J&y<2^ vji rff'ye rpevda^ixje ; 
QéXei^e (37) v.piy^e^jeQc^lXe , 
Dékje 'vdi Trevdqepè (38) (y< ìJac . 
Kev<^ove, btpbtXi b^yipire , 
Te deyjóje vovaer é (39) Mà/re . 
Kerò voidfr* £* cifijéjie 
Jiye ^rovja (40) rpofoéve , 

16. 

0av* ^ Y.ovy.je *vde v.opie (41) , 
nóci <2/£Àf xo^pe bie . 
<&ÓAje, /Jto; xjVve^' ^ yjéìfire , 
2i *yy plfia *ydè yovpe te XJYjjxire , 
Me (r(;xoupTÓi elrp' f' a^xi^/ièire . 

16. 

2^0/ ypùyC^épyj^vdeja , 
Nà nepioc^i 'yyà jiévdeja . 
TpùìC-épyjéifdeja %ovpe aptóv , 
''À^ va ^Xjir , Sic, •uLovfievdóv , 
*Ac(;roù (JÌ è y.I(J^ ^axóv . 
2< rf/fiXi va fiea^rpov , 
Ajeac^Qv a^evf Ì va fiepbov . 



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Goògle 



o<31)o 

Tutta la tribù venir debba , 

A pianger me misero 

Per l'amica dalla bocca graziosa (a guisa di scatola elegante). 

13. 

Compagno, con chi lascio le capre 

Per andare nel paese un momento ? 

Poiché ho r amica malata : 

Volle Iddio, che mi sia guarita, 

Che se mi morisse a me 1* amica , 

Non mi laverebbe (il mio bruno) né fiume né ruscello. 

14. 

Perchè non canti , o rosignuolo , 

Sur un ramo di rose ? 

O tu, pernice dalle verdi ali. 

Esci alla finestra simile a una stella. 

Canta, o usignuolo della state, 

Che ti ascoltino le spose di maggio. 

Queste spose di quesfanno 

Sono mele cotogne giovatine . 

Arboscello dalle rosse bacche nella siepe , 

Tu sei simile al sole che tramonta. 

Parla, o tu cagnolii^a del cane, 

Poiché lo mi san ghiacciato al sasso dell' aja. 

Mi ha rovinato (p^opr*. scorciato) il vento della rupe. 

16. 

Passò colei dal collo d* argento , 

E ci ha fatto uscir di memoria . 

Quando colei dal Collo d'argento passa , 

Non ci parla, non ragiona con noi. 

Come ne avea costume : 

A modo del sole essa ci guarda,. 

Scaglia raggi , e lie. acceca . 



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o<38)o 
17. 

Dóka vjyi T^iKe ri yoùpt , 
"Epii jijepyovXa jxe t^ovpt 
Depe^he , tqi jie aejioùpi . 
D^ivde (42) £• bij' é xaoypire (43), 
Nà fietr^rpóy jiè bierre ri aoùptre . 
nò jov , a<;6yu, 'ydj jie dot, 
Oh novfieyds re ji i Jói. 

18. 

DoXa np^ju 'v<f 'ApjioXtie, 
Udc^e vj^ ri bovìLOvpe • 
"E botTAOvpa %ji nói jiova , 
Xi%jt , i '^bvXt dipeye . 
Me? £ 'libùXe, i^^jiep' i}i€ , 
Mò? è 'jjjfike dipye 
TUp jiov ri jijdpye. 

19. 

U. Ti^i iie xa i^é/apa yjedép (44)1 
Me a^óv boùìM jii ri deepjie' 
MiW Tovp,(Ì¥€'j€a^tXje (45), 
Eydiij re depyófia xacuXJ€' 
Te depyéfia,\ji re fiije , 
Te mplxTot,, /a/x«, iteci a epie; 
Te i^ov yjovjxt; jie yeyyjéfte; 

D. Nrfip Ite ijiv, jie ^iivr' ^ pjydx (46), 
ni a jute Ajce re j8ye v^va . 

U. U6j v^wel re rf/xre djiki, 
Kji va Waj3e *y>tà fiàXi . 

20. 

U. ^Q /AÓ; ^iaje pùvfibovXÌK€ , 
"A? fjLapróye; ai où '/^AJaxe . 

D. OS /lapréye/ie, nò c'yjìije boippe . 

U. 2roA.iaoy, npà re fiippe ouve , 
Te re é^je épyjMe oc^oifie. 




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o<33)o 

IT. 

Uscii un momento là verso il sasso, 

Venne la nuvola e mi prese 

Me infelice, e mi fe'ammalare. 

È un follello la figlia del ghiauro, . 

Ci osserva colla coda deirocchio.. 

Or voi compagni , se mi volete bene , 

Ditele due paroline per me. 

18. 

Uscii jersera verso Armolito , 
£ vidi una bella : 
La bella , che vide me r 
Tirò e chiuse la porta. 
Non la chiudere, cor mio , 
Non la chiuder la porta 
Per me poveretto. 

19. 

U. Quale affanno ha il mio core! 

Mi passa il cibo con dolore. 

Amica dalle verdi brache (?), 

Perciò mandai da te apposta , 

Mandai da te , acciò venissi , 

Ti aspettai , amica , perche non venisti ? 

Ti prese il sonno ? mi ingannasti ? 
D. Se il sonno mi prese , che mi colga il malcaduco ; 

Ma non mi lasciò venire la mamma. 
U. Ahi quella mamma! che ti perisca il figliuolo, 

Poiché ci hai divisi dairamore. 

20. 

U. Oh tu donna dal viso rotondo , 

Non ti mariti? giacché sei invecchiata. 

D. Io mi marito, ma non trovo Tuomo. 

U. Adornati , che"^ ti prendo io , 
£ ti farò di molto argento. 



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o<34)o 
il. 

U. ìtój l^eA^avrfe naipà? (47), 

Te fiije bpévda , a jjl4 %ji&e ; 
D. "Ea, Àjou/ie (48), «^ a' r« 'yyice , 

"Ea jii kodpe i jii yà^ , 

Mi dv f Tpi , 0€'i)i}kiyt (49) jrà< . 

22. 

T^^ jcLji l òypoidiaovpe (50) , 
Ey^à fiévdtjoi jifi irph^ovpe , 
"Eraetje t c^zariffoype . , 

Hip vjy) ri 9ToXhovpe . 
Móy fiifj^e , juLcy ^efiepùì , 
DoioLJ àrè %ji re do , 

23. 

Dixxje *vdè bpé^ ( ^peye ) , e jSec^rpà ^c^ocve . 

Bave /A^vT* ^/xia j8ave . 
DéXXje ji6j irika /lè yairive . 

Bave /x^r' f'^/a , fiive . 
2u-^£Ì^ £ fierovXe^ypijxe , 

Bave jx^r' f'jui/a jSave . 



Koupe rf/AJe /^nijf /ii Y,aydi\j€ 
AjiSovpe jiè Tpi jiavdlkje (51) , 
Mi Tpi jiavdi\j€ jii ^£xe, 
Bovppi , fioj , y,ji re rf/xre. 
Te rffW , i re p-ipr^a oiJve , 
Te pf/ie yjoivje nip yjoùve . 

25. (a) 

Me *jibaTTt jiapi^t,, a^ónjf, /le '^òfVn, 
Kj^ jx' ep^i frouppi 'yxà 'noipÒsTTi (52) , 
Ky^ /jt' /p^i vrfe ac^rem f e a jxe yjém . 

(a) Le due canzoni cbe seguono bannO'OrJglne da'B«rat.tHahfiil:p. 433). Il dia- 



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o<J$)o 
21. 

U. O pernice thiuià in gabbia, 

Se vengo dentro, tu mi ti accosti? (mi accogli), 

D. Tieni, briccone, che non ti tocco. 
Vieni collo scherzo , e col riso , 
Con due, o tre giovanotti teco (dietro). 



Come io sono aggravato (malandato)! 

Di mente sono perduto, 

Incedo come sbalordito 

Per una ben messa fanciuUa. — 

Oh 1 giovinetta , oh \ core mio , 

Ama colui che t^ama. 

23. 

Esci alla collina, e guarda il paese; 

Se ne è ila la mia mente, se n'è ita. 
Esci deh! spada col cordoncino di seta. 

Se ne è ita la mia mente, se n'é ila. 
Occhi-nera , e sopracciglio-pinla . 

Se ne ita la mìa mente, se n*è ita. 



24. 



Quando esce 1* amica colla lucerna , 
Ravvolta il capo con tre pezzuole , 
Con tre pezzuole colla frangia (io dico) : 
Oh tu ! , che ti mpoja il marito , 
Che ti muoja, e ti prenda io. 
Perché stiamo accosto Tutto all'altra. 

25. 

M*è rimasto addosso il mal sottile, o amica, 
Che m*è venuto il marito dal viaggio, 
H*è venuto in casa, e non m*ha trovala. 

letto per^ è tosk^ . • ' ' • 



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o(W>o 
Uopi 70UVCV, £ pd, £ ^Xjirtt' 

ToitCOiT t bipio^ Iti HOV/fOV«T«v. 

. Aj9,v£T (53) .irar^* xS dape^' ^ ^^P^"^ $ 

Kjè fi.* ipSiboùppi yde <jc,rtm , a jie yjerr' , 

26. 

2' fjte kjr^ve , fiij vévve , a* /le ^jr^ve, 
^qi^éjihev £ ropÌT<feq ji à xàve ^»ivc 
M* à. Tfoofe ^Tfve , i jJt' d nava xepirovpe, 
Ko$a?e '/AÒè xó^a^e /i^* yoéirovp^ ^ 
SeV^e jà/x' yodhovpe 'vrf^ve .(TKJùovh^ , 
TLip yjè av , s nip vjri j3/ropAe ^ 
2ÉT^f ji/i* yodkovpe , c^cjJLTQvape l 
"E ff' i beaaoije nip rè aqTreroùoipe " 

CANZONI STORICHE 

t 
I*E<1 I A MORTft M SeliKAN TOTO (DA PR#GONArCS) (a) 

T<;* /(7<;r* àreje, !ù joC ypa ; 
Ov j5pà S^X/iav Tórojot » 

2ì oj) j8pà , / yiov où fipà ; 
E^dè vi^à (54) rè jLtòC(Jà (55) . 
Kjiji (56) jjioiXXje , y^jiji $oua<;a^ 
Oi) j3pà 2f A/xflév Toro Poj5of(;a . 
'Q 2fXjLt(iv! "E 2fA/xà, 
DvjjLbeStere nipe (57) «>xà (58), 
jF^xà aqA.é}ibi où j^óy ^ pà, 
nóo"! /lórpa jT^p fiekèt , 
Koype deyjoi nip ^eXjxive , 
TaoircL , roón è br^pi c^rive * 
XeXfiófie piT^iXere , 



(a) H cogóotne Toto, come avverte Raho, aiigniftcando prete, oel dialetto dà 
LjapidU mostra la origine cristiana della famiglia. Se li oh a era la cognata di Sei- 
man, moglie del fratello di lui Beljulji agà, altro celebre guerriero. La poetessa 



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o{37)o 

Ei prese il mantello , e si gitlò a dormire . 

Si gira e si voltola, 

Che il bianco seno ricorda di continuo. 

Abbia malanno la porta (la casa] dei miei (dove era) , 

Che mi è venuto il marito in casa , e non mi ci ha trovata. 

26. 

Non mi lasciano, ohi mamma, non mi la^iano; 

La rupe di Coriza mi hanno presa, 

Me r hanno presa, e mi Hanno aspettato, 

Ai fianchi (sopra le cosce) io son ferito (colpito). 

Come son fi^to sotto gli omeri, 

Per un bell'occhio e per un sopracciglio, 

Come sono ferito , rovinato I 

E non credo di salvarmi. 

TRADUZIONE 

PBR LA MORTB DI SRLMAN TOTO ( DA PROGONATES ) 

'27. 

Che cosa é colà avvenuto , o voi donne ? 

È stato ucciso Selman Toto. 

Come , e dove é stato uccìso ? 

Nella grande battaglia. -^ 

Piangete o monti, piangete o campi, 

Che è ucciso Selman Toto Rusha. 

Oh! Selman! E Seliehà, 

Con dodici paja di fermagli, 

Dalla rupe si precipitò, e cadde, 

Come sorella per il fratello, 

Quando essa udì il caso di Selman : 

In mille pezzi fece la brocca (b). 

Tu hai addolorato i dignitarii, 

dorella <leir «stinto ricorda dulia flntf P amicizia che gli t»rtava Aff pascià di Giannina 
con i sooi figH (i tre pascià). 

(b) L9 gentil^na venira daU'atting^r Tai^qua aita fonte.gmsia l'uso antico del paese. 



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o{3«)o 

Te Tpè natr^aXipere , . 
2e re xjaje fie^ìpt fit're , 
2i re yJa^ djikje ri rpire , 
^Q ov fieXói^^al 

So DI AbXs Thank (a) 



Tpifia fiér e rpijia Beov ( o bdou ?) (&9; ^ 

'SiOii potile lit r^* où yevvjVou (60) , . 
^vifj Movaar/pe 9/r<* où ^pepu; 
Kov9( re iiópi rè aspirar apfit 
Iliapcjo A are , a jararfive , 
Ài ari dov^éuve è Xjipc (61) ; 
Koua^ re d^fieo^t ^ipjieXjéve (62) 
*Eii xóneve r* a «-peve , 
Kóxa re /iópi !SrajLi6()Xe , 
Kovpfii re 'jibìrrt BtroXje , 
'Abà^ ©ave, XjoùXjejoLÌ 
Tpifie ai 'AaXàv Ilourcéjal 
OC fieXa-^i^cLÌ 

29. 

ZejjLepoL jóre }iè /lije ^ 
ìiópSA jore jjlì berije (63) ^ 
Kovp' é 'vdatepe '-ynà >tiAi (64^= > 
Ai^roje fiirefic ^iki . 
Koupe dccAjf vile VovjieXi , 
Qoa^ye yjlii* r<ì la^r ài; 
'Ayai jii rafiabì (65) . 
'Ayà, ger^e irfa^ouare 
HXjoifibixre r^i fiovxpre ; 
Mi va/A* w 'Ayà I 



(a) Il fatto a eoi allude qaeatt caniooe accadde nel 183K come ci fa saper V HahD in 
nota, II, p. 138. Il celebre Sadrasem Reacbid Mecbmed pascià per sedare le tnrboleDie 
delle Albania meridioDale convitò i principali capi a Monastir , dove a tradimento li f«ce 



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o<39)o 

Tutti e tre I pascià; 
E te pianse il Visire slesso, 
Che ti tenea come terzo iglio. 
Ohimè 1 orbata del fratello 1 

So DI AbXs Tbank 

28. 

Valorosi guerrieri , valorosi seguaci , 

Come avete oscurata la Accia del mondo! 

Il Sadrazem, che vi deluse, 

Come vi mise in pezzi a Monastir ? 

Chi ti prese le armi lasciate, 

Le pistole, e il jatagano (la sciabola), 

E quel fucile inargentato? 

Chi ti spogliò del gtacco a squamme gallonate ? 

E il capo ancora ti recisero. 

Il capo andò a Stambùl , 

Il tronco rimase a Bitolia 

Oh Abàs Thane, fiore di valorai! 

Valente come Asian Puccel 

Me misera del fratello ! 



». 



Il cuor tuo coli» punta. 

La tua spada col a^al caduco Y^'c^ far venire il terrore). 

Allorché lu la levavi dal fodero 

Lottavi solo contro un elefiinte* 

Quando uscivi per la Romelia , 

Dicevan tutti: che è Aiai colui? 

Un Agà con il suo seguito. 

Oh Agà come avete voi tollerato 

Le palle (di piombo) che riceveste ? 

Oh 1 rinomato Agà 1 

uccidere , mentndo strage dei loro seguaci . La seguente canzone si riferisce allo stesso 
avvenimento . 



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o(40}o 

Su D*UN CAPO Cristiano 

30. 

Eyypaov Ka^reràv NixoAa, 
Eyyji<Ji;€ fiécive fii (póXa (66;^ 
Bovpe dpfie éSi Trtcmjòka, 

2ì T^óyya, ai Aenevjort , 
2ì MàpHo BoT^ipt SooA/or/ . 
Kjua? re *//;> , cJ NncoXò , 
Kjè 'jiòsTTe vd* 'AvrfA/vcà; 
KjUff^ oi) \dd àjo Hoypove (67) , 
MapivoL Ili NncoAóve; 

31. 



Xo^av D<^ÌM.ow y.opSe-cryijificc , 
Zy\pe pón éSè pobtvjoi , 
Ajye v^vva xaAox^/vja (68) . 
KoiJpe yteratje vdc roiboùotpe ^ 
Dixje jjlì mì-ìu vde dovocpe . 
0ó(7«; fie^ipf -Koùaq é /lovccp y 
'A ì TpifjL* Tqè d xa avvovoip , 
Xa^àv />^oixou (r^evjeripi , 
Koipe C(;y.6je 'yxa na^ipi , 
le fipiou dv<peì^e (69) Mavrf^api 
Tp//x« re. yJa(; D<,iKXJQ^naipi 
Dé'pSovpe /Jiocprfaptripi ♦ 
Djikje , ^e/iepàl 



32.' 

'Aòa^ ^ekijjL, aèrcfi rreaaófie; 
M?} a* è/f yde avvipe , 
Eydè avvope, vde rotbope ^ 
Mi rplfjLOLTe rov -njè oyjoSe . 

Mb^ où fipifie yde v/<^à; 



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o{41)o 

$v d'un capo cristiano 

80. 

Sorgi , Capitan Niccola , 

Cingi la vita colle piastre (Inargento , 

Mettiti Tarme , e le pistole , 

Per lanciarti come Zonga , 

Come Zonga, e Lepenioli» 

Come Marco Bozzari il Snliota. 

Che l*è accaduto (che ti faccio io) , o Nicolò , 

Che sei restato in Anatolico ? 

Come si è diviso quel matrimonio 

Di Marina con Nicolò ? 

lo son uscita infelice I 



31. 



Chazàn Giacu figura di spada (agile come — ) 

Tu prendesti schiavi, e schiave, 

Lasciasti le madri orbate di figli. 

Quando saltavi nei trinceramenti 

Ne uscivi con una testa in mano. 

Diceva il Vesire: chi Tha presa? . 

Quell'eroe che non ha ritegni, 

Chazàn Giacu il raggiante (T illustre). 

Quando tu passavi dal mercato.. 

Ti uccise il fucile d' un ^ Magiaro. 

Te aveva suo palicaro Gellio. Pitsàri , 

Ornato lutto di perle. 

Oh I figlio , cor mio 1 

•32. 

Abàs Selim , che hai tu sofferto ? 
Più non cadrai al confine , 
Al confine, nei trinceramenti. 
Coi palicari da te scelti.. 
O Abàs Selim , mio fratello , 
Fosti ucciso forse nella battaglia ? 



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o<44)o 

Nd^ rrj/Tt véfva irip iicùa , 

T I 3^1 ci où jiOLprova . 

Nrf^ SiQvrf , ci T^è yovae /lovoipe • 

Tpi nkjoùiiboL yde npsc^epovoLpe (T7] , 

VjiaqTe yde urifibe e vde dovxpe • 

Nrfìi l^yre oè r^è xpouoxi j8ave , 

Poppare (78; é' xópòarf £ x*'^^ ("^^ • 

QUALCHE CANZONE GHEGA (CENTRALE) 

^. 

IItI , nTv , dékjé^ùì I 
Kou xouAóff aóvrf ; 
J^W apare a ve S-àvare . 
Kjva^ VX nda àvdaja ; 
/^i; Lpyeti^l^ M-ÓTpx^e . 
Kjó<7^ / ^óa^e HCtvexeaé; 
T<t/X/ , TCiXi y jiayyovXil 
lìic(;e nXj il/Lev ve y.aki , 
Kj€ l bi'vTS $uAA/r ^r. 
*0 yourivoL jivcekjà 1 

37. 

*Okjopia y BoXjopioi I • ■ 

Mf depyot foravi oc 
Hip vjì aeerey 
Hip vjì re ere , 

Uip vjì fiiacfi , 

Bov'iiovpÌG<;e • 

. "A^ € 'yyio! , a^ è fipice ,. 
Woé Tqótj fii SevT a jii Si , 
"E / OLTT* bovvC e kjOiì^l (80) . 
"A jj.* à ven y i y,jvG(; fie (jit) ^oua ; 

38. ^ 

'Op/aX/xo^e 1 

2^xó/jLte Trip tovpréKycS' (8Ì} , 



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o<45)o 

Se domandi la 'mamma ài me , 

Ditele che 8*é sposato. 

Se chieda, chi prese per moglie: 

Tre palle nel petto, 

Sei nei piedi e nelle mani ; 

Se dimandi , quali furo i compari delle nozze 

(Rispondete) : Le cornacchie e i corbi lo divorarono. 

TRADUZIONE DELLE CANZONI GHEGHE 

36. 

Su via , o pecorella ! 

Dove hai tu pascolato stasera ? 

Nei campi, e fra gli arbusti (o le corniole, Hh.)- 

Che hai tu veduto di là ? , 

Due uccelletti germani . 

Che dicevano di canto? 

Tilt UH manguli! 

Ho veduto la vecchia presso la spiga , 

Che suonava il flauto nero. 

(L'ultimo verso ooo è tradoUo «eppure da Hiiho) 

37. 

0/oria, Bolorìa! 

M'ha mandato sua signoria 

Per uno staccio , 

Per una focaccia , 

Per una fanciulla 

Bellina. 

Io non la tocco, non T ammazzò, 

Ma la regab di pecore, e di capre, 

E le do pane e nocciole. 

Or me la dai , o che mi dici ? 

38. 



Orialècaze I 

Noi andiamo per fare bacchette , 



Vf aldi, JJ 

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o<«)o 

ZdjjLt ^6%jeT' é bv<fQiot9e (82) , 
'là 'yyapiMtpLe irìkjeve . 
ILéXja OQLJiTi y' Ihippeve , 
Né xarouv rè mvXjeae (83) . 
TLovXja Xjiov Y^tr$ , 
TjéXt fidac, apjUTi , 
"App^er é -MVMvfifàfjire (84) , 
KotmovfipiyLJt bivi bte: 
Io nip ^ÒT c^ev 'Èvépil 
roua^-xouxjfv (85) aouy i irte; 
Kjea^e fnà é irdju 
'E yjeTTOt, nx Xia/ie , 
Kjec^e jxè i novòe , 
*E yjcTTa nepnoil^e • 

ALCUNE CANZONI D£ NECIM BEY («) 

39. 

Ti vój (86) * jipér i bowiovptae 

Zov Xov jity oÒl fijiy (87) nh fi et (T<;r<)v. 

f^de dtfiiy rè Hepevàiae- 

NiÒ re ^àv r^i (88) hoù /ì« c^Teiròv; 

Kjitf t xja/jf, e T^* où (89) fiepbova^el 

EiàÒì^ lievTaj, vò pi vò jàx (90}, 

T<* où dóiija^' B T^' ov nepfitXjovacfi, 

'E où 'vdeaT^* ^eyyjlk* e ^Xjiy.e. 

T' à jjLopoL fiéac^ , w '^ovXetiiiyy 

(a) Alle premesse tre canzoni ghego-centrali aggiungerò alcune altre . le prime due 
delle quali sono di Neglm bey , e le seguenti se non di lui , ciò che non apparisce chiaro 
da Habn, però deiristesso suo dialetto, e paese; poiché egli sebbene nAto a Premeti 
nell'Epiro, o Albania meridionale, yiiise lungo tempo in Berat nell* Albania centrale, 
e scrisse in quel dialetto . comecché si lasciaàse troppo dominare dalla piena scienza ohe 
aveva del turco, dell'arabo, e del persiano, nelle cui letterature era dotto come musul- 
mano (V. Hahn II. p. 14t). I canti di Ne^im meriterebbero di essere meglio conosciuti 
per il loro pregio poetico e per la fedele dipintura dei costumi locali; ma mi sono astenuto 
dal recarne pia che un tenue saggio per lo abuso eccessivo di parole turche . onde sono 
ripieni molto più delle precedenti poesie toske . che tuttavia non ne scarseggiano , co* 
munque io abbia cercato di tenermi a quelle che se ne mostravano più pure. Ma mi 
conforta che di una tal lebbra vedremo inbómparabilmente meno fnfetti i saggi del gre- 



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E abbiamo preso gii uccelli delle frasche , 

Li carichiamo sulla giumenta* 

La giumenta sdrucciolo in Durazzo» t 

Nel paese della gallina. 

La gallina si lavò il capo* 

Il gallo veste le armi (propr. ie penne lunghe e scure). 

Le armi del gallo covato dairuomo, 

U gallo covalo dall'uomo fece giuro: 

No per messer S. Andrea! 

Non hai veduto il pettirosso? 

Fui per vederlo 

E lo trovai non lavato , 

Fui per baciarlo 

E lo trovai contaminato. 

TRADUZIONE 

39. 

O tu sovrano della beltade , 

L'oppressione ognor più tu mi accresci: 

Al tribunale di Dio 

Se io ti prendo (ti accuso) dove mi sfuggi? 

Piango e piango, e come sono accecatoi 

Quindi, o vicino o lontano, 

Come io son bruciato, e scottato, 

E infiammato tome carbone, o torcia. 

Ti ho dato ascolto (obbedito) o Suleimano, 

oo-albaoieo, e del tatto poi scevri quelli dei dialetti italo-albanesi, che si distingno- 
no ancora per altri pregi (et Gran. II. e IV). 

Le parole turche sono bensì dichiarate nel volgarizzamento , e ne vien fatta per lo più 
espressa menzione nelle note fliolegiche , perchè non Tengano eonfose tra il genuino cor- 
redo dell* idioma epirotico . il quale correbbe esserne assolutamente purgato, come già 
il Deo-ellenico ne fu reso libero almeno nella scrittura : ma mi piace intanto avvertire 
flo da ora che de* siffatti vocaboli, prettamente e indubiamente turcheschi, non terrò 
conto per deliberato animo neir Indice generale delle parole albanesi apposto in fine del- 
r Appendice, siccome tanto estranei ai linguaggio, di cui mi sono volentieri occupato , 
quanto gli sono omogenei gli elementi ellenici, ed in parte gli italici. Per altro io qui 
ho acelto'i testi meno ingombri di parole turche , e queste ho messe in carattere distinto 
per esentarmi dal Dirvi sopra delie note. 



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o{48)o 

Kol /x* à ni(r^e (91) }i(xd <; a p iv, 
ZÓTt bv re biv^re de p }jl ivy 
"E re ;r;Vxxre }j,i d ^ olv iv. 

Mf H£f pón e re ¥.iji d^tiv. 

Nò /!« J3pà vò /le iày dep/iiv (93), 

Mf'pp* / (T/j/S-e {(Tyjiìé) wy OJ) t^.dovffC [doioicc,), 

Kjitf € Tijiij* B nh nekraice , , , 

2i /iou xa fiep^lre dvvjijoL (94-), 

Ni fierfierey dova t ól fipice, 

Te c^renóije 'yxà a efid ij a , 

Mbì yjl^ -aero y^ikX e ¥.jè x//i/, 

DvXbspare /li ySje a* va ^Xjictv , 

Nà %jikjeT (95) f ruvf j^fn , 

MocKxpe Xji re va fipiaiy, 

41. 

2* yjaeve *vd6vji ^x xjì xfvdov, 
le 7j/Ì7 jav B TTO yLjo(.tve. 

*l fJijspi OLd^iY, aà fópre tto dovpóvl 

npei dvkbepire Trh e ditve . 

Dtkt y y,fi kjeev ve jJ-eyyjécjé) , 

2ì ri, w djiy.jy xoup /xe ^aAavrf/Vf (96). 

ILovp fie xe!^Éve aur' £ ^ea , 

^^TTipre , jievre npii xp/ae jl l ypepitae, 

42. 

Ma a a nepiTrt XjirjoL (97) kjóriv, 

Ma aouv ;rò e Soinf (98) e efid av e. 

Muva^ l'xfr ;rò v.cike^6iVy 

Uh Xjt^róiv fiè va di/ie. — 

Joi3, 5 x;Vve, iiO(; X^^/^^'X' ("XJ^) ^ 

2//; Tf x/vi SouXX/o'xfV. 

B;Vv v;} ^ a X r x;i y^o'x^ (^XÌ^) , 

21 re biiv ^ere Mopeve, 



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o<49)o 

Dove tu hai dirizzalo lo sguardo. 
11 signor nostro ti renda un rimedio, 
E ti unisca al tuo amico . 

40. 

Tu mi hai schiavo, ed io li ho diietto. 
Anima mia, cosi lo mi sii salvo, 

mi uccidi, o mi risana, 
Prendi , e scegli quel che vuoi . 

10 piango, e piango, e muoio (crepo], 
Che mi è noja il mondo: 

In me stesso lo voglio uccidere 

Per salvarmi dall'amore. 

Su tutte queste sventure che abbiamo. 

Gli amanti non ci dirigono parola, 

Noi schiavi di loro siamo. 

Deh! che ci uccidano. 

M. 

Non trovi un augello che canti , 
Tutti stanno piangendo . 

11 misero amante quanto mai soffre ! 
Dal diletto ognora lo dividono . 

Il sole, che nasce la mattina, 

È simile a te, o giovinetto, quando mi ti aggiri d'intorno. 

Quando mi volgi i neri occhi, 

L' anima , il senno, dal capo mi precìpiti . 

42. 

Più non attese Y una lagrima l^iailtra, 
/Più io non sopporto l' amore . 

1 demoni continuamente ci calunniano 
Si arrabattano per dividerci . . ' 

Voi, o cani, non vi affligeté ^ v. - 

Insino a che avete SuUiocha . 
Viene il tempo che vi rallegriate. 
Allorché sarà sottomessa la Morea . 



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o<50)o 

Ejva<; re yjuje vjì }iU€ rè iiipe; 
Te jLtc desTt. (99) ai t à dovx, 
T' / de^TÙje (100) yjl^e a i p ar , 
Te yijiije biocp^ }ii fiova . 

43. 

Sa db roL y i dukbdp, ex db ra [iOì] , 

Mh^ fiippt aér^* re ^óve òotol, 

2£ bora ^6ve vjì e dv 

Mi va da/ie fiov £ tv. 

Koua? où jjLOvvdó^re (102) jjlì va dijxe , 

Mó^ irovc^ó^Te rove ^jafie . 

2^/ou nova<;6v xi^pe 'yìLÒt, y^épe , 

*Aì }ib<, nova^Q^T al; difiev i<; fiepe , 

44. 

BéTovXoL (a) fie ype}iì<; 

Koùpe -M^iy , € a^iyCbv jj.è vf ave . . . 
Ti pei Wepvdlae ci ov rpejie , 

Mò(; jLte Xjepe (103) jjlÌ y.iy.je fiiij . . . 
'Fovf e Jlepvdi y 

Njtr' e dire nep rvij ^eppioe .... 



Lambnti (tosei) o nbnib su d'un fanciullo dbfunto (101) 

45. 

1. ^Q TpevdoL^vXi (105) bovbovyLJe ! 
AjovXjs (106) je(T<i€ y où Y,efrovr€ . 

2. ^Q rpevdoi<pi>\i ra^i (107) 
Où Y,enovT€ irà fi ad i (108) . 

3. AjoiijAi ài Tdiite fiévde , 

Kjè 7rep£T y.eTÌ rain ipyjevde . 

4. AjovjJL^i ài rei ne bàpe 
Kjè itepir y.eTÌ rain ape . 

(a) Questi sei versetti sono framménto di una lunga canzone di Premeti di cui 



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I 






o<51)o 

Come io troverò un buon amico, 
Il quale mi ami come io V amo , 
A cui manifesti tutti i segreti, 
Che pianga insieme con me . 

43. 

Qualunque cosa, o amico, qualunque cosa 

Ti dica il mondo, non dargli ascolto, 

Perchè il mondo dice questo e quello 

Per dividerci me e te. 

Chi si dia pena per separarci 

Non cessi dal piangere. 

La piova si calma di tempo in tempo, 

Costui non abbia pace né di verno né diesiate. 

H. 

Il ciglio tuo mi rovina , 

Quando si volge e guarda di lato .... 
Perchè io temo da Dio, 

Non mi lasciar fra tanti guai .... 
Custodiscilo , o Signore , 

Notte e giorno per te io grido .... 



Lamenti o nbmk su d^on fanciullo defunto 
45. 

1. Oh I bottone di rosa ! 

Eri un fiore, e fosti spezzato. 

2. Oh ! rosa fresca , 

Tu ti spezzasti fuor del tempo. 

3. Beato quel pezzetto di luogo , 

Che accoglierà (aspetta) questo pezzo d'argento: 

4. Beato quel pezzo di erba (prato erboso), 

Che accoglierà (aspetta) questo pezzo d'oro. 

ogni distico incomincia con una lettera dell* «Kabeto greco in ordine: a, yd, 7. ecc. 
11 dialetto ha del tosko e del ghego . 



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o<58>o 

Su D' UN UOVO ADITLTO . 
46. 

Kokiij 9 rt %jóujO€tj (-fj) £ XJiya . 

2. Tjipfrep e àarplrt (109) vde ovie , 
M/xe )if Tovp%je , i jii maoi pe . 

3. Bfy yjapn^pt yde civoiape 

"ì ptje Ile c^éire yde doiape . 

4. Tpijie Sifrkipe (110) fidrefu , 

2' re ^ji^ij (111) «"^óne rjtrepe . 

Su DORNA filOTIRB. 

1. 'E }itpe , i irovpTSTL (112), e apre, 
2} ^óvjare ^ xaaaòàffe (113) . 

2. Mój e boimovpa nptj yoipire (114) 
2/ heKé^^QL [lije (115) yovptre . 

3. ^Q e ;i/>e £ (pjiXje-Xjde (116), 
/£<r^€ voi5a£ fti nepdè (117). 

4. M<y , é y^éi/LJovpoi a» òapi , 
'E xouXoilapa ai api . 

/«reve <t* £* rpaa^eyofie (li8) . 

Su 9* OR TBCCHIO . 
48. 



U 'Q i 7J/<Joùp« (119) jjlì dipe. 
Ilo 07 ifàa^i (120) /li nefibópe 

2. ^Q nXjóoiov yde irXjeMffì , 
T fTflipi vrfe irapeai . 

3. KcV^c Y^jihope te /liSe , 



) ( 



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o<83}o. 

8r D' UIC uovo ADULTO . 

1. Oh 1 serpente variegato , 

A te non s'accoatava facilmente il male. 

2. Serpe e astrita sulla via, 
Amico a turchi, ed a cristiani. 

3. Se veniva il serpe nemico ai confini , 
Tu vi slavi col bastone in mano. 

4. Uomo valido per due da te solo , 

Non avevi d'uopo d*altro compagno. 

Su DOICICÀ GtOVINB . 

w. 

1. Bella (buona) verga d*oro, 

Pari alle signore della città • 

2. Ohi bella di aspetto, 

Come pernice sulla cima della rupe . 

3. Ohi buona, e di facile loquela , 

Tu eri sposa onesta (velata). 

4. Sdutta come stelo di pianta , 
Purificata come Poro. 

5. Di gioje priva , che non li sei goduta : 
Tu non hai compiuto il viver tuo. 

Su d'un vecchio. 

48. 

1. Ohi eletto con cura (mano), 
Come il montone con la campana. 

2. Ohi vecchio nel consiglio (senato). 

Primo frai primati. 



3. Avevi una campana (Cima) grande. 

Quando te la sei tolta , a chi Thai appesa ? 



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o<54)o 

Se DI M91IA AKZ1ÀHA. 

1. 'I x®^Ì^ yLJvT^eTC € b perire , 
2} Tpi}it apjiere é fuatrt . 

2. "Ejxepfv £ x/a^f ypoùoL, 

Ho jia^e '^P^F'* 9 ^ ^amoùx (12 1; . 

3. 'Q fiiTTÓpeja (122) vife /loiJpe (123), 
Téxf ^i^e Xjea^ótje y ovpe (124) . 

4. r/iJe jéreve jiè 'ydeepe , 

Te bovpoy yija a^enjepe (125) . 

5. Bffipe ntìLjive vde bpi<^ , 
E/ibitje TTOvveve }iè epc^ . 



ALCVm PBOYBRBll. 

ryixou oije a' bécere . 
Il sangue non diviene acqua (xiA. il sangue non è acqua) . 

ìiia^re 'fULÒi ^6i a eydiyisTe . 
La carne non si divide dalfugna (come la carne e Vugna). 

Uapà i bàpSe nip dirre ri ^i^e . 
Quattrini bianchi per i giorni neri . 

Koya^ jieyyói , bkjót [beXjói) . 
Chi si levò mattino , macinò (ehi primo arriva primo macina) . 

Dir € fitpe dov%€Te fJ^cyyje^ (126) . 
li buon giorno pare dal mattino. 

'I dovpovixpt i XjeBdoiìQLpt . 
Chi dura è lodato (chi la dura la vince). .. 

Mb^ erae jié fipine , cri bis vde rpine . 
Non andar di fretta, perchè caschi nella buca (chi va piano, va sano). 

Koic^ ercev ^opr ep-birere vde ovSe . 
Chi cammina forte resta per la via . 



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o{55)o 

Su DI DONNA ANZIANA 
W. 

1. Ti togliesti le chiavi dalla cintola , 
Come il palicaro le armi dalla vita. 

2. Il nome avevi di donna , 

Ma eri un palicaro, un aquila. 

3. Oh ! genio tutelare della casa entro i muri , 

Dove tu eri, gettavi splendore. 

4. Tutta la vita con onore: 

Ti scorreva dolcezza (zucchero) dalla bocca . 

5. Tu ponesti la falda (della veste) alla cintura, 
E tenevi gli affari con onore. 



Alcuni paovKmBii. 

KovC(; iTcev liOfdixXe , cocete *jibi a^rent . 
Chi va adagio arriva a caiui (chi va piano va lontano ) . 

Kouff^ nepTov jii) reje fiere . 
Chi indugia, va più in là (ehi va piano, va lontano). 

Mi? jilpe vjri fiee cére ci yjr^ novkje jii jiire , 
Meglio un ovo oggi che una gallina domani. 

Te niXer è yo/iapira e fiire yLovppe vde ìf.jieke . 
Il raglio dell* asino non giunge al cielo. 

*I fiekjert (127) e beacóv t oùpeuv (128) . 
L'uomo nauseato (sazio) non crede al digiuno. 

Koiff^ Xjinev [Xjiit) yjiv r/xe do , 
Chi cerca trova, dove vuole. 

S^oujLta fiè vjri ^ji>^je roivdtv jiiXkje . 
Molti con una parola scuotono i monti. 

Eóxa %ji a dtyjov a^ov}ie neaaiv . 
La testa che non intende molto soffre (chi non ha giudizio suo danno). 



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o{66)o 

Où^ovk' e xfx;« évv^v (129) saitje frp lac, . 
L'aceto cattivo il vaso suo guasta . 

Koya<; p^a penipx fiea^rpóv naarije . 
Chi mangia prima guarda dopo (ben ride ehi ultimo ride) . 

'I }iiii yjefiejiiSii (gr. McyoAo y-apóifit fieyiXa niviuvx) . 
Il grande ha grandi guai (gr. grande nave grandi pericoli), 

EyyLOpSi iiir^t , où yyji^e fitov : (gr. Aelnei 19 yara yiopevovy 

È morto il gatto è risorto il topo (dove non c'è %l gatto i topi ballano). 

2à Xjovkje rivdsve yjl^e a nUjeye (130) . 
Quanti fiori fioriscono tutti (i fruUi). óon maturano • 

OÓX;' / dépece re dtyjótje irsvd^epsjoi,. 
Parla all'uscio perchè intenda la finestra . 

^jVp* I irpiìLovre t à veyjiótje dapa gh. : (gr. H^V ^o rTÒ<; /rfv- 
S-fpa? ^là va rò àxoicij ^ vj5/a^»j). 
Picchia al limitare perchè senta 1* uscio: (gr. dillo alla suocera per^ 
che senta la nuora) . 

^ippe Ttìi. ypoùoL a hr\yere 
(Sciarra) lite senza donna non si fa (chi disse dontui , disse dan^ 

no ecc.) . 

2(5p/ nkjQTe ^ bipiiov ^xre: (gr. ^ire jiÌtici ^ipiot, xaì y\ xo/- 
A/à nepièpo}io). 
L'occhio pieno, la pancia dura (vuota): (gt. mangiate occhi i pe- 
sci, e il ventre a spasso). 

Tè %^takaTe é virece ci aroXÌ é nkjavìece. 
Il sereno ^lla notte come Tornamento della vecchia • 

Xa dph.e , e yarovxtj nép dapy.e: (gr. Tlporov va netviayt^ /ia>. 
yalpeve ) . 
Mangia a desinare, i& prepai^a la ceha: (gr. pria di aver fame cu^ 
Cina). ' *•' ' ■' •• .. — • *:^ 

*E x/x/f/a re cernie (131) yde dipe re y^iéfiire , 
La disgrazia ti spinge alla porta del nemico. 



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Mò<; où olive ovp' t fii%e ,' re c<;i/L6ije ì /iipi t i Xjiy.e , 
Non ti fare ponte e»|MMrtioello (o cavalletto), perchè ci passi il 
buono e il cattivo {chi pecora si fa il lupo (a mangia ) . 

'^ae vde ^ice, t ovi%ov vde yojjiipe . 
Natura segue natura , e il lupo Tasino {naturam expellas furca tu- 
men usque recurret) . 

Uèp rè bipSe rè Xj(xpÌT(7Y.ec, (132) . 
Per il bianco Aella gazza (questione di lana caprimi)- 

nò TCtpiae yojxipe , crpe^' ix ac,yLJi\}ieTe . 
Tu pungi (gr^ti). Tadino ,. accogline i. calci . 

*I ^e\Ujovpi (133) (7;ÓHe dò . 
Il tignoso vuole un com^^gno (unalt, comune..m€Zzo. gaudio ) . 

2à jLte M.a ivdoL np* ape , axje yjit^a yijee a ^ipe . 
Quanto ci ho gusto ai campi, tanto io trovi manzi e sementa. 

Téxe >^J£X (^/"X) '^j^'^y ^ ^^^* daXje rvjj^e . 
Dove abbaia il cane, e dove esce il fumo (^\ intende: là accor- 
rono i cani, qua i parassiti J, 

Vjr\pt ci nepdépetji (134-) . 
La roba è come il questjuapte ffiìoè^ ndfi fermo) . 

Kova^ yjùv rè rike ^he , re bey are piyhv (135; A /ere; 
Chi trova u#a 1^1 natura che i| ti(xio(o il vigano?) dlv^^nga un al- 
. befo? 

Ovinovve ac^óye^e , a yjovpjiev xepxó</xe . 
11 lupo vediamo, e Torma ne cerchiamo (cercare il sole a mezzo- 
giorno ) . 

JDVi.fjixr^a. jJLOÙvdtve (jjLOvvjiy) vjè àpi {àppi). 
Due gatti vìncono un orso (vis unita fortior: l'union fail la force) . 

* Ti^e^ wisXe jÀÌr<;e , fii yjovoLv . 
Quel iche partorisce la gSitla, caccia topi (i figliuoli de' gatti pi- 
gliano i topi: chi di gallina nasce convien che raspi) . 

5 

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o<5«)o 

Mn c^oi/ie re dive, , qì 9<fiip£ rè tusc^ . 
Meglio che sappi mollo , anzi che abbi ittoiio . 

2ì jie yiji bipe , jie novvóv ovyipe (136) . 
Come (il bue] mi mangia Terba, mi lavora il campo (tum si fa 
nulla per nulla). 

Kova^ fière nò, ^rovjipe € yjty nx a^rpovxpe . 
Chi va senza esiger invitato trova non apparecchiato» 

Ptìuire béiyt nepóvjére , t irepóvjere XjovjiepoLre . 
Le dirotte pioggie fanno i torrenti, e i torrenti i fiumi. 

Dv yjikXoL jibi vjì ^AjVj^e (i37) ae pive %ovppe gh. 
Due galli sur un letamajo non entrano mai . 

Kcù ava^re aqirira , Àrji btaaoL gh. 
Dove è la spada, colà la fede (quando la forza e la ragion c<m^ 
trasia vince la forza e la ragion non basta) . 

Bipnov ^Ipe (138) a uLeraev fiipe . 
La pancia vuota non salta bene (sacco vuoto non sta ritto) . 

BipìLov nXjore e nératy dorè . 
La pancia piena non salta punto. 

Tjeij Xjénovpty , t daba!^' i bpiMre . 
Trov<a (prendi) il lopre, e levagli i calzoni (fare un. buco nell'acqua)* 

^jiX^re xàXi i jiipe vdévve /lovri^e (139) ri Xji%t . 
Si conosce il buon cavallo sotto la cattiva gualdrappa (7' oòr/o non 
fa il monaco ) , . , 

Alcuni indovinblli (iteoals) (liO) Toski. 

Ajón (141) 4 bipSe jjLJtÀ^jere (o jilkjire) , a fiaijiovYi x'^ìere . 

Una vacca bianca si munge ;■ e la scimmia balla (o si diver- 
te, come nel gr. èioLaY.tSi^€t) (la rocca e il fuso). 

"Kpx € bipie , ^ipx è ^fl^e , è *fibiiXe fiè dipe^ t %9Ìxppe }ii yóje. 
Il campo bianco , il seme nero , lo semini con Ut nano , lo mie- 
ti con la bocca (lo scritto) . 



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c<59}o 

D5 Bki^ep (x^ep jive , t vji bpeye i \dxv \de jiéace . 

Due fralolli son vicini , e un eolie lì divide nel mezzo (gli oc- 
chi e il naso). 

Dv /lorpa 'yyjdaqovpe jjlì yjé bpeZe . 

Due sorelle cinte con un solo cingolo (i due sportelli d*un uscio 
fermati con una stanga). 

Tlf'aae /tórpa *ydj€%tve a^ot a^oxjey , t dorè e i ^i^v . 

Cinque sorelle si perseguitano Tuna raltra,e non si prendo-, 
no affatto (mai) (i cinque forri da calza). 

Ajéaqe nepòpr^vdoL , }iia^ nepjia^roL . 

Pelo di dentro, carne di fuori (la candela di sevo). 

Koip* é x^^i^ jjJbpi^trt (jiepidere) , xoup' à fiii * fiboixjc^sre . 

Quando lo tiri (levi) si vota, quando lo metti si riempie (il 
cappello) . 

AlTKI INDOVINKLLt (xàfT{«) GrBGHI . 

Njì it\)Xe , *}jJ>x(^ àuj yjx ^oia^e , *fibi(; àait jive dv a^r/^a (142) , 
efJLbi<; àruvf jive dv youpva, \fibiq óltvv€ jive dv ^éije (IW', *fibi^ 
àrùve iyQc,re vjì btpblkje , 'jJibic, iu ovV^re ;rò ci vjipt • 

Un bosco , dopo di esso un piano , dopo qu^'sto sono due lance, 
dopo queste due fonti, dopo queste due buchi , dopo questi v*è un 
usignuolo, dopo lui v*è come un uomo (i capelli, là fronte , le so- 
pracciglia, gli occhi, le narici, la bocca). 

Dv fiórpcL x^X^ ^^P''^'x^^> e \T<Tt£ppive apcoujxe (IW) vde nsp yije: 

Due sorelle si divorano, e si rodono, e levano schiuma dalla 
bocca (le pietre da mulino). 

^Xjire f ^Kjére, nénekje (145). 

Foglie, foglie, massa (o bulbo) (la cipolla). 

MiV^ y(.evdei, )ih^ àvdti, vjì dpov vi fidare» 

Carne di qua, carne di là, nn legno nel mozzo ( l'aratro coi 
bnoi). 

'E jiirpOL ^r^v f^av*j rè jSXav nép ^vre (146). 

La sorella prende il fratello per il collo (l'occhiello col bottone). 



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Nj} y.ovTi jiè ivdii (147) .. 

Uua s€a loia con perle (la bocca). 

Nj} y.ovTi jxè -aÓLTTpe ptkjx òouxe. 

Una scatola con qiiallro pezzi di pane (la noce). 

A liiUi a cui lo inelli si allacca (il nonio). 

Dv jiOT^OL coi'/ <7c6<p^tve <7^6y.jx cc,ÓY.jiy, 

Due sorelle non si vedono T una coirallra (gli occhi). 

"Apve (148) *}iJbè xpve npet yjvXniye:^ pjarepe» 

Toppe sopra loppe dal vecchio ago (la cipollai. 

(ìlitV) fitjp (149) filje véja, (/^/v*) fiije jiije fipljioL (150). 
Mille e niifte nodi, mille e inilte buchi (la' relè) . 

Kaa ff' avV^re , òp/v* [hpi) xa • jixyjipe (151) a ovV^re^, oofioipe na* 

« 'yxà do cptòv kjea^év aépjie. 

^\ì^ non è, ed ha corna; asino non è, ed ha soma; dovun- 
que passa lascia fili dì argento (la lumaca). 

Dv cc^èy^trtot, ;révrc-^f(^a (152), T£xe ' c^b^/v' àrjè fiév. 

Due sùt^te colle penne nere , doVe passano là vanno ( gli'occbi ) . 

^jV<povG<;e }ii fite^ cr<;*óv y.xXjì '^xpjJL€(7<;ovpe (153) i a ì crpté'Xj (<7^AX«). 
Dna pianura con uova, passa il cavallo alato e' non le' pesta 
( la luna nel cielo stellalo ) . 

Dópx é \daeey ( o *yd(TÓiy ) , xpY.x a a *vdaùv . 

Là mano lo cape , lìóh lo capè la cassa (là baiidiera). 

Kov (154) € bijx T ojutjutey • 

La figlia nutre la madre (la barchetta colla nave). 

Nj/ v\e ve jiacre deame . 

Una stella in mezzo al mare (il lucignolo). 

NjC yjiv^ate a yJaAe, yjt^e y.è (xob?) c^xòve y^^ó^j ac^renh }ia fia're. 
Una cosina viva, dovunque passa porta seco la casa ( la lumaca). 

Njì y^oraXje jii Y,xTpe kjoiye (155) . 

\]n piatto (o tazza) con quattro cucchiai (la tartaruga). 



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o<ftl)o 



Aoootaa 



(4) V/oytf;T», o, er/oÙ9Tiei Ut. angttitus^ «djeU. : cf. ày/^ij> , ùr/oùts^m. 

(2) xeitoi>»e, •(•cope-di Keff^^rav., aoT..di «tiMu^re,. '9e> o xevov-vje alb. sie. 

(3) "fivc si pare una abbraviazione di ij^^c, siiig. Ijk. 

(4) >6iye di '^riVf'da €ftbi<x96, -ye (e */»^iTijKe), aor. -t«. 

(li) 9{a9«Tt9c, passalo di 9%«L9tÌ9%, io $balQrdi$eo , fo u$e4r di Menno, €h<> 
parrai potersi rairviciaarc'al gr. mre^/m, ifio'gtyfx, che ha pure «laesto sign)- 
Acato (cf. §. 125., e il v. arhe atb.). 

(6) pùv (o fuv), V. ^ytje, = ;(</a («Hh ) o xùtje, io eniro, vo démrot par- 
rebbe affine ad i-pù^^a^ in senso ioiransltivo, come riiat. tra§§Q, muovo: ma 
forse è da riferire meglio ad c/^tvw =: c^tuvciw, io imeeHigo. 

(7) Sd9 , -a, camera dauoindni (opposto di rófr-oc, eamara da «fanfie. 
da «cjSéo*?) sembra voce tarc«, se pare non ha che fare can òJi«, ^, il iimUa- 
re, col lat. nede^s , gr. «f^ou^at . 

(8) T«9erc^ , iT fsKo è voce turca , sebbene Hahn non V accenni tale . 

(9) avrfcuxe, è chiaro affine di o^ogr-v-o» {* iv^^àx-t») , cui probabilmente si dee 
rìdorre il nome dcév-«, o <fà^a tsk, la ianaffiia, che tuttavia consuona alta 
prima parte della voce italiana tana -glia. 

(40) xjixptbàfu, è tolta dal turco parimente. 

(li) tiXje, *(,-«, filo di meiatlo, o minugia: b«vvi nel*gr. rood. riki per 
il 1.® significato. Né Tllh^ né il BIau fra le voci turche accentano quesU, 
che fmrsé ha radice nel greco: cf. WAàm. rikot, Neil* alt», cai. ha pure il senso 
di cor(to (Dorsa Si, J?f. p. 89); cf. anche rihtie alb., io tiro. 

(12) Jor/Apiy specie di picaola chitarra a tre corde . Non è neppure indi- 
cata per voce turca, ma io non ne vedo le atlinense colle lingue nostrali, se 
non fosse con jvg^um, jungo lai. 

(13) T/9eydeAcv0, manca al Diz. Hb. — Rad.? lo ho tradotto con Hh. 

(14) xapotfiXje, -e, O xa(/9X^cA-<, =: r.apuóf\jXX9v gr. , dicesi pure yocpoùfxXt ^ 
come in gr. moderno yupoùfOLXo . 

(15) T{ou:re^-«, dimin. di r«0Ù7r-e, -e, che vale capfor/idCura'/mi^a, e'per 
estimsìòde fant^ìiHa\ sembra voce tolt» dal serbo (sfato), ohe hr éupa riello 
arialogfo signidcato di fiocca di capelli, e danna' tcarihiglittta^: puresfpos^ 
sono ricordare le voci proprie alb. rcoufx.a, o, d^oùfxoe, nappa, floeeol chioma 
del gran turco, che si accostano all' ital. ciuffo, e roOfoe, ramo frondoso, muc- 
chio di cose (twtt-tw, tujj»«?), e f)oùj>a, il farpalo , o penero, cf. f^/§ij. gr. 

(16) rè xixje-j, modo di preghiera affettuosa e carezzerole , ch^ Hh. (Diz. 
p. 44.) spiega colla intiera frase re fiApnoi. rè xUxjeve (= re fiApvit» rè xk^Je/)^ 



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cioè « fa* qael che io voglio , ed il male (se vi ba ) clie a te toccherebbe , lo 
preodo io » gr. mod. va 99v nùpu rb xotxit, Kiur/ay, o xlx;ev acc. di xiur/ac, 
xix/oc (fem. di e xicxj- (, ( xixj-c) preso come sostantivo . Nella Gramm. p. 107, 
r islesso Haho scrive rè xixjeitt . 

(17) dpft^'pi (anche dpit), gh. épi^v-t^ e$rvo, e caprino/o (per qn^- 
st* ultimo vi è in Hh. propr. xoeir/joui/c), secondo Stier, die Alb. Tkiem. n. 65, 65, 
da taluni è riferito questo nome al messapico fipxnio^^ fipivioq^ fipiiti (^Zeiiiehr. 
fase. VII, 160.); nia vi si ricorda ancora Vip^c^ <$ di Esichio, dalla qual voce 
parmi si possa supporre, con vezzo albanese, * d9tpén - <, quindi d%pi9 zzz dpiv" ^ 
alla loska dpép-t, o dp^^-p^t ( <le^*i^i ) . La radice dì «o«i»-i; mi è ignota. 
Bla non ammettendo la relazione dell* alb. dpi^^-i eie. colla detta voce esicbiana , 
se volesse cercarsene altronde la radice si potrebbe pensare a dpit^ paura ^ 
et rpitè gr. donde xpnhpw, pauroio, e colomba, ovvero a dp9\>^ ^pt^ per I0 
tamote eorna, 

(18) mtfàépiaiy per djtXpi$pi», la giov$miù t>iriU, da dJiXuB^€ djifue plur. 
indeterm. di djitXJ^t, giovine moww (v. gram. p. 2S5, n. 29). 

(19) vtfidàve, amore, voce turca. 

(20) b€ÌjK9e, parimenti voce turca, gwtjo, etc. 

(Sf) f0uxoe/9Ave, Hem, povero. Tutti e tre i detti vocaboli sono qui doutt 
della forma accusat. toska in y». 

(23) p(its^ o pin-tj ha il doppio senso di correggia , o strieeia di euojo , e 
di pendio d'tm monte; per il primo signiOcato è bene accennato da Hh. come 
radice il v. pjine, io ecortieo, ibweeio (cf. IIttm, o d'^lTrw), ma per il secondo 
credo si possa pensare a piitot, pomi • 

(23) x^^i^^y propr. ritirati , da xWe= x^W*? passivo x^^i'y ^ X'^^i*^/^^- 

(21) yedtra . Il V. fodire, io colgo , e nello scodr. io aggiusto, coiiruiico, 
eteguieeo (cf. nodii di Hh. distinto da yodiv ), si deve forse allo slavo (serbo) 
goditi, risolvere , e piacere quantunque il signi6cato non corrisponda piena^ 
mente. — Per il senso di costruire, xa<ft{ (etxo^o/tift»), potrebbe ricordarsi la ra- 
dice gr. dì x0^9e-Aev9/uioei, io bado alla c^sa, e xuJ«-Ì9$, v^(, bateau. 

(25) bìjipt, è spiegato olmo (Hh), nondimeno si può forse riferire a ftAu^-ae, 
tiglio, poiché gli elementi di bXjip-i^z^beXtp^ty vi convengono: tiglio però 
è detto bpid (Hh., e Blaa p. 658), cf. bratum Plin. lat.; brath valìaeco; fi^p^oo^ 

gr.; nìHD ebraico . 

(26) fujipi, è voce turca. 

(27) dp9xipi'^j dramma (peso), è chiaramente una modiflcazione di J>«xMaj, 
di cui havvi però nel N. T. il corrispondente ipetxiiiéC, drammn (moneta), più 
vicino al greco . 

(28) x«Ta»Tiffe, corrisponde al greco x«Ta>rà», >iffw, tolto in s oso attivo, /a«- 
€10 arrivare, riduco, 

(29) /uia^?v, galla, è voce turca. 

(30) d^ouXoùfC per ciocca di capelli, parimente. 



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o<63)o 

(31) Secondo Haho "vdv^tje, val<^ arrovénimre , e \d9hj$y annerire; ma 
forse baono ambedue i >erbi la aletta origine, e (?, néro, te pure il primo, 
'y(f«nic/f, Qon è l'oiigignlo a t;^fjé o ^if, Jo pranJo^ piglio. 

(32) btxótp*i voce torca. 

(33) irlra, (o irirra, e Triira), gr. mod. iDjra, focaccia . R. «iirroi: secoodo 
altri irrrùa (?) gr. rood. 

(31) xovTi'ye, acc. di x«tfT(-«, la aeafo/a, voce cbe preteodoao di origioe tur- 
ca, in gr. mod. x9vr«, ma ritpoode airelleoicbe xvri-Ci «vt«<i paniere * 

(35) xiUc^ un momento, un briciolo di tempo , o d^ altra coca, cbe vale 
anco icintHla tsk., sembrami coogiuoto al oome greco fli («-e)» «^<« « 
^(X>s* L*accexione cbe ba nel dialetto di Tyrana (V.Hh.,Diz.) di grondaia 
nofl ditcoa viene alla radice: cf. ^fxà-f, ^«dc«, ^^ti = ^ìx<<* P^^* 6rMo/o^ 
applicato ancbe al tempo neiralb. tic. bevvi qxìxu fpunto)^ cf. «tc^oì, onde 
9ny/fti9, punto, momento. • 

(36) btpbiXJCy o bùbiXje per utlpntio/o, è voceconnoe al turco (bufbut) , 
mentre nell* alb. tic. si ba fda/iiÀ» ^ fdo/à^^ti . 

(37) 5éAe;-fl( la pam^aa, o ^Aévdvx, e alla gbega fiA^»*C«i ^ Diaocbi fci- 
Aoé^a (v. Ub. e Stier n. 110.), vien riferito da 8tier alPadiett* 9iXc, gb. fa<, 
cupo, seuro: egli ricorda pure altre parole cbe non mi paiono avervi netsun le- 
game, cioè fùu|, n^fiti:=Z7fipfi(, e fMAà<.Tra le parole alb. ravvicinate dal BIau 
( art. cit. ) alle lingue affini allo Zendo (iraoicbe) con maggiore verosimiglianza 
di molte altre questa vico riferita al persiano dalicc (p. 653) . Tuttavia te non 
vogliamo allontanarci dallo ttesso alb. il cIt. aiUelt. déAa = fikc , uè darebbe 
una origine tomigliaote a quella del greco irUc«a^ colomba, dalPadjett. «acos, 
ittXói^ ccufo, cbe non tono tema aOnità coli* alb. fkX$, e co* tuoi derivati. Nel 
i;reco infine troviamo f<;iJi«y«-€, corta d'uccello, nome derivato o da fiAA^s* 
sughero, ovvero da fiXXx zzniXXx, pietra, rupe maced. Si ricordi poi cbe 
U uscita i% é vezzeggiativa in alb., onde il oome dovrebbe tupporti original- 
mente fiÀ0éy-« indi 4^Aéy-oe , infine f«Àéva-<«, fcXéix, 

(38) mvdispkj finestra, voce turca: nel greco e italo alb. umpm-SeJpc, — ^c- 
pe , per alcuni ancbe Mxpx-^ii, (alb. cai.) , o nxflx-xjipt . 

(39) «9ursr*i Màcrt e le spote di maggio » tono tptcie di Ninfe, o genii 
campestri femminili , dette ancora j«9«r^9jNic , esteriori , o del campo (Hb.) 
da jótaft^^ fuori., jtnr^tipm,^ la campagna aperta: cf. Hb. 1. 161, su questo 
genere di.crrdeoze fra gli Scbipetari. 

(40) L* llabn promette in noU la spiegazione di quest* ultimo vers^ nel Di- 
2 oospio, ma a me non è riuscito trovarla. Egli traduce caprette di un anno 
( jSbrlingsziegeii ) ; la voce fr»v« vale per altro melaeotogna , e nperoi^e appare 
derivato dal greco npiitev It^s, I»««, cf. nrpa^vini in quanto a j» roua, zr ferivi, 
of. xu^Q&»(^0y, e pei cangiamenti fonetici si ricordi Aovpra. 

(41) x>^u, siepe, (-Ja), la credo voce affine od a Kóppij, cbe vale capel- 
latura, e sommità, o merlatura di un muro e.c, ovvero, a xòpei scopa, dal 
genere della pianta . 



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o{64 )o 

(42) d^tvii- 2 , (-e), spirito foilelio , è voce turca. 

(43) Pariiuente xwùpt per Hidie«ro -il eristiaoo . lo quanto^ alla segneote 
aoùpt vieoe probabilm^ da <rvou alb. , l'occhio, blonde aaca 9Ù^c, idem. 

(4i] yjedsp, voce turca, in alb. x^K*^^- 

(45) Tov/A&'je, pare ancora delta stessa origioe, come è lurcarla sagocnie 
y.oLTciXji^ apposta. 

(46) s /»iiv£f«, per questa voce veggasi la Gramm. p. Ì18, n. 131. 

(47) x^ifiii^ gabbia, parimenti è vece torta, in alb. xou^lca. 

(48) XJoùfiLdy o « Àoùy»e,!ohe' di proprio vale b9ato, e • ^/orloio, quk è preso 
schersosameoie in altro senso . 

(49). aufii'j è voce 4Hrca . 

(50) Così 9y^t(, nella segocni^ canzone, secondo il parere di Babn, poi- 
ché io noto il serbe o g r a d i t i , cireondodi muro , o ««epa. 

(51) fteLvdiìJty pezzuola, fazzoletto, alb. sic. vxoffXKvdiit^ gr. m. /ummÀi. 

(52) xoupdirt, V. turca. 

(53) A/avsr è tolto pure dal' turco. 

(54) vt^à^'V. torca. La fantasia popolare vide una granbaUaglia in. una 
-ztrfTa contro i briganti . 

(55) /uiW« =: /uifeJà t)l. fero, di t fiàde, o fiàie, ?. Gram. §. 191. 

X56) K./ó;( =: ttj Avt ossia x^kvc, ed è notevole, per 1- assenza della v di % 
pers. pi; detr imperativo . 

(57) roxà. (*ja), sembra voce turca (BIau), come piT5aA«T«,-iraff«a>«^te,^«$t/9<. 

(58) Ttàpe , -K&p , (-0, pojo ,• tf. lai." par , ital. paro . 

' (59) Biou , o forse béou . V dne primi- versi ho tradotto fedelmente secondo 
l^interpretaz toner óì Haho. Ma^ egli oon'^ebiara la voce ^éou^ o frsov, ebe letta 
così /Torse si lega al non!e bèi, àiJoL, il §iuramento , il voto, indicando la fe- 
deltà dei seguaci, o il legame che li unisce al loro d4Me. — Il secondo ver- 
so: ex x^xjVa fàyje* è òiovre , è parimenti oscuro per il senso, a parola direbbe 
« come traeste la faccia deHaterr a » o sottraeste; ;i:^x|re = x^Àx^'ere da yJXxje 
o x^«i« » ^o traggo , sottraggo , sopporto , i>onduco . 

(60) Deir inganno o tradimento di Sil<lrasem v. la nota sotto il testo. 

(61) Xjàpe, propriam. /a 170/0 ^ s'r dice dello stender tin metallo, come Tar- 
igeino Toro, su d' un altro corpo, XJ&^e fis ep^/jévre; io inargento (Hh.'Diz.), 

e quIHabo traduce argenteo .' ^a Xjéipe attenendosi a 'Xjotpóa^ (gr. X«p>$) vale 
ancora, variopinto , e, degli occhi, cerulw. Circa il verbo Xjotpóve, e xjobpòije 
Yhe'Hh. spiega io pingo variamente , eoloriseo, e secondo ildiaU ghego anche 
io aro, credo che neir ultimo srgniOcato d<ebba considerarsi lutto diverso: dal- 
l' òÉ%i ne tfell'^ùltro, ed io lo riferisco adàp^o», quasi X^iov'àpòo»^ alb. Xj-Kpòtje. 

(62) fipfxeXjhe: fsfffieXjija, è il giaeo fatto a squamme con galloni sovrap- 
posti l'uno air altro ;for«e in ricordo delle corazze squammate. È notev-ole per 
la somiglianza F altra voce alb. ^^^p/xeX/a, la t^tramma in generale (altrimenti 
^2pi«). Pare che possa esservi relazione con fopfiòi, tessuto di giuft^hi , o 
cosa simile, nassa, e una specie d'abito da marinari. 



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o<65)o 

(A3) la questi due primi versi è da notare la frase enora colla ptinfa per 
dire tmdaee; la foce Kipia^ la apoda altrove ricercata, diversa da xédp». Tal- 
tura , la collina , cbe ei ricorda il re di Ateoe K.4^^9{ , cf. xóp^ui , eminenza ; 
e, oltre la dieitara Intiera, il nome frcr^ja, il terrore, e il mahadueo , o Vepi- 
letiia . Il qual vocabolo pei due suoi significati parmi si possa ravvicinare alla 
radice iraroty , di irarAavw , iroir«7ii : a cui ancora ( se non a ««••! , o ninràt , 
3cràyvtf/Kc, ««rio»), probabilmente •! attiene r altro nome segnato da Hh. Dit. bt- 
tìfutK , specie di trappola formata da una pietra piana cbe dee cadere per iscbiac- 
ciare; mentre il nome uàpxou venne a significare ugni specie éi trappola o 
lacciuolo ( ffec^e fiì^ie, da topi), e qualunque insidia, o intrigo metafor. , dal 
primo senso di cerchio, arco. Indi Tale eappio, e ruofa denieHata, e fucile, 
e il cane del tuciU pia rìstrettamenle (cf. 6r. p. Si7. nn.). Per laccio o 
Co^t'iiofa havvi ancora iro^i/», =r v«yi« gr.; per rde, ^/ir-oe, e ppi^-K (cf. 
èpi^e?). 

(61) fUki , è ii fodero , la vagina , nu vale pure la lenta , o sonda clri- 
rurgica ; e questa significaxiene cbe ba comune col greco v/aUì/f , mi fa credere 
cbe anctie pel prioM senso sia accaduto un passaggio dal contenuto al conte- 
nente, dal coltelto ecc.^ alla sua vagina . — La seguente voce filt, V elefante, 
pare tolta dal turco: cf. skt. ptlu, v. Stier n.* XXX. 

(65) T€fi»bi è parimento voce turca. • 

(66) f^A-flc, piastra di metallo, è da riferirsi a falium, fu>-A-ov. 

(67) xeìjpóve, corona, xtp««yW( , ovvero xeupópe, ed anebe xewópe (scodr.) 
per metatesi . Si allude all' uso greco di porre ghirlande di fiorì agli sposi . 

(68) x«LUxpivj%^ propriam. monaca, è corruxione del greco mod. ttxXo-^pv^à^ 
come da x«A^yc/9o«, monaco, si fece xulpjip^ e xeXiyjtp^ e «eA^iv gb. , col 
fcmin. x6lr/;*ffvl9«a (Hb. Dix.). 

(69) dxj^ìK^^yà^ o devf lx-9u. Sembra voce turca, sebbene abbiavi il gb. doxtfw, 
U rancore, da po^rsi riferire a ruf-^«. La voce dùvftx però è comune al gr. 
mod. (t* Tovfi»^i) . .» 

(70) /ti diri queoC espressione cbe manca al Diz. è oscura; forse avrà 
dipendenza di dér-c, il mare? La traduzione « oh sventura » «i conforma « 
quella di Habn. 

(71) 9««X9 viene «piegato , abbandonato , perduto, e sembra potersi ravvi- 
cinare a 9ocxv«{, molle, guaito, corrotto, cf. tpaxyós gr. m.(o ad &x^iy &x^ etc.?). 

(72) x^Tt è = «n , per cavallo intiero , voce turca, à t : ma non si poè 
confondere (come sembra fare Hh. ) questa parola con « <iér«, od ^rrt, il padre, 
di cui si è parlato. Il testo dice Sr'pir, grida, invece di xvyv^^*^ nitrisce, che 
é proprio dd c«vaUo: per xiiTVyéAìv, cf. ««(xAok'vm, xotx^<x^»t ««yx^^^^t *^ t(re> 
pito etc. 

(73) x«T«ù«,-^i, qui preso per t fa/fa, propriamente pian-cerreno , o sot- 
ierraneo^ pare congiunto al greco xocrflkycoM», donde anche il siciliano eatòju; 
tua cf. ùirc^o-fiMoy, piano superiore, da otv -=: xci/An (Hesycb.), onde per analogia 

*x:flCT-c*t-ov ZZ alb. x«T--i« (oùfic). 



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o<66)o 

(74) a^r«e , eó Ap^^B in parecchi dialetii per l^oc . 

(75) y(^a è rorma gbegà per il tsk. * ^dT/jf y un nonnulla , a parola , »e- 
ì>uoi^co$a . 

(76) 9 ^ii9«, cioè 9è pUi^ c^oit. di e ^^'«e, la nuore, quasi la nuova 
(venuta), dall' adjett. l pUj il nuovo, 

(77) xpKxepovxpé, npoLjfipòpi , il pelto, alla Rhuga setteatr. np%xe^épi (scodr.)^ 
e secondo Haho xpKxu¥9Ùp; vale ancora aoa parte delle spalle, da npAx^, ipal- 
la. Il vocabolo, neUa 1.* parte conposlo da xpAx^, neUa 2.* puè parere da 
poùx^je, partk. po^mpe, o da oùp», ponte; ma più probabilmeole 6p$i oùacp^ 
noo è che il suffisso, colla y, o ^, inserta fra esAo e il nome, fs. da £»«, la to'. 

(78) iròppvtrxt, questa voce pare dì origine slava (v. Slier. n. 80). 

(79) x^*^y *!'* toska per x^'i^^v ioaperfetto ^. pera. piar. — L'Halin pa- 
ragona i sentimenti ulliroi di questa canzone con quei di una greco-modrrn» 
della Raccolta di Fauriel, che nel Passow è a pag. H8 (e. 152) con piccole 
varianti : ed anche in altre si inconlrano somiglianti raeaomandazìoni, che non 
si dica alle persone più care la morte del guerriera: «e* &v vHp^TkoT^ ii vmvpo^ 

vi iMc Jtìj« imvtpiùdTOHei , V« ifinf^ '«t« f ^"«t ^ — rojj^« «J» ir>«b««c itcvdc/sà , njy /kocv- 
/93)] y;9 yvy«7xa — xi aùvA. rà ;Aaeu/M«x#uAqxa Ttiipm yvvmtxociiipftoi . B a pag. i20v 
(c. 155) M^ aùi àx0u<nj ;^ /tàva /aou , x* ^ J'd^cic /a0U yvyaìxse. -^ Kc' «v cSlì pca- 
T>i90uy ycà t* </aì, ttj^cìt»} fpkp^Tf^t ir^Tf* — xi* dZv 9éé( iimXopmtT^ottvt xat iiùvipn 

x«i r^»T»7, — /A>i» ic^Tf 7r»w 9X9rfi&^xa , mc /i*>iy x«x«xoe/9^(o«vy . V. Carmina po- 
pularia Graeciae recentioris edidit Àrnoldus Passow Lipsiae 1860. 

(80) Xiat^-oL^ la noeeiuola, anche Xjt^mj e A/odl^e, è forse da riferire a ài^o^ 
per sinvilitudine (cf. Acdca), a a X^^i specie di arbusto, o a Àa5vp««? 

(81) 7reu/9Tixa^c , è il pi. di novprixoc. (v. Gr. §. 180, e no.), a cui consuona 
èptaXixoL^. Questa pare una delle solite voci senza significato certo, come quelle 
in principio della precedente canzone, di cui l'ultimo verso non tradotto con- 
tiene la voce yàiràyec, che sefibra la stessa parola che ricorre nel canto sotto 
il n. 23, eguale alla gr. mod. yacmycov, cordoncino, fascia: Rad.? Cf. ratyca 
(alb. Tiyv«, Ti«yoe, il verme tolilario, e la tarma) ^ gr. ree. ac-fàvcoy, v. Pass. 
op. e; e prjdsXJK, che pare la voce notata nel Diz. (Uh.), fiuviXjl-ju , vino- 
bianco dolce: Rad. ì — Tali eanxom del rimanente sembrano tutte da scherzo , 
ed enigmatiche. 

(82) La voce òv9(xoc, crede anche Hahn eguale a bivxùv registrala da lui 
nel Diz. per ramoscello con le foglie, fruisca: probabilmente ha relazione con 
7ru{0$,cf. Kois fr., bosco ital. 

(83) Avverte Hahn che Durazzo per ingiuria è detta il paese della gallina 
contrapposto del gallo. Ciò però ha forse una origine storica dal dominio 
dei Duchi di Puglia su quel Paese. 

(81) xaux9u/9^<xjc, xùuxofiplxji, il pulcino principalmente covato dall' uo- 
mo. Lo Stier (v4/6. TMern. al n. 109) dopo avere riferito (n. 104) la prima parte 
del nome xouxd a xoxóvf^ gallo, gr. xixxó^, xòxopo^. etc, ricorda per la seconda 



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o{67)o 

^pixj , zz: ^^l>trj , il fipriTói di Etichio, = ò(À<xr/t»u9iy , ma crede pofcrsi peosare 
anche al skt. bbr àj, cui si tega il leatooico brid, bird, e il greco f/»vy-w , 
Qon meno del Ut. frigo, quasi ad accennare la covata per mezzo del calore. 

(85) yoìj9q-K9ÙKJt¥ . rou9;-oe , la gola , specialmente la parte presso il bar- 
giglio dei galli ecc. , ha probabilmente relazione col lat. g.1 u t u s , gola , onde 
gì ut- io, e Tital. gozzo, più che col gr. ycO-v^, o col lat. gust-us.con 
cui si lega piuttosto il nome y^rvi, bramosia^ di cibo o di bevanda (Hh. Diz.). 

(M) N^* papiri ftpkt alla ghega 'zzz^fxhpix^ tsk. In quanto a vòj si vede qui 
^ adoperato come interiezione verso un uomo a differenza da p^ój diretto a una 
donna: Rad. y^ gb., =: \dò tsk., aa vuoi, quahke (?) 

(87) 9& /9/iv, a parola , quanto , come viene , è frase notevole perchè signi- 
fica, eolV andar innamf, di eoniinuo: cob\ a p. 1i7: Mópot /i&ììjiv* I favv^ere. 
Bàfxt t/ie <rx fy'h nò Xjxpyóv^ Mjlpt ©Ove T9ùx* i xjiipe etc. Preti a correre i mon- 
ti e i piani, E la fortuna sempre pie ei allontana. Hieero me eoi piange- 
re ecc. — M* à ff«T4», vale /a6 i a«Tóv, me V aggiungi , aecreiei, v^tó-ije , -ijc. 

(88) Tfà, potrebbe essere modìflcaziooe di xà, 4a, o di r^è, the: «frerr^v, 
da vixenòije, vje, è := a ^iTteró^Je, vje , 

(89) ov fitpb9Ù9ie, io mi tono accecato, e più sotto ov dò^jv^e, oj itfpfìe- 
ìJou9$e, sono a dirsi passati della forma degli aorìsti quale dà7«e, ir«v«e ecc., v. 
Gr. §.213. seg. Ed è degno di osservazione il fatto del trovare nel ghego centrale 
più estesa cotesta forma, in quanto che conférma la congettura ohe una volia 
tutti i verbi albanesi, come gli ellenici, avessero un tempo di forma eguale 
agK aoristi. SI veggono poi distinti dall' aorislo sogg. ottat. poiché questo ad cs. 
si ha djixixix (r^m) in altra poesia (11, p. 149.) che incomincia: Te xàìi Xa^oév 
xxfittja. — Te /ttO( ftayc9f botipAfA^ % finisce Tv</ ó* r^ow re neù^rnu 9ure, "E t* où 
djix9it% vevp, dove sono anche altre voci notevoli o per la forma o per l'origi- 
ne e il senso: xàli da xxX gh., io metto tu, e totiituitco» delego, congiunto a 
xeXave , perf. xóAge, introduco, quasi tuggeritco, indi aizzo, e calunnio, come 
qui, per cui v' è anco il nome rè xàiare gb., le calunnie ecc., le tinittre sugge- 
stioni; xoéfTTs/a, xoLxTtijv, tsk ,e xaTrcjx, la concubina, o meretrice, che dalBlau 
é data per voce turca; bacivi forma completa di 2.* pers. sogg.-ott. pres. da 
òóv*, nel tsk. re 6ii9f ; r^ouv, fanciulio, o rmuAt (Durazzo) e r^ou^c. Che vi abbia 
relazione Tital. fan^c tulio?, ovvero rjiy, y/<y, quasi catulut vezzeggiativo? 

(90) ¥ò ppx vÀ /sex: tò sta per 'ydd, o solo dò equivalente ad o, tia che; 
ma nessuna luce si ha dall' Habn intorno alle voci p«, o, ppi, e j'ox. La prima po- 
trebbe collegarsi eolla radice del verbo pi, io tto; la seconda con jùii-re, fuo- 
ri, {ontano, ricordando Ix gr., xc^alb., sema metatesi *ax, e quindi facilmente 
i&K (cf. Gr. §§. 42. H7). 

(9t) n&9xt, spiegato hai dirizzato, è jputt una forma non dichiarata da Hahn: 
parrebbe derivata dalla radice Trav, onde /it-itM^e, avere, infinito scodriano. 
Cos) trovasi in Hh. II. p. 146: ak xe^froò i ?roé9$x9$6/ui Bave, per iràre/xe, avemmo, 
e a p. 147: fijipt oCv ri iràffjxaja/* 5à*e per n&ru^ o itàrte , io ebbi: ^dc^xe 
supporrebbe una !.• pers. wecax«, per KAne , o Trotta. Esse sono forme ecce» 



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o<68)o 

ziootli che io noo saprei spiegare secondo filologia . Il participio iratve, o nA^fe 
trovasi oelle stesse poesie di Necim p. 145: bit dò V e bà^Je né^ réte ^ó^e , 
^iJB 9 i xàfte nét9S oùvùt • fijifit • 

(92) vò fAB fipà^ tò /le 6av d€pfjLÒiìt: qui è da avvisare la voce turca dtp^ 
/uiav, ed iooltre si dee notare l'uso del verbo fipAoe, come fosse privo del 

suffisso 96. 

(93) rviv, è una contrazione di r^acv, guaU, aceus. di tWJU, che si coofà 
bene eolla forma feminile rvix, sicché in r9iv, da un nominat. rvU^ avrebbesi 
la forma parallela a rm», più vicina al gr. tH* 

(94) dw^jàJKy voce turca: la noto come tale, ed avverto che però si trova, 
non solo nell'alb. sic, dove è comune, ma anche nel ghego centrale adoprata 
per dire il mondo la voce albanese genuina Jìtoc; Hh. II. p. 144, 'vdjép «à 
re bàvire jira, finché divenga (si fqeeiaj il mondo, ecc. 

(95) KJóXtr mi apparisce voce turca. 

(96) ^avdiot, da ^oOLot^tditt/tLe , non è segnato nel Diz., ma non si dee al- 
lontanare dal V. dotX»tri9€fi6 , io mi agito, sono ee9Ìtato , entusiasta eec»; vi 
sarebbe (;a = da. È della stessa voce modificazione daXsdioe, o docXdia, io 
eccito l'entusiasmo, onde si legge a p. 145. ih. 2x^p^v ip^i^^ fàxjev t/vAj, 
Boù^ev xoupoLfiXj . . . JAfàS d»ldi9oup ecc., V occhio mandorla, il viso yv- 

glio , il labbro garofano lo sono estatico , ecc. *Epyj(i è forse voce 

turca, e non deesi confondere con ipyjl^iy piccolo pidocchio (ipr^ov) v. Stier 
n. 198. 

(97) ^értot iijénv: è notevole il diverso genere dello stesso nome in un me- 
desimo verso. Ma a pag. 144. si ha per plur. fem.: )Jàt^ è/da {Xjórte) ftwpC'* 
(tsk. fxoxàupytc) •$jhe, /• mie lagrime han preso (son colate) il seno, mentre 
con <rD, occhio^ mese, vi è ib. nel canto 4. (che incomincia, T« noùò xiixeìt i 
ffsTTcX^'cva . — T' oc xouir^c«$ T/a ^òr riipeydtye, 2ouAcc/ààv r^e ) il possess. maao. 
c/uì: li dfff^ev 9t>r ifil Kàve, Come vollero i miei occhi videro, 1 due qui prece- 
denti versi dicono, Ti bacio il pie, e l'orlo della veste. — Che tu ti ri^ 
cordi, mio Signore, di hio, E del tuo Suleimano, 

(98) ^ùje, io sopporto, o ^oùauj9j passato /S»u-cr«, è voce di «'ui neo 
veggo chiara T etimologia, se por il cangiamento di /a in /3 (cf. Gr. §. 55. ) non 
si volesse creder uguale a fioùvje, io vinco, /««uvde, io posso, dei quali si 
è detto: nondimeno è più probabile che fioùtje sia il tema del verbo scodr. 
composto nip^lio\tiy io curvo, ctbbasso, piego, sfct. bhu], preso in scdso 
intransitivo mi' curvo, mi sobbarco, indi sopporto: e alla radice /3ou potrebbe 
Qoo esser estraneo il nome gr. ^idi$, arco* Gli Albanesi adoprano più comune- 
mente doì^pó-vje, -i/e, e x^^je = x^^^J^i ^ x^x« ecc. per offrire: Hh. II. p. 144, 
line xà/xe x*^®"**» ^ "^ X^** — MUjev* èpù x*^" «' m'«* dive. Quanto ho sof- 
ferto, e di continuo soffro, — i miei amici non sanno la mia sventura: 
e a p. 148, Xi vde Zòre «à/ce pLt-ùi^-xjwxoùpe ~- 21 oOve npii riit xÓLfie ^ ^ ^ « *> » 
xéxjcy Come presso il Signore io mi lagnerò, Perché da te io ho sofferto 
male, Quié pure da notare Tinfin. neutro passivo gh. pn-où-xj^wtoùpie, che vie- 



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o<69)o 

ne dal verbo xjovxó^tfie , ^x*H^» ^^ "*^ lam9nto , non iodicaU nel DtitODario: 

cf. xuxào/uac, meglio xwxuw (?). 

(99) T« tit détre, eh*9gU mi afni: è notevole la forma coogiantiva dUfie, 
del verbo doùu, dot, cf. Gr. §§. 217. 228. 

(100) re d9fritj9^ che io gli narri: questo verbo è ugnale a defrótje, 
o dtfTòtjB , alb. sie. défróvje ; 1* alb. Calabro boudrò^Je , noo è che ona corro- 
ziooe dei precedenti. Havvi ancora dtxròtje gb. (Hb. Diz.), io scopro, in^ 
venta, rinvengo, il quale è notevollsaìmo per la maggiore vicìnania al gr. 
^(£x-vu/A(, mod. itix-^ù», e conferma la etimologia da me indicata nella Gram. 
p. il2. An. (B) 75. 

(101 ) lotdé TX, ecc* pare vi si debba intendere dòte, o dUv sogg., Per quanto 
vogliano dire; si tace il verbo percbè cade nel verso seg. Di biret si è notato al* 
trove che dal primo senso di terra , iuolo, è passato a sigotflcare, mondo, ecc. 

(102) ftouvdòfTj 3. pera. aor. sogg. di fiouvdi-tje, o ^owy^ije, del quale 
è qui da osservare il senso di darsi pena, affaccendarsi, cf. Gr. §. 132. 

(lOS) ì^jipe; forma imperai, di XJfi, Ajév* gb., io lascio, colla p aggiunta, 
cbe per altro può credersi originata da »'. 

(104) Hahn intitola le nenie, V^7Ì<(-Ì«)7 fecondo ì Toski, e la parola è no- 
tevole per la som^liania airi^iiyo^, iXtytU degli antichi Etieni, mentre i mo- 
derni dicono /ivpoXàyttit le loro nenie. Io altri luoghi gli Albanesi adoprano 
la voce /3aiTc>«. In quanto a ìjiyjt, ed tXtyt, sono forse coogionte a Jityu« ecc., 
xjiyja, la legge, credo di egual radice al latino lei, gis. 

(105) boubowtje (-a), bottone di fiore, è probabilmente affine a /^Xfiò-i, cui 
più si accosta il gb. bovpboùxjx (À=:^) i^xc^xje, sono desinenze. 

(106) AjovXjt (^ altriroente X$vXt (alb. sic). Non so se vi si potrebbero ri- 
ferire i nomi*anticbl di luogo AiXoim, Acloe^r*» (Lilea città, Lilanto fiume, e 
campo ) o , Xi^Xoivr99 , col nome della ninfa AiXma. : coi quali potrebbe aver re- 
lazione il V. XiXxio/itu, io desidero, amo, come forse 4ydo-{ (*^^«-{) non è 
estraneo ad àv^àya», piaccio, diletto, adattandosi bene al fiore Fidea dell* amo- 
re del diletto . Di «vn», abbiamo altri esempi. Taluno ha pensato per il gr. 
mod. XwXùù^t^=:loùXt alb., a lilium lat. 

(107) T«;é, V. turca. 

(108) fixdk, parimenti. 

(109) i^Tpixi , specie di serpe : ha chiara reiasione con ivr^p, A^p9¥ , che 
ba dato nome per similitudine a diversi animali, e a piante. Cf. «Trc^j«$, e 
•1 lat. s te Ilio. 

(110) iinXipi: va qui ricordato dtnXixx, la manica, cf. A'»A-af ,-«t{,-i7y»s. 
<111) XjiifAJ {:^à(li/fti) . È notevole il senso dato a Xji^tikC di eaier 6<foyne- 

vole, o necessario (cf. Gr. §. 14i). 

(112) nmipriìKr'X , la verga, si scopre congiunto al lat. e ital. pertica. 

(113) xoffoò^ffs, voce turca, città. 

(114) yoù/9(, V aspetto, item . 

(115) ii.ÓLJe (a), sommità, punta , non sembra doversi scostare dalla radice 



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o<70)o 

skt. mah, cui si ridocono il gr. fAtf^-s^ ft&x'O-iZiz fi^x-^o-i^ V aìb. /k^, c /«àtje 
V. io ingrosso eie. 

(116) A/ie, ossia Aée, facile per leggere, o llteio. cf. Às«o;. 

(H7) mpdk, voce torca. 

(118) T/9«9seydc;e ha qui il suo vero sigoiicato corrispeodi^Bte aI lat. tran- 
sigo, dego, a cui secondo me deve accostarsi Talb. rpuateyéije , alla gh. anche 
rfivanyòijt ; T alb. sic. rpw^ieyóvje prende per lo più il senso di trarre V esi- 
stenza felice , ossia godere ampiamente . Nella soppressione della n di trans 
vi si assomiglia il siculo trasiri per transire,' oltre Tital. trasporto, 
con altri vocaboli di somigliante composizione. 

(119) t yjUor>pt = r/jiiùr^pi^ o meglio r^Moupt alb. sic da oyU^ ziz Ix-Ài/w. 

(120) dK9iiy il montone, (t il capro?/. Lo Stier pensa ad èdaka skt., o 
alla rad. tak, rix-<», tox-cChs, skt. taksh (€urt. Etjm. p«187). Ma se pa- 
ragonisi <fàff«, piar. di9iy ad aff =: atyt , potreblwro le due voci accostarsi o 
per metatesi deUa. y cangiata in ^, (alb. d), o per la d := dj, sviluppatasi dalla 
j origtniile del skt. aja onde, come pare^ * dc^ja * zz&yj» che poi con me- 
tatesi della J = ( divenne «rya, acf . NeH*alb. dà-vf sarebbe caduta V x inizia- 
le, come nel feminile ^(/a, o ^t-x, la capra, ^ Ucon. ìì^ol (v. §. 80), e la sibi- 
lante finale converrebbe con la f gr. , o la $ del norain. come in xoùoiy ed in 
altri vocaboli ; quindi (!«-•$ = («) dja-i . Infine la dentale iniziale può esservi 
prefissa in sostituizione del (/9) digamma, ef. /kaxa. cretese ^ oc2!y« > onde déwi = 
*jSaixs, ysàx$, colla <J per ^, *òecx$(v. §§. 80,81. 118-19). Forse ad una forma 
eguale air alb. dàvi si riferiscono i nomi proprii ellenici ^«9x-o>y, ^à^xplo^, 
ed il comune àbnct-À-Oio;, sorta di pesce. 

:(12f) fìuxoùx, che manca al diz. di Hahn è il /a2co lat. detto anche del- 
l' attuila , falco imperialis , ehr^sattus etc. (Stier )ffàJix*iv di Esichio, donde 
regolarmente faAx-^(,-9va,^ui secondo Bianchi, e fxXJxót^ fsijxòiy infine fouxi* 
per il totale ammollimento della liquida A in vocale e, come in qualche altro 
esempio . Sembra con simile vicenda formato il v. f^uxòtje^ io pulisco (fregando) 
ofttatO'da HahUy alfine a fepxéiijeyZ=:*fapxóiJ9 (p=:X.), 

(122) ^trrópsja, destino felice , fortuna propizia, Vien così chiamato an-^ 
cor.i un pìccolo serpe che suole trovarsi nelle case , ed è con religiosa supersti- 
zione riguardato come t7 genio tutelare della casa. È da consultare sa ciò 
l'Hahn Diz., e 1. p. 262. In quanto alla etimologia della parola il medesimo a 
p. 201, i^i, pensa di riferirla a ^'te, o /Sèrre plur. d'tfijitt^ anno (Firos), 
quasi participio di un v. *fiiTróije{=: ^jiTepótje, io invecchio ), ^irròp-e^-^JK] 
questo nome infatti è dato pure in alcuni luoghi ad una donna che ha fatto 
molti figliuoli (Bh). — Mi sembra notevole nondimeno U consonanza colla 
voce Utina Victoria , e V analogia del primo significato . 

(t23) pioxMp-i , «7 muro , lat. murus „ ha una egual relazione al lat. mun-io , 
e air alb. fioùv-sfie, fioùv: simile analogia hanno il gr. n. recx^-os, e il v: alb. 
ei-dt'x-e . IO ajuto , difendo , = ev-Tt'xc . 

(12*) vovpe , voce turca . V. sopra . 



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o<71)o 

(129) 9iixjipe, xueeheroy eoo forma turca: altriroente ;àxse^« , = ^axa/»< 
gr. moti., SoLxxotp ant. — La frase ricorda beae V omerica , roù xal ino yXt&rrvii 

ftiXtroi yXwiw pii* eiùi^ . Altro Ye (Hh. il. ii9)yóJK iyxi^&pe (non Joidtr/jàp y 

come io credo |>er errore fu scritto) re j^ji^ N^^jr, i^k vitxjipe, 

(126) /Kayyiiv-a, ti malizilo, è voce che ha relazione col v. pif/yòtjt, io 
fon molf Intero etc.; e nella uscita c< v'è da riconoscere quella di molti nomi 

in 996, «9%, od (99«e. • 

(137) e ^ìJtTty che manca al Diz. si collega evidenl. al v. fiiXjime , io ho 
im disgusto, sono stufo di, e questo è bene riferito da Hahn a ^jiìXe , o /3£cie, 
perf. fióX% (/8ecU«i), io rigetto, do di stomaco. 

(128) ov^frìfy, sembra da un adietl. où^W-ou, che non si ha nel Diz. e sa- 
rebbe modificazione di oùpsts , faimsXioo, oùpixwpe^ affamcUo , 

(129) fyy-«, il vaso, mostra avere affinità col gf. l«r-o«, plur. Ivr-oe, che 
ha pure la medesima significazione . 

(130) TtixjtifS, è dal passivo del v. «j'ixe, t'o etioeo, che può dirsi ancora del 
maturare dei frutti , altrimenii ^ioùyytfie , col partic. ^ftùyyov/pe, maiuro, tnor^ 
bido. Le quali voci credo legate al sost. 4;ioùyy-« (Hb. Diz.), raclptenle di lardo 
(speckbeutel), cf. Mfoìrr/J't Rh« , per similitudine della morbidezza . Ma 
4 questo proposito è degna di nota la voce pixé, maturo, adiett. e verbo, im- 
person. pixtre, propriamente prende colore, riferendosi al gr. ^<;-w=/8fléirru, 
onde /9r/-fù(, tintore ecc. 

(131) 9fiKf, secondo Hh. v. anomalo, io conduco, porto, spingo, è af- 
^ue probabilmeot« al gr. firdcw, quantunque siavi Talb. (ce, di cui potrebbe 
credersi composto con 9$. 

(132) Xj^pÓLTsxe, o Ij&Lpkvxx gb., la pica, gatta, si accosta al gr. Jiópoc, 
gabbiano , potendo xe, • 9xe, essere desinenza, ma forse dee m^io pensarsi 
a làpxrfi per la proprietà loquace di questo uccello . Lo Stier n. 84, non ne ac- 
cenna veruna radice, mentre per 1* antecedente sinonimo ipif^^oL ricorda molti 
nomi di volatili special». ypwtxotXè^ , xjoscvy^ , xpi^ , che etimologicamente ac^ 
«enoaoo al gridare. Prescindendo dalla significazione il nome éi uccelli più vil- 
lino alPalb. ypifV'U, sarebbe il gr. ypù-p (=: alb. y^(fv«), ma bisognerebbe amr 
mettere un passaggio di senso . Io quanto a Xjap&roxe non mi pare che si possa 
pensare al colore XJupóoi, o«de Xj«epl9xe%h., variegato, particolarmenle detto 
4ei volatili, del pollame. 

(133) feXlxjmtpe, è particip. del v. fsXixje, io contamino (onde anche foìtr- 
Xiì^e, io ingiurio), applicato particolarmente alla rogna, o lebbra, quantun- 
que si prenda pure in senso morale. Farmi chiara la sua analogia col gr. f>ii>7f 
da cui fmXuxif;», io inganno, derido, che credo affine a iriUa|, fangoso, ri- 
buttante ètc*, n^Xetxi^oè, rad. vi/iXé^, 

(134) mpdipt9t, è voce notevole per la sua forma participiale attiva (cf. §§. 
12S8. 229), quasi fosse da un verbo mp^diptpie, io vado di porta in porta, 
da dipoi . 

(135) pr/6v,cht manca al Dizionario, sebbene Hh. traduca per llmo^ sembra 



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o< 72 )o 

affine ad òpi^fwo^y gr. mod. ^r/vvc, ed alb. gr. ^'yav (v. Zeiisehrift. A. K.. 
Baod XII, Heft 3. pag. 207. segg. articolo di Kind su d' un opuscolo di Teod. 
(von) Hfldreich direttore del giardiho botanico di Atene sui oomi delle piante 
in greco e in pelasgico, ossia albanese, Atene 1862): il timo è detto du/iiiy 

(136) ovtyócpe questa voce notefolc, significante Tarare o il rompere la 
terra, che dicesi ancora Titéttje, e rptfioUve (Hh. Diz. sotto oùyàpe), onde.a^e 
euv«/9e vale campo arato , sembra congiunta ad oc^pòi , e più da presso ti la- 
tino ager: e taluno potrebbe pensare ad f^ey, da cui nel gr. mod. òpyòw» 
detto particolarmente dell* arare. Ma oir/àp tsk. ben distinto dalFalb. sic. «^y^ 
fkot, il eaihpo lavorato a sementa, è vocabolo ancora slavo-serbo. 

(137) nXjix'ot^ è tradotto per letamaio, nel Diz. nlix"» tsk., il eoneime, 
col V. nXtxàtje: TgìjiT^*x*-ja gli., v. nljext^^òtje, Neil' ital-»alb. bavvi irJ^'lx^, o 
•nXixe per polvere di strada, o spazzatura, talché si accosta' a nXjoòxoMp, 
nXovx^vp, pulvis , eri», con i quali può avere comunanza di origine. Bla ri- 
cordando le vicende fra 3 e x*- ^>>ix^ = irAn;^», Spvtx'i = Spitt^tf ecc. (v. Gram. 
p. 117. n. 119.), Talb. nXixe, o neUxe, per la forma e per il significato si acco- 
sta meglio a itiXe^o-i = *niXtx9'i , concime , letame . 

(138) fipe, tradotto per fntoto, vale propriamente andato a male, svanito, 
cf. Gram. §. 133. 

(139) fiouTÓLfe (-t), la gualdrappa , mi richiama per la etimologia il greco 
éifAvtov, copertura j vestimento, colla prepos. /Asrae, onde /«ra/t^cdé^» ecc. Sì 
è veduto che /xe-r» non è estraneo aW albanese , e /Aouràjx può stare Invece di 
fieréifi (con ouz^e, od >]), quasi *fjnTÓ.fAftov, 

(140) np&X-Ki itepétXx^ e 7ia^/>«A-«, col v. neppàXt/ie, io mi trattengo a 
parlare con qualcuno, poiché neppóXx significa più coniunem. favola, rac- 
conto, é da riferirsi a natpof^óXiòy ital. paraMo, onde. poi parola. 

(141) Xjóv-ei, ovvero Xànra {aAb. sic), la vacca {s. Stler n. 47.) si rife- 
risce al XA-noi = ^ouÀo$, ^i, di Esicbio, e al lab or Ut.^ loba lit., lavoro di 
^n giorno. Forse vi potrebbe essere anche relazione fra Xóic-rt alb. e Xdtx^n gr- 
copertura in generale, aòi'fo di lana, e fodera di pelle propriamente di mon- 
tone: si ricordino Au;ei}, Àiovt^, xuyiy), e specialmente T ultima voce che dal si- 
gnificalo di pelle di cane, venne a indicare qualunque Carrello. Vero é per al- 
tro che queste voci hanno forma di aggettivi. — Lo Stier ricorda pure che 
in alcuni dialetti germaiMci lobe dicesi, la vacca, Aóitx^x poi é la bacca rossa 
di uno spino detto xptptbicbi^e : cf. XófOi, Xóit-at, -i$ . 

(142)<r$r/^o(,o 9rli;ot, lancia si accosta bene a 9rc^&>.-^La voce che segue po- 
co appresso, yoùpv», o -^oùppxy ghega, viene da Hh. riferita al nome g u r a valac- 
co, bocca, e potrebbe forse aver che fare coù ftpoutói, sebbene siavi Falb. x^vc, 
xpót ; ovvero con yovpe, sasso, rupe, onde sogliono derivare le lor^enfi d'acqua. 
Ha youpvot é ancora voce usata nel gr. mod.; v. Passow Carmina popuL etc. 
pag. 323: ^yac'yu x^iyù xì ò pocOpoi pLOU pk rà. Xayoivtxà p.o\J — fipiaxu /ui<à KÓpTo TsA- 
ir>vvt wk p^xpptotpivioi youpvx; e credo preferibile la opinione del Passovr, il quale 



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o<73)o 

la riporta al Ut. tir no, citando il glossario greco-barbaro. Tou^a vale prò- 
ptìèmenit tonea , vtttca : 

(143) fitjx fijoi, buco M naso princìpalni. (Tyrana, fc;<^«), deve ben 
distinguersi da fija gh. -^zfidéB, cf. ital. fé , fr. foi$, spagnuolo feia, R. di 
fitjit? fs. x^A-4) o x^px'fiò^ (f :^x)* ®Bd^ 1* primitiva sua forma sarebbe 
>aia, VV«. 

(144) 9ixoùfie, et, ital. ftfA^Mma, lat. spuma. 

(149) ir^ireA/-!, sembra aver relasione eoo nùfiféìv-^, che valeva pare ^xo«. 
Per la soppressione della fi , cf. 6ou6ou>^ , e 6ov/KèouA//i&a . 

(I4ft) fvn, <( col/o.- quasi pianU del capo? (Y. Gr. §. 133). 

(147) É notevole la voce litdvlei per dire la perla, dal luogo d'origine, co* 
me parrai evidente. La forma della parola sembra turca, (Blau). 

(148) £^-«, toppa, rapp9ixam$miQ , rad. «t^,. verbo kp^òtjs. 

(149) fiiv per /i(/e o iài\Je = m^f/e è degno di nota. 

(150) fipifiot^ fiepi/i'K, e bpi/iu^ o bepiiM foro, si accostano a /9^^« o 
j8)i^a, rad. /9o/9 (/Sop-dcM), e 8 bpkijs^ bepitje: cf. anche 6ov^/-«v, §. 315. 

(151) /lotyjctp'i, = yopiàp'ty secondo Hh. è voce Dibrana . 

(152) )riy-Toe, -<f«, = penna, pinna, colla dentale simpatica della »: si 
estende anche a significare una pala. di ruota da mulino o simili (Hh.), e 
più (di che non vedo T analogia) un pajo di buoi da lavoro, e il lavoro gior- 
naliero fatto dai medesimi. Sotto quest'ultimo significato avrà probabilm. re- 
lazione con ni^ti < iriyo/ui«i, lavoro, etc. 

(153) x«p/Ae9fi«u/7eiieavai/o aZafo, è vocabolo da riportarsi forse per la 
1.' parte al x^f^^> eavallo di parata, notato da Stier come voce di origine 
turca: io non vedo altre analogie, se non fosse con àpfneiy e «u/om, o colle voci 
alb. x^P » * vqoùpt . 

(154) x^v, dal V. Kòtje, :^itóifje, io nutro, mantengo, può ravvicinarsi o 
axoy-ift», che significò servire, od a «o/k-ì*>, eiirare (y = /ui). 

(155) Xjo\r/'%, il euoehi^o: cf. Xj^òxe, -vov^ il bacino dì una fonte, e 
doccia, con il gr. \i*oi. 



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o<74)o 

ALCUNI SAGGI DELL'ALBANESE DI GRECIA 
TOLTI DAL LIBRO DI C. E. REINHOLD 

(UtÀoLr/tKK) Symbolae ad eogno$cenda$ dialeetoi Graeeiae ptlasgieas (a). 

f^AAATprAs (nopor) 
1. 

Tpevda^vk?,e , ^XaTte'yjepe] 
"EoL re re nov^e vjè y^épe I 

*Arj£ r^f jte y.ov/ibhovpe , 
2ì c^tiT é ^oypaCficovpe. 

Mopi I pqvaaov niacje re re fkice, 
Mò^ vojilce ai do re *yyice, 

2: 

U. Mcpè , fiiiil/S $aH;>-xoyx;£ I 

"Ea , M-sppe vjè bovbov^je . 

X a idei (1) jSiQpf ri *yde fidpe , 

Upx iOL re re itov^e yji x^'p** 

Mò^ I d ^ovoL ri air rifie , 

"E fie ^^ , fie ^ore véjie . 
D. OiJ rfò Blvje TTpè re }ie nov^vjtc^ • 

nò ^eXróv (Xe^róv) jrpf re jie jiomdyjKJc, . 

Oi! jifie fiioc^e^e nap^éve • 

Ti rè ATya x/e , xa/jutf ve (2) 1 
U. X a / rf f , ^ov(xj~€ air r^jie , 

j&vrfc ac^renloL re fila e, 'yxà * jibpy^}j.OL, 

"E a\ fiyjé^epe (3) va ri ^Xr^ie , 

Ij'iQ ri A/ye rè /ló^ ^>Ì/^«> 



(a) II titolo intero è: Noctes Pelasgìcae, vel Symbolae ad etc. Coliatae cura Dr. 
Caroli Henrici Theodori Keinliold Hannovero-Goettingensis , classis regiae medici prì> 
mari! . — « Slot UtXxrfoi » 'O^. 'O^wff. T. 177. — Athenis. Typjs Sophoclis Garbola 



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o{75)o 

TRADUZIONE 



DELL'ISOLA DI PORO. 



I. 



O rosa, di larghe foglie 1 
Vieni cb' io ti baci una volta ! 

Là dove tu sei appoggiata , 
Sei come una santa pitturala ! 

Olà scendi abbasso eh* io ti parli, 
Non credere eh* io ti tocchi . 

2. 

U. fanciulla dal rubicondo viso 1 

Vieni , prendi un bottone di fiore . 

Su vial mettilo tu nel vino (?), 

Poi vieni , eh' io ti dia una volta un bacio 1 

Non lo dire tu a tua madre, 

Perchè non prenda e mi dica imprecazioni . 
D. lo verrò perchè tu mi baci : 

Ma combatti pria per vincermi. 

lo son fanciulla vergine : 

Tu hai malvagge idee , o sciagurato ! 
U. Su via , dillo a tua madre 

Di venire ogni sera in casa^ 

£ come fratelli riposare 

Nulla facendo di male ; 



1 855. — V. GramiD. p. 23, 25. — Essendo Taciii a conoscere le parole prese dal greco 
parlato, credo superflno fermarmi ad annotarle, quando non ve ne sia particolare mo- 
tivo . 



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o<76)o 

"E , ydì) di^a^te , re va j3>iv« 
Kpopare vde •a^ì^cl réve (ró-va). 
Ti do vjó-^a^ à^ippoL jiovol , 
Ov ià do re nee/ie ai ypovoi. , 
"E <ro byjJ-* i3i (pejitkje (4); 
T<iè do jiere yLaXo/iipe (5) , 
Mia^ovXe , ^e/upa , rpè , y.ÌTTpe * 
Mò^ jÀ* ov '/lòXàxe (6) ri , àr/ypire ! 

3. 

Ky , Ò/Ajù , ÓLTTojiovì (7) , 

Te re br^^je éSi careni , 

Te r et òijvje /xè àfiXonipre, 

Te nXeaoeceve éy(^p6re. 

Te T* à òiiv;e jxi vjepxjJiiSe , 

Te piV^ r/ <rì NspxiSe I 



"AppoL^e (8) rè òA^pj^i/ie (Rh. blàrscime) 
Bovt^a^e rè xJ^Qc^ijie , 
2/^1 re / x££ re ^f (; . 
BovY,ovpe òouxxeve r^^ y^ec^*; * 

Kà rot5ri yi f XJ^'^^'/^* ^ 
5. 

Koud^ r* f 6npi arS'ive , 

T<;e /jte ^oupf ciW/ve ( cr/aeve ) ; 



Eyypov (ey)y£ou) jie, ri^e (9;I ai (T^ov}ie ^je're ' 
Do re ;rou!^e , crt rfò re ^l3tr£ . 

7. 

S^ou/xe re póz/xe 

Kou;r;re^e re povv.ovX6t}ie (10) 



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\ 



o{77)o 

E , se tu voglia , che ci méttano 

Le ghirlande sui nostri capi (che ci maritino] 

Tu conosceraimi allora, 

Ed io , certo , ti terrò qual consorte , 

E a noi verranno figliuoli : 

Qual felicità sarà quando avremo 

Tre o quattro fra maschi e Temine : 

Non mi t' invecchiare , tu , poveretta ! 

3. 

Ahbi pazienza , o fanciulla , 

Che io ti faccia anco la casa , 

Ch' io te la faccia col portone di chiostra , 

E che crepino i malevoli (i nemici). 

Ch' io te la faccia ben coperta con tegoli , 

Perchè tu ci stia come ninfa Nereide ! 



4. 



Il capo (?) biondo , 
Le labbra aggraziate , 
Gli occhi tu bai neri . 
Bel pane tu impasti : 
Donnina prudente. 
Presso tutti sei graziosa 1 

5. 

Chi ti ha fatto T occhiolino, 
Che mi hai preso per il petto ? 

6. 

Sorgi, fanciullino, che molto hai dormito: 
Ti vo* baciare, perchè debbo andarmene. 



Dehì Che possiamo viver molto 
E vuotar nappi I 



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o<78)o 
8. 

"A;^l t *vdÓLpe (11), fijev vjy] fiip^ie - 
Mó< /jte hc^re *}ibépSoL [bepévdx) n\iy.ov'. 
Bàpxf^e nXayovpe'bipSe , 
Mó^ jùte Y.ée y^oib i p ri *jibipe ; 

J^vrfi vji^ a^xciAe a é fiepfiive , 
Te jie filvje vde arreni , 
Hpè re y,€fjLi c^ov,ep(; 



9. 



Bpè t) rqi povcce xà /jtaX/ 1 

Mò^ re ^à 7j>5 /}ul« djiXt ; — 

•^° * 7ÌTÌ , ^3tòe , vTQxe ^a , 

nò , ci bovioLe viixe xa . 

KXjou/Jt«<7(;Te , dji^e rpì dlrre yji , 

2ì xoipe /ir^jJ^jie viixe xà . — 

Mpi I <r^r, i bpiacfipe /lovtxp* àydsi; 

Bipe , £ epe ai xà véfier ; — 

Jo, bibe y ^àre , eie nà bipe, 

^ifijére v>ixe jS/e vd' àfibipe {VÌ) . — 

Ilo Tra <r<r f Ji Tra bópe , 

2ì rfo 6^i/xe xouyxouAÓpe (13) ; — 

nóv(^« (14.) di ov y bàtbe fijdpe , 

2ì rfò bévete xÓ(t/i* / tppe ; 

Mó^ rè y-ouXoroupe , }ió^ rè *77pTQve, 

Niixe r^/óv *v£te tó r^ve . — 

Mfxare , jJLey.ire , vd* aro rè yjifioi (yjaAoc) , 

T<;è ^cp r' / béyje fiery^tev fipifix . 

10. 

2<ptó5p«, 2^0 Jpe, j3pi 2<;xo5piave! 

Mó^ ni fiépe jiè (pfAd^ave (15) . 

nò r é *yy ptcq xevvarev, 

T* é crpOLyyovkiai(7<; (16; npinere ! 

'kyjppoi do re beaaóiiije , 

25 r/" rpijijjLe (17; ou vi^xe r(;i6ivje. 



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o{79)o 
8. 

Ahi me sventurata, viene una barca: 

È forse 1à dentro il mio vecchio ( marito ) ? 

barchetta dalle bianche vele, 

Mi rechi tu forse nuove propizie ? 

Mi porti forse il mio compagno ? 

Non lo ficchi tu in una scala , 

Che venga in casa, 

Per tenermi compagnia ? 

9. 

Olà I tu che scendi dal monte ! 

Ti ha forse detto qiialcosa il mio figliuolo ? 

— Nò , nulla , babbo , non ha detto , 
Solo, che non ha pane. 

Latte e cacio mangia da tre giorni , 
Come se non abbia la mamma. 

— O tul la pioggia e la gragnuola ha preso da quella parte? 
Neve , e vento come da noi ? 

— Nò, babbo, tutio è secco, senza erba, 
Quest'anno non si mette nulla net cassone. 

— Ma senza pioggia, e senza neve. 
Come faremo le pizze colle zucche? 

— Forse che io so, povero babbo. 
Come farà il mondo meschino (oscuro)? 
Non pasture , non viveri , 

Non si trova nella nostra terra. 
Peccato , peccato , per quegli animali , 
Per cui farmi ho distrutto me stesso ! 

10. 

Scodra, Scodra, o tu Scodriano I 

Non ber il vino col bicchiere. 

Ma alza il boccale, 

E scolalo rovesciato ! 

Allora io crederò, 

Che non trovo palicari come te. 



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o{80}o 

2^xÓ(Jp« , 'EciìiÓSpe ! TpijJLJJLOi Xf f , 

'E^£ j8óx« (18j àrà *vrfyi jiipre , 
^apefiipi Ib^Te (x(pep. 

11. 

U. Koype re A/ou n" fiy^u/ix , 
2ì n re ò^vjtf 'yxà 6f i^/aa I 
n«<r£ y/f jut£ yiXjovjJLta^Te (19) yjta^ovpe , 
BtTovXC'Trepfiic^ovpe . 
AajjLTriSe jee é xjlaovpe (20) , 
2<;£vr* é* i^oypa^iaovpe . 
llpà x££ ^ùtéVr/v {jiidtv) oòvflt^e, 

llpà xoóp' fraev jie \tyjtae (21), 
"E xerou àth yLov/ibiae . 
"A^I I l^i^t at^e tre. 
Ai re dovoitje re jie ^Xire , 
Te /jte jine yjè rè itipt 
'ìljj,bXe (x^ep itip ri %K<xpe . 

Bii^* s bovre (22) t^è /xe j€€ , 
Ai i frepiyre, i eoe fié vtfl 
Te re bévje rè fiaff^oupu, 
TovTi *pyjévTe ti nXd^ovpoi . 
Te re xi^ae yjè bpéc, itèp fiece 
MctXajLte (23j roùrt a jo yipejie\ ! 
D. Tjayjov djiXe ! yjéyjov jére ! 
N>ixe A>j ov ireplyre rè appare . 
2£ jie XiiTiy , a jie a^jiye (24.) , 
Do T i 'ydjey.e qql y.ti}ie (povìLjlye . 
Ti ydi] do jiovoLye (25) cr^oxje, 
Bije (26) 6£V<7e)«e xà (fópre (27), 
Kdrrep, rraace , yji<^^Te jiorre , 
Jo nèp yaorep , rfe/ , t coyre I 
X<x td a , arae , ^eviuae, 
X a / , ffouvò) àycLToXtae I 
"E xà ^oiva bXl^e ^kopi'yje, 
UpÒL re (7<;6'x^tc(; , ci re fiivje . 
BxiSe (pkopiyje, bxlSe ypóu^e (28), 



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o< 81 )o 

Scodra , Scodra , hai palicari , 
Cui non coglie Tarcbibuso, 
£ se la palla li prende , 
Iddio è a toro vicino. 

11. 

U. Quando ti partorì tua madre, 
Come te che ne faccia ogni sera ! 
Perché sei di latte impastata, 
Colle sopracciglia erte: 
Sei lampada di metallo fuso , 
Una santa pitturata . 
£ poi hai la vita come un anello. 
Ognuno te lo dice, o fanciulla. 
£ quando cammini sei pieghevole , 

£ qua e là ti appoggi. 

Ah! il nero tuo occhietto. 

Lascia che mi parli (che voglia parlarmi), 

Che mi dia un* occhiata 

Dolce tanto da farmi piagnere. 
Fanciulla dolce (mansueta) che tu sei. 

Lascia i parenti , vieni con noi i 

Che io ti faccia i vestiti 

Tutti tessuti d'argento. 

Che io ti fonda un cinto per la vita 

D'oro tutto, e non di cremisi (velluto?) 
D. Senti, giovinetto, senti o vita (mondo?)! 
Io non lascio i miei poveri genitori , 

Che mi hanno generata, e allevata: 

Io li seguirò finché ne avrò forza. 

Tu , se mi vuoi per moglie , 

Mantieni costante la fede. 

Quattro , cinque , sei anni , 

Non per domani, doman l'altro, o stasera! 

Su , va' all'estero , 

Va' lavora in oriente! 

£ con il lavoro raccogli denaro , 

£ poi vedrai che io vengo.. 

Raccogli denaro 



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o<82)o 

Bov¥,ovp , bovyLOvp rè jie pfaQ<^ \ 

Dfxóre re x/fa^ (f Aop/vj* àpjiipe (29; , 

Ovja noùppe re jjlÓ^ va jiippe . 

"E vde jiórre rqè re d'eia ^e^ 

Hplpov npine , ea , y,jiaaov , 

Te fie r^t6a<i ci XoiXe xouxjf 

Te jie pov(xa<i ci bovboviije . 

Nrfe ^evtrt r^è do /le fiic^ (fi^rc,) 

Kìiyx* f' yot^f rè ji6(^ jdcc, ! 

Mi r^ iitpe re neptjyijfit I 

TAPEA2 (TAPA2) 

12. 

AoiAf je'fi , koòXe r à ^óve , — 
AouAf jf£ ^^p r/ve-Jóve! 

13. 

AoóXf, /Aoj, AoiJXel — 
novene 01) ÓL ^ijie o3 jovfie; 
1 à 3"ó/i* aaaje y(.onlXice 

Bov^e^rpayToi^vXXece , 

U. 

M6p' , € 'yy priva e dar irei 
Kov J€C^€ xocxje jiorre ; 
"E vivi r(;è jie ipSe , 
Me '/ibXofie yjiv Xórre . 

15. 

Bjev yjy\ J3apxe xà Asypivx , 
2/f A rplfijia e) csXtvoL • 
Bjdv vJYi fiipvLe xà DfaAouxja 
2/fA rptji/JLOi ci bovboùyLJoL 

16. 

Kphci y.J£p(XjiiS€(À 
2i va j3;Vv MoLpUx 



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o<83)o 

Per mantenermi bene ! 

Per averne pieni gli armadi , 

Che la fame giammai non ci prenda. 

£ nel tempo che ti dissi 

Torna indietro, vieni, accostati, 

£ mi troverai come fiore purpureo, 

Mi guarderai come bocciolo di fiore. 

Nell'estero paese dove andrai 

Non essere tutto canti , e riso 1 

A rivederci (riunirci) felici! 

D'IDRA 

12. 

Fiore sei , fiore ti dicono , 
Fiore sei per Iddio ! 

13. 

Fiore , o tu , fiore 1 — 
Che io dico forse a voi 7 
Lo dico a quella fanciulla , 
Dal labbro di rosa. 

ih. 

O tu t pasto del mare I 

Dove eri per tanto tempo? 

Ed ora che sei venuto. 

Mi hai pieno di lagrime il petto. 

15. 

Arriva una barca da Lepsina , 

E porta giovinotti (simili) come la luna. 

Viene una barca da Paluchia 

E porta giovinotti (simili) come bottoni di fiori. 



16. 



Ha risonato la tegola 
Perchè viene Maria. 



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o<84>o 

SCBSRZO (Bvxx'xÀ Rb. ) 

17. 

Toù , roh y Tovt l 
He Séjihe yLCTovi I 

ììLopi , a xf f yjTQ ^ipel 
Ho 'yypov ( eyypeov ) , re ^n/^e j5aXf ! 
BoA^re , yLOLyyjeXXere I 

BpéacyiOL yjioc, lioipfieXXeTe , 
Mar^éa a^rfv ovpere , 
"E yjfXXi xjf ;re yLenoiraere . 
Karà *vrfe ^potxe (30) re dépe^e 
MujS I 6ic ^kojdpeve • 

Sxóvjve Atra rpl^^OLTe, 
Dpijeve jiov<7T€v.j€Te * 
Sxóvjve flìró yLoniktare 
Boi^e-rpavda^iXXiTe . 

'AAI0T2H2 (nET2QN) 

18. 

Ti Xùtpre *yrfè napa^ovpe (31) ^ 

N«à I 
"E ou ;róa^Te rf^vve (32) 5f £ » 
DovoLpre arafipiaovpe (33) ^ 
'E<Jf re frapaxaXfVoupe • 

^^TpStTOL ijie y N^^£^«W I 

Sr^ire r^rfe (34) rè t/^ore , 
N«à I 
Me fipive jioiìOL re jitépve , 

"E juie S-àd^e , s r$ ^ia^e , 
Hip re fidecfie r^è re c^/ 
-fivdè vj^ (Spe , vde vjii artyjit ^ 

19. 

AouXé , jiopi y iMOTpefAe ! 
D/Xe xà dtp* € jSóyeXel 



h 



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o<85)o 

8CHIKX0 
17. 

Tu, tu, tui! 

Mi duole quìe ! 

Oe , tu non hai uuli'affatto I 

Alzati , e cominciamo a ballare 1 

Ridde e danze 1 

La tartaruga impasta il pane (o le schiacciale?), 
La gatta spinge (o gitta) i tizzi» 
E il gallo cuce le scarpe. 
Giù presso al limitare dell'uscio 
Il topo suona il flauto. 

Passano quei giovinotti , 
E torcono i mustacchi : 
Passano quelle ragazze, 
Dal labbro di rosa. 

DI SPEZIA 

18. 

Tu in alto alla finestra , 

(Nezezhòl) ohi Annetta! 
Ed io abbasso in terra , 
Colle mani incrociate, 
E supplicanti. 

amica miai (Nezezhòl) ohi Annetta! 

1 tuoi occhi neri, 
(Nezezhò!) ohi Annetta! 

Mi hanno ucciso me misero. * 

(Nezezhòl) oh! Annetta! 
E a me dissi , e a te dissi , 
Che moriamo tutti e due 
In un ora, nello stesso momento. 
amica miai (Nezezhòl) ohi Annetta! 

19. 

Fiore , oh tu ! fraterno 1 
Esci dalla porta pìccola! 



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o<86)o 
20. 

Xipi x^vve^a vde pie, 

3SÌ dò (j^iiù}U ve re fii^ii , 
E 2:£t«-^'j3^<<^ I (35). 

2i. 

Mopi , biXje , 'yd' àpyaXt (36) , 

22. 

Bpa^rerójSa, fipotneTofix 
'Arò jSaa^a^fre a<pt()j3a. 



Ij'fXX/ (37) , dà Hfvrfóv , 
Tf òouxoupare ayjóv . 

24. 

KXfltvi ftaXf , xXàvi yovppe 

DjiXve T l:jjLe a é ^^^X °^ "^ovppe ( Rli. p. 76. A. ) 

DUE POESIE SATIRICHE 

DI SOGGETTO POLITICO (a) 
25. 

Kejit yjd(7<iTe vTrovpyo , 
Niixf fieXjsvjye vji Xenrò . 

Jave acfix>}ie fiovlevù , 
Nì^xc fiekjivjve , nò vji , dì . 

Kf/xi eSi vjè ÌILovdaQvplSe , 
Do VX fÀOvdaovplavje atre . 

fa) Sodo ricavate dal giornale greco rò ^6»^ (la Luce) del 1860, mesi di Marzo e 
Oìogiio, Dumeri 49« 104, Atene . Vi è qualche correzione suggeritami da persone del 
ossia da Albanesi di Grecia . Esse ci rappresentano il parlare delle persone 



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o<87)o 



Entrata è la luna fra le nubi , 

Oh 1 mia compagna 1 
Come ci vedremo per andarcene, 

O tu occhietti-nera! 

21. 

Oh tu t figlia , che stai al telaio , 
Non vedi che io passo per te ? 



Mi sono affrettato , mi sono affrettato , 
Quelle ragazze ha passato. 



23. 



Il gallo , appena canta , 
Sveglia le belle. 

24. 

Piangete monti , piangete sassi , 
II mio fanciullo io più non vedrò 1 

DUE POESIE SATIRICHE 

m SOGGETTO POLITICO 
25. 

Abbiamo sei ministri (di stato), 
Non valgono un picciolo . 

Sonovi molti deputati (alle Camere), 
Non valgono , fuorché uno , o due . 

Abbiamo anche un Mudsuridì , 
Che vuole bendarne (impiastrarne) gli occhi. 



più colte e civili fra gli EUenalbaoi , onde son piene di vocaboli greci che però si obia- 
riacoao facilmente dai lessici; e vi ba qualche voce turca sempre in uso colà. 



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o<88)o 

M/pe br\v eSè KapiSi , 
T^^ ^per', fipi ìiovdGOvpiStl 

*ESè vfTovpyoi by]y jilpe , 
T* t depyoyje vde 2óp« . 

T* Mvje éSi xà xf roù , 
^è où ^ia y e où òri dpov . 

Kero ^6}ie , éSè a ^ófi uri , 
"i^i vde ^vka%jì fie fii) . 

26. 

Kjvp KaplSe r^è a^-apovave ^oiave , 
Navi fii) \1/€^UT où aócTve . 

2ptppua<r£ frèp ìivSptÓTe , 
S^xpouo; eSè nép Heraióre . 

ILéjii ivjfjLapy^e vf *Avdpoivo , 
T^' j frayoviijie jutia^ò . 

TLersTe aè locje l^ire, 
nò fiia^ove è fieppe n^ire . 

Ka yde Hérae énippoi , 
'MniSì xa yLarpe ci, 

"la^re rpijiji éSè l à ^ore , 
*i fisaq kó^e bapbapióre (38). 

Ka Si "^oivdeve r' epyjévde , 
'kvdit iraev jiè d) brivde (39). 

Di novipe^ire y-è biotte 
Kà rè y^id ^i ^oicrpoLri^re (4-0) . 

Ka yjè xp/f nkire yioir^jircf. (41) 
Kapa/jtav, yovè fiè njéroL (4.2) . 

Kà^f xea^/$ roè do re ^dere 
*kp(ji^i frXóre do re jeere . 

T^i Y.oùp* où *yyovXé vde ^ijxoipyji , 
Nouxe Xa po(pè , cy.povmy 

'Aaraxò sSè a^vplScx. ^ 
TripòeXjoL Si avvaypiSoi , ' 

'Aprivo Si neTdkiSs , 
'Ay^ranoS' éSi òorplSa (43) . 

Ni)xe Aa fiYiSi yLaTdCKJe , 
^i rqobivTe i xa jii-aje . 

BikJT € bk€£ xà jioyoLaupt , 



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o{89)o 

Fa anche bene Karìdi, 
Che urla , ohi ! Mudsuridi ! 

Anche il minittro (à bene 
A mandarlo in Sira . 

Che se ne vada , 
Perchè si è riaeccato, e divenuto legno. 

Queste cose dico ^ e non dico più , 
Perchè mi mette in prigione. 

26. 

ì 

Signor Karidì, che scrivi il Fos (la Luce), 
Ora mai le bugie son finite . 

Hai scritto per gli Idriotti , 
Scrivi ancora per gli Speziotti . 

Abbiamo sindaco un Andranò, 
Cui paghiamo mercede. 

Si vanta di esser signore , 
Ma la paga la prende intiera • 

Ha in Spezia influenza, 
Poiché ha quattr'occhi. 

È palìcaro (valoroso) » ed anco lo dice, 
Perchè porta coltelli di Barberia. 

Ha pure il naso d' argento » 
Epperò cammina su due bande. 

Sa le novelle colla coda» 
Di quelle del e ha gì Nastrati f. 

Ha una testa piena di cuccette (?)y 
Brache ampie , fianchi a pieghe . 

Ogni consiglio che, esso dia 
Di temerità sarà pieno. . 

Dacché si è ficcato nella casa comunale. 
Non ha lasetato rombi (?), scorpioni, 

Liguste y e muggini , 
Granchi , e dentici , 

Ricci 9 e patelle, 
Polpi , ed ostriche . 

Non ha lasciato neppure agnelli , 
Perchè i pastori gli ha amici . 

L'olio il compra dal monastèro, 



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o{»0)o 

Bipé , pova^ xà xotuupt . 

'AwUi rrpu r^tóy vjept 
U/p ri JJijpf ìniTponi , 

*Iy«^ór« te va e dovpivje , 
Bepa xe/ò ai r« 9^6yje . 

'Appe'yjeve x«tò Kofi^e, 
"l'i fiipiiT dp-j^Qyrowovko iinpLtpltel 



kWm POESIE TRADIZIONALI MKDITK 

ITALO-ALBANESI (a) 

1. 

COSTANTINO IL PICCOLO 

Tpì dtTTe Sriydepi^ . 
HtpeydovoLp rpì dlrre 
Mi vou^év ri peV , rè pt'é , 
*I ipy y^ipTOi è loTtre jiHe , 
*Aì re fiéeje wf* oZo^repOLre (1) . 

ILoorocyrlyt ày^tipa, 
Bare rè nifiap' é r jinre (mg. t erri) (2) 
"E jjlì ri (ms. i) ^oi^^oup d6pey$ (ms. àipuy) 
li jirtre i ai vijieq (eii e jyifJ^e^) 
'l XjiiTi oùpireve {ms.oùpiruy), 
npi T^tot ri diff^ovpey , 
XÓAxJi / I Sòl oùyi^ey (ms. -ifv). 

^8) Il tetto delle segnenti caniooi è tolto da maaoseritti orìgJnarii dèll« eolooie di Ca- 
labria del cui dialetto portano le tracce . Poiché però il modo di profferire , e di terif ere 
fra gli Albano- Calabri non è per tutto uniforme, sicché li varii esemplari ooo oonoor- 
dano fra loro, e d'altro lato le medesime canzoni appartenevano anche alle eolooie 
di Sicilia, che nel proprio dialetto in parte le conservano, si é creduto dover seguire 
nù\ Usto la forma più corretta e più generale dei vocaboli • ma fra parentesi vengono 
aoc^nnate le più notevoli forme particolari dell* albano -Calabro segnate nei manoscritti, 
rhe vanno perciò indicate colla sigla ms. , riferendosi alla voce che precede . — Un ponto 
tntvrrogativo mostrerà le parole o i modi dubbii , e errati . — Per le voci o i luoghi in- 



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o{»l>o 

Vino, UTa dal tino (ove ti peala). 

Quindi non trova nessuno 
Per mettenrì una commissione. 

Il Signore che ce lo conceda » 
Questa està finché passi . 

Bastano queste cose, o Karidi, 
Perchè inverdisce {d'ira, o ingiallisce) il signorino nobile 1 



TRADUZIONE 

1. 
COSTANTINO IL PICCOLO 

Costantino il piccolo 

Era sposo di tre giorni . 

Tramontati tre gliomi 

Insieme colla sposa nuova , nuova , 

Gli venne il foglio del signor grande (sovrano) , 

Che egli andasse nell'esercito. 

Costantino allora 
Andò alla starna del padre , 
E baciando la mano 
Al padre ed alla madre 
Loro chiese la benedizione . 
Quindi trovò la $ua diletta , 
Trasse e diede a lei V anello : 

certi la traduziooe seguirà quelli onde erano aocompagftati i manoscritti , laddove per 
il resto non si è stimato sempre opportuno riprodurla, tenendo di mira piò da vicino 
il tosto. Le voci poste fra parentesi, non aceompagnste dalla sigla ma., offrono delle 
varianti talvolta assai aocettavoll, o una espressione albanese genuina dove, come 
M» è raro, si è insinuato un vocabolo italiano non ammesso dell* uso generale. Un 
asterisco * indicherà cbe la voce fra parentesi è di più nel ros. — Del Co$$antiM il 
fieeolo si potrebbe confrontare la variante alb. sic. nei C. Sicil. per L. Vigo, Catania 
4167. p. 343, segg. che diflferisce assai da qtiesta nella frase, e non è completa . 



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o(92}o 

^H/A/jie t' ijut^v (*in8. aè) i^ovja. s/ie ,- 

Mova, jie Uppt Ziri i jiaàe (ms. ilolì) 

"E yÀiu fière vd' ova^repare , 

T« Xjov^Tovje nép rnvde fijere . 

Nrf^ ri (ms. aro ?) a^ovap rnvde fijere , 

NiQvde fijdre, i yy^vde dirre, 

Ov fióq r o\) frepisp^qta (ms. irepiepc^a), 

Bia^e , rt re ju jiOLproveaq (ms. -^vieo^). 

^ape vìjTxe ^o\ji fia(T<,a . 
EjiJbir , t /le (*m8. /) 'yéfi^ji \de a<^ntre 
Ny/pe r^i ff^ouave m^vc^e Jjjf t« , 
N»)y<fo fijére, i vjifdé dtrre . 
Ilpa irXji%ou i fij^'x'^ppt (ms. frjaxnou i fit^yeppi) 
(2e /ióaa£ rpifjLfia bovXjape 
Depyotjev , i fi é dotjev), 
Bikja ijjx, I l^à, jiapréov , 
"A< $óA;i J3aa^a ^ òàp^e (ms. bapi). 
"E /t' I òijv %pova^jt (3) y^aiiape (ms- ìLOva^LJt yaiiipe). 

Tè freXaaat Zórire /xà^e 
n^ fintar te Kocravrhtre 
Me I J3arf v;ii y)vdepe (ms. vi^depe^} 
Kéy^je ocfiiii e i rpéfibovpt (ms. -^«), 
T^^ jute I rp/fibt yjov^ive . 
^yjoioLpe e nov^lrovpe (?) (4) 
XÓAx;i £ Ji vjè c^eperljie , 

EfibeXtrovp (ms. efibovXirovp) onepfijipec^ir , 
'Ai ov 'yypè jievirrer (iiis. -/£r), 
i^iipi £ I pav daovkjefier (5;, 
Ejàhjiy bovXjiper eSi <Torf.<r.];2) (6)^ 
"E /jte « j5ou pórouXa (7). 

Uopi (ms. /lópt] ova^repriper tfit , 
Tè òovvea/ve/xév sic (8) /le Sto/ {ri fiepreret^ev jie àoV, 
K»i;0r^ jjLe <T^eper6i aóvre ; 

r/'^' «' 7J££v sic iyjeyjev), i e* ov nepyji^ ste {^yjéyjiv), 
Ov nepyjéìije nh Koffravrlvt . 
y^^eperofia ov i /ijdXji , — 
K^ffravnvc, ^/<J/Ai sic (j bécffejjLt) tjif. 



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o<9S)o 

(Dicendo) dammi il mio o mia signora, 
Me ba chiamato il grande sigmUre (io?rano) , 
E devo andare neireeercilo 
A guerreggiare per nove anni. 
Se passati i nove anni , 
Nove anni e nove giorni. 
Io non sia a le tornalo , 
O fanciulla , lu li marilf . 
Nulla parlò la giovine . 
Stelle, e dimorò nelle case 
Finché passarono i nove anni , 
Nove anni e nove giorni. 
Allora poi il vecchio suocero 
(Poiché sempre giovani bugliari 
Mandavano, e la volevano). 
Figlia mia , le disse , maritali « 
Non parlò la bianca giovine. 
E le fecero nobili sponsali • 
Nel palazzo del signor grande 

In sull'alba a Costantino 

Gli andò un sogno 

Cattivo, molto pauroso. 

Che impaurigli il sonno. 
Destato, e pensatovi (o sbalordito) (!) 

Trasse e mandò un sospiro 

Tal che udillo il signor grande 

Chioso nei padiglioni • 
Questi levòssi di mattino. 

Fé* sonare i tamburi, 

Radunò signori (ufficiali), e scolte (?), 

£ li dispose in giro. 
O guerrieri miei, 

La verità mi dite, ' . 

Chi ha sospirato questa notto? 

Tutti l'intesero, e non risposero. 

Rispose solo Costantino . 

Ho sospirato io misero . — 

Costantino, mio fido. 



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o{94)o 

T^i ri c^epert/JLO, jére; — 

J^eperi/ia Tjie Xjipye , 

Zi jiapTover Ijie ^óv;e. — 

Koaravrivi, bipt tjie, 

^pcKOv ri ypia^der {ypae^Ter) (^; eyt. 

^j€^e (mg. cyjl^e) ti xdA;iv /t^ ri (T<^nétTe (ms. <T<iirdTTe) 

Te 'yìLir^ \de nxrovvde /ibi -^ipt (ms. yeVpe). 
Bpa;r« póJi (ms. pjóJ*) Koerrovrm 

Ti ypia^T i loute /laie . 

27;ó(Ji xoA/iv yxij re c<inéirt (ms. d?#r/rr«). 

Ti (T^irine ai %ji^rt (10), 

'^ X^'^^9 ^ P* A^W cr^irop (11). 
nóxxe oy ^p^ rf/rev / varev 

N;Vpa r^i 'ynaou vde iie re nje . 

'Ic^ e* diekja fievirre , 

*'E nepiróìoijt tirey (ms. riv) Xjic(^rt. 

ÌLov fiere ri rire Xjia^t ; — 

B/re xou esperia tjie 

Me KjeXke re ypotjjilaefie (ms. -atefi), 

2i ffara y;i ó/pe ri xJ^o<ifie , 

M' f' jiQLprifioL , e (T<ioufjLe ri pu , 

Mi J3a(7^ev r<;i dicchi fière . 

Tpt dirre irò 'ydjvjt 9invdep , 

Upi epy Kipra e t^orne fiiSe , 

T^i i deo<;i rix' ÒLjiiy^i 

Kovvrpe yjevefier noiòecce . 

Bipt tjie i nXjore x«^/^« ' 

'-^X'^' fii^(^e<» i frpoùap' ovvi^ey . 

Ov xajLte fiere vd' ova<;repare , 

Te Xjov^riyje nip yyde fijere . 

Nrfji ri (ms. cerò ?) <r?xoi5ap vyrfe j3;Vre, 

N>ivrfe fijeV, ì yy^yde di'rre, ' 

Ov fi6(; r ov nepUpn^ix (ms. frepi/pcr^ot), 

^/4Òa r} oùvot^ev, e jKxpróov , 

2i ^/r* ^ajLt' jTÒ v/ve iù . 

'Avvi (12) <7Óre jSoca^a jiàpriyere , 

"E (y^ow^r/rare r^i jie a^-ape^ey (ms. ^^xp/yey) 

0óve jWixxev é blptr tjie, 



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o<9«)o 

Che è mai il luo sospiro ? — 

Il sospiro mio va lunge, 

Poiché si marita la mia signora , — 

Costantino, mio figlio , 

Scendi ai presepii miei. 

Scegli tu il cavallo più veloce , 

Sicché tu giunga in patria a tempo. 

Subito corse Costantino 
Ai presepii del signor grande. 
Scelse il cavallo più veloce , 
Veloce come lo sparviero. 
Vi montò e spronollo alla corsa • 

Poco si riposò il giorno e la notte 
Finché ebbe toccata la terra sua. 
Era la domenica mattina 
Ed egli incontrò il padre vegliardo: 
Dove vai tu, o padre antico? — 
Vado dove la sventura mia 
Mi porla, a diruparmi. 
Poiché io m*ebbi un figlio leggiadro. 
Me lo accasai , e molto giovine , 
Colla fanciulla che amò egli stesso. 
Tre giorni soli stette sposo, 
Poi venne la lettera del signor grande, 
Che lo volle alla battaglia 
Contro i cani infedeli . 
Il figlio mio pieno d'amarezza , 
Allora alla donzella restituì 1' anello . 
Io debbo andare fra la milizia 
A combattere per nove anni . 
Se passati nove anni , 
Nove anni e nove giorni , 
Io a te non rieda 
Tienti Fanello, e ti marita, 
Poiché io allora sarò sotterra . 
Or oggi la donzella si marita, 
E i moschetti che si esplodono 
Dicon la morte del figlio mio, 



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o<96)o 

"E eu fiévÈ te ypafit9t/ie (mi. -^te/i), — 

Hpipov TTpine ri rire Xjia^t , 

2i tre bip§ fijh y;>/i/yre. — 

T« /te povM^ ri, blpt Ijie, 

TLi ji€ Su Xjotkjljie (13) ri iilpe , 

2i Ko9TayTÌyi fijév vje/i/vr^. 

T pialli 'tkowo (H) , e paf */*M ^<ir©p , 
Mó^ T i T^ioje ri firpn^e %f>vp6pe . 
Ti 5j/p« ^ jiéa^efier 

Tefiii sic (15) {àppovpi) ri yLotrovvét TÌje , 
Dpéaje vde dipe ri tijh^e^ (ms. -i*^), 
Où odpdne *y%ÒL jiovpd^OLpi 
Kovpe pefiévej sfc {àppéije) vovtrtix , 
"E ^i)yifpi , € X*P* '"^^^ (*^J • 
*AJ jie yijoLVTOt sic {dydi) ^Xjijiiiovptv • — 
Zi jow xpoiapte i jov yjipT (ms. yjepO 
Doioifievi iii jjLoùoL vovve 
Ti W/fpa {n^p 'vdùpe) é xecit vovat ; — 
M/p* ai jSjVve ti rpifi/i* i xoÙAje , 
Tpi^/i I x^*^*;* ^ ^jóvo (trXjore) xji€ . 

Où yiine (lilS. ya»-) xj/cr^a^ e p^fr/v . 
Koupe ne9TÌt ipi$ y^epa, 
'Ai re 'vdeppoy oùvoc^are, 
Bjpt i I kjà ri yjh^rt 
Noów^ oùyitjtv d Tije. 
Zóyj0^ '/ibiirov sic (17) [àyjpt) i fiày che • 
Toie dt^hovpe è vjoy^pu (ms. vjoyou), 
"E AJrre jlt* I oy povKovXtcev (ms. -ar<v) 
Zo^/iòovAot , aoijLtòouXa (18) ^iyLJt^ xouxjV , 
n/xe , ^/xe yjlpite bipte . 

Koaravr/vi fie é ni . ' 
Ji ;ou nepl^te, i Cio-Aet éjit , 
Efàbivt daXe arò novpépe. 
Kocrayriv tiovpépx £ nipe 
Ajiit /ti xeri i^éyje trip jiCiv . 
Bdr ov jijie KoffTOLVTtvi , 



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o{97)o 

Ed io vado a precipilarmi . — 

Volgiti indietro tu padre antico. 

Che tuo figlio viene al certo (fra poco). — 

Che tu siimi salvo (il Ciel ti salvi), figlio mio, 

Poiché mi desti la buona nuova. 

Che Costantino viene al certo (a momenti). 

n giovine toccò il destriero, e spronoUo alla corta , 
Che lei non trovasse già maritata . 
Neil* ora della messa 
Giunse alla patria sua , 
Dritto alla porta della chiesa , 
Scese dal cavallo (morello) 
Quando giungeva la sposa , 
E lo sposo , e il paese da lato . 
Ei piantò la bandiera: 
Ob voi compari, e voi consanguinei. 
Volete ancor me paraninfo 
Ad onore di questa sposa 7 — 
Sii il ben venuto a noi tu giovine straniero. 
Giovine straniero , e pieno di decoro . 

Si aperse la chiesa , ed entrarono ^ 
Quando poi venne l'ora 
Ch'ei cangiasse gli anelli, 
Fé' in modo che lasciò nel dito 
Della sposa Tandlo suo. 
Alla signora subito vi andaron gli occhi ; 
Mirando attentamente il riconobbe , 
E le lagrime sgorgaron gUx 
A gruppi a gruppi per le gote vermiglie, 
A goccie a goccie pel seno candido . 

Costantino la vide: 
Oh voi sacerdoti , e V0i compagni miei , 
Trattenete quelle corone (a) . 
Costantino la prima corona 
Legò con questa signora in eterno . 
Io stesso sono Costantino . 

(a) È 080 nel rito nuziale greco di cangiare tre volte gli anelli , e le ghirlande 
fra gli spoai, ciò che viene eseguito dal sacerdote e dai cempari . 

9 



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o{98)o 

2. 

SQUARCIO DELLA CANZONE INTITOLATA 

LA BALLATA DI GARENTINA 

O DA ALTRI 

LO SPETTRO DEL GUERRIERO «) 

. . . Kù re fila<, jié jiovol yde a^m (*ms. -re). 

Koffravr/ve, fieXiov tjie^ 

Ilo vrf»j (v^) Ha/jte re fihje *vdép x^^l^^ 

Bere fié(J<^e}i.€ (ms. -nji) vdép ri J^^a, 

Evdri npd fiéjii vde x^P^^ (""**• 7*P*^) 

NiWf/te ^i aroXjiT e jilf» . — 

OùSlccov a) re ^oiJ x^F* ("**• 'X^iP*)' 

*E j5oiJ j3/^£ (19) xaX;ir« • 
B/jev yjìj* ovile rè yjire [yeXjire]. 
Ilpa où nepyji'ìLJe Tapevriva . 

Koaravrhe y ijie fieXd, 
Nj^ a^^e (20) ri yLexje où o^óye (ms. c^óye], 
Kpiyere (ms. xpay) rov (ms. r* evdel) rè yjeptre, 
Jave re /lovyovXovajiire (21) { jiov^ovlovoLfitre) . 

Toipevriye y jiorpa tjie , 
KajJLvéi a^ovnerafier 
Kpixere (ms. xpayere) /le fiouyovkói {iiovy(ovXói). 

Traeva (ms. iroeriv) %jére vUrep raa y(dpe (ms. yéepe). 
Koaravrive, fieXaov tfie, 
Jirepe c^éffe rè xexj'e où Oi6y(e (ras. aqóye), 
Ajia^ere rare (ras. r evdel) rè aprire (ra^. t* ap/iAt) 
"ìlaqre rè irXjov)(ovp6aovptre (ms. frioyyoupóaoupil^) (22). 

Tapevrive , /lórpa l^/ie , 

(a) Così la intitola Felice Staffa nei cinque Canti Albaneti parafrasati, Napoli 1845. 
Fra le Canzoni gr. mod. (Passow p. 394, segg.) si ha per titolo 6 fiovpMÌAKOLiy il 
Vampiro, che in alb. è detto fiovpfioXóuiov (Hh. 1. 163), probabilmente dallo sUvo «o«<t- 
kodlak (V. Dora D* Istria Let poétia ttrbe$, nella ltét>u« des deux mondes» 15 Gen- 
naio 1865, pag. 3SI3.) — Qui vi manca tutta la prima parte, ed infine due o tre versi. 



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o<99)o 



TRADUZIONE 



... — Dei venir meco a casa. 

Costantino, fratel mio, 

Ma se debbo veiiire trai lutti 

Vado e mi vesto di nero. 

Se poi andiamo tra le gioje 

Mi avvio cogli abiti buoni (da festa). — 

Avviati €os% f qnal ti sorprese 1* ora . 

La pose in groppa al cavallo. 
Yeniano per una via lunga . 
Quindi riprese Garentina : 

Costantino, fratel mio, 
Un segno funesto io veggo, 
Le spalle tue spaziose 
Sono ammuffate. 

Garentina , sorella mia , 
Il fumo dei moschetti 
Le spalle mi covri di muffa (mi fece ammuflSre). 

Andarono taciturni un altro pO di tempo. 
Costantino, fratel mio. 
Altro segno funesto io veggo , 
Le chiome tue auree 
Sono fatte polvere (o impolverate). 

Garentina , sorella mia , 



la s^oco il nome della dooDe è *A/»ct^, in albanese rccj^cvWv», modiflcazione di quello. 
Le tre canzoni greche (che portano il titolo sopra detto: 1. e.) sul medesimo soggetto 
hanno fra loro e coir albanese notevoli differenze , né sarebbe facile decidere qual sia 
la originale. 



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o{ 100 )o 

Me re brivjev ai^tre 

Kà òou^ói (ms. bouyoi) i oviefier , 

nóai (ms. nopoi) àppouv vde xarouvc^e* 
Ko<TTavr/ve, fieXiov /Jxe, 
Ti òijere (mg. hlxjtr) è kjikepafier 
"A^ domey vi (JàXje frepnóipa . — 
Tapevfhe , /lórpa tjis , 

"Epiejie (ms. /pl^n/t?) (23) aóvre, e 'yx^ va neplctev , 
Jave irepret òo/iae vde póXjere (24) . — 

Koaraythe , fieXiou Iju • 
ni atvjike ri x/h;> ou a^éy^e (ms. a^óy) 
(biviarpare é c\ntot cave (ms. aav?), 
Njò (25) yji^e ri jibeXÌTOvpa (ms. fjLÒovXhovpa). — 
Jà é 'iibekiTtv ifjLbovXiTtv) ijen^ (26) hipe^y 
2i xer/i J3ep^v (27) (j/aepi . 

KiV^v* (ms. x/«v) apSovp ri dépct é %jlaqe^ . 
'Arji \dyivjt Koaravr/vi . 

05 xa)Lte re X'^j^ ^^^ (*"*• M^) ^i'^<^ 
Te nepyjovvJ€fi {-ysiie) r *Ive^onre (ms. r/iv ^órr/).— - 
Upouap* i x^'pt (ms. y/pi) v<f ippeolpe . 

Zóy;a '•yxàou, « a^ixefier Xjdpre 
Xlni TéV i jyijicf. {réyLov lo^ ec.) . 

Xà^e (ras. yin) dépev , jiyijifJLOi i}ie : — 
E}tbdi rovrje bova^repa fidile , 
T^i jie fiope vVjvre bije (ms. bixjre), 
"E fi j ève re jie p.ipff^ jiova 
Uà éii ndpe ou t ìjie btXje {btje)* — 
Xane (ms. yairne) t^óvja (lY^fifioi tjie , 
B/r* ou jifie TapévrivoL . 

'Pó<Ji (ms. pj6y) i II' i yini (ms. yinni) dépev . 
KoucT? re coùaXe (*ms. r/j) ò/Aja (ft/ja) Tjie ; — 
Moia jute 9ouaAe Rocravrivi . — 
Koaravr/vi, /jxe òi'p' xou ^; — 
Xtpi (ms. y/pi) vde y^jlc^' , i repoi^tre (-ifr). — 
Koaravr/vi i}ii fidUje 
Mi (Tot xiV^i£ fieXéi^epe . 



\ 



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Mi ti fanno apparire gli occhi 
Dal polverio della strada, 
Come lo solleva il destriero . 

Poiché giunsero al paese: 
Costantino f fratel mio, 
I figli degli zii 

Non vedonsì uscirne (usciti) incontro. — 
Garentina , sorella mia , 

Siamo venuti questa sera, e non ci aspettavano, 
Sono lA oltre forse al disco (al luogo del disco) . 

Costantino, fratel mio, 
Ma un segnale funesto io vedo, 
Le finestre della casa nostra 
Ecco tutte chiuse . — 
Le han chiuse dalla esalazione delle nevi, 
Che qua inorrida l'inverno. 

Erano giunti alla porta della chiesa , 
Quivi stette Costantino: 
Io ho da entrare in Chiesa 
A inginocchiarmi dinanzi a Dio. — 
Tornò ed entrò (tornò ad^ntrare) nella oscurità . 

La signora spinse innanzi , e in su le scale 
Ascese dove era la madre. 

Apri la porta , o madre mia . — 
Tienti lungi crudele (odiosa) morte, 
Che mi hai tolto nove figli. 
Ed ora vieni a prender me 
Senza che io abbia veduto ancora mia figlia . — 
Apri signora madre mia , 
Io stessa sono Garentina . 

Accorse, ed apri la porta. 
Chi ti ha condotto figlia mia ? — 
Me ha condotta Costantino. — 
Costantino mio figlio dov'è? — 
Entrò in Chiesa ad orare . — 
Costantino mio è morto 
Con quanti avevi fratelli 1 



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o{ 102 )o 

a. 

mmn mmk dilla ballata n gaeihtdia c») 

BAAA 'E rAPENTINE2 (ms. Jov^evdheO 

"1(7^ vjyj jy\ìie {jJLJfijie) a<^oiji è fiipe, 
NiQvrfe biXje [hije) tua^ àjh fi'nfifie , 
Nióvrfe blkje ri -^(xtSioip , 
2à 'yyà vjVpi /<r^ houXjoip . 

K1V5 ^W vj^ hìKje xojr/Aé, 
Bovy.ovpe ìòl (ins. J/a?) e} rpotydu^tke , 
T^i ri ^piTOvp' é xAt^ fj^^ f 
"E I a l^ói;>v Tapevrive . 

2(;oy/£« !!^ÓTpa, e a^oùfie hovXjipe {^ipe) 
Ti y.arovvdi aitje fiive, 
Bàv re jiippejev are xo/r/Af . 
nò vjepiov yyffyC ìcl Sive. 
AovpTejjLov sic {irpóiv) àppov xà vji xarouvcfe, 
Kà vji iù T<^ tò^ Xapyov a^ovjie , 
ìiji xaXjwp y^OLiSiàp^ 
nò ai h^ xà Xipyov acfiijie , 
'ESè àuje jope (28) 1 ^àve . 
Bdreiie dovoLJe (ms. dóvf;) KoaroLvuvt , 
ìiji fieXd (ms. fieXiov)' ì Tapevrlve^* 
^aeje , i fiije (ros. j5/vf;) Koaravrivi , 
Bùje e fiije (ms. jS/vf;) (o fity) dpoverliie (29) . 

Koaravr/v6, jllo)/ ò/p/ /juie, 
T^* fiC^re dpovericf. jore; 
M»i r?^ Bovpe , 6/pc , *v(f^ rpov ; 
*Axj^ Xapyoy Vocpevrivev 
Ti Trecri do re jjl* é depyor^; 
Koaravr/ve, ftwi òip/ /Jute, 
Dpovarioi y\c^T è Xjiye . 

(a) Lo squarcio precedente sa più di antico: in questa lezione che si mostra più 
moderna , specialmente nel verso , si è cercato qua e ih di applicare la rima . — 
Della presente, e di quella che segue sono debitore all' egregio e colto signore Giu- 
seppe-Angelo Nociti di Spezzano- Albanese ohe me le ha inviate colla traduzione, af- 



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o<103)o 



3. 



BALLATA DI GARENTINA 

Era una madre mollo buona , 
Nove figli àvea quella madre, 
Nove figli gentili (aggraziati), 
Talché ognuno era un patrizio. 

Avea pure una figlia giovinetta , 
Bella si come una rosa . 
Che avea colmo il seno, 
E la chiamavano Garentina . 

Molti aignori, e molli patrizi 
Al paese di lei andarono , 
Andarono per prender quella giovine. 
Ma a nessuno la diedero. 
Alfine (all' ultimo) giunse da un paese, 

Da una terra che era lunge assai , 

Un cavaliero gentile . 

Ma perchè era di molto lontano. 

Anche a lui tin òe/ nòe gli dissero . 

Solo volea Costantino, 

Un fratello di Garentina . 

Andava e veniva Costantino , 

Andava e veniva perplesso (pensieroso) 
Costantino, figlio mio, 

Che è la tua perplessità? 

Ha che hai messo • o figlio, nel capo? 

Tanto lungi Garentina 

Tu perchè me la vuoi mandare? 

Costantino, figlio mio, 

La perplessità è cattiva . 



fermaDdo averle scritte sotto la dettatura d' una vecchia popolana del suo paese . lo 
vi bo adattato la ortografia di tutte le altre, giuaU quanto ai è avvertito alla prima di 
queste caozeoi . 



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o(104)o 

Koùpe T* é difa^ia ov 'jibi yi^, 
Ov *}ibè yi(; (yi^e) vrrr^' é ^i/ie , 
Koip T é dinota ov ^jjJbi Xjine, 
Ov ^jibi kjtnt vlrpC i xi/ie, 

"QI d(ràt beWeve (ms. beaateif) , ù jjLy\fiji€. 
Kovpe T € dovaci ri */i6i ya^, 
Ou 'libi yi<^ fitvf i T i cuXe . 
Kovp T £' doiaa<; ri 'jiòi Xjiire, 
Ov 'p.bè Xjtire fihf ire ateXe . — 

2*aì dìaqt Ko«rotvriyi 
FapevvivoL fiov Houpóp# ! 
''E depyovoLv Tape^uvev 
Evdép ri x^ia.j'^^ 9 '^^^ ^j^i X^P^' 

Ov(T<;Tpa cqoiiie Trecrouva \J/owojv (30), 
'^ àaaij iinjJL/ie ri jéXjiAvoip^ 
Ti yyde bfxjre (bijre) vde vji fine 
Ti fiedéaotyp ì -yijevdpoicty . 
N>ivrfe pear* i vjvde yifnrepare 
1 fiedf-KJev (ms. fiedntjuv) àavi fiire , 
'A/o ov fiéa<; é r^pe jibi Xjlnt 
^Eèà o<^nh ri ripe é \daim . 
'^pJe TTpd dna é ri fidéiovpfier , 
Diké-diXe bh (ms. bhej) y^e/ibopa. 
Mjepeate */ibXj6vej (ms. jibjoyijej) <i<^nipu , 
"E rè ^Y^iiepa c^ovy^ej ^opot • 
*kjl jiYijijJLe l^ejjLpcy^eXfioóape 
"Are dire ri Y.jiac,iOL ov aoiaXit , 
Koi ri biXjr ta^ev ri fiippt , 
"E iitecvire (-ne) àrrévoL sic (àvd^e) doiak$ . 
Ti *yycL fiippfi fiav vji yjept, 
'^ yijiiri yji fiairi (ms. fiaXjrl) (31), 
nò rè fiippt KoaroLvriytre 
Dì y^jephje é dì fiatrt (fiaXjri) . 

Koaravr/ve, /jtwr xj^ajxt rpifie\ 
Kocravrhe , jxcùì btpt tjiel 
Koó ri b^aaa (32) r^è jii iie; 
Bdi-af é fiire véve See . 

Mtecvire njic^x yjevdpit 
^E 'jibovXtrovpe irà vj€pi . 



"^ 



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o( 108 )o 

Quando io la voglia al gaudio-, 
lo al gaudio non Tavrò. 
Quando io la Yoglia al lutlo, 
Io al lutto non V avrò . 

Oh I eccoti la mia fede , o mamma . 
Quando tu la voglia al gaudio , 
Io al gaudio vengo e te la porto. 
Quando tu la voglia al lutto. 
Io al lutto vengo e te la porto • 

Poiché cosi volle 0)8tantino 
Garentina posesi la corona nuziale! 
E mandaron Garentina 
Fra gli estranei in una città . 

Guerre molte quindi avvennero, 
E a quella madre afflitta 
I nove figli in un anno 
Estinti rimasero. 
Le nove nuore « e i nove nipoti 
Le morirono in quell'anno. 
Ella si vesti tutu a lutto 
Ed anche la casa tinse di nero 
Venne poi il giorno dei morti, 
Adagio adagio suonava la campana ; 
Di mestizia empivasi l'anima, 
E nel cuore spegnessi la haldanza . 
Quella madre nel core afflitta 
In quel di portòssi alla chiesa, 
Dove i figli giacevano nel sepolcro . 
E a mezzanotte di là usci. 
Ad ogni tomba mise un cero, 
E pianse una nenia. 
Ha alla fossa di Costantino 
Due ceri e due nenie. 

Costantino, onorato giovine t 
Costantino, figlio miol 
Dove è la fede che mi desti ? 
Mori e andò sotterra I 

A mezza notte la chiesa rimate 
Chiusa senza persona alcuna . 



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o{106}o 

KocTOivTtyi dovock xà fiippt , 

"E ai ì yjàiX' où aqrptyC (33), i où c^m (34) . 

Voi pi i fiappire où yjvpfde xoX , 

Ey%piy^e ì ptje vj^ é ^é^jD fiavriXje (35), 

"E àjh jSóxxoAa (36) r^* Ic^ y^éMMp, 

DpéKJ' àpyjéì^T où bri yjri fipixje . 

Koaravr/vi 'yxpaj^* i nercéou, 
'^ ci ìepoi a<^nérre piobt {p6^e == póJi), 
2à xoupe dly^ij nipct Q^m\ 
le ai jjLÓTepe^ où 'vdó^e (37). 

Ti biXjT é ai fiórepe^ nÒL^ 
DaXayiaqefisT (38) pejiiejev , 
"E nepnipot a^nt^ ri r jirtre 
Mi y^oLpie XjoùoLJtv i bpii^tif . 

Bixjer* éfii xol fi'njifia joùaje (ms. jor ? riiu); — 

^H rè fiikja nép-yt ^«pe . — 
Bàr« r«x' é napa fiiké . 

Jtvt fiaa^a. a^ovfie ri òouxoupgc, 
nò 'yx^ béift /Jtrl /r^ ftoual — 

Al par £ ov %jaaa e man • 
FapevrlifA tjie /lorpe , 
ToLpevrlya 'yx* ^ jiè jov ; — 
Ti T i yjerq jiii TovTte , — 
BctTf reV è diroL fiiks . 

J/vi j3(io"^a a^ov/ie ri bomovpct 
nò 'yx^ bévi jiii itip jioùa I — 

B/r£ , yjiaasre aà t i nUvje . 
Oilj^l xoua^ /p^<,J Koarovr/vi, 
Koarovr/vi //ute jSeAdf (ms. fiovXi) I — 

Tapevrive , fi^/ii, àvayxctcrou . — 
"E nepr^i xc;*ò àvayxoar; — 
Kée re j8/a^ /li /loya ri /ìi^/a/aoc . — 
B/vje vrfe XjiV a vrfe X*P^*5 
JBvd^ <TÌ (ms. r^i) xà/A* re fiivje vde Kjine, 
Bere fiia^ejie ydép ri i^é^(xre ^ 
Eydr\ ai (ms. r^i) fiiyje {npà) yde X«P^^> 
B/r€ fiia^ijie *ydép ri "^ikoure • — 

Tcuptyriye, fior pai. tjie ^ 
N/Woy ioL (ms. Si» ?) ffì re ^ov x^'P* • — 



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o<lOT}o 

Cofilanlino usci dal tepoleroy 

£ come vivo si stiracchiò, e si disintorpidl . 

La pietra dei sepolcro si trovò (divenne) un cavallo, 

Addosso gli stava una nera gualdrappa; 

E quella boccola (andlo) ch'era di ferro 

Tosto d'argento fecesi una briglia. 

Costantino addosso gli saltò, 
E come il vento celere corse, 
Talché quando aggiornava innanzi la casa 
Della sorella si trovò ^ — 

I figli della sorella dietro 
Alle rondini correano, 
E davanti la casa del padre 
Con gioja danzavano ^ e saltellavano . — 

Figli miei dov' è vostra madre ? — 

È nella ridda per la città . — 
Égii andò alla prima ridda : 

Siete fanciulle molto belle 
Ma non fate più per me! 

Egli andò , accostòssi e chiese : 
Garentina mia sorella , 
Garentina non è ^ra voi f — 
Tu la troverai più (in là) oltre. — 
Andò alla seconda ridda.: 

Siete fanciulle molto belle. 
Ma non fate più per me I 

Va, si accosta per domandare. 
Uhi Chi è venuto I Costantino, 
Costantino , mio fratello 1 — 

Garentina , andiamo , affrettati . —- 
E perchè questa fretta T — 
Dei venire con me. presso la mamma . — 
Vengo nel lutto, o nella gioja? 
Che se ho da venire nel lutto , 
Vado a vestirmi di nero; 
Se vengo nella gioja 
Vado a vestirmi di nesti fine. — 

Garentina, sorella mia. 
Avviati pure come ti sorprese Y ora . — 



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o<108)o 

"E fiov fii^e rè jÀOVpdqipt . 
Kj€Tefity i ovie^ yjire 
'Aa^oh T^titu Fapeyrlya • 
Koarovr/ve, fieXdov tjj.e, 
ìiji atyjiXe rè Xiye re o^ó-^e , 
Kpa^r' / /iovàìLJiT$ (39) /lovxovXovap I — 

nà^ tQ9ryépt noLikiroL è jiérpoL. 

Kocrarriye, fieXiov t/ie , 
ì^ji ctvjiXe rè Xiye re c^óye , 

A;V(T^re tire (ms. révàet) ri 'jjJxxXMrpiprovp sic (40), 
Ti nepyovap (41), ri njovxovpoaovp. — 

Uovpd^ipi OìLairepii^t (42), 
•'E ji é a(;irpia<;t yji^ /lè nji^t (^A^e) . -— 
'Appefiovav sic {nóci àppovv) rè xaroiJyrf/ . 

Koaravr/ve, fieXiov tps , 
'Sji ctvjiXe ri Xiy ov c^óy^e ^ 
ìiifvde vlnnepare xoù jave ; — 

/av' ^ Xjovayjev ri poXjta (43). 
Mocvjepi va rfi>> cri j8/}>/i« , 
2^i <TÌ j^/pa oy aepnoae . — 

Nióvr* xouvàrare v/ (44) xoù jdv ; 
2ì *7H>) va diXvjev itepnipa ; — 

/àv' € Xjovocvjev rè fiiXia . — • 
N^vre fiX^^eptre xob /av ; — 
'Ara fiive ìiovvffixjefier (46) — 

Koaravrive, fieXiov ijie , 
Nji (TivjiXe ri xiy ov a^(5x«, 
Uap(txjt3ere ri * pòovXhovpa, . — 

''Epa f' dl}ibpiT l '/ibovXiTi • — 
'Appefioùay sic (jrpav dppouv) itepirapa lijia^^. 

Tapevrm, Z /lorpot ffie, 
Nav/ eroe fie ù nepnipa, 
2à v;ifi r^/xe r« p^rv^e 'fibi (vde) v,jh^e . — 
"E 01) irpovape \dép ri fid^ovpne . 
rapfvnva fiire, i ov yjnt ^ 
"E / pa dipt<,^ Toine Toine . 

Myìjxjj.(X Ijie, 'yyoi, / i y^ifte , 

Xine fie dìpev , fiviiip,» J/ie ^ 



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• o< 109 )o 

Posela in groppa al cavallo (morello). 
Il silenzio della ?ia lunga 
Cosi ruppe Garentina: 

Costantino, mio fratello, 
Un segno sinistro io veggo» 
Le spalle e gli omeri affungbili . — 

È stato il fumo dei moschetti. — 
Dopo un po' di tempo di nuovo la sorella: 

Costantino, mio fratello. 
Un segno sinistro io veggo, 
n tuo crine impiastricciato, 
Sporcato, impolverato. — 

Il destriero corvettò, 
E me lo sparse tutto di polvere (mota). — 
Arrivarono al paese. 

Costantino, mio fratello, 
Un segnale tristo io veggo, 
I nove nepoti dove sono? — 

Stanno a giuocare al disco. 
Nessuno sapeva che venivamo, 
Vedi che l'ora s'è imbrunita. — 

Le nove cognate or dove sono ? 
Come non escoii incontro a noi ? — 

Stanno a danzare nella ridda . — 
I nove fratelli dove sono ? — 
Essi sono andati ai consigli . — 

Costantino, mio fratello, 
Un segno sinistro io veggo , 
Le finestre chiuse . — 

Il vento del verno le ha chiuse . -— 
Arrivarono dinanzi la chiesa . 

Garentina^ mia sorella. 
Ora vammi innanzi 

Tantoché un momento io entri in chiesa . — 
Ed egli tornò frai morti. 
Garentina andò, e sali, 
E picchiò alla porta, tup iup. 

Mamma mia , vieni , e me l' apri , 
Aprimi la porta, o madre mia. 



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o<110)o 

2é }ie ji/i oij FapÉvr/va, 
"E jjLt aovake Koaravrivi . — 

"Erae jiè diioiXe , fidéy,e jxidaépe (46) . 
1>€ y-f^vde biKje {btje) ri jxe jmópe • 
Me x/e /tappe ii ri/ie biXJe {btje), 
"E vi dh re jie /lapff^ jxova . — 

*Q;^ I daòi bicaeve (ms. biffa uv], ri jir^jifie , 
2i jute jot/jt* ov Fapivriva . — 
Oi) ypejiicae è jr^jia , e* y^iiri . 

Bixja ifie xoua^ re aoioAe ; — 
Ko<7ravr/v/ ep^' £ /xe aouaXe . — 
Koaravr/vi ; e vi xob fiita ; — 
Bar« -^ipt bpévdoL ve Y,jla^e — 
Ko^ravTivi , no ito biXje 1 
Koffravr/vi où òiq òóre! 
[ Me ad %h^t£ fieket^ep ] , 
Tovpe y.jiiTovpe, rovpe où irov^ovpe 
Où c^Tpeyyovotv é jr^jiot. , f « blxja • 
"E Sìije yJXjii, éUje roLpOL^ioL , 
2à BedUf é biXJoL , i è jyìjjloi . 



BAAA 'E 'EITJEAINE^ 

"la^ Dtjiirpi vde jiéar ova^rpec, 

N/ iepe r^i (T<;Th, e a(?^QÌ\ (ms. <rocoiX;>v) dove^jiTt' 

"\cc, vjè yjéjifie t^ ànpina aUk 

Spyórra (47) r* epperoLy e jiovoorpó^e (48). 

"Iff^ Dtjxirpt {nh) ydip ff^óxere 

9jaXe^a € vijibeXe rq rijibeXaov • 

"\a^ X^P^'^ ^?^ ("^^s* X*P^'^*) X*P^'^*^' 
Fo^i / bowLovpe T^è ye^óv . — 

Tfx* £* òoixoypa xàjute fiérs , 
S^óxer* f )Ltr ffóre pivi jiipe . — . 

*ka^To\) fiovoLp jióve^ /tóve^ (49) 
Kap^a <7?ffia £ 'Eyyj'eA/ve? . 
KoùpyoL fiire réne depa , 
TjtTTt dipev rè fibeXirovpe , 



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o{lll}o 

Che io mi sono Garentina, 

£ me ha portato Goatantino. — 

Va* col diavolo , morte crudele (odiofa) , 
Che nove figli tu m*bai tolto; 
Mi hai preso anche la mia figlia , 
Ed ora vuoi prender me. — 

Oh I eccoti la fede , o tu mamma , 
Che io sono Garentina. — 
Precipilòssi la madre, ed apri. 

Figlia mia chi ti ha portata ? — 
Costantino venne e mi portò. — 
Costantino? ed ora dove è andato? — 
Andato è, ed entrato nella chiesa. — 
Costantino» ahimè 1 figlia, 
Costantino è fatto terra ! 
[Con quanti tu avevi fratelli] . 
Piangendo e baciandosi 
Sì strinsero la madre, e la figlia: 
E tanto fu il duolo, e il turbamento. 
Che mori la figlia e la madre . 



LA BALUTA Di ANGELINA 

Era Demetrio in mezzo alle schiere 

Un vento che urta e svelle le piante: 

Era un fulmine che dietro porta 

Nembi oscuri e temporali (uragani). 

Era Demetrio (poi) frai compagni 

La paroletta dolce che (addolcisce) gioconda ; 

Era la gioja che rallegra , 

Il rìso bello che consola . — 

Alla bella io debbo andare , 
O miei compagni, oggi statevi bene — 

Cosi prese soletto soletto 
Per là dove la casa d* Angiolina. 
Quando andò alla porta , 
Trovò la porta serrata , 



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o<112)o 

'I pi éU'pe^' ^ar^iói sic {où r^e^oMJe) irjoxxa^ 
té t ^a* yvjfyy. ri vjepi • 
Kob ce i bovuovpoL fiè yjirepe 
"Ic^ i Xjovaje (ms. Xjouaytj) vie c^nl , 
'Ai xoópe fie yjéy-j€ àc^roh, 
Zou }iè (T^jiXbe are déspe • 
DipOL fiire i pài irepbpévda, 
"E àripefie £ Ìjov jiùpe , 

"Are Tp 1)1)1 € bov raonnot . 
Qépri fiia^ei^ev vde yjt, 
Ilpava I fiov a) vde dì ^offe , 
TE )x* / yjskt vde fiovXi, 
Koùp' ta^ t^H-f^ f* jjLiecvire^ 
Kjà^ )iovXlptT I yovjjJbit • 
Kjitu , njiiTi diT i vite , 
Tlpiva dovoiX' , e jjl l yievdQi . • 

Zi jiouXipt t)i x^^^^^P * 
Bjovixj'jie (beXovoij'jxe) jiUxir tè jJiipe , 
2i ài Tpip.fl tc% yji bovXjdp 
2^ot)/i' I o^frérT, i C(fiiji ì pipe . 

2i povXipi Ip yiOLiStàp , 
BjovoLJ^pe pieXiT ri hipie , 
2f àjl fiacche r^i pe xiV? 'yyàp , 
ìtri ai bopOL h^ i bipSe , — 

Bare a oò bt vjè njinapicce 
Texou fiappovp (80) Ha^ lioniXjt . 
*E I où bt yjrt ipit^' é bipSe 
Téxou fiippovp' iC^ y.onixja . 
Tlepvé^ve Xjiprire %jinapicct 
Ti XjafioaovpiT i a^óijev , 
Mippejev ^jérra {^Xjìttx) %jtnocpia<jt, 
"E Xjafiópefier i à fivtijev . 
"E irepvéwe àaaije èpt^ bapie 
Tè aepovptre fietjev i a^oijev , 
Mippejev xo'xx;«r*, (51) é Spice bipie , 
"É cepovvdepev c^ipotjev . 



\ 



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o<113)o 

Gbè una vecchia girandolona (piccbia-porte) 
Poco prima era entrata. 

Picchiò alla porta: affacciò la vecchia , 
E gli disse: non vi è nessuno; 
Laddove la bella con un altro 
Stava scherzando in casa . 
Egli quando intese cosi, 
Prese a calci quella porta . 
La porta andò a cadere per di dentro» 
E a costoro gli prese il (errore (la mesticia). 

Quel giovine lo fece a pezzi , 
Scannò la donzella in seno, 
Poi li mise come in due sacchi , 
E li portò al mulino . 
Quando era il cuor di mezzanotte 
Presso il mulino li sprofondò. 
Pianse, pianse notte e giorno, 
Quindi usci, e me li cantò (tu loro la nenia) 

O tu mulino mio bello. 
Macinami la farina buona. 
Che quel giovine era un patrizio 
Mollo agile (accorto?), e molto buono. 

O tu mulino mio bello. 
Macinami la farina bianca, 
Che quella fanciulla che m*avea tocco, 
Più della neve era bianca . — 

Andò a nascere un cipresso 
Là dove sepolto era U garzone . 
E spuntò una vite bianca 
Là dove sepolta era la fanciulla . 
Per sotto Talto cipresso 
I feriti vi passavano. 
Prendevano foglie di cipresso 
E alle ferite le mettevano . 
E sotto quella vite bianca 
I malati andavano a passare. 
Prendevano gli acini della vite bianca, 
E l'infermità guarivano. 



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o<lU)o 

5. 

IL MATRIMONIO DEL VECCHIO 

Me où viaev (ms. vianv) vr^vde rpijxjxoL ^ 
Me ov viaev (ois. yiartv) Beveriiq, 
2£ re T^tóijev rnvde fidala, , 
ì^rpfde fiacca t *kgbe^aa^OL . 

Oiis^ i où ^Tova frA/oHOu • 
Biyje eSi itXjÌa.' ov fii jov . — 
Zorepóre (*ms. ai) jiovv re j3/a4, 
EvdopplycL (52) ce jde irXjine . 
Evdri fiic^tjie (fii(pfj^ijxe y o fiirqifie) va xaXjouop 
Moùpdqapi re a/f A /aì vf f . 
Téxou c<;nl)^€fii (ms. a^mysfii) 'fibi y.Yìjibe , 
Te òéifjefie (ms. béjijxit) vji ioMvUje (53) 
-B/utò* ouJe ri yji] rpófre pUje (54). 

jEvrf* are x^pe TÌ¥.e fiive 
Movapv' e a^rovve aptoyprf^ev (55) 
Ejjjfì fiia^ar i ayjeSovpa . 
"E ji^ € bipSa, /Ali e yjójiOL (56}, 
*A;ò nXji-Aovr ì rtxMLOi sic {n€pY.irri). 
"E 'fibiirov sic [àrey^ipe] où \ditTiv 
Bérq e *yydy nXjiMLOV i fidala . 

BfVe/Ae ffpà r^ioiJav vji %pova , 
Tfx' oi) j3oyv £ x*y^ òouxxe . 
OvXjov, frXjaxe, ai jVf i XjoSere , 
Dtraà -^ipe i Trpiyov . — 

TLxjiyiovT i lijeXót yjoùjie 
Bia^e^èq yde npéy^tpiy (ri ^f^epO- 
'Ajò r^ Ìqc, g^oÙjx i ovpre 
Eydfjopt ayjtniy e y.péovre oiije y 
*'E / 'jjibovXiTt ai^irCy 
^yjiii bpd^tye xà fiéaai, 
"E II i Xjlèi dovoip^ire {^1) , 
Dovap^iT* e xii/iòe^/re . 
XÓA' I € où 'yypi, e ji où peaqre (58) 
'E fiirovpe aqniir e dpéaje 



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o<115)o 

S. 

IL MATRIMONIO DEL VECCHIO 

Si posero in via nove giovani , 
Si posero in via da Venezia , 
Per trovare nove donzelle. 
Nove donzelle Albanesi • 

Per la via invitòssi loro il vecchio: 
Vengo anch* io vecchio con voi • — 
Vossignoria può venire. 
Sebbene sii vecchio. 
Se noi andremo a cavallo 
11 destriero ti porterò con noi. 
Ove scioglieremo le membra a piedi 
Ti faremo un bastoncello 
Per la via di un cespo d' erica . — 

In quel paese dove andarono 
Presero a gittar le sorti 
Sulle fanciulle elette . 
E la più bianca , la più morbida , 
Quella al vecchio toccò . 
E tosto si separarono 
E soletti s' avviarono il vecchio e la don^^ella . 

Solitaria poi trovarono una fonte 
Dove si posero a prender cibo . 
Siediti, o vecchio, che sei stanco, 
Alquanto d* ora ti riposa . — 

Al vecchio sopravvenne il sonno 
Della donzella in grembo . 
Essa , eh* era assai scaltra , 
Tolse il velo del suo capo 
E gli chiuse (copri) gli occhi, 
Sciolse il cinto dalla vita 
E gli legò le mani , 
Le mani e i piedi . 

E delicalamente levòssi , e si allontanò 
Ita celere e diritta 



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o{116)o 

Tf xe a^atoptoL (59) é jiptre (60j . 
Kovpe ji où àddovyip sic (61) (é 'ydUtrt) nXjoc^oD , 
Bào-^a x/j^ -MLnrovQLp fiikjtv , 
."Are iiaXje ì t jirepiy , 
r povc(;T€aqiT r^i ii où 3à irAjàxou 
KovjÀÒovav fréppovjei^tre , 
Mjinpeq Tqi a^oùXji nXjónLov 
26ap(JouXói Seov^t (m». 3ù^t) 



CARME NUZIALE 

O versi soliti a esularsi per antica coosuetudioe fra le cerimooie 
degli spoosali Delle Colonie Albanesi di Calabria. 

Cobi di DORm (a) 

2i ri yovae , e XjovjàtOL vouae I 
*'Epòe p^epa r^è fière vovae • 
B/rf voiJaf •Mjo ^óvje 
{Eydè) rè %piy(OD vjìje tpri . 

Jov nò i^óvja e yjtrive 
Kp/;^«v* I iitpe xea^/rtòiv, 
ILja^eyi à òoyre, e bévi à ndXje (62). 
M<5^ . I xe^roivi *vdò vje ^fAe , 
T* ^ fiapicivje xejo x*'^* • 
1* Coro, (b) jBjitòì l^póve r^ Trptvdepiq (63) 
Ni òoyxoup xea^f reAjouape , 
Mi x££^« ri XajjLnipjjL€ , 
Me ^o'pev f' ^or/r* r/re {(Tire), 
^0 XÌ^3* ^ J8a<r<aj3«r 
Eyypdov ce juvófie c^ovjAe . 
2*, Cora *'A^ /acvÓ/ ;rò 'vrfb "^j^pt ^ 
2i jitfvo'i ^ovja ^ j^jita 

Te /A* / bXjeeje (nis. ò;Vy£;) raó^eve (ras. -/«v) , 
Mò^ I ^jovrovpóvej c^néire • 

(a) Questo Carooe Nuziale non corrisponde pienamente a quello di cui la solatra- 
duzìone si ha nel Dorsa e Ricerche e pensieri » , ma sembra più antico . 

Il primo coro s* intuona mentre vien pettinata la sposa , e le si aceeaoiaiio le trecce. 



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Al padiglione del suo diletto. 

Quando se ne accorse il vecchio , 

La donzella area superato il monte, 

Quel monte e l'altro. 

Dei pugni che si diede il vecchio 

Risonarono le convalli , 

Della barba che si svelse il vecchio 

Sbiancò (U terra) il suolo . 

6. 

CARME NUZIALE 

Cori di donhk 

O tu sposa , avventurala sposa ! 

È venuta 1* ora che vai sposa . 

Va sposa questa signora 

Al fianco dì un signore . 
Voi dunque signore e vicine 

Pettinatele bene la treccia , 

Intrecciategliela mollemente, e fatene palla, 

Non le spezzate alcun filo, 

Si che le sìa grave quest* ora • 
i* Coro. Sul trono del padronato (da genitori) 

Ora leggiadramente acconcia il crine 

Colla Keza fulgente, 

Coir animo altero del tuo signore, 

O decoro delle donzelle. 

Levati che tardasti assai . 
2* Coro. Non fu tardo alcuno , 

Che solo tardò la signora madre 

A comprarle la tzoga, 

Acciò non le ^* involasse (di casa) ratta: 



(b) Quando le si pone la Kèxa, o berretta delle dame albanesi, che è piatta, 
di forma bislunga , con un pò di Incavo da dentro , onde coprire le trecce sulla nuca. 



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Ni T<iè dóvi T €* òyccfAicevi • 
Tac* £ npic/ita y.ejh x^pe; 
Mavou a<;^s7nh dUki . 

Coro m DONHt (e) 

'U /lorp € Covja vovae , 

Njórra (64) ^acr^ri sic (66) re 'isòovXjóvere , 

Ji.ac,xi , £ yy/^' j/ra ^ x°^*y* • 

Sì neXovjiba (66) £* •AjUxfier 

Mi /juxAiv ^ c^oxout' Tire (a/re) 

Ti f' kjovjie yéve c^iv , 

'E 'juiòi Q^T^ovc^iy (67) ^ Xjl(jefi€T , 

Ilar^é j^Vf, fiorepa tjie ^ 

TLoQi dU\i ìiovpedeKj , 

nóai xpiVa *vd^p aaXtpere y 

TLóat néra. \d^p iiecikere (68) . 

Coro di uomini compagni allo sposo (d) 

D^xXavla^e dcipv.e-hipSe, 

XiiTTre G<^niiT\ e ji où de^TÙ> (ms. bov^ro 1), 

2£ iie T ip^e jipi '/jibè depe . 

Coro di donne da dentro 

KjdTTt Sa ai taciT é piovve . 

Ktjii a^jévTs^iTe (69) vde ^ivje, 

Kejit bovv.%£^ev rè ^ovppt • 

2à T e 'vdatepejxe (ms. -/jli ?) / npivot fiivje . 

Coro degli uomini 

Kerjè kjapre, v.eTjè nèp }ii\je , 
*ATJè tcq vji Qc^écc, (70) I juia^e, 
Ttxa y.ovXoTejey ^eX^are* ^ 

(e) Allorché le viene indossata ta t z o g a , o gonnella da spose . Quinci an velo le si 
fa scender sulle spalle attaccato alla Kèza con una spilla sormontata da nna colomba. 



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o<ll9)o 

Ora che volete affrettarla 
In quest'ultima orat 
Appena folgora il sole. 

Como m DòNMB 

O sorella e signora sposa. 

Ecco il difuori per te si chiude (copre) , 

n difuori e tutto il mondo estraneo. 

Come la colomba dei cieli 

Coir amore del compagno tuo 

Tu felice sotto la pioggia, 

E al fragore delle quercie, 

Abbi decoro (sii piena di decoro), sorella mia. 

Come il sole* quando sorge. 

Come il sale nelle saliere , 

Come la torta in sulle tovaglie. 

Coro di vomvsi covpaibni allo sposo 

Rondinella dal bianco collo 
Apri tosto, e mi ti mostra, 
Che ti è venuto Y amante alla porta . 

Coro di donni da dentro 

Zitti via , che è impedita . 
Abbiamo la biancheria nel bucato. 
Abbiamo il pane al forno: 
Quanto ne lo leviamo , e poi vengo . 

Coro di domini 

Colà su, colà per il monte, 
Colà era una pianura grande. 
Dove pascolavano le pernici : 

(d) È giunto lo sposo accoiii|»gQaU> dai suoi, ma è obbligato a fermarsi dinanzi 
alla porta chiusa della casa ove sta la sposa. 



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o{120)o 

M' ov aqTekovoL vji niTgir$ (71), 
M^ rè )(J€<T^€ve fie ayjoit , 
M* é pejjjfiov Trip ìf.jUXiTe. 

C«BO M DeiilW Wk BBMTK» 

Si vovae, ri jiorepoi Ifit , 
ILoyha (72) ri ^«ve r^Wto. 
AjéV 2^axó»«^/re (73) r<ii xA^ 
"E /x« /iipp' ara" x< r^óvt . 

Coro oboli uokub 

2i r* ^ór' i irivdepAf 
Moq p.e iraei i rp^jibovpA , 

nò j3/r£ r# fie pejibéa^ 
"Are %pU ji6x$l^€ (mg. -^ev) 
"Art jiévae iroyprixf^f (mfl. -^ev) • 

Cobo dbllb BomB (t) 

2/ nerpire , i crpantrpire sio^ 
Me xyter^ò) ^éA^evt (ms. -i£y). 
Njórra ytémje , ai ^ pejjLÒéfie , 

KjQTT4a<^ir bavvvdp sic (74) Tjfv . 

Cobo bi oo^ikk uitbcb imuAf § pof» 

2* é kjea^ovje , i a é ^jo^pyiyjef. 

2,à ov nép fiery^eev é doia . 

1* Cobo di bonna 

Mtìppe Ti froHHa, /tórepa ifie, 
Mlppe ti ^oAje/ifiv '-ynà c^óxere^ 



(6) Si apre la porla , e Io aposo entrato coi paraninfi sì impadrooiaoe dalla apota 
dia appara restia. 



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o{121}o 

Mi si lanciò uno spanriero» 
La più bella ne scelse, 
E me la rapi per il cielo . 

Coro di immucb da denteo 

O sposa , lu sorella mia , 
Onora (servi) lu il signor tuo, 
Lascia ì costumi (gli ufficii) che bai, 
E prendi quei cbe troverai . 

Coso DIGLI vomm 

O tu, signore sposo, 
Non andare timido, 
Che non vai a combattere. 
Ma vai a prendere 
Quel capo gentile come una mela 
' Quella vita eottUe ed agile come verga . 

Coso DILLI DOmCB 

O tu sparviero, primo-sparviero. 
Lasciami andare la pernice: 
Ecco tristamente, poiché Thai afferrata. 
Di lagrime inonda il seno. 

Coao DI froMiNi invscb dslla sdoso 

Non la lascio, e non la rimuovo» 
Che io per me la voglio. 

1* Godo di dohns 

Prendi tu dunque , sorella mia , 
Prendi il saluto dalle compagne, 



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o<122)o 

EfyLÒL a^óxfr« i yjiTÓveTe . 
Mipp* oùpirev é air r^u 
Tè qÌt rifie , è ri tIt ire. 

2* Coso m DONHK nnrtot dilla sposa 

T^^ re b/pa ov , /Ai)/A/jia ì/a£^ 

'E fie 'vdaiepe yìip^r tire (o ^iVe), 

n/p/r Tire, e fiitpec, air€\ 

1* Como DI DOTIMB A NOMI DBI 6BN1T0TI 

XLiT^te ovpireve (ms. ^tev) ri biXje , 

Bircie ai cfiVX/ xoup dùj . 

"Ejiepare rive vd/p tov ò/Aje (6(fe) 

Où ^Tia^iv (Jàr^iv), / ov 'vdeepoaqtv (-ó^a^/v), 

Koup re iZ/Ajxi ri a^iMvajiire (ms. -j;*/^) 

Coro di uoMun e donnb (0 

Xinov fii)Je , i bévov ovie, 
2i re c<;yLévje v-t^h J^Xi^^e, 
Kì niTpirt Y.poi'^epyjévTe y 
Ti Xjiiovpe nèp yjlàe /ju5v . 



IL BAMBINO DESERTO (g) 

Bfv (75) xà )ùtàX;i dpdìLJei^efieT 
Mi) ^ fripe^oL ^eXTiljB . 
2i> ri Tcijibt yji yapó^ovXe 
Hjovo Xjriyyf.e fijiXTic<i (76) . 



(0 II corteggio diviso ìd dae si avTia aUa chiesa, precedendo qvello della sposa 
cai segue T altro a poca distanza: e vanno, e tornano accompagnati dal canto. Dopo 
ultimata la funzione, e le accoglienze festive nella casa dello sposo, la gioventù amica 
percorre il paese cantando la canzone di Coitantino il piccolo . 



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o<123>o 

Dalle compagne , e dalle vicine • 
Prendi la benedizione di (uà madre 
Di tua madre, e del padre tuo. 

T Coro di donni invbcs dblla sposa 

Che ti ho io fatto, o madre mia, 

E mi rimuovi dal tuo seno, 

Dal tuo seno, e dal tuo focolare? 

1** Como DI DONNB A NOMB DBI OBNITORI 

Abbiti la benedizione, tu o figlia, 
Ten vada come il sole quando esce. 
1 nostri nomi nei tuoi figli 
Si ripetano , e sieno onorati , 
Quando noi saremo trapassati. 

Coro bi uomini b di donne 

Apriti monte, e fatti strada, 
Affinchè passi questa^ pernice , 
E questo sparviero dall* ali d' argento , 
Legati per sempre fra loro. 

7. 

IL BAMBINO DESERTO 

Venia dalla montagna delle Fate (Parche) 
Una prima pernice • 
Portava nel becco un garofano 
Pieno di succo di miele. 



(g) Le seguenti daè brevi poesie, odU loro tradostone, le ho atote dell'egre- 
gio Big. Vincenzo Dorsa , alle cui ricerche deve fo ^ran parte attribuirsi la raccolta 
dei Ganti Nazionali Albanesi delle Colonie Galsbre ohe attendiamo dalle sue cure e da 
quelle del Sig. De-Rada . — r lo ho adattato ad esse , la ortografia medesima di tutti gli 
altri testi slbanesf, riconosciuta più esatta, e più scientifics. 



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o{124)o 

2^0/ '/lèi ìLJepajiiieTe • 

Paa vde ìLpiere djakè^ire 

T^' ic^ ri c^Tpau i fieXjoiarej 

*'E ji où fiov , i }i i rayjhaev . 

Tqi ^ovpvéi (77) Toyjhaoupi (?) 

Xim *jjLbit (78) anepfijeptre, 

"E XoMt ^pova^iKovXtjieljtv (79) . 

DjiXire i %jeXót yjovju. 

Nrfj I xjeAoi, AjVf re ^A;^pe (80), 

Te )ùto^ MvXjTovje yjM^ev , 

T^i nicL ^pi/ie , e nia, yjoùju 

TS depper n^ 'vd* arò rponfra (81) 

Tji^ ri XJUrovpa fii Tjaxe 

Ti kjipUTe i^óure ( Qàjt ) cóu , 

8. 

RINA SORELLA DI RODOVANE 

Piva (82) boictpe ri fieXiw , 

T^ j8eAàav Vo3ofii(xv. 

MoAe néjp fiiXe tove xepxouape, 

Tpt dirre jiè dUXiv , 

Tpt virre jiè yy^ye^t^ y 

TA' / tpéxt }iiKe li è T<;i6t, 

Uh }i é rqm ti fipdpA , 

Bpdpe e Y-pU-npéepì^ 

Eyde vji yj^jjòe n/ppe^ (83) %pitte . 

P/va, ai é ovpre t<^ ti^, 

Evdaovap xà jiécGi bpt^e^tv 

2£ re fi' i XjiSyej {XjiSje) \dip y.pi-^e • 

IIóp àa^rovò àadj ov3è 

Evdóy i a^6i v;* / xjovjjLt (84) Tpijijie , 
U. '^Efijie vji nU-M oìjt , Z Vive . — 
B. Tpijiiie, jjlÓì; ^oXe xecr^row jiè jioùa, 

2i vdr^ ov ayjo^trtita r iji fieXàa, 

TaónfroL, i ^^Xjot, jie re Mv. — 
D. P/ve, te ¥.j6(pa(^ioL Tepompà , 

2à re x«;rrovje (86) ou x^e ./JtaAe, 



^^. ■ DigitizedbyGoOQle 

ì 



o<125}o 

Passò da sopra le tegole; 
Cadde sul capo del bambino , 
Che stava nel letto di velluto , 
E si pose a nutrirlo. 
Poiché terminò di nutrirlo 
Saltò (sali) sopra la cortina 
£ sciolse il tenero canto. 
Al bambino prese sonno. 
Se lo prese il sonno, che dorma. 
Acciò non ricordi la madre 
Che ansante ed insonne 
Lo chiama fra le macchie 
Tutte intrise del sangue 
Del nobile suo Signore . 

8. 
RINA SORELLA DI RODOYONE 

Rina ha perduto il fratello , 

Il fratello Rodovane. 

Monti per monti cercandolo, 

Tre giorni col sole , 

Tre notti colla luna, 

Nel terzo monte lo trovò; 

Ma lo trovò ucciso. 

Ucciso e col capo (tagliato) mozzo, 

In un rovo vicino alla fontana. 

Rina, come era di nobile (savio) animo. 

Tolse dalla vita il cinto 

Per legarlo caricato sulle spalle. 

Ma cosi per quella strada 

Avvenne che passasse un nobtl giovine . 
U. Dammi un pò* d* acqua, o Rina. — 
D. Giovine, non parlare cosi con me, 

Poiché se io svegli dal sonno mio fratello, 

£i ti ridurrà in minuti pezzi (in pezzi e in fette). 
U. Rina, mi ti raccomando 

Fino che io passi questo monte: 



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o<126)o 

Mò^ € ayjta ù réte fieXioi . 

'VoSofiive , fiekiov t/ie , 

Ajov^Tdp i fijipi i/ie I 

Ndìj vavì re Tpép.bev , 

Ajlne xoup tàqe t) i yjoAel (86). 



DELLE COLONIE GRECO-ALBANESI DI SICILIA 

1. (a) 

^Q I e botmovpa Mopcf , 
T^i -aoùpe re kjte {Xia^e) 
M>) viiTKe re itée I 
*Ar;i xa/i* oìl ^ouv^Tire 
*krjè V.ÌII ov jJirijJLjJLev r ifie , 
*Atjì xà/i* ov T tjÀ fieXd I 
^Q é boimovpa, Mopdi , 
T^i %ovp' ri Aj£€ (Aaa^e) 
Mi) yrffne re ireel 

2. (b) 

'Atjì Xipre xà Mou9xój3are 

Tjiyiea^tv yjéjie (87), £ bovjibipda (88) (Xoyjutòapda?) . 

Tj/jjLjiea^iT , bovjjibipdxG^tT {Xovjibipdaa^n^) 

Tjiy jtroL /te yjefiof 

Koifivói i dov^é^jefier 

Tjlò' liiXere fijeyovXót . 

'^apiovXljiire Tcibjefier 

Tjty ^ovaqare jie a^xeXxjVyev. 

TjÌkovt e ova^Topefier (89) 

Ejjòxóvea^tv Xovfupoire . 

Taónea^tT auXefier (90) 



(a) La prima e la sesta di queste canzoni trovansi fra quelle pubblicate dal Crispi, 
sebbene 1* ultima si abbia qui con molte varianti. Le altre quattro , fra le prime sei, 
sono inedite. 

(b) Dai nomi di luogo rammentati in questa canzone si rileva cbe essa dee rap- 




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o<127)o 

Dehl non isvegliare tuo fratello. — 
D, Rodovane, fratello mio, 
Sfortunato guerriero- miol 
Se ora ti temono, 
Come il dovevano quando tu eri vivo I 



TRADUZIONE 

1. 



Ohi bella Morea (Grecia), 
Dacché ti lasciai più uou li \iai ! 
Colà io ho il mio signor padre. 
Colà ho io la madre mia , 
Quivi ho io il mio fratello! 
Oh I bella Morea , 
Dacché ti lasciai più non ti vidi! 

Colà su presso le Moscova, 
Sentiansi tuoni, e cannonate. 
Dai tuoni, dalle cannonate, 
Tutto il mondo rintronò. 
11 fumo degli archibugi 
Tutti i monti annuvolò. 
Del chiarore delle sciabole 
Tutti i campi luccicavano . 
Del sangue de' guerrieri 
Si empivano i fiumi. 
Dei pezzi delle lame 



portarsi • fatti acoadoti Del Peioppooeso, donde sarebbero venute in parte non piccola 
le colonie di Sicilia, come quelle di Calabria, che ricordano sempre i loro Coronei. 
Anco la 1A canzona , conteoente on salato alla patria lontana, ricorda espressamente la 
Morea . L* una • I* altra sono di antica tradizione nazionale, come i quattro che seguono. 



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o<128)o 

Béveo^iy ovpe , i c^uaqty (91) (o ffcrix«^4'v?) • 

©óre 'yd^p rà vji ova^rtip • 
Kovije jovfie t^éjiepoL i jiw, 
Depe^ NafTouAire r' i bU (o bUije); — 
Oli irepyjÓLJe vjépi \dép ri* 
Mo(>a ^éjupcL jie jin 
Dép€^ NinovXire r i hU (bidtje), 

"E Eopóvire / MoyaxójSire , 

*"£ npd HiwovXire , boùppaq r fiipt^ 



Kiryxa é ir>^€%jepi^ (e) 

Aiyjtpoy frXaxot/ /t^ /iòUere . 
Zi jov /laXe éSi ri Xipre, 
Zi a /ie nepr0piv fioia (93) 
BiVe ^ip J3ir« ai fierex^ey; 

Hpà kojàq i M-j^'p^ nXoM . 
Koùpe fte j/a^e rpljiji i pii-fio , 
Me o^iCfXóvje fiovpd^apiv (93) * 
Boupe raibuv ve bpiare, 
'EU (j^rjepe apaoij^e^cv (94) *y^ix^, 
ìàappe ipo/iive nip irieXre , 
''E jxe i^i itafiiffare . 
Mappe irereK (95) iiè x^P^J^ > 
TLjeace a^oìLefier a* i boùnje é 

Hpài Xojàq I fijept nkine, 
M/ppe fidc^ , VI) dò iLJév^io^ • 
Bovpe xo(Jy)couAiy }iè bpéaae , 
*¥»iè rpiffrev fi àp fiay.6.Xke (96) , 
Mappe Hoxoure^ev (97) fii dipe, 
"E juie jerae dépe nip dépe 
To<5£ Xlnovpe òouhx* £ j3/pe . 

(e) Cosi è litHoUta U pr^ento otosoo* nei vMdii nMooMritti . £m« svela fiUi 
e seatineiiU 4fi oleft». A me noa «embra ehe ebbét ooonetsiocie co» quelta ohe le 






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o<129)o 

Si facevano lini, e si uAavano (si scagliavano?) 

Dice uno fra qoei guerrieri: 
A chi di voi basta Fan imo 
Di andare a battere alla porta dì Napoli? 
Rispose ono di foro e 
A me basta Tanimo 
Di battere alla porta di Napoli ; 
Non una volta, ma tre volte, 
E di (Corone, e di Moscove, 
E poi di Napoli aneoru , o bravi uomini ! 



CaHXOHB mila, VICCBIAU . 

Discorre il vecchio colle montagne. 
O voi monti ben alti , 
Perché non rinnuova me 
Ogni anno (che $i ntteede) come se stesso ? 

E poi pensa il povero vecchio. 
Quando io fossi un giovine palicaro; 
Posta la sella al mio cavai morello. 
Messami la sciabola al fianco, 
E gittatoml sulle spalle il fucile , 
Prendo (prenderei) le vie per i boschi, 
E arresto i viandanti* . 
Mi prendo roba e danari , - 
E parte non ne fò ai compagni. 

ilfa poi pensa il povero vecchio. 
Ascolta, se vuoi ridere: 
Messa la zucca (il -fiaschetto) alla cintola , 
E il sacco ad armacollo. 
Prendo la ferula in mano 
E vado di porta in porta 
Chiedendo pane e vino. 

fien dietre, sebbene per io pia i manoscritti le cengianganh'eolrambf in una. 

11 



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o<130)o 

4. 

Baira aiWep '/aòì yLaroùvre (98), 
"E irepn6y,%ja ri boùìLOvpev , 
léKov kifióv (99) xe<r^/Ev. 

Fjl^e yLoipjii ji où roLfi^e (100) . 

Di T *• XefidoijOL, e de r e kefidoija. 

Di t' é ^6a(;eja, xy^^ ** 9^^'fi^ (^^*) ' 

"Iff^T é pie y eoi nXore , 

Di T é ^6c0joL -^aXoLvdpope y 

Koikaydpópe , e yvflfveTÓipe . 

Di T £ òóa^eja ^tÓi i bipSe • 

'Ic(;t i bipit i v.d àfibXt (102) (xoXòifve?), 

Di T é ^oc^ejoL fjnir (103) épyjévde , 

'Epyjéyd' i é 'yyp^x^vpeijc (104) . 

Di T € ^off^eja y fiic^' é fù-fio . 

nò kovjiere jov i rpt/ioi {rpi/iiiCL) , 
T^è re divi re fie Xefidivi , 
Keri ri bovuovpe !^6vj€v r tiia > 
'EW oore nip yjl^e /t«v I 



2óvréyi^ ye^oùoLp&e (105) 

'Pije € boiìMvpa jii depe , 

Té nov povav disk tv, 

NjVpa novpe re nepevdi^ (106). 

TLpay fie /lovoLp dpinepiv , 

'E iie x^'p^ "^^ irepifioke , 

'Sfire jie ¥.ovappe rpevda^lXe , 

Tpevda^iki , i poiovcrive (107), 

Ti fie deprov ac^rpiriy boire , 

S^Tpariv boote ^itire adje (o r ijue). 

"E ve npie rpevda^tXe , 

"E ve fidare /xovoaaxjc (108) [jiovovcrai^js], 

Ho ve -ni^fibe poiovcrive . 

Dive (109) fie bov di -novpópe , 



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o<131 )o 

4. 

Andai sopra il paese 
E (incontrai) ridi la bella , 
Mentre si lisciava il crine. 
Tutta mi tremò Tanirna, 
Tutta mi si turbò la persona. 
Volea encomiarla, e non volea, 
Dir la volea, luna novella; 
Essa è novella, e piena. 
Volea dirla simile alla calandra , 
Alla calandra simile, e alla luna. 
Volea dirla candida melacologna ; 
Eoa è candida , ed ba dolcezza . 
Volea dirla spada argentea, 
Argentea , e sguainata (svel(a) , 
Volea dirla, fanciulla giovanina. 

Ma oh I voi beati o giovani , 
Gbe potete sapermi lodare 
Questa bella mia Signora 
Ed oggi e sempre! 



Questa sera tutta giuliva 

Stavasi la bella in sulla porta, 

Dove guarda il sole 

Fino a che non tramonta . 

Quindi ella prese la falce 

Ed entrò nel giardino 

Per mietere rose, 

Rose porporine, e rose bianche, 

Onde acconciare il letto morbido, 

Il letto morbido al suo (o mio) signore. 

Ed al capo (ella mise) le porporine rose, 

Nel mezzo le viole, 

Appiedi le rose bianche. 

Quindi mi fece due corone 



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o<132)o 

Te }i i fitpjt ve upUòire . — 



DoicfX* i botn^ovpoL jiè depe, 

ÌAè nor^epe^ire (110) irkìa fidpe (a-Aóre /lè fiéjpe) , 

"E /li xjVAxjé^ire ve dipe. 

Te jine re mjev fiip^epire, 

'0 ri, / fJ^j^pf fiip^epAe, 

l^i fie fijéve xà àfiixJ^l^iTe (IH), 
0^ jute ^££ ri c»o^iv r ijuie; 
P. Ou /le ir/e a^où/ie Xov^TÒpt , 

"E r^e ijive rffpC i vjoya . 
D. ^a^ vji TptfiiA i how.QupAe 

T òouxoupiS'', i yjiXbovpAe f 

Mi jxovffriaje ri 'yypdx^vptòe , 

Mi yji xaX« r* eiihpijiovp&e (112), 

Mi vjr) ff^iàXe (113) ri fiovvdaaqre , 

Mi v;>} y.jeyyeXe (114) ri fiiXjoiore (115) {capafitXjovare) 

Mi v/i (ppeve^e -^picoyéiu (116), 

Mi yji $AàjLtoypi^e (117) ve rfópe . — 

'Ajw juie ;ràa trpói xàaX^iv, 

T^i xiV^ a^ictAe^Pv v^ve òapxe, 

"E 'juti ^Xijiovpe daippe doippe (118) . 
D. "Q ri I cq^pér , ì c^y^aXivoQjie (119), 

Kou jut' i A/f ^óriv r^re, 

Zónv r^re , e ^ór/v r* /jui« ; 
Cav 

02 yjl^e $oua^a^/r« /t* i pò Ax , 

Tjl^e irepp6vJ€Ì^tre y^aprcefia , 

"E yji^e fiiXkje^tre }ie jdra» . 

Hip ve $oua?ar« Nà;rovAire, 

£vifó vj^ X^^ì^^i^K^ ^' àppétr» , 

Efibì vjri dpicce ri jiipjiaìipi 

Ou y.ovp.bhoL xii/jtòa^ire , 

nò /xe apcàv ri xarrepo^e • 

NB. P. vale Povero; D. Donna; Cav. « Cavali». 

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o<133}o 

Per appenderle al capo (del letto) . — 
Abbiti lunghi di , ed anni , o bella ! 

6. 

Usci la beila in sulla porla 

Coi boccali pieni di vino, 

£ coi bicchieri in mano. 

Per darne a bere ai poverelli (orfonì). 

Oh! tu, misero poverello (orfanello), 

Che vieni dalla battaglia (guerra), 

Vedesti forse il mio signore? 
P. Io vidi molti guerrieri f 

E il tuo signore non conobbi. 
D. Era un giovine bello. 

Bello, e biondo. 

Con mustacchi tesi, 

Con un cavallo animoso (focoso). 

Con la sella di seta , 

E la cinghia di velluto. 

Contesto d*oro il freno. 

Con una bandiera in mano. 

Essa vide poi il cavallo. 

Che avea la sella sotto la pancia, 

E con bandiera strascicata per terra . 
D. Oh! sciagurato» e perverso (eavallo), 

Dove mi lasciasti il tuo signore, 

Il signor tuo e mio? 
Cav 

Io tutte corsi le pianure , 

Tutti saltai i valloni, 

E i monti valicai • 

Per le pianure di Napoli , . 

In una fossa come fui giunto. 

Sur una lastra di marmo 

Io appoggiai le zampe 

E mi sdrucciolaron tutte e quattro : 



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o<184)o 
Kjevi Toupxe fie pi cinpe 



ALCUNI COMPONIMENTI PIÙ MODERNI 



DIVERBIO FRA MARITO E MOGLIE CQLL* INTERTElfTO D' Ulf VICINO 

D. Mjepa ovl r^i ìiovpe fiopa xeri vjepì 

TLip fiovx où cbovapve yo^f €*iè x*P" • 

Uh vìt e dire do re pU (120) 'yde yij , 

"E re a^epbevje vru>Le db r i fiee . 

*A ri *fibki3€ i jii3t Uepevdtl 

"A a^enrl/i e vióyxe cr^pt^^' / é fipie (121) (o 'yypee ?); 

2i ;rip jxoua ae xeXi vj* Jpe Xtinat. 

"0 xp/^'* (122) ri rfiàoXa, i Xè r fisa] 
U. MjVpi xoya^ ^ xa yj»j ypoua ri yJtije , 

T^i jutav sic (123) r* i tj^ovkvje fijey-p' eSi jiovaramje, 

2i ;rc) ^livve ai ^óyou^i We X«y> (124), 

Kjinovp ai xe/^/a^a (125) irà fipoòi^je (126). 

"E rc^è (j jive ve xeri X^P* dov^énjal 
Vie. T^i òouve ai xaou xoyp« a^r/f fiovXi-AJe (127); 

2i ri ypovoL^ev révre bovy.ovpe 'vdpiyLJie • 

M/pp£ , jSpiVf , e c<;rjée v' ari yavdiaje (128) . 

'E aà boùppe jù fi6^ c^ìa nèp rpof^e (129) , 

"E ypovoLJa re a^xóvje ;rip ^Tiy^t (130) . 

Jave r^i xave yokjeve a) xó^^e (131), 

"E bovpptv é iovvóvjev ve yjirovi • 

Bje'p i oqnLJéXbe cc^oijie , ac^neXi^C (132) , / 6<)$<f>e (133j, 

'E $ap£ jutó? où x^^/*^ ^^ ^^ ^' ^P''« 

J^juiòa vj»i irekYifibe ^/x£ 'vde yaXjo^e , 

"E dépè* ì troppe, iyijJ^ep' iSè /toyAa^f. 

(a) La ferocia di queste espressioni è da scherzo, come tutta la composizione, 



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o<135)o 

Un cane turco mi fu sopra 

E me gii recise il capo (o mi rase il crine in segno di schia^ 

vitù) 1 



ALCDNI COMPONIMENTI PIÙ MODERNI 
1. 

DIYERBIO FRA MARITO E MOGLIE COLL* INTERVENTO D* UN VICINO 

B. Me misera ! da che presi quesf uomo 

Per me si perderono il riso e la gioia . 

Notle e giorno vuole stare nella cenere , 

£ al lavoro non ci vuol andare • 

Ah tu raccoglilo 9 grande Iddio! 

Oh fulmine e non scoppi e 1* uccidi (o, lo togli di meno)? 

Che per me non vi è stata un ora di pietà. 

Oh afferralo tu, diavolo , e follo andare in perdizione! 
U* Misero chi ha una donna perversa , 

Che tende a strappargli barba t e mustacchi, 

Poich* egli è rappreso come V uccellino neir uova , 

Cucito come la camicia senza gheroni . 

Eh! che non vi sono fucili in questo paese? 
Vie* Che fai come il bue quando solca ? 

E tu potresti ben raddrizzare la tua donnetta. 

Prendila , uccidila , e gittala in quelle fosse . 

E mentre sei uomo non passare per tronco , 

E che la donna non passi per un demone. 

Ve ne ha che hanno la bocca come un corbello, 

E Tuomo disonorano fra il vicinalo. 

Tirale calqi assai, schiaffi, e ceffate, 

E non ti angustiare se piagne come vite . 

Tieni un palmo di coltello in tasca, 

E falle versare budella , core , e fegato (a) . 

noD già seria; che non anderebbe d'accordo coi costumi del paese. 

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o<136}o 
2. 

PER UNA CATTIVA ANNATA DI RACCOLTO 

Nj^ raójre fi$pec<iTe r^i nea^e ou /i* é Tpavacx (134) • 

T^^ jie dowLOv ^ópre fiova fii iftoa (135) . 

'^tjifijtre y.oùpjir¥ t tjie ov jiovx jie Xj6(ja • 

N^Ò cr^/ra nen^ovy r Ijie oi YfffUL ì ^tscol . 

VjhdejoL (T* pivjey (136j(?) /iij itovka, Trita, i picoL (137). 

Ja/if Xodere rovs 'jibitrovp ^£vd6aa (138) , 
Kpiapre ^ Aavf/ava ^ jiovXlfite , aovXovnjeax . 



3. 



Kob jave yLjipre (139,, i yépiie sic , fisve KéìLjt . 
Koo jive yi^s p t x^P^'^ * *^Ì* '"^^^^ jrotit;* . 
Njfp/ov r^è a' c^o jS/f ipiyLtre dpAije , 
N)Ì7xa yjtév re piV yj' wpe *}inauje. 
VjtyjsfU rè l^ye. r^ p/i éSi .neki%je , 
Bouppa )xè jJijéy,pe , £ ypa irà /louaraxje , 
Sé Kov9^ dpov^iT yi bov\ fiè fiivd^ ri K«xje, ' 
Eyìipiye do r i dajep^e , & 4fh re lUirc ninje . 



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o<137)o 



PER UNA CATTIVA ANNATA DI RACCOLTO. 

Un pezzo di vigna eh* i* aveva me la sono imbastita (accom- 

modata alla meglio): 
Ciò che mi parve agro V indomani ( in seguito) • 
Quesl*anno il mio corpo mi ho consumato. 
Se ho venduto la mi* roba non ci ho colpa : 
La gente non allevano (?) più galline, oche, anitre. 
D^i nostri peccati venne il danno (la colpa) . 
Sono stanco di tenere {per cibo) ...(?) 
Calcatreppi, lassane ( 7), acetosa. 



3, 



Dove sono rimproveri, e gridi (o strepiti), va male: 

Dove sono risa , e gioia , colà vi ^ pace • 

L' uomo che non vuol andare per la via retta 

Non trova da stare un ora in pace . 

Sento dire a giovani ed a vecchi, 

Ad uomini con barba, e a donne senza mustacchi. 

Che chi fa le legna in luogo cattivo 

Deve trarsele addosso , e aver pazienza . 



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o{138)o 



COMMENTO 



Ad aoa poesia , che oootiene «v? ertimeoii morali uniti allo sfogo delle amarezze pro- 
prie deir autore , in una specie di ottave presso a poco di metro endecasillabo , e che 
dovette essere uo tempo assai sparsa fra il popolo , poiché se uè serbano a memoria 
talune sentenze, lo ne ho estratto i versi rimarchevoli per la lingua : riprodurla per intiero 
non ho potuto, né creduto bene, sia perché assai lunga, sia perché la copia che ne ho, 
come quelle per lo più delle altre poesie conosciute nelle colonie di Sicilia , non escluse 
le pubblicate da L. Vigo, raccolte da M. Crispi e da esso tradotte e annotate, si scorge 
incompleta e poco corretta. Questa poesia del resto non é fra le antiche tradizionali 
canzoni , ma opera evidentemente di autore nato e vissuto nei paesi di Sicilia forse nel 
secolo passato. Essa però contiene molte frasi e parole notevoli , delle quali non poche 
sono andate perdute, o divenute rare nella lingua oggi parlata dalle colonie , e sembra- 
no, almeno In parte, non comuni nei dialetti conosciuti delP albanese, poiché non veg- 
gonsi registrate da Hahn : ho stimato perciò cosa utile prenderne nota . 

'A^« T* xoìf vJ«;c«Ta, àrjk fitXjiv, Eja99CT6 nXwJipUy I t^epót vinòv. Jò nèp 
yjiBfjLÓve vjeplov xou^óv* Ik xjepói depròv , I Q^xpL-to^pòf, « L* oro dove si cooosce 
ha valore. Si accosta la vecchiaia e il tempo pas^a. Non sempre ruamo va glo- 
rioso: Che il tempo accommoda, e gatsta ». 2ò^ 9itpbi9i ì >^òy Oire^^v) < ^n 
rè blptH Nàrev I jik dpiri rè x^vàpirt (:= Àc^voc^cre) . NjJ jU *ApbepÌ9ie poùajov 
AcW/xrt li viXixàìn i poùxtre wjsnupire . a Quante cose iosegoa il padre al fi- 
gliolo la tempo di notte , e al lume della lucerna . Se tu sei greco (albane- 
se) guardati del latino (franco], come II truciolo (?) si guarda dell* ascia » . 

Il verbo xov^óvje bo tradotto vado glorioMo, perchè mi parea così adattarsi 
bene al contesto: desso vale io ardisco, sono audace, orgoglioso, ed è da 
raccostare al greco xu^cocu (^ca=:^a}, xvxTcoc^m, di egual signtficazfone (v. sotto, 
alla voce axov^òv), — La voce mXsxKvt, è certo affine a mXixjtzizgr. TriAtxuj, 
notata da Hahn: potrebbe credersi uno strumento simigliante air accatla od 
azza, ct^e dicesi nell* italo-alb. rónepoc (cf. rviravoy, grosso bastone), e vok&tk^ o 
aenArec tsk.(cf. 9ird(3i3),ppr la relazione posta con 9xjeiroc^c, gr. axéira^vov, ascia, 
registrata pure da Hahn, e conservatasi nelle colonie, ma più probabllmeote 
si deve interpretare per truciolo, scheggia, gr. m. ircXcxov^c, e mXixt (y. ♦^ 
XloTotp T. 111. fase. III. p. 218). 

N17 piUe^i ò/e, I ri xp&x^re béve fioùXe (o/9evUe,e/99vV«)* e Se corri tu caschi, 
e alle braccia ti fai lividure »: fioùXe^ fioùXje neirHabn vi è per suggello, et gi. 
fioùXXoc, lat. bulla; in senso generico vale segno, itnpronia. 



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o< 139 )o 

nà fàìtjt^ I xod9pì, fàèi xà roùX$ . . . Mii Xlj r§ 9ixhj$ xi^a nép x«99uA«. e Senza 
la crosta di $opra, e quella di toiio, ùoo mangiar midolla (di pane) ». Non 
lasciar che la k9»a (acconciatura di donna) passi per berretto (da uomo). 

lixói xj9p6t re béjfj9 dià/u (4'^^), T«« 9' vj^x^jx A% nJiX$T$ dt xii/^e. "Ejk- 
fi9 bovpe 9I x&Xi /àk vdpócfne . . . Kìc/as 9ix»ùap 1 9ixévj9 èutjè 9xo9dkpie etc. e Passò 
il tempo di farmi pingue, Che io non conosceva né boschi né piani: E son fatto 
come cavallo coi guidaleschi ... Ho passato e passo tanti inciampi ». «— PtA/m si 
prende per </^f, pinguedini, lard^ ,. gtauo ; è notevole 4^xr^x (o, -m) 
imperf. che ora dicesi più comunemente vjix-tjoi, -ex; e x/^/as nel senso di pin- 
nwra ratQ, mentre si usa generalmente per diiceia, et, gr. x^/»^* •-dpkps, gui- 
dal6$eo, grande piaga in generale, manca in Hahn, cf. tpei^/iccy rpàt», con • 
rlnforzativo ; 9x9vdà/A«, inciampo, manca pure in Hahn, cf. gr. m. 9X0rrA-/SM, 
9X0y<r«-irT»i, in alb. m^dàft/ii , io m'imbaito, inciampo: Corse non vi è estra* 
neo ffxàyd«-A»y, per la radice. 

"E xoùpe tf* xA/A« d%vàpe 9tvit yùiUlpM. « E quando non ho denari gitto (fo) 
sbadigli Ji. Altri usa yoy§9Ìfi$ per rtfffo; Hahn spiega y^ysc^^f, -r, io ihadiglio. 
Cf. yij$, bocca, e y^-», la caverna Hh., ma più j^rt^^* ▼• G""*»' P*»» **♦• 

Uép fioÙK 9«xi« Al x^/fia, 9iKÌi «1 /ipiipe. « Per me è passato queir affinno, è 
passato quel 6ele>. ff^c^e (Hb)=gh. /Uvhp^ cf. venen-um: di x^^e «i è detto 
altrove: fipiip* per estensione si dice ancora nell'alb. sic. l'acqua del ranno 
siccome torbida e forte. 

H^rpiov r%è 9* y«t»v«v nép rè x^<* « L' uomo che non prepara per mangiare ». 
Xcs 3. pera. sing. pres. soggiuntivo è forma notevole (v. §. S17.), che riap- 
parisce in qualche altro verbo di radice in a. rjeiyjfi rè /alpe vjnne x&. t Nulla 
ha di bene » : yj&"à9i ^ raddoppiamento della voce y/^ = %;'&} o %;«»*-/«> C^m 
molto usata nel siculo-albanese per « alcuna co$a > come frai greci moderni 
xar«-TÌ .... 

Ne xoOi/SsTf 9trpiire ^it yj^i «yy^vs, 2i iniyxe xic dpit r*iic9$ xs^ilyye. e Nelle 
capanne anguste prendi un angolo, Che non hai timore di esser cacciato ». £iT^éc- 
rc vale qui < angusto » per cui si dice più comunemente eyyoÓ9iT6, laddove 
9«T/94(ro si usa piuttosto per earo^ eoetoto ( v. Hahn); irf^C>iv*y«f ^ particip. di 
nep^^t caccio, perseguito, gh. nep^àve, da Tcèp e (fi, («, C'c. A proposito 
di 'yyovff^TS' sl noti «yye9$T^je, lo rinforzo , coneolido Hb. 

M^{ 9{òc9$ «rè, I xerè; Xii ^Kxóve^ 2k eyx« 1 oùprc xdca diyey e Xt^vc» « Non bia- 
simare questo e quello, lascia fa/e costume (uffieioj. Poiché ogni savio ha il 
ramo matto ». S$ócH;t, alla toska 9i&ije, io biasimo, censuro, cf. ^um (Iv xt/9- 
TO/Aioti yX<ÌM9XH f Soph. Antig. 962 ) etc. , e ^c3»€ , f éy» (cui è più vicino rvc- 
y^», = *^«f/», *^«i»?Rad. ^« = ir9$a, 9««, alb. — Il pari. A»iv, Aiiws, aòòan- 
donalo, lasciato si prende per ma^o , come aggettivo, similmente al gr. m. 
XaXói da ùCKoXtiXdèi , perduto . 

Kjìtì xi^J^fv /ci /A»w«, |6i»iie fui;(pe A«/$^/&a, 9è Xocfiòfiei j»iiyxé §ij x/aòf. « Trai 
la spada, con me fa* rumore ferito, che la ferita non incominci a sitare » . Il 
V. xj7-9S, -re (Hb. i^i^ -t) vale Iraf^o fuori, cedo, produco, e sveglio: • 



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o{14©)o 

in quest'ultimo senso notato da Hb. pare eonfuso con njò49 t8k.= Tijétìt 
italo-alb.; nei primi tre significati è, credo, da rafficioare a m'o» in senso at- 
tivo, e al lat. eho . Si ricordi che x/, e t{, sono spesso in albanese equivalenti, 
come in xj<y = r^'ly.*-* M({;{^«, iirepito, mormorio, voce non registrata da al- 
cuno; meglio che a /vi^«, la mosca (quasi ronzio);%i dee riferire a /tu^oi>,;iu^aM, 
io mormoro, ronzo, emetto un suono indistinto. Alcuni (calsbr. alb.) in- 
tendono fiti;ipé per irrequietessa , smania di chi non sa star fermo . — A«- 
fi69iie ho creduto doversi prendere come participio del v. Xecfió^ey essendovene 
parecchi di tali nell* italo-alb. 

r>9vx« T(' t9tr* i biXbòupe^ éi 0v hiìb. e La liogna che è balbettante , o si fece 
balbuziente ». Il v. (blXòt) biXbtfie , di cui sembra participio l'adj. I biXbùvpe^ in 
Hb. biXbepe, e òcAòoùj^'é, Rh. b e I b e r ^ non è registrato . Alla stessa radice (cf. 
§•247) credo riferibile il v. bubàpt/^e (notato dal Dorsa St. Etim. 30), mi smar- 
risco di mente f istupidisco. 

Navi i boùpK 9k Ximc i /u>«, T«^ >6Jl^ xuppóxji*^ 1 1 bit vjè «(j^'ìAòs. c Ora ho 
fatto come la buona mucca, Che riempie la secchia, e le dà un calcio n^ La 
voce xxppóxjet, che qui sta per secchia da latte, manca In Bh.; e Rh. che scrive 
e a r e h i e =xot^/c pare la dia per sinonimo di fiidpx , o fiidfm (ef./8^tf«?}, 
gr. m. fiiÌ9\fp9tj o fitioùpij che Hb. spiega vaso da latte. Per l'analogia di 
K%pòt^% ricordisi il nome xocpvittxoi, vaso somigliante a un guscio di noce, 
ovvero xe&^vxoj, sacco di cuoio, recipiente (?). 

K«u9$ i 9$«y yMoùp%v, ài i bXit. « Chi dispreiza l'asino egli lo compra «Pro- 
verbio, che sì trova pure fra gli lullani. 

Tjtàtre vfioVf X9V9€ nipx cxou^^y. « Ascolta molto chi prima è renitènte ». lì 
V. axov^^yje, anche axoe^^yje, è osato nel senso di a«fenerj<^ evitare, sfuggi' 
re, cf. vx^C«*i aXv94c&i^. La dianzi trascritta sembra la pio accettevole leziooo 
del verso citato, ma potrebbe essere 9' xov^^y, si ricordi perciò il v. xov^^yjV, 
io sono audace, ardisco, affine a xv^-tàM , -cà^o* , per il senso e per la forma 
da non confondere col xovdaòtfe di Hb. 

mpot yjlde >»viere i oùvixjiv. e La state ogni fiore nutrisce »: o^cxjiy, mutato 
il posto dell' accento è uguale ad oùvixjUv da oòvtxJUtje = òv9ixjitje , od ouv* 
ixitje (Hb.) notato altrove . In quanto a JlovAsre , e alle sue attinenze già ri- 
cercate (v. Ap. p. 69) mi sovviene una voce che trovo nel Rh. C. p. 6: ^E /«a 
fiivfvjt XiXetre, Tour* arò xjt^fnetxe ecc: che si interpreta: t E mi vestivi gli 
ornmenti a nastri, E tutti quei ricami ecc. » 

"£ npè x^^pàra* e fiipbepe xevdòv. « E per prezzo 11 cieco canta ». È notevole U 
nome x»p^'^^ ossia x«/9aT$e,.in senso di mercede, che non può allontanarsi 
dalla voce turc4, comune in oriente, e charac » tributo, gabella, tassa. U 
trovarla in uno scritto alb. sic. deve attribuirsi all'autore della poesia, poi- 
ché anche altri ha preso per genuine voci albaniche (0 le ha come tali ado- 
perate) alcune udite da Albanesi di Turchia , senza badare alla loro vera ori- 
gìpc. Del resto il vocabolo non è in uso nelle colonie. 

K«/co ihine, dpUfie , djipèe, iik texi/à». « Ho caldo , tremilo ', sudon 



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o<141)o 

do ». Il poeta eoumera i oialf che lo allUggooo, onde impreea ai suoi nemici. 
Dpiifke è il trenilo, o il terrore , e il gelo prodotto da paura, o da febbre, in 
Hb. dpi^/uty il i9rror$, da dpi»$, io ioreo, dfiiit/i9, io mi torto, a fremo, cf. 
dpit, paura, e il gr. T. rpit»; r$Tifu è foce non regiatrata, pure molto comune 
neiralb. aie. per fréddo, cf. rtra^vM? o meglio rcr^^yo», r<r/>t/R«/9M, io fremo, 
feiifo i brividi, colla perdita della /», come accade in altre parole. 

Ai99t bé9 /cexdv f diyx i XÀ&. « L'albero fa il peccato, e il ramo lo piange »> 
Proverbio, di cni è cbiaro il aenso: ^«kic» = /nexàrey. 

Jl9pi;iTx fti 9jtpì 9* bévj9, yiXj% (o yójoì) /t,' o» j^ixe. « Società con alcano io 
non faccio , la bocca mi ai è cucita » . Il nome it€pi;ixùc è una chiara derifaiione 
del rn99piUvj9j io mitehio, uniteù, confondo, eguale a fuvptòvjé, o /tctydvje, 
gr. fUaytè , ital. mischio: è però aingoiare che dell* ultimo aignilcato di con'- 
fondere l'Hthn aegni i focaboii ncp^upx, e mpil/itj» gh., nel aenao apparente-> 
mente contrario di $ci$ma, discordia. In ciò gli ai aaaomiglia il gr. «uy^v^f 
onde fraì Crreci moderni «vyx^^/uMu, vengo a quetUone con qtMleuièo, cono in 
dieoordia' 

li òtftfrre irà xnmivdovXc, f irà ypéne. « Come fuso aenia rotella , e aensa no» 
duo » . É notevole il nome x^mlvd^vXc (-a), quasi da eapui^nduo, ad esprit 
mere la rotella {Hh« pòrouXot) che è poeta nella parte superiore del fuso. La 
parola manca neirHb., che però ha reglatrato xoeim'ya gh., cui egli spiega capo 
di animale (ThicrkopfJ, la uaciU i»deìtXij o d»\*X, wXe (ydzzi») potrebbe es- 
sere un composto di suAssi. Neiralb. cai., xatirWytftvJle è il nodo del eappio, 
come mi avvisa il mio amico Dorsa. Il nome ypénc e uncino » è aegnato anche 
daHahn,ed ha chiare analogie nel|Mtal. grappa , aggrappare, pièconaonea 
x^e, -« (n. id.): rad. à^= rap (-io). 

• Dti9iwpe jRè Xoto^pe McXifxe 9i ^ókc pine, « Spogliato air in pelle come uccello 
spennato »: péiie, dal v. silice, io spello, sbuccio, come adjett, noQ è registrato; 
ma pare usato solo, o principalmente col nome ^dxe, o c^e. 

Te /ftouvde bijtvje yXlpe (o yeX(pe) xerà, 9ì. e Che io possa render saiH (contenti) 
«ruesti occhi 0. L* adjett. yXlpe, o yeXipe^ non registrato da Hh., è da riferire alla 
radice yaJi, o ylc, che si trova nelle voci greche yaJl-c-^^«, e yffl-)9-vv}«, ed in 
yAi-à-e/ftac , e yJi(-x~^/^«* t ^^^ hanno tutte significazioni analoghe airalb. yXipe, 
meglio yetlpe^ per Tidea di soddisfazione, contento, o godimento che espri- 
mono. 

^Xàvepjs, I p.òi yexònjepie wtjè rpóuifi De^è dir» k& al I wcra /3i«$. e Parliamo, 
e non facciamo snono tanto forte (grosso) Perchè il giorno ha occhi, e la 
notte orecchi t. rexivjezizyexiije alla toska e resotio » è notevole a mio giù- 
«yzio, per TalBnità con ^x'u, a, preposto y per H, F, in sostituzione dello spirito 
(V. foool.). 

T9ùpr0vXt 'vdóve 5^/ tvite Taé«i» ff'i Aóy, rè xX&ptx 9* i *ftJb&. « La tortora seb- 
bene sia un uccello non bagna il becco , e non si tiene dal piangere ecc. » T9Ùp- 
rouAc, la tortora è segnata da Hb. coma voce ghega =: xwpptx^ e xoxtppoja tsk.; 
'yil^v,'y(i^ye,èradveraaticaeyd^Mt, o vaif^yac, e 'ikì^<, aenia l'ultima parti- 



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o<142)o 

cella, sebbene, quantunque; rviirt, beeeo, è una farietà di x/éirc , gh. vxjovnt 
registralo da Hahn, rad. ì^in^ et, gr. xkitm, o Mfvw étc. Si dice anelie rvi/^bt , 
onde m/KÒtve, gr. mod. m/mci^ù», io b§eco, 

KA/ta xX&fi9y f xJlòc al xJlàrri TobUt, li xAcurc fiAo/até^a /'^^ I ptrépiov. «Ho 
pianto, e piango, come pianse Tobia, Come pianse T mignolo (filomela) e il 
forasiepi (sorla d' uccello) • . I due nomi d* nccelli ^ a^/céva (ossia ftXo/iiXa) , e 
^cre^iov, che il manoscrillo in margine spiega per forasiepi^ mancano anche 
nello Stier. Di ^cXo^ì-JLk, (-me), ognuno sa la etimologia; in quanto a pcre^iou 
è forse da pensare ad ifiù^póa o ad I^t5«(, onde ipi^xx^i sorta d'uccello detto 
ancora I^c5cu$, o ad ipi99u^ iptrodvuì 

T%è xic I /k^pc noùpfie, Tiè fipirt ; /t^ pò pp&, Hói où dtnttrive , /tóf 9» x*V^ • 
« Che hai , misero corpo, che ti uccidi (guasti)? Non fi uccidere, non ti infelici- 
tare, non ti amareggiare ».. È notevole.il v. dt9it€ri^», ««^e (che io tradoco, 
m' HnfelieiioJ , per la consonanza col greco ^vitstIm, «iae», di senso analogo, 
sebbene taluno potrebbe pensare ali- italiano indi^petiire. Non è peraltro il 
solo esempio di antiche foci greche, che sarebbersi mantenute vive nello schi^ 
pIco , come fra le altre V italo-alb. ^f^«0 , o Af jas/mc» io o«f er«o, guardo at^ 
Untamente, che ricorda l'omerico iifAta, ii9«, io cereo con lo eguardo ai- 
fenfamanle, o cereo, eepioro; »pÌ9e:zz*Bpi6t; x^T« = x«t-»«i-v*x«^^^«'* Cosk.tl 
verbo Tcyjà< (Hh. Diz.)* io offendo gravemente, rendo infelice, ricorda il gr. 
dU9-n}y(« (quasi un *^ua^«}ycÀ^M) nella seconda parte; sebbene nel senso intran* 
sitifo di « avere il verme solitario » si riferisca a racv^a. 

KtfyxST' ipilK 9* jave Tcpè x«*^^<f ^^9 ^p^ Xédpe, &t npè y&^e, As npè x^pi*' 

Ik^àtòjàv* bp^pe fik it%pKKo^t, Mi ^àtj*, /aì lòrre , /ik v^eperip.* I dpU , Upupe 
«6 xevdóvje pik ypax/^* i Xtittvu Oò ié/ib xov9< dò r* I yjixje etc. a I miei canti non 
sono fatti per adulazione (propr. carezza), né per giuoco^ uè per iscberzo 
(riioj, né per gioja. Poiché son fatti con (nel) cordoglio, Con olio, con lagrime, 
con sospiri, e con timore. Quando io canto couJamenti, e con tristezza Seoe 
dolse chi fu per udirli etc. • x«/»iff, (-a,ia) è chiaro. il greco. x»fià; così nxfittxovU 
(-«) preso per cordoglio, affanno, dUgueto, uon dìfferìÉBe per T origine dal 
gr. mod. ira^à7royov,v.ira^«9rovA: ypàxp^e è congiunto al gh. ypàfc/ie (-a),nfiiior 
cupo, segnato da Hh., col v. ypif (v. Gram. p. 112); XtntvU (-«), e l' analogo 
verbo Xmive, e At9r/9«/uie concordano ai greci Xvni^, «fa», ma in alb. hanno co- 
munemente il senso di eompanione, io ho com^astione, sebbene qui con 
maggiore proprietà XtTstviot porti il significato di tristezza. 

PTJipe i fieprite xX xpòppiC nò fKpxóvtre. "E yJtSpLÒve p.l9ire T* e/t« Kò ypi' 
9ire* e Arena vera questo corpo di continuo avvizzisce: E sempre la mia 
carne si consuma ». Il v. f%pxó99pLe non registrato , né più in uso, che io 
sappia, nelle colonie, credo potersi riferire alla radice fxpx, onde fxpx^it, 
iioq del greco, ruga, ruvidezza, e V albanese ^e/^x^^'a , lo gratto, spaz- 
zolo , etrofino , e quindi interpretarsi avvizzire, prendere rughe. La voce 
fscpx, registrata da Hh. per differenza, è dichiarata turca da BIau op. cit. 
p. 657., né potrebbe avere relazione con f<Kpxò<npLe: per differenza, diffe- 



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o{U8>o 

retile, difftriuo , ìb alb. potrebbe dirsi 'v^f^a^gac, I 'y<ie/»i9«/ui, \dtpt9i6tj9 . 
Il V. v/>i9-« , -<^e, è sempre io oso per eansumaf , logorare , ui§r fr. , e te 
ne è altrofe parlato. 

Coo la foce 6àA;«, nel primo Terso (o bàX»9§ geoit.?) de?e ioteodersi il capo, 
da òda«, la fronte, dimioatiTO fr^;«, o OMglio 6à>eCfle, a distìBSioiie dal resto 
del eorpo; preodeodo il genit. « Aviu I 6dai$» sarebbe Voao della fronf, cioè 
il tranio; il ?erbo «^BUcre probabilmente si dee riferire al greco a/Sùoi, «m, 
spengo, se altri noi voglia derivato dell* italiano iviiore; »p9tf69tT$ non si poò 
diseoslare dalle voci adoperate ancora io taluna delle colonie xmppcifòwé, e xoe^ 
pafó9ft9, o *tnttppufò9ik9, forma participiale di xxppafi^e = xpif699, coo la so- 
lita prefissiooe della v eafooiea , e 1* inaerimeoto di ana vocale interna , cbe av- 
viene in molti altri vocaboli, come x«/>^/ks^x^ai«« gii^ vedoto, per «fanaro, ete. 
Io quanto al raddoppiamento interno della p è vetzo frequentissimo oel tosko, 
di cbe ansi abusa il Rb. Pertanto xpmfó99, di cui si legge ancora il partlcip. 
xpafé9/ii9, ci presenta la forma albanica genuina di questo vocabolo, e il si- 
gnificato non può esser diverso da quello dato al sopra notato nùLppKfòve, V«^ 
ptcfó99, '9fx$, cioè e io metto in luogo profondo • oieuro » e per estensio- 
ne < tfo soffoco » cbe pare il senso da doverglisi dare in questo luogo , onde 
traduco: e Tosso, la fronte (o Tosso delia froote), il corpo, e lo spirito si 
spegne , E il respiro affatto mi si soffoca (opprime) » . La radice di npoif^éte, e 
per il senso e per la forma, si deve ricercare nel greco xpi^-w, x^i^-r-w, xpù" 
foi etc. più cbe in xó^fM : ed è da ricordare la voce siciliana erafoeehiu < foro, 
buco » quasi « nascoodiglìo », rad. xpùf , che dà oella forma e r a f della ra- 
dice molta somigliaoia alTalb. Kpafó^e. 

troupe d9p&99L (o dpàfivx) '/ibi boù^s re ire/>iuU«<Te. e Quando la lastra (sepol- 
crale) ti si preoipiti sul viso »• DépàvK vale propriamente favola, ass; cf. tf^O, 
alb., *iépon^ iòp9j -«ro<, ioìfpànoi: dal significato di tavola si passò poi a 
quello di lasira o tavola di pietra; nsp/Uvirs dal v. n9p/ii9S, o itpt/ihs', sono 
parole già vedute,. om giova notare qui il v. nepfiivs nel senso e nella forma 
più propria (v. Gram. §. 96.) 

Njip^t9$ire nep^ijtw* iik 9«eepÌUp$^ 2ér«e x^P*^ ^t^ ^f* /^< X^*'*^^^*^^' « ^* *^ 
Xiyct, i ^oóvc^c nspiitpé 'lid$ npips ippsto iik xcì/mOs^. Per la forma 9Jkpì;%9vx 
propria piuttosto del gbego vedi §. i93^ ir6^«iv, o, -e^ilwe, è participio regolare di 
nep^fii gh. ire^^àv'e, io eaeeio, por séguito, diverso da nsp^U-^e, -cv/e, io ti" 
msseolo, confondo, a cui appartiene wcp^Upe nel terso dei citati versi; il par- 
tic. ntecpi;up'9, si mostrs derivato dal v. vmp^ì-hJc, -vje, cbe non è registrato 
da alcuno . Potrebbe esser sinonimo di Ktcpr^é^tje, -«>/«« io salto, (per esten- 
sione insulto) cbe si è indicato afllne a xùtpxùUp^t^ cui si accosta vxtdpu^ o forse 
a xpoLiòLtà^ -«(vw (cf. xà^aeol. = x«pAa, xpieJ!(oe), tuttavia ffxttp^it^e è più pro- 
babilmente una modificaxione di vixtips^ótje , io trascino nel fango, deturpo, 
cbe è il senso datogli trai Calabro-Albanesi . Ambedue le signifieasiòni si adat- 
tano però al contesto. Per il v. x«^^^^^'^» -»/•# dal quale x^^^^'ùnp-e , partic, 



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QOD trofo che la tom roedio-passWa xovwl^x'/'* S^* tu Haho Dizion. spiegati 
per e io lateio pmtdir gli arrechi » (ieh lasse die Ohren hSngeà), cioè, à 
qqanto pare, e io mi mostro inetto, abbattuto », al qaal senso si accosta una 
frase notati in Rekiliolii alla voce bnnde,'eÌoè eidere >5i x*^wl«, b<feeone, 
a parola « $ui mé$9 ». 0a q«este ossénraifonl par mi che al t. x^vdótjB, -«»;>, 
debba darsi la significasione di ahbmttBre , prèaitar^ , roteiètarB 5toeco»i»; che 
bene si adatu al testo. Non pnò arerei che fare la Toce xovido<tkpé, alb. sic. 
à9x9wtdiMJ$, io térdo, «he è il lat. ▼. cunétor. In altri luoghi di cànsoni alk 
sic. x»^**^^*f^9 a x9t»àé»tfi$ (cf. x«»fióutjf) par che signiBchl diikeMiearii, ò 
p$rd€r$i, cf. x«^yoi, ;^v^ày«, e gr. mod. /icHt, Nel Ghetta- x^wiiayc/te/o x^Méré* 
M/K6, sta per io mi acciglio, t così 1* usa l'alb. cai. quasi «fflo« io €1 «mm^. 
Nel iinarl* verso « *pd9 wpip9 ipp^rc » eie. la voce npòpo, che qnl non potrebbe 
confondersi con irp^^oe (aocha wpi^x Hh.) =; npéptt gr., è la cornane népp^ty -^ai, 
valUUa, quindi torrente, da teloni serilto ir^« o nopéi^^ùùu (▼. §. 251.), ed fil 
lai caso la inserxione. detta p neHa desiasoza non dee parere strana essendé^ 
Tene non pochi esempii, Iil quanto alla eliÉiologia 'della parola npétyO ire^^ 
si pad Issare a npAt estendendone il significato^ o forse meglio a «é/», e fi6»i 
da piMy alb. fijidc, petf. ^ìm, cf. iftpi^ppeoi^ ete.: a np6pK\, s ifpép» gr., io 
riduco pure Talb. vli/x; o itìJ0Ùp€y U wmer^ delP aratro; ef. gr. m. wX^pn ss 
wp^poL. I citat» Yer^i dovrebbero 4|uindi spiegarsi^ come io eredo «Dagli uoiniol 
perseguitato, ed insultato (o trascinala o^ fango) DaH'ora in etti 4iascefi 
tu cadali prostrato (boccone). In cose tristi, ed in vergogne to sei mischiato 
Entro (questa) valle oscura , e disgrasiata (o amara) ». 

*kxfipptL rè Kptfx'^i ^^ Mup/i* e pjipe Mi§ùpe wheiU rè^r* Jétvf w^vs^vp^ù^ 
0^e. « Allora ti riposerai tu misero corpo Quando sotto la nera terra sarai 
ricoperto » : ix^ppu =s &x^pp»^ oùAxip* r «x0r>;^s. --^Xa vo<e.ir»ttecTp#ù«99e, è 
sr 9re9«rp9va^e da latffrpètje, già .veduto, ^.iwtrrtpAwwiu: alla stessa radice^ 
9rpm credo probabile non sia, estraneo l'altro verbo :icawi^^» gr, mod. imc- 
vtpuwaT, io riputi eco» riordino, da nm^ pcobab. ^nò, o wìùm. re^oùoip réi/Mf 
Ji€9i MÙpjC i (;; Né filare bpÌ9^KJ% I dixe ^we /le, "£ fplp^tt -àiòe ìmfiAs (eie) 
i *fibeXX,Uò /lèjine A^ufre, Xine, I xourovpU. Boùetj-fne fpip^9 nemt w^è itTtxiltU» 
e Perchè tu lieto nou sia corpo infelice In^mezsq arassi « a coltelli fu sei posto, 
E aUrespiro io allo epirito?) si.chiudou tutUi passaggi:. Solo ipi. dà oom* 
battimento, lutto,, e cimenlo^.. Dimmi , spirito, perchè tante, atenture;, etc» > 
Per hpivxj» pl}ir. si ha nelDiiQ. di Hahn il stog.. dp<9x-»v, rojo^o«.;eolle|l9du 
taeca, e roneo ,(fa.cofi/a(|t*ti<,(Rad..ir/>l96, xpim^ npl^ùtt); cotà la VQce xov* 
xoypé* sebbene macchi iq Qahn rhojoterpretala ìk. cimento » Ypai^ftoo/o?^ dal 
V. *o\noMpii (Ph^y^io qtxtfrdo, m$, pimento, affine probabilmente .a. xAvdaó^'i^ 
e a xoTòtie: xour^u^ic , è U Tornia sostantive del radicale stesso di xevreupnit 
C-»f), Rad. ^«r, cf^ x0T)|i(s, xotmòì eie. U oome f^/*o{, ìjq Habu ffù/iL-r^^ vale 
rapirò, e qi^iQd\ sj^ifo^ ipirHo.\ ^ot^ar ho QreduAP doversi. interpreUrepaa- 
saggio^ tanto più che si è veduto altrove iunfiAntOy i pasi^gieri, da un jiinr 
gelare ^i«)e^-c, somigliante ujrila forma al e vasta su,» dei diiletU dell* lulia 



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o(148)o 

i»trUÌM«l« ék /l«#rACti; qni 4k^ (^im/Uttr$, • 4^i(/Uct«T« pHir. detem.) 
•Mbra fitto M tiii|olar« /mi^iA-tk ftata. ta re, eoiM n^piita, él-ru, ed iltrt: 
^Wvggfi è «Miraomite il gr. àruxi«t» 

Ov éjittt4 tfV9i «é^ T^« i^lpe f fXàw Zi t/<T^ 9*jit nò wtéà^* f iN^«e 
e 8U bradato chi di le beo parie, PoicM altre noo tei otae ioelanpo e iM^a 9 . 
Te flA«e, è 8. pert« del eogfteativo: ire^ee, lio epiegato e n^ja » eebbeM 
ki HalM il etniiNaate ««v^mc ftofa hrterpreUte e pi§rUim » colle foci aflai 
m^/ie, imfmgmréia , e ire^^e (o «ev^r^é), le aoiio iM^n^arde, j^lfro- 
M9ppio, fUardo, io folte le qoali ei ricoooeee il lalioe p$ria$nn, p$rta9dH, 
o Meglio la fieeea radice eoo egoale cooipoeliiooe eomooe alto seliipico e al 
lalloo. 

T^e rrl^, «l^ff, nm^uBipé, f <l/c^. e Frooiette etabiM (0 paluii), torri, 
inestre^ e porlo»: la Yoee rrip^, oeeu per e pofaxtl, itabiH » è sioiHle alla 
greca mod. kW^v dello eleteo eigolÉcato , ed ka , per quanto pare, dipeodeoia 
dal ▼. «tfte « iiyfékhHeo, e trwi^ ee oon è force aOoe a «rt^t^ gr» , coi eoo- 
eoooaoo le alb. rrt^f4«e = wrtptéu^ mpljm ^s 4^ m^tà (la terra ferma), cf. il 
?. atb. ori g kial o y<Tlf^, io dftfeeeo, ^némro: iHpy è cegoato ocll'Halin sotto 
k^-c, Bel eeoao di omecAio, e monf ài foòèfo» o ciniilt: oe è chiara l'af- 
ioilà con ii^^f, coi p«ò rUerioi anolM^ M^mv, mny astino» tipoitigUo #ef- 
ierrnneo per mettere in sicaro la roba: w* ftlier eolio il n. f 67, alla voce è«vf- 
n»i, jileeolofflllo, grUlo nutro, rìporUto a /ip^^x^t, 

"E /iifirjti dàU ééU «écv I ritp: e E la morte a poco a poco fUa lo etame 
(il filo) ». La voce /n^^at, non segnala da Habn , è cbiaramente vicina a imtrs, 
tig, pia cbe a /«i^c, di egnal radice. 

ZixeViy «te (probab. «««éVe», o ««xIJiAe», per il comune ««xlA, 9i^UXU) /nf 
rè iiipw I wfiK* i d$prév. « Abbatte (calpesU) il migliore, e non lo rialia ». Il si- 
gnificato cbe qui sembra doversi dare al v. de/r^e» -»/•, è notevole per la sua 
proprietà, cf. ìt-^p»6u, ipMu. I verbi ewl^lire, e 'wd^tnéffje, io oédiriMMo, memi- 
io, adorno, col nome sostantivo épiwt^ ornato, sono riferibili a d^e alb., 
a-rpcxii$ gr., e a tpénu* 

Jìt* i rp»/iàiéfii€ , Jir€ ««ov/n* e dpitf/Lt, Jet' i if<tf$Xl/>; /ér' I K^tàpt, 'I T^r«» 

^tpimno irlT»« iik t* ìwIIc^/m 'E pòprì*, 9I ^^ t«' f9<re iik l «òIcjkc, '£ 

9^KMx69 xoùp 9* i dt* wkjit iftiptàpt JItS * I f/oUJ« ifijéuité irfrfx* r«cT^ àppà'l^^ t ^IC* 
«Mondo terribile, mondo assai pauroso. Mondo incontenUbile (0, insaiiabile), 
H»ondo invidioso. Prometti air nomo roba, ed onorificense .... E la morte, 
come quella cbe è anco infida (?), Lo colpisce ali* insapnu, percbè tu sei ma- 
ligno, O mondo: e l'antica parola non è bugiarda, eie. » L'adjelt. TpA/uti9fk$, 
pia esattamente rpt/i^àie/ie, è fatto da un verbo alfioe al gr. rpppA^u , io pa- 
«enfo, e olferrlseo, sol gusto di /$e/Aà|«/K6 « rwsinoio , inquMo » eie. da un 
altro simile ad i'pnfiéJlim nel senso di ip^npA^^ devasto, eie.: dpU/i9, da d^lc, 
panfo, a modo dei participii , e verbali in pi»: iroe-yaJu'^, cf. il semplice yUpo: 
^iXmpe da ^Aiflc, o i;àJlK « invidia » ((nX^a) : rà|ey == ràle; eMtppa dal sosl. 
Bvditpu « onore »: e «6<c/«c, pare similmente doversi riportare al nome hu 



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« giurammio, fede data, voto » (cf. béowm ete.); <^^àt mcIm òtr^jt (Haho), 
io ieongiuro, e fo giurare, btrò^tiie, io giuro, fi} voio; premessavi la v* ne- 
gativa, come ìd vfiowdec, a/ioOpe etc: ««acróv^ non è segnalo da Hahn che però 
noia a(aem>6 (-e), vertigine, eoìpo apoplettico. La origine di queste voci credo 
si debba riferire o ad ài99u , io mi preeipito (coi potrebbe parere coogiirato 
anche Ajt, Hh. «cy, moreo, riferiio meglio ad dc«, epiro\ o piuttosto a sagitta lat. io 
alb. 9<tY;irroe, «(«yjirrae, cf. «««/i^re gh. (Hb. Dtz. p. 119.):=a«o^r6> gr. mod. 
atterra, onde la primiera forma di «««cr^e, 'vje, sarebbe («<ecv*jW<Ì«) ^«i*- 
T^\;e (*«sa;<rra} più conforme a sagitto = il. io saetto: ir«yip<^e, è dal 
greco wovn^éi.-^Mjipe H ^jtpUi né nò dév xix^'t, Si I x^a /ti ré dtàoJU 1 1 yev/iou 
e Misero queir uomo , che fa sempre male, Perchè l' ha con esso il diavolo , e lo 
ha ingannato »: neir aU». V « di dcdU« (<f<òèy \ in Piana) é ginsumente lunga come 
contrazione diavocdi-avo*lo» mentre è breve in dj«di, o djóOJt, il ra-- 
ga%%o; però diòAc o dtémlt^ sembrami meglio scritto coire (J^iàfioUi, che colla jV 
il V. yevji^e, ^vje, io inganno, ha una evidente parentela con 1* ital. in-gamno, 
ed è probabilmente fra le parole che altra volta io dissi potersi credere venate 
dal fondo comune pelasgo-italico senza l'intermedio del greco, né del latino. 
Neil' alb. però il vocabolo non è composto come neir italiano. La radice è gan. 
Non so se vi abbia relazione il greco x^Oy-of, moHe, stupido, balordo (cui ri- 
sponde io questo significato Talb. x«0vye), o y«tfo«, splendore, v. *y«cy-6éoi, Im, eie. 
splendo, e alletto con la luce, che è vicino al seneo di allucinare, abbagliare, 
quindi ingannare. 



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o{147)o 

Annotasioni 

ai Canti Albanesi di Grecia 



(1) x^* 1 ^ ▼o^ ^<if ^ * ^ v'a ' <^^ * • 

(2) xeu/iiÌT09, è dal gr. mod. xai}/K<yo( per fiHMfo» dUgraxiato, da xocìm, 
cxfluixa . 

(3) hi^^^P^ '* accoau airalb. sic. di Piana ^*it;tp invece di fili^tp, o 

(4) fBfùlj9, f«/i(/e (-oc) Tale famiglia e /l^/lo òamò/no. — Qnesta Yoce 
mi ricorda potè ftdljxy altra foce alb. dalla lat. fa figo: roù$ f6Xt ffàlttn 
I fidlJK plrrtvé (Bianchi), loquémdo ei verha ei labor enteunt. 

(6) xtiXofUp9, è an composto greco alb. da xmXòi e pitpe, o è il gr. m. 
xxXó^pLoipùii in ogni caso vale, bene, ftUeitù, o meglio felice etc. 

(6) In où*/àhXétx9 è a notare nn altro es. di hnperat. % pera, roed.-pass. 
colla particella oò preposta mentre per soKto si pospone: */i.bXJ&xov, flT9v, ecc., 
meno che quando vi è innansi la negat. /n^^. — Di ^^àre, dal lat ingratyi, 
per disgraziato si è fatto cenno altrove. 

(7) ftiro/Aoy^(~a) =z unofiù^H^ pazienta . 

(8) étpptL^t rè 6Ài^9{ifta, ho tradottò il capo biondo, indottovi sia dal no^ 
me Appella notato da fih. per nuca (parte del capo), sia dall'idea di una Simili-^ 
tudine presa dai campi pieni di messi, &p% (Rh. AppoL\ alludendo al capelli . Del- 
Tadjett. bXt^iipje è abbastania sicura la significazione dalle voci b 1 1 r ò i n J e , 
verbo, e bllhure, bISrm xW^«« ^P^ii confrontate colta fk'anc* blème, 
tedes. b lei eh, dallo stesso Rh. p. 46. Hpòip, Ac|. Scrivendo ^j9«;c, dal sing. 
éipoLy il oampo, si spiegherebbe per similitudine applicata al « labbro > che segue. 

(9) ride: appellazione diretta a nn fanciullo torna bene riferirla a ridi}, 
vtdéi etc. 

(10) fiowevXóijet -vie, sembra eguale a fiovrovXòije : né esso potrebbe ri- 
ferirsi r alb. sic. poyoXi/ie ', precipizio , se non ricordasse meglio fioèyuXi9i , /$m- 
y«( gr.: di che dirò ancora pia oltre. 

(il) \ditpe, questo che è participio tosko del v. \déuje, io divido, tro« 
vasi adoperato di sovente nel linguaggio albano-greco nel senso di eeiagurato, 
eventurato , come talvolta <* vtxpire , che parimenti ha il senso proprio di (fi*^ 
viso, abbandonato, onde vtxptrì-^ij desolazione, luogo isolato, dal v. xpitje , 
o xpiwje, e la particella «$. 

(12) Kfibàpe, può credersi la stessa voce di x*P^b&pe, cassettone da 6<a- 
4a, voce turca: nondimeno fa pensare alla radice amb, Afif^ che accenna al- 



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«=<t4l)o 

l'idea di abbraeeiaf, eomprendf. Non ha che fare con x^hkp^ o x«/Kfr«/»i 
noiixia , cbe è pare voce torca osata ancora dai Greci moderni . 

(13) x«vy3e0UÀ^j9ff, gr. m. xoloxvvd^rflc, derivato di xouyxouA-c := xoAoxvv^c. 

(14) nò9d$, (-e) for$% che, particella dabiutiva cke sembra propria del gr. 
alb., forse da irò e vdè, o wl|^, or^se. 

(16) ftXdt&¥ è torco: xavàrec, il boeealo(o x^w^trse), .secondo Hh. anche 
misura . È notevole cbe V istessa voce sia osata nel dial. siciliano la canna- 
ta, L* origine è da xàvy«, eamui per timilitodine . 

(16) 9TftirfO}tXUi9i , 2.* pera. sing. pres. sogg. di «T^«yy«wA/«e , io sprewuf, 
cf. vrpayyoflll^u ^ rr^ecyyffVM. 

(17) Il Rh. abosa talora del vesto di raddoppiare le consonanti interne, 
ma in qoanto alla voce rpl/i/iB, è forse pia esatto scriverla con doe/», rife- 
rendolo al greco r^/t/Mc , che ebbe pore il senso di uomo rotto ad ogni fa-- 
tiea, perciò intrepido, valoroso, come soona Talb. rfilfu/is (Gram.pag. 107). In 
generale poi è da ricordare cbe gli Eoli osavano raddoppiare la consonante 
abbreviando la vocale, o togliendo il dittongo: x^PP*^ = X*<>«**'> x^àyy«= )^yi| 
(v. Ahrens eoi., p. 50. segg.). 

(18) /8^>"-c, ò :=gr. mod. fiòU (-•»), palla da schioppo, cf. /SóAìm, ^14, e 
/tolof, con il tosk T9fii>j'iy la solla, gUba. Totl* altro è la voce fioXl-a, la guan- 
cia » cf. otX'^, -•« , la gengiva , passata io alb. dal significare 1* interno allo 
esterno. — La segoente voce fo^c/Aipc^èdisione figorata in oso presso gli Al- 
bano-Greci, per Dio (fv« '* t^P*)' ^^^^ ancora nobile («u^reer^^c) come 
aggettivo (Chetu). 

(19) La voce yXov/àWfrc, xXoù/iafirc, si trova per eofooia coli* e ^ od t io- 
terna, xX9ùià*9^ «Aoù/u«cT«r (Eh. p. 13) dove ancora vi è il soff. r dei ocotri 
oltre il primo crescioio ormai col vocabolo e divenoto <|aasi inalienabile Q^Xsv- 
;M«-Tt, V. Gram. § M). 

(90) x/^9fupa,, dal v. xi^9§, o x/<^«* = x^**> x^^^^ x^^' 

(91) Xr4i90, t/ts, piego, mi piego, z= Xyyiiiu. 

(Si) « boùre, mansMMto, docile, morbido, etc. R.7 Forse ha reiasione con 
irul^-M, o con fiwtr^y misero, povero? Si ricordi ancora bl»de, io induco, 
persuado, obbligo. 

(23) pAXa^e per oro, è dal gr. m. fiÓLXu/àtt. R.? 

(24) aptjhe, credo doversi riferire al verbo 0U9$xéye, od en^ige, ^$f, io 
nutro, sebbene il Rh. lo dica egoale a t^iae^ tc, segnato da PUi. nel senso 
di Iror fuori, muovere, ef. elio , x<w, xùm — Si noti il v. U^,.*yje» io senso 
alUvo di parforlre, pert Ufiu, sebbene io altro loogo vi abbia Taor. Xitxu. 

(28) Si ooti.la desìneosa dell' accos. oominale. data al proq. fi0v«, come 
nel gr. m. l/«4voc, i/»iMeyc . 

(26) 6eoft per 6/ui6fl^'c, come bXiH per CftbXl^, We. 

(27) xA f^^, frase particolare = $99^ ^yaer^y, 

(28) y^^«e =:gr. m.ypé99ta: may/^óa^c alb. sic. dicesi per legumi sfcehi. 

(29) M^/Aop-i, è comooe al gr. mod. 



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ì 



o<149)o 

(IO) itpàx'9y detcrm. icpéef^av^ il timiian, noo dilDsHtee dal serèo prag, 
pore può easer iflae • ir/»* , np^H ecc., od a ntfiàm , o a nfmy rad. di wpénmJ 

(81) iroc^^i^u^ = irèe^oi2l</9i, gr. itoipéAstf. 

(dS) déyva per vdf « è particalare al dialeUo, o ft. oo errore . 

(91) 9X9tf^wp9, ▼. — 4«f SS motpéu^ 9m. 

(S4) ié^-d% , qni ata per il pi. roC , ma eoo è regolare (t. Ckan. §. SOtt, 
seg.) se Boo coaM aeevt. tiog. determiaato. 

(35) Nel compoeto l c<C«-«i)KNCA « oltre l'insieme, è parlieolare la aecoiida 
foce cIm mostra «)B per il eomaoe vl-*v, Voe^io^ o «i^-««, come fiy/l per 
/«ù-«v, e le due forme veueggiati?e rioBite,<ef. Ckam. §. 169, aeg. 

(36) iiprftdi-^^ che parrebbe significare smiiiifiilo in generale comparato al 
gr. Ipyea^tfy, è osato aocbe nel sicolo-alb. per leiat/o: cf. À^yAr*, l'op^rajo. 
Io gr. mod. , ipyùtXU^ v. Carm. popnl. ed Pasaow, dicesi pore il i9lajo , 

(37)>x/n><, oppare y/éAc, il gallo, Pott 9iymol. Fenoh. 1. 184. riferisce |faf- 
lu$ Ut. ad «y-ylA->«* (l'/w)» cai pia si accosu l'alb. In foesta lingua yì è 
pia ancora xoxó«$-( tsk. , x«x^i alb. K. , i qnali si rifBriseooo alle greche voci 
xMx^c, xiMp9i, x^rra, etc. (Hesjch.). T. Stier op. cit. n. 104. 

(38) baphùcpUte^ da Barb9ria è formato come altri aggettlYi di paese . 

(39) b^d'K^ si riconosce afllne all'iul. banda, in Hh. òdud-a tak., lo» 
io, fila. 

(40) x*dii ìXxrtpxTif , sembra esser nome di no celebre nofelliere, decorato 
del titolo di e b agì . — In quanto alla Yoce ir«và^;cTf del Yerso precedente (v. 
Gram. g. 113), è la stessa dell* alb. sic. Muy^^i col digamma nel meno in 
forma di y (y. ib. §. 114) . Di che dirò che non senza probabilità alla stessa mor 
dificazione attribuisce taluno il gr. mod. ^v^i, alb. ^u^ (distinto da ly^X 
onde «you/9i^« (cf. Gram. p. S7), riferendolo ad Am^i := afyM^«« =:4y«v^(, 
Immof «ro , offeéto . 

(41) xmtnjértt: *pU mléf xovxJIt«, è ona frase che mi dicono I Greco-Ai* 
beni da loro usata per indicare rtiomo d'inireifnoscberiosamente, quasi ea* 
pò pÌ9no di eefle o e^ceÌ9tte, quindi va$to, capace. Parrebbe xouj^'iroe fatto 
dairital. cuccetta, di coi direrse etimologie si possono congetturare. 

(42) i^<r«, per pi9§a, eadcnMa d$ll^ abito, può riferirsi al composti alh. 
Ktp^Jire^ Totre-'nJiTC ^ che si accostano nella secoqda parte al gr. ircT<«ae , «irqc 
dei composti irtpc-irircMc, -irrriìf, ecc. Ma alla stessa radice appartengono an- 
cora itirovlttjla piaf$tr$lla, ed anche paslo èarga fritta, teppola (t. Gram. §, 
f 83X e fUrotj o fìJiTOL , e f/irv, la foglia più slmile a njlm. -^ A questo propo* 
sito avvertirò che la voce ^ji^jt di cui si parla a p. 113, n. 83, della Gramm., 
significa realmente nell'alb. sic. sl^yonce piega d^ abito, mentre tùtfitXXt si dice 
il complesso delle pieghe che ritondano T abito di una donna, la qua! voce 
ricorda la x^fitrt» degli antichi , fo^o , o f r oòeA dei romani . Intanto roOy« è 
neir alb. sic. la falda, o caduta d*on abito ampio (cf. irrt^x»^)) diversamenio 
da r^x«, Io |Mixa di panno o cosa simile (cf. Gramm. p. 119).— La parola yevi, 
che precede, e significa fianco, lato, è IcgaU al gr. ywyla, angolo, canto. 



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o<150}o 

al quale uAiimo Tocabolo italiMO è poi allioe Talb. gh. xévt, -di, il tanto, 
t V orlo\ Vettremité: xé^d* « p6bt99, Vorlo dtlla ve$i$ (Hh. Die.)* 

(43) I nomi di pesci qui recati sono per la maggior parte conuDial greco, 
o affini, come àrrscxò, àxnò {ixì^i) ecc : wpovtU^ =z 9xo^o«, offre la metatesi 
della p, e differisce dal tsk. a$x^^<, -ioc, gh. 9«x^àir-c, idem, non che dal 
nome 9fo\tpxov^ o tvf^ù^xou, che sebbene significhi icorpi9n$, vale pure fsrea 
di legno , e paio da supplizio , onde si OMStra congiunto a furea , cf . alb. 
foùpti-^t la roeea da filare: yilpdcì-^'ae , è un allungamento di rifiti-ja. tsk. 
(Hh.), </ granfihiQ^ detto anche yMóp^-Jm, e *y7«f6p-i, o yftf^p^*jdc , e Kuptefii" 
^f-j«, o xttfiétf-i (v. Hh. DIz., e Stier op. e. n. 210, SII). Il primo oltre al 
skt. JLarka, -tha si accosu al gr. *x«^x^ (^ = x) « xoe/9x<-yoi , lat. e a n e e r ; 
il secondo a xàfittpoiy gr. mod. xifioì^oij xàpufot :s xm^xIvoi Hesych. ; il terzo 
a xApoifioi • *Axr%néi^t , è il gr. mod. òxrtméit da ixrxitóitìi , òxrdèisovt i per noXxf 
^ou«; ^ofi, (pare per /S«fiou), nel gr. mod. ^of^c, altri lo spiegano per rombo^ 
altri per p$Be$ eappone, però io, sembrandomi affine a fó/ifioi, pùftfoUK^ho 
preferito con riserva il primo significato. 



ai Canti Italo-Albanm 



(1) o07{Te/>K, è adoperato in questi canti per esercito^ ed anche nel senso 
di «pedi^^oiie militare , gmerra , col derivato oùwtrepx&p, militare, guerriero, 
neiralb. sic. oùv^tm^. 

(2) ri xÓL/AKp' i rirre ms. — Kà,tt«/9«, per eamera ital. non si trova notato da 
Hh. Diz., havvi però xoLpApt (-;«) nel più proprio significato di volta (cf. gr. 
xetfiApa), ed anche nicchia, o vuoto praticato nel muro. Si riducono alla me- 
desima origine xoi/AtpU'ja. (Hh.) specie di terrazza sporgente su d* una stanza 
a volta, e ^W> ^^^ forma più lontana, nel senso di camera a volta ^ nel 
dial. gh., o di arco a muro; ma in quello di cingolo, e di generazione è 
da riportarsi al turco (v. BIau). È notevole xm^Mpt-ju di Bianchi per ragno 
che Stier n, 208, riferisce a x«/a«t</»^. — La forma irte del nome Am^jiTt^ il 
padre, è usata pei casi obliqui siug., ma (per lo più almeno) dopo il pron. 
possessivo di 2 pers. , cf. App. p. 4. 

(3) xpou9ixJx(^~ei) è segnalo da Hh. per relazione di parentela, eogna- 
zione, quale fra i parénti di due sposi, da x^ou9«xou nome che si prende anche 
in senso più largo come in italiano compare. Neil* alb. sic. dicesi generalmente 
aiX9ypxji»f con trasposizione di lettere, e s'intende $po$alizio, come in que* 



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o< 151 )o 

sto Inogo. —La radice di x^oó9c-x«(0v), U eompart ecc., potrebbe erederai 
qoeHa di xp^<t iuptrfUU d$l corpo umano, corpo, onde Iv xp^^ *^€) ^P^i 
xpém per indicare tvtto ciò cbe tocca da vicioo alla persona e le è stretta- 
mento congiunto, e x^ei?», che vale ancora, io tocco, abbraccio . Dei sof- 
issi «e, «(KO, e delle ?arlasioni fonetiche si è detto altrove . — Verso la fine 
di questa cantone vi è il nome vovv-i, per dire veramente il compare, di cui 
si è tentata altrove la etimologia (v. Gram. p. i73, n. IS). Qni aggiungerò 
che a V9ÙV-C, risponde il fem. youy-«, la eommarc; ed è notevole che le stesse 
voci si abbiano pure nel gr. moderno : xà/uti nì* vouva yi^/»f ij ^ov, rt^v vouvae «a* 
rrcxia/KOv, PasS. Carm. Gr. ree. p. Sii: ri xàvn yaft.* ò /3«9i>(&$, xocl fi* lx« x«lc9/AÌyo 

Tue yo&vo, yià irie^y«uvo, |ffa»rft»Ti) t9)) r&fiXùti. — Neli*a1b. sic. vi è ancora 
xoCnrpi per dire il compare che potretibe riferirsi alla prepos. nowrpc^ per in- 
0onffo, come in greco à^w^ot, che ita incontro, quasi «yTi-9r/9d9oiiro$ , rap» 
presentante, — In quanto a mCvo^ del gr. mod. sembra una parola presa dal- 
l' alb. poiché se ne osservano parecchie nelle canzoni volgari p. e. fiXàmm , 
omk le eelebrt fiìApuM^ da pl6L--ov^ U fraieUo , lonUùit da U<tU^ M^va, e ira-6iv 
9«, UpoLy Xipóim, óà Xjitf>e, XUpc, Xjtp-, Xtp-óvje, -é#0, ed altre. 

(4) xovflretìpe: s'Intende da alenni per f^nao^o, cbe potrebbe essere ln« 
vece di MvjteTùùape tsk., da M^nexòtje (Bh.), originato egualmente da xùittw, 
x«-xuf-&«, V. Gr. §. 165. Altri spiegano ebalordko secondo il greco-albani- 
co, cf. x«if-tf$, -<«, da un v. xùjfice , io ttordieeo, e vi sarebbe appropriato 
il senso parlandosi di chi si sveglia appena dal sonno : cf. xoufófnm, Gram. § 
138. Per il primo signifleato mi assicarano che nelt' alb. cai. vi è la frase où 
fipvfia X9vfc, mi poii tutto intento. 

(5) ^#vX-i (-ia), secondo Hh. è un grocio tamburo y e vedesi congiunto a 
ràfiocXtKj T«, registrato negli Krittori greci come voce indicante il tamburo da 
guerra del Persiani . 

(fi) 9ùd^, ms. sogli, (o vrrgc), spiegato per icolte non trovo notato, 
né ci veggo analogie certe: ma non ai può a meno di ricordare il v&xoi epiteto 
di Mercurio che si interpreta, conservatore, custode ^ rad. n»x ^ aftiy, cf. 
tfd^^-w gr. , alb. 9^99 . Che ci abbia relazione anche 9(ix-0v alb. , soc-ius lat. t 

(7) féfouXoi, pórouXe in giro, mostrasi uguale a f>6rovXe (Hh. Diz.), intor- 
no, fiòTOMXoiy il cerchio del fusoy col v. por9vX6^e, e pwroMXòije, io giro , volgo 
in giro, che hanno radice io fid, ^c, anche pax-», dei quali sono chiare le 
analogie di già accennale . A questi si deve aggiungere povxovX-òtje , -i9e, -ii/e, 
io rotolo voltolo , precipito , mentre poMfibùyXr-òtJe , io arrotondo , e nel med. 
pass, anche io mi diverto, coll'adjet. pouftbouXàxe ^ rotondo, sono da rife- 
rire a ^ófifiofy ^if^fi^»' Al sopra citato fiùvMuXótje potrebbe sembrare congiunto 
Talb. sic fiayoXifie, dirupo, che però si riferisce meglio a ^wyà(, ^wya>io«; 
ma da ^èyoXl/ie alb. sic. , è ben diverso 1* alb. cai. , modificazione di poxoàlp.e 
Aa: poxoLXi9e alb. =: ^yxotXi^» gr. m. , io russo, emetto un suono guttura- 
le , questo però neir alb. sic. si dice piuttosto ^oufifouXioe , onde povpLfo\jXifjLe 
per la qual forma si dee ricordare pv/ifio» gr. ^ pofi^t . 



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(6) ko9n9iHii»¥ porta il mt. alb. cai. par «trifA. Oli vaa lai ?0€a oìmm 
traecia rioveogo altrove; eaaa oop é iolittl cbe ona corroitoBa di dueparol» 1^ 
Itane, buon $$nno, datagli la deaioeoia albanese, giacché parlare di bwm temmo 
equivale a dire il vera, ed abooitina dicono i Calabresi per ooromanle. 

(9) y^ftfcr, inHh. y^«r-upU c«e,f(alla««Mifi^<af4^a, ci rende bene Can- 
tica elleotcay^MT»-^, lbrag§io dm tavola, ponendo il contenente per H contenuto. 

(10} xjifu^ lo sparviero, è forma italo-«lban«ea di «na voce radicato, 
cbe ba largo patrimonio nella Ungna nostra, come Hb. I* S89, e Stier. a. 74, 
espongono. Ed invero ««xA6«, Vueeello di rapinm; wptti»^^ U tUbkio Bi. 
(Biancbi); ««x^int, o «x^inc, e «x/iri, idem; tf^'ciré*yc, fem. -vi», e m^t/nit^ 
vcei; njtftifiy Bi. «x^ff^, Xjl. |<fT</9c, nffoff, falco, aquila» genoano la 
stessa origine. Ma qoeUbe è più ad essa si lega il nome nasionale degli Sebi- 
pi, o Schipetari. Or la stessa radice accenna due Idee principali, cioè /om» 
pò ed impeto , alture o rupi, poiché per la prima vi ha «(xurrfy, lampeggia , e 
9<xcirTty« gh., il lampo (cf. Gram. §. 242), vptpine^ «cxpc^er^a, e 9$x^fivft>>c id. 
tsk.; e ad ana estensione della medesima idea si può attribuire la signifl^sione 
del pensiero, onde 9^'(ir4iie, io intendo (cf. gr» «x<ir-T-«/K«c): per la seconda, 
9cxc9r, o ««xéir Xjl., «««é/uifr-c, ««x^-c gb., te rnfie (ef. i nomi geogr. Sjc0^itcc«, 
Sxtf/uo», £x^/k/8^oi) e secondo altri 0x//k5« (Zappas ncll*'£Asl$ del 15 Nov. 1860), 
9^novp, petraja, vvttnép, etretto frai monti; e vi ai attiene 9«x^ir-c, il bastone 
(plor. 9iittnhje^ o ^cxouircy/e aib. sicOt che ricordargli S.copadi di I^essa<- 
glia , come gli S e i p i o n i di Roma 1* analogo nome laUnos e i p i o . Alle quali 
voci non mancano le affini elleniche: «xiìvtm, «xc>]c«#, tnnpintUi fAurr^ «k4- 
9r««v, 9X(>Trwy, »«irov, e probabilm. l' eoi. 9xifo« := f^fH, okre il cit« oxéitT^/Km: 
ma, per la voce |tj»^pc, o o^^'ifré^, sì puéaocbe ricordare il gr. ^i^vrt^», e il 
lat. acci pi ter, sebbene non debbasi tacere il skt ècn»P^«tvan. Il nome 
nazionale degli Scbipi,oSchipetari (««xjtir , fem. -^a, e -W^i, '^pxm gb. 
fem.) sembra pertanto dover alludere alle due idee principali di sopra accen- 
nate, come abitatori di montagne, e impetuosi quei fulmini in guerra. Ed è 
al proposito ingegnosa la osservszione di Habn. nel rammentare secondo Più* 
torco il detto di Pirro soprannominato aguiVa per l'alto valore, ebeai suoi sol^ 
dati rispose: ^c* j^/aoc^ àcr6( tifu, per voi sono aquila; |a quale espressione 
ip greco non ba nulla di arguto, ma ne avrebbe moltissimo supponendo che 
Pirro avesse parlato in Albanese ai suoi Epiroti , abitatori dei Cerauni (ossia 
dei monti de* fulmini e deMampi, tAv miuttm»), dicendo: wép Jov Sxjcìcet^ 
o6y6 jàfie vxjifxipe^ o presso a poco così. -- L'altro nome dell' aquila ^v», é 
il gr« ocrò^, aìT^c, «y«r^<, mod. . . 

(11) 9^;K&p. In Hahn Diz. vi é wtvépp^ e t^épp, e nel lahn's l^irémoà. 
1860y p. 291, e segg. artic. di Kind rvvr^/», io Montano , e nép , etn'eu^ come 
avverbio, mentre gU altri sono verbi, io $pingo avanti, allontano. Qui colla 
frase pJbè 9«it6^, appare usato come nell'ital. in avanti, avverbialmente. Le 
indicate voci hanno evidente analogia colle greche nàppm, e ir^tw avv., non 
che coi verbi nop-^tùm ecc. 



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" (19) AmtIV ioffce di fonrl, o watt dtl tsk. e delf alb. tie., =: gr. vwl, è 
ìMltto fnftìò MC alb. cilabro, che lo ibbretla ancora io W, gr. vOv, ma non 
l^è coofoiidersi eoi |h. ^i, cioè, che io credo allaDgameoto di 4:=iy, o, 
oooero . '— ^oco dopo II nome 9(X0uirlT« nottrasi eguale all' iul. merid. la •cu- 
pttfm per lo tcAlopfK». 

(i9) \j§àjt/i$: cos) bo credoto doterai scrifere questa Yoce, del reato poco 
noia, riferendola al gr. JiAA^/ioe, porofa, noiUia, mmore. 

(f4) V««v, dal Y. en^^t P^i'f* *rt^fi^j che è preso di frequente nel senso 
di siHHoiaré, iodi «pM^sre ^niiaiisi, e in queste cantoni anche per avan- 
stffN intrans. Cr. Hh. Dix. che vi aggiunge t9ù$, ossia rvvve, io incito, da ri- 
ferire oeeoodo me a |vm , cf . rn^vf . 

(18) l^fiéi è da un ?erbo ficfié^é formato e? identemente , come altre non 
po^M parole del dial. alb. di Calabria, dall' iUliano arrivare, sebbene siavi 
l'albanese «i^/sr^, e xP^pfije, e l'alb. sic. àppii^Jty baito, e io arrivo, cf. àp- 
xé«» . ^-i- DI lai fatta è più innansi t^Krrót , piotilo , calabr. ekiantò . Anche nelle 
dNiténi greco-iBod. si trova però il v. Apt/iApu dall' ital. arrivare: fttpvtà ^- 
VII -^vO /k«0^#tf'Tov, *ir4v *Aj9fT4 àpt/UtpUy Fassow C. Gr. p. StS. 

(M) vdéuj è una modiflcaiione albano-calabra di deicidi, di ià, quindi, 
ovvero di 'wMve, preno, da parie di, vicino, nell'alb. sic. anche 'vdévf. 

(17) /JftAxùUy nel momento, è composizione messo albanese e meno Italia- 
no, da /ift6«, ed atto full' «Ilo, fiaircHlo.* altra di quelle voci che ulnno f^a 
gli Albanesi di Calabria con troppa facilità, anco seosa il consentimento pò* 
polare, accolgooo nella loro lingua quasi fossero genuino patrimonio schipico 
mentre non sono . Ma se non è da maravigliare che siffatti vocaboli siano stati 
introdotti nei cauti tradizionali albanesi, svisati naturalmente dal popolo, è 
per lo meno cosa strana ehe vi sta chi vorrebbe flir credere questi canti me- 
desimi^ serbati a voce, «neco fedele, e perfettamente Incorrotto delP idioma 
schiploo dei tempi di Seanderbegh , e più oltre ancora . 

(18) «vó^oAoe, è tradotto nel ros. alb. cai. a gorghi, mentre nella le- 
zione alt. sicula del Coetantino il piccolo tradotta da M. Crispi (v. C. Si- 
cH. ecc. da Leon. Yigo, p. 3l1t-3), dove si legge «oujuiòovA, questa voce è 
intesa per bottone di fiori e al par di ro$$i antemi (forij » applicandola al- 
l'imporporarsi del viso afta donna . La voce ffov/ihouXa è veramente un allun- 
gamento di 9dv/<6-« alb. sic«, e 5où/«6-i tsk., che vale propriam. 6oll<m6, e 
quindi ancora Aaljroylio, e pungolo, cf. Gram. §. 88, rqni parmi si debba 
riferire alle lagrime ette a goccioloni sgorgavano sul purpureo volto della bella 
commossa . 

(IH) /Sf^ff, avverbialmente, «ni dono, è chiaro derivato di /Sierra detto 
deUo groppa degli anhnaK, cf. bidè o 6v5e, ecc., gr. /iu^óv, e irOv^oel, onde 
/StfK^, alb. fiudivCy io metto in fondo, ed altre parole. 

<W) «^(éyye, eegno; per 9«|y/0(-fle) gh., leyno^ e a^éy/-», raggio (Hh. Dis.), 
donde 9iiijg^^ la coetellatione , e 9ttvj6ijey iorieplendo, irraggio, distinto 
da ««ev^tia, io eegno, noto, miro; porta una notevole modificazione che si 



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ritrova ìd qualche dial. italiano come nel tìcll. singari, tinga li art per 
$9ffnùre, che forse è antica, e.pnò far rafYicinare tignwn a singuim$, che 
più si accosta a $9gnah, ifgnali, detto andie nell' italo-alb. «»jaAc. Ha la 
forma vféyyt alb. fa ricordare eziandio {y. Zeitsekr, Kobn, 186S, B. XII., 
Heft. III. p. 219) il ffiyyioe, v^yyia, od f/y^Vt ^/y(«, = tU» 1»$» di Esicbio, cut ai 
riferisce il lat. a i n g n - 1 n 8 . Né pare a me che disdica come origine di ti- 
gnum lat. Tidea della uniià, o quasi di un punio cbe nota, e distingue par- 
ticolarmente. . 

L* esame di questi focalMli me ne fa prendere In considerasìone un altro, su 
di cui può nascer questione se alla medesima o ad altra radice debbasi ripor- 
tare. Esso è il V. 9iivje gbego (Hh. Diz.) per io faccio maturare i frutti, 
coneuoeo, detto del sole: dUXi viivj nififionc, il aofe matura , coneuoec, i 
frulli, comincia a far loro prender colore. Forse in «<fv = *9cy ai dovrebbe 
riconoscere ì\ radice di oiip, la luce, il calore, il »oU (skt. 8var?),onde 
vtlptoiy e 9upòi^ ealdo, bruciante ecc., colla »:=/>, alla gbega. — Per la reto* 
zione di suono con ««éyye, noterò il nome a$<y-«, la WMlagrana, cbe rispetto al 
gr. •i^y^'-a) ant. offre le variazioni di veggo, a video, seggo a eedeo, o tido, 

(21) yutovxovAovaryute : il veriM iioitxovXótje ^ io ammuffUco , si accosta algr. 
mod. fuoMxltéJ^ài ^ ed entrambi richiamano Tant. /aùxii, alb. /avx-pu , la muffa, 
/uiuxe, io ammuffUco. 

(22) nJouxovpéMvp y alb. sic. icXovx^^P^^^P ì ^ ^^ derivato da kXùùxo^p, o 
nJ9ùx9vp , per nìjoùx^up 9 polvere . 

(23) ip^tfi del ms., per II comune tsk. ip^e/ie od ipi/ie, e gb. ip^t/ae (v. 
Gram. p. 295), è un pretto solecismo introdottosi nel dial. albanese delle colo- 
nie di Calabria, cbe ivi da molti si vuol estendere a tutti i plurali dei passatlaH». 
in a suffisso al tema del verbo o del tempo (meno i perf. in firn) , quali Ip^ae, 
<l^y;-«, dvpp-oi, di9«-fle, e simili . Un filologo comprende a prima vista che da 
un singolare Ip^^, ditti-» non può venire il plur. ip^i-p.^ ma bensì ipi-Cfie^ 
od ipi'p.e , dUi-ep^B ecc., non essendovi luogo per quel nuovo suffisso r« fuori 
dei passati cbe V hanno gii nel singotore^ come dpl'r-Xf ^Sài-r-a, eyy/séc-r-», 
ed altri siffatti, i quali regolarmente fanno dpi-T-BpLe, ^c-T-<fie (e fiAp-e), «7- 
ypèt-r^tpe, 2. p. i^pt-r-ere, eyypétr-r-tte , 3. p. ì^^-t-6v eyypèt'T-tv, àppii-r-vf, 
9sx/99Ùge(-T-iv ecc. Ed invero la stessa cacofonia di forme quali ip^rt-pL^ nàx^. 
Ti~/A, 2. p. l/xNri-re, Tràr-Ti-re ecc. (che il Bopp giustamente chiamerebbe 
mostruose), dovrebbe bastare a dissuadere certuni dal volerne far dono ai 
loro connazionali. Pure se tale fosse veramente Tuso generale e certo detto 
lingua, sarebbe necessità sottostarvi, ed accettare il fatto procurando scu- 
sarlo. Ma per fortuna la illogica forma di cui tratto non trovasi adoperata 
che fra gli Albano-Calabri, e forse neppure in modo costante e generale, poiché 
leggo ad es. in vecchi mss. di quei luoghi poùxppe , e non già p^xtoLpup, ecc. 
Della detta maniera poi non vi ha traccia nel linguaggio dell* Epiro sì nuovo , 
che vecchio, né di Grecia, come risulta da tutto ciò che si possiede scritto 
io quei dialetti, cominciando, dal p. Da-Lecce, a finire nel Reinhold; e ciò 



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o<166)o 

mi eoorerma la viva wcc 4\ Albanesi di Grecia e MI' Epira atpraaaaoiettla 
qai a LivorDO iotarragati da ma . lo fioe a aoggeUa del aia qui delto la ferma 
ceosarata è del tytto igaota anco ai diaieUi deUe colenia di Sieiiia, Je quii 
costaoo »oa eguale aatlcliità eoo quelle di Calabria . Dalle eepoate coae perlaoto 
si raccoglie che il maaaimo aamero delle genti alUoiclM coodamia eoi falle 
Toso, nel lempo iodicalo, deiraceeooaU cadrua, cai talano avreMie la atra- 
na preleosioiie di imporre, ae poaaibii foaae, alla oasione quaal il aolo au- 
torefole, e sano. Forse potrà eaaer lecito a chi piace fra i nativi delle colo- 
Die di Calabria lo svisare ona delle pia pare forme dei verbi albaoeai, ceafon- 
deodo milanieote due io ooa; cioè quella dei passati iu toc con T altra dei 
paasali in « suffisso alla radice sola , o dopo h% el modo dei perfetti 3. o degli 
aor. ellenici; come è leciio ai Napolitani dire vedette per vidi, ai medeaimi 
«on^o , e ai Siciliani iugnu , per tono , ai Piemooteai anduma per andiamo , 
e buge nM per non ti muotere , e cos^ ai varii dialetti di ciascuna lingua tenere 
in uso altre loro anco erronee, od incomposte maniere; ma aarebbe ridicolo 
ed asaurdo il volerle proclamare come le aole buone, e peggio crederai in di- 
ritto di tacciare di solecismo non solo tutto ciò che è proprio d'altri dialetti, 
ma ancora quello per cui milita Tuso della nazione ai può dire tuttaquanta, 
e che le ragioni più evidenti della filologia comparata aosteogono. In quanto 
air origine del vezzo albano-calabro ho diami ed altrove (v. Gram. p. S99, 
seg.) accennato le mie congetture. 

Ma taluno potrebbe osservare che non valeva la pena di una seria confu- 
tazione la strana voglia di fsr passare per buona una forma erronea d* un par* 
ticoiare dialetto, certo non immane di volgari ed evidenti corruttele, e in parte 
svisalo, a parere dei loro compaeaani ateasi (v. Dorsa Sugli Albaneii Mi- 
eerehe e Pensieri ^ p. 132-8; 11 che altri pure mi conferma in iscritto), più 
che nobilitato, da alcuni di quei che tentarono finora di coltivarlo ed inalzarlo: 
e r osservazione non sarebbe a dirsi inopportuna. Con tutto ciò ho credalo 
conveniente non solo in riguardo di questo fatto, ma di altri parecchi, mai- 
ler 80 rav%iso coloro che amassero acquistar conoacenza dello idioma degli 
Schipetari, e particolarmente i filologi che ai volesaero inoltrare aireaame scieo* 
tifico dello stesso , contro le false idee che potrebbero in loro creerai circa le 
genoine sue forme. 

Per le quali, com*è di ragione, bisogna prima interrogare la naiione stessa 
nella propria sua sede, e nelle principali colonie di Grecia; a che ci appreauno si- 
curo mezzo la Grammatica del p. Da Lecce; la traduzione del Nuovo Teatameolo 
intiero fatta da nazionali Albanesi molto bene instruiti nella pratica della loro 
lìngua ; il prezioso libro del dottissimo Haho , il quale ci offre colla più grande 
fedeltà e diligenza quanto egli stesso apprese dalla bocca del popolo in Epiro , 
e dai due suoi maestri Albanesi, gbego Tuno, e 1* altro tosko; le operette 
spirituali stampate a Roma; finalmente il Reinbold, che dai marini Albanesi 
di Grecia e dal popolo delle isole abitate da Schipetari raccolse tatto quello 
che ha consegnato in iscritto di altianese: quindi tener conto eziandio dei dia- 



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o(tB$)o 

l«tii Mie eolmie d'iulie per aeurne le periieelariUi degne di «fersi in pre- 
gio, regeliddesi nel scienlifleo e serio lavoro non sol pregiodiiil mnnicipali, 
o peggio se personili , ma sai princlpii sani e certi della bnona eritica e della 
seiensa filologica . Or alle risnitaose ottenitle con vn tal metodo, e dietro sif- 
fatte norme, non possono venire sostitnile, né in alcnn modo prefrrite, in ^^Mìa 
di cbicclieste, le sif^lari, talvoHa tantaslicbe, e mal concette idee di «altri sema 
riMlarsi alla scienia non solo, ma perfino al bnon senso. E per fermo, se ^ni 
dialetto va preso in eonsiderasione, è però delitto di leso buon senso il voler 
dare ad uno particolare, di gente dispersa da secoli , ed esnle dal patrio snolo, 
penetrata per ogni parte da straniere inflnenie, e volta per legge aatorale a 
decadensa siccome ramo staccato dal tronco, volergli dare, dico, antorità so- 
periore alla liogna stessa parlata nel proprio nativo paese dove essa vive vita 
rigogliosa e spontanea, qualunque siano le condisioni poNticbe della nazione. 
Ciò si deve tolerare appena per qualche punto cbe abbia in suo livore ragioni 
filologiche più chiare della luce meridiana : altrimenti è lo slesso come se ta^ 
Inno pretenda che gli lullani delle isole ioniche, o delle coste meridionali di 
America , o dei così detti scali di Levante , debbano tenersi per maestri nella 
lingua ai Fiorentini, ai Senesi, ed ai Pisani. — Ma di questo ho detto anche 
troppo poiché ehi non la intende si condanna da se medesimo • 

(S4) fiéXJtve, ossia ^^icrs, vale i dUehi, o il disco, nella frase vda fiéXjtt^ 
giocare al disco , o eucr al ecc. La parola potrà riferirsi alle voci fiirouXc^ /$i», 
e loro affini . Ifon so se sia adoperata in altro dialetto : io Hh. non è notata . Ti 
si paragonino l' ital. roiolo , folio, il fr. rouhau, ràlc, ecc. 

j(15} v/d per ceco, si sccosta al ghego vioO/, e «;/</, idem, ed ancora, e al 
gr. mod. yà per seco; potrebbe riferirsi alta radice di v/o ^ ^J^xP (Bh.)^ 
vjix «ce. 

(M) AyTCi, genit. di ^x^-flc, come porta II Ms., è notevole per la somi* 
gHansa con <x^r->i (-«), cealaMione , vapore, particella leggera di ogni coca: cf . 
Sxf-^ ecc. , Gram. p. 334. 

{tT)/Sfifit (e/iep^y), è il tosko fipétje, ghego fipKwòiJe^ io itutorbido detto 
principalmente del cielo , e per iraslato dell' uomo , qui preso in senso intransi- 
tivo per il med. passivo fip^x'/^^y « firiP'l^^ì 8^- fipwòxtfHe . L* adjet. ^p^perc, e 
Ppijip (Hh. /3)9i}), gh. fipAvCre^ fipAve si dice per, cerio, grave, torbido, ed è 
notevole che presso i Gbeghi fipAvta-t^ vien detto nel medesimo senso, ma parti- 
colarmente s* intende di Dio datore della pioggia {Uh,\ il ^iftXnytpiryn di Ome- 
ro, raccoglinubi: ppcL^àv fiiroìiXotre dice pure il Ghego per aggrottare le ciglia, 
o solo fipocvóx'pe . Si è toccato altrove delle relazioni di questo radicale fipfip = 
fipé» , con oòpK»-ói , ecc. — La non lontana voce /3/»à^(-STe , per aspro, ruvido , 
fiero, feroce, si dee riportare a ^oy, cf. /doex-rò<, fiay^ioaoij ppoef == Vpoiy . 

(2S)Jipc, èisiogolare allungamento italo-alb. della negativa j>, no. 

(29) dpòvtripCy di cui ha V vi poi il sost. dpovtxtKy manca in Hh. Diz., e si ri- 
porta chiaramente él nome sost. d^i-^'oe (alb. sic), la paura, la perplessità, 
e al verbo dpò^^ dpoùt gh., io temo, e dubito (D. L.), per lo che il suo significato 



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o<157>o 

. $ih proprio apparitee, p$rpl$$io, émbi$9$0,tff Mtcotiotte p§^ii§roio^ eofi- 
foòontfa, eoo l' attratto nel aoat.: ▼. Gra». 

(30) f#ik», éè «0 verbo tf,ìvje (beo énreroo dal eoaooe tak. w^é^* =: e/tire- 
90^6^ i9 apprendo, in$é§no eee.) ebe ooo ai trova reglatrato . Eaao vale «e- 
etulere « at^ulfi , oode paroil delibasi Mettere iosieme eoM* aoUea radiee cUeoiea 
99ti¥ («« = ^), s$qui, aebbeoe II eomooe gr. iifofim ooo abbia II aeoto di ao- 
eader$ beosì qoello di ven^e.— Talooo fre gli A lba oo C aiabrl ha votolo di «oo 
aolo e pieoo arbitrio (come apeaao adopera) derivaroe il oone p so r a, per dice 
ia $ori9, il dèiiino f?IJ, cbe è voce molto agroiiata cooaoooaodo ali» greca 
fc&^ ìodicaote eoaa iovero apiacevole, cioè ii§nm, $§rpi§in€ . Del reato oii aar 
aicoraoo Albaoeai di Calabria cbe od loro dialetto la paiola ^/m ooo eaìale 
foocj cbe per cbì V ba ioveotata 

(3l)/8<ttr7(ma. /8eei^*T7), com. Uk. /i«^W/ii, e /l^-( (Hb.)» P«r alcooi ao<- 
core yeuW/Ki (alb. aic.}« «redo riferibile al gr. élml^ (Ut^ lat. vae, alb. /tt, 
e fiAt gb., eaclamaiione dolorosa, o forse meglio al v. Ihcù^u^ /^m* NeNa Cor- 
DM iim}Jrì alb. cai. si vede XJ sviloppausi dal semplice i, coom io *mi)Jté9j$ =: 

(39) kk9H ba qui valore di fède giormtB, ioerawt^niwm ; aooo da oaaef- 
vare le diverse sigoificaiiooi di qoesto oooie cbe soooa prioclpalflieote fhd§, e 
poi, pa$to, contratto, tregua, «alvoeofidorio(Hb*). È alota altrove iodicoCa 
la radice di qoesto oome, irta, 1r^, ma sovviemmi qoi a proposito rooieriea 
voce mUùL (== ir«ci^ò), cbe alla eolica aarebbe *«i«*ic,=alb. bévMC t^ ii /léX* h 
«•/ai} xpot^n fiiyft TtrXnvUmy *OAi«« XX. v. 23. 

(33) 9STpii^9f io Hb. witpwfjt/ie (cf. vit/gje, vtxpixt/^etQU sigoiflcaiiooi aoa- 
logbe) diitendere, allungare le membra, stenderei, etérmeehiarei , mi pare 
voce aflUoe più al verbo trptvyw, rad. or^vy, cf. «r^éfM, cbe a «t^m^s v/ró^*», 
o 1 T^x*», rpvu . 

(34) «Ciri sebbeoe somigliai^ a ««irit, ootalo da Bb , e altrove da aie eoa. 
Usiato, è qoi da riportare ali* opposto verbo 'pJfUje^ tsk. >fr7^s, gb. «//, med. 
pass. *pMx*/ie^ gb. ««'V/^9 ^^%^^ adjett. derivati */ibipe, e ir</re, ed aoebe Hb. 
oota T(ir<x<M*« ^ Hflx*^ gb. per io mi dieifUorpidieco^ oppoati dei aopra detti 
cbe valgooo lo intorpidteeo ecc.; cf. Gram. §• 137, e oo. La radice appariace 
9r<, oode i composti dalle particelle, s/n ss a» =3 va, cbe coaferoiaoo, •« cbe 
oega togUe, v. Gr. §§ INI, 1211. 

(35) /kocm'Vs (-«)» P«r alcooi /Mvra-i, è qoi preat oel seoso di guaidrap* 
pa (piouT&ftjy pia vicloo a qoello dell* ilei, oioiila, maniello ecc., e del gr. 
pMjfiùKi , o pm»ivn, coi apparisce coogiooto . 

(36)/sa««A0e, alb. aie. /9oùx«^«, deve riferitsi airital. buccola, o froeeolo, 
cbe pare proveoieote dal lat. bueea . Yale fibbia , e bueeoia , o cooie qoi csr- 
ekietto dì metallo , io Toscaoa campanello . Potrebbe forse aver cbe fine eoo 
/8o(ùxfldcs, o eoo fiétttXx = rùpkittim per simUltodioe 7 

(37) ov 'vdó^y da ou'vd^^ perf. oied. él^vii^/ie^ iomitrwo, tona in qoaU 
cbe loogo , V. Gram. § 81 . 



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o{ 158 )o 

(38) dxXxvÌ9it y forma italo -alb. del tsk. docXayìricVss (-j%) ecc , v. Grani. §. 
92; una daìavivct al accoata nifgKo a roe>a»i{> . 

(39) iA9Ù9ixjtv9 , (jfK omeH , dal sinR. /ut»ùvix-«v, è probabilnente affloe o ad 
&ftLOi , *«ijBti9xo« , ovvero a /utOs , muscolo per estensione itorao (?). Conviene ben 
distingaere la qui segnata voce dal nóme /kov9«x-« (Hb.), mulo, cni lo Siier 
n; 41^ dopo avere rammentato il russo nesk, il serbico mazga, il valacco 
n a 8 h k o i n , dice che potrebbe avere la radice stessa del lat. m a I a s , gr. 
niod. fiouXàpi, riferibile a ^ùxJLdc, e /«vx>^«, sebbene meglio, credo io, si possa 
riandare al verbo /kcV/-w, italo-alb. fit9ix6wj$y ad indicarne la bastarda ossia 
miiia origine. Così è dit>9rso dal /aùv^kou, o /iUkov e /a^x-ou, moscbus, U 
muichio. — Voci analoghe ad òmero, per il significato, sonosi notate altrove 
9xj<rovia, o 9{ir-, oiér-, e 9$xéT-9uJLgc, l* ascella, e tutta la icapulOy v^iràrouAfle, 
la spalla^ domerò, nelle quali io trovo il passaggio tra ir e x, come in altre 
voci, fra le quali Xlvxoup alb. sic, da riferire a XirKOi^ magro ,' secco . 

(40) fibetXoi9Tp&pTov/>, da un verbo ^/iboLXMTpàp, La è questa una desinenza 
di verbi in Ape (in vece di ^«/a, ^y/e), che nell* italo-alb. si è estesa dagli infiniti 
italiani in are, epperò da tenersi come impropria dello schipico, sebbene vi sia- 
no alcuni verbi in ap radicale, come fi&pe e qualche altro. In quanto all'ori- 
gine di *fiJbat.Xx9rp9Lpy se non viene da ijiitX%9rp9v ^ può vedersi nel nome òeUi/roc, 
fango, rad. baXj y che altrove riferii a iri}>^«, *ir«Jiòs, ravvicinandolo anche al gr. 
m. fiàXr9t, padule, che da taluni però si vuol riferito ad ÌX9i, e da altri ad àì- 
99t* — Non credo che con 1* italo-alb. fàbtKXwTpccpy e con bàXjre, vi abbia che fare 
òoAAa, o bcLXXj'Ky la pezza, toppa, onde il verbo , e/ibaX»étje,'ò9e (Hh.), io rap- 
pezzo, rattoppo, e gr. mod. /iir«Jlw/Aa, alb. iibBàé/i^tLi la toppa, che probabilm. 
si riattaccano a fi&XXoé. 

(41) Ktpyovotp dal V. Ktpyòtje, vj«, io sporco, che trovo anche nel Reinhold. 
La radice irt^, o ittpx potrebbe ravvicinarsi a rcipX'Oi^ -à^M nero, maeckia- 
to, ecc. , o<l ancbe a itòpx^i ::=porc-u8, onde sporcare . 

(42) 9x«nrt^^|c, da 9xxittp^iie, io corvetto (del cavallo), o salio per In- 
ciampo trovato (?), sembra composto di irxa, o da v^xàva, io sdruecciolo, ov- 
vero da j|, e '^mp^iie, che probabilmenle si dee riferire a icHti, onde ifi-ici- 
Ì9m, -iroJc'^M ecc., con una p parentetica, cf. Gram. § 92, e pag. 117, seg. 

(43) pòXJdt, offre una diversa forma del già veduto (n. 24), fòXjt'xt, 

(44) vi, pare più vicino al greco vOv: xow«T-a, e il masc. -<, si mostrano 
tolti dal lato eognatus, e piuttosto dalFital. cognat-o , -a. 

(45) xow9lXje^§T , è chiaramente preso dair italiano consiglio per adu- 
nanza, di cui si è veduto altrove con più antica forma il congiunto xe^sae, 
lat. consili~um: e vi ha pure xoÙ9io\tXe (Uh.) per console , lat. co usui, 
e e OS ni nelle iscrizioni. 

(46) fud96p€, tradotto nel ms. per crudele', è certamente affine al verbo 
/id96tje (ossia pLex9òtje) notato da Hh. per odiare, astieggiare , onde si po- 
trebbe spiegare , odioaa , astiosa . Mi sembra chiara la loro analogia col greco 
p.i90i, ^wa, più che con /*0m«, p.wtripòi, abbominatione , abbominevole , 



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o< 169 )o 

(47) «x/^TT-te, per il ms., ntmho oteuro, in Hb. è tvi^òrr», n$V9 eon 
piaggta tsk. La origioe parmi di riferire a ax4r-o( , -^a , più che a vxtà , vxtA- 
^$ ecc., di coi v'ha il corrispondente alb. j^k^jo^y con modificazione assai di- 
versa. 

(48) /io*o9Tp6ft , è un composto che non esiste in greco di éi^fué-i e rr^i- 
fu, arpófiyf ecCé, SDÌ genere di Avtfio^àXfi del gr. mod., lempora/e, o t$mp$' 
$tà di vento, uragano. Neir albanese vi è la trasposisione invece di 'm/ko- 
9tpofy /t9y9-vT^f, laddove in /(io»«*«Arf (gr. mod. ilem) viottolo, die viene 
da ^òvoi e ir«ré«, irérof, non vi ha cangiamento di sorU. 

(49) La stessa radicale greca /&•» produsse Tavv. alb. /k^«65, che tale io 
lo ritengo , cf. fi^Mu , appena . 

(50) fiappovp^ da un verbo fiàppo^ io seppeHiteo formato dal nom9 fiép- 
ptf il Mepoiero: nell'alb. sic. vi è /S«^pe(4vis , e nel gh. fioppé-ty -^e, dalla for- 
ma fiéppt del nome suddetto . 

(51) xóxxjtte, xéxjiT§y dal sing. xòxj-at, il ekieeo, che è la forma comu- 
ne. K^xxare nell'alb. sic. diconsi i doiei, ed è singolare che anche in Toscana 
ekiew, o egioca, signiflchi granello d'uva o simili, e dolce, probabilm. per 
estensione, cf. gr. x^xxof, xcxxof. Ila x^xxouJia nell'alb. sic. dieesi Im pUfac- 
cAara. 

(52) vdoppiwoi è voce alb. celebra per il comune alb. \iéve9ty o *»tfé«c. Beh- 
bene, comeechè, della quale si è a suo luogo parlato . 

(53) ioxot^Éixjty baetoneello, mi sembra forma migliore del gr. mod. Ax«- 
vUji per dire lo stesso, giacché si riferisce all' antico ió^af^ xo$, eannet, con 
lieve trasposisione. 

(54) pixjiy tradotto erica, non registrata da Hh., è affine al lat. e al gr. 
ip€Un , od ipixn . Neir Hb. vi è fìxe gh. , rafano, che risponde all' alb. sic. /6a- 
xou, altrove notato. 

(55) vixoùpreiev, eorte f tirare la): Hahn riporta questa voce all'adjett. 
e v^xovpt^ , -e^, e alb. sic. , --wpe (cf. e u r t u s lat. , Mprò^ gr. ?, s k u r t va- 
lacco ecc.), quasi a indicare il mezzo |M'«k òreve a sciogliere le questioui. Ila 
forse può aver relazione da a^^^r-i, -^«, lat. eore, tit; e in tale ipotesi un 
esempio di x, o x/, sviluppatosi da 9t avremmo in a^^tufou^i, lo Molfo, lat. 
s u I f u r ' — 2<x«ó/9Tf^oe , la quaglia (altrimenti dpévjK, cf. tct^wv) è riferita 
da lui allo stesso adjett., ma lo Stier, n. iiS, osserva che non sarebbe molto 
lontano il gr. nome d^Tv|, xe^, Esich. y^/»rv{, gr. m. òprùxt. 

(56) i vjòpLOLy femin. di e vjV*, morbido, umido, freeeo anche dei cibi, 
verde delle piante, erbe ecc., tenero, v. Hh. Diz. che lo contrappone a deé/9«, 
o dòéra, e a t^«9««. Per l'aggett. e il verbo analogo vj^/uie, cf. vo/nh^ o v«é/uia? 

(57) dova^^cre, diminut. plur. ,0 vezzegg. del nome dópoc, pinr. douoc^Te, 
dimin. dópt^oL. L'abuso dei vezzeggiativi è frequente nei dialetti itak^alb. 

(58) oò pioixe, $i allontanò, $i appartò, ti teantò, (Hh.) ^iv^r-e, inlr. 
-f/te, propr. Iroffenyo, respingo, ecc. Sembra riferirsi al greco ipirrùùè (od 
f/9Ì99M?), ovvero al lat. resisto, resto. 



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(59) 9$ocTo/9<oe C-*l«)f tr«doUo per padigliom del ms. alb. cMm ^ Nrol* 
DOD registrata; forse si collega al gr. tfiimr^^^^ giudeo iodi itmpia selgr. ree. 
^K»oe (a«« da f««M( =5 ^m, T. Gram. §g. 103, 108), cf. il nome f«<céct-c, « «O- 
laggio. Ma la più ficina origine di 9«dero/9i« è da dire dallo slafo-serbo fiato r^ 
padiglione. Satra, baracca, 

(00) ioc^re: qttesta foce si interpreta nel mt. per MaHe, ciò cIm per altre 
io credo an* allooioaiiooe. Ra? ? icioandola al i«f(àyi segnato da Hh. IMz., /^ 
ai mostra la forma più semplice , e si spiega awumte. Nel primo senso ognon 
fedrebbe la relaxione coli' antico "Ap^i, ma nel secondo, cbe è H fero aiteso 
la citaU forma i«^-ài« sempre fifa in Epiro, non può rimaner dubbia 1* affinità 
soa con I^-mc, ipà», <^avyd« , comunque anche nel serbo sisfl J aran^ «mieo. 
come iMf f i Ja r , primmvmn , e ealor$, cf. gr. foc^, alb. fiipa . 

(01) Addéwip^ è una delle solite foci italiane inoltratesi nel!' italo-alb. con 
forma ital. (-are), addarsi, sicil. addnoarisi, Meorf«ra<. Voci proprie a 
Indicare dò fi sarebbero §9vln scodr. , = awKcisie alb, sic. , vdi;^, o wdi^e tsk. 
(fib. Dix.)? «4 ifiif§9 alb. sic*, dei quali si è accennato altrofe. 

(03) 9&)Jai, è tradotto palla nel ma., cbe sarebbe cbiaramente legato al- 
l' italiane, e al gc. itéiXXK. Ma in Hh. Dia. baffi icAìjm, piega, firn, eerie, 
onde irocV^i io pi^go , meito a Mirati « itóàjé is&)j9, » piego ecc., e (Hmm 
resta p. e. di Ochi ; potrebbe quindi spiegarsi qui analogamente. — Akrofe 
(Gram. § 90) io credetti cbe J^ sia sviluppato da / in ii^ia =s irà/at, cf« ital. 
paje (alb. nàp -^t^ seppure V non sia da ^. Bffi ancora n&J'« (Hb.), uèft'itaL 
alb. con XJ «éAj-K, ta dote , per la qiìal foce io penso che ^bba riferirsi, 
come il lat. p a 1 1 i n m , e T ital. palio, a it&Xn , iroAajM, quasi premio di Hha 
htta , poiché è nolo che II matrimonio presso molti popoli anijcbi , fra gli 
altri gK Spartani, af«efa rappareni* di un ratto, di cbe f i son le' tracce nel 
presente carme nuxiale: per l'estensione del significato éìnmXn^ee. si ricordi 
m^Xu^ ••». Forje fi si attengono le parole recate sopta . 

(03) nptvdepUy àe aptwdeploi^ che non si trof« registrato, ma ò nome cbe na-^ 
turalmente derifa da np^vdt, ossia r^vtc, fiat, npitts, e iteplvjt N. T. (anche 
wpivdepet alb. sic), antenato, padre, genitore. Queste foci sebbene riferite co* 
munemente al lat. pareois, trs, pure fanno pensare a n^'vecc.: cui con- 
suona il ferbo alb. ir^^fi, o npis^je^ io precedo, guido: ed alt' ebloHior^ ii^<- 
Yus:xirp<«/9M|, veee4^0:, unltnafo. Da ir^(yte>-ds, l'aetraMoir^dip^a, falé 
la paternità, o la digniki di genitore, ▲ ir/Nyre, ai simiglia pure npi-p^e, pHfe- 
e^, cf. prence ital*, princeps lai. ecc. 

C04) viòrrpt, sembra compoato da ^iò (f . sopra n. 2&), e rW) ed ha cou rfè 
ristessa signiOcasione propria solo dell' alb. cai., è quanto pare. 

(00) ÌK««n per dire il di fuori, nome fatto df ou aff ., o una prep.^JAvcre, 
alb. sici^nra, è nptefofe per F usO/ singoiate di maso. sosl. 

(00) irsAoù/ui^-t( , a, -^f in Hb. ancora neXt^xi^y e gb^ vexàXv^p^ BL yutXextftb^ 
Thuomann irA«wM^> ^^^ modificaaioni della stessa fo$e lat palumbes, 
riferiu da alcuni al skt. Kàdamba;, oMtra, cui non* credesi estrsmip il gre- 



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o<161)o 

co KòXu/ifi'Oit "U. Ma nelTalb. e ital. haTTi p=:k, ciò che era proprio del- 
Tosko, e del MbiDO, e probabilmente del messapico, e trovasi spesso Del r«* 
meDo . Cf. su questa foce Stìer n. 98. 

(67) 9sTpo<f9ity il fìragùre, è voce che consuona all'Hai, ttruitio, «fru- 
sciare, eontamarB, che però ricordano il gr. vv^m, vrpù^tà . 

(68) ft$99àXt^Ty da /Kevdélflc, o fievv&Xei, la tovaglia da tavola principalmen- 
te, e quindi anche il convito; pare affine al tat. mensa, mentale . 8i può ri- 
cordare nondimeno H gr. fiAv^tt^ io asciugo , tergo . 

(69) 9$x/éi>rc^cT , da 9ixjiìtTe , con forma plurale , tema ««x/evr, potrebbe rav- 
vicinarsi a 9xc^>u, rad. 9xti, lat. se i n d -o , e all' alb. vix^ùvde , Hh. a^x^uvr , 
io eeuoto, sventolo, vibro ecc., accennando alla leggerezsa dei panni, o della 
biancheria; ovvero è da pensare forse meglio alla radice di vx^viiy che valeva una 
tela, copertura ecc. Neiralb; sic. per biancheria dicesi generalmente Xlvju, co- 
lile neHa frase /ce ^aatòvi Xhje^^ mi ha gualcita la biancherim (per ^ùotòve cf. 
^aatepòije); ma comunemente XJhjx secondo Hh. vale camioia, e più da don-- 
na* Di essa voce V origine è chiara da XJi'pt , gh. XJl-vi = U^ov gr., I i n um lat., 
e quindi A^ly-re, o A/r-re P aggett.; ma rè Xjimoi in generale per eufemismo (alb. 
sic. hptxriXirfdoL) Significano le mutande . 

(7<>) 9$l9«-c, il piano; onde 9{i7«^^e , io appiano, è probabilmente affine 
ad tns y raddolcite le due sibilanti , con 1* l inisiale eirso come nel gr. mod. 
9tdit;6è per Ì9&t^ . 

(71) ircrp/r-c, lo sparviero, ueeello di rapina, apparisce derivato da itirp^, 
ad indicare le alpestri dimore di questi volatili , ma potrebbe anco aver che 
fare conirrc^dv, mréfwfii. — La seguente formi ^rpee-Trtr^te è chiaramente un 
composto mesxo italiano dalla particella stra, tra per oltre, come in etra- 
grande: si poteva dire, t it&pe mrpire. Anche in greco mod. vièir<r^r)}«, 
il falco: X* tmiXat. Tòv ntrplrti ^ou, ìcwrtfyt va /lé^ fip^i PaSSOW op. e. p. 116. 

(72) iro9Ì9t/tey è verbo legato chiaramente a iroW**, nho/ieu^ ma è partico- 
lare i^ significato di onorare coir opera, e meglio servire, av9r emra di{ non 
ripugnante ai suoi affini gr. e alb. 

(73) ^ax^^tr, dal singol. («x^c, è qui da osservare per H senso che può 
bene esprimere di officio, ministero, ami che costume, ef. Gram. p. I3i. Pare 
che così possa intendersi talvolta ancora nel gr. mod.: (Passoir p. ÌS6) T^xin 

r^ouy rà fiowà xod ppi^ow xùA ;(;i9yf^ouy: La VOCe ^nnòn ccedono alcuni tolta dallo 
slavo, ma in questa lingua stkon significa legge , religione, matrimonio, indi 
xakonar, codice di leggi, che 'seno abbastanxa lontani dalFalb. e dal gr. nio« 
derno significato, sdlkbene fl^rsel^ origine sia ia stessa per le parole in questione. 

(74) hovw&p: si ricblamtno le cose dette ai un. 8, e tR(, per il nuovo verbo 
bouyyéc^ dairttal. abbondare, calab. b un nari, con troppa francheuà introdot- 
to in uno scritto* albaaése , e non moderno, sebbene delle colonie d'Italia. 

(^5) /9Tv rs/Mvrr, o filje y T. 8. L; C: XV. nota 73. 

(tey /tj&Xfwi, ò forma genft. dat. plurale, che pare da un sing. pijAXu, 

O fAJuXrét alb. sic. , per il tsk. /y'àAroé Hh. , /uAi , t-oì . 



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o{162)o 

(77) fovpvót, d«l V. foìipvòvje, adoperato nelPalb. Calabro per io finiteo, e 
tolto evidentemente dairital. fornire, non è comone agli altri alb. dialetti, che 
io sappia. 

(78) 'fibóu anepfijiptre . Così porta il testo del Dorsa, che spiega topra la 
eorCifia ; V6àc sembra modiflcazione di e/ibi: vKtppjipt^ non lo trovo notato, 
né mi è chiara la etimologia; forse ha che fare con fijkpB, o pupe, io ap- 
pendo, prefissavi mp prepos., e 9, o 9$ rinforzati va, come in v^-nip-hljiijt j 
io redimo. Qui una simile composizione sarebbesi adottata per un nome: a-wp- 
pjkp't (0 (ri-ntp'filtp-t^ -«)^ quasi quel che ii appende, ehe è soepeeo. Ignoro 
se si adoperi in altro dialetto , e se tolta sia da altri idiomi , nel qual caso la 
mia congettura sarebbe gittata al vento. 

(79) fpovoixouXifie^evy dimin. di fpovixoìiXifie fem., che vale itrepito, fischio, 
per estensione canto, da un tema f pou9«-x0uA-a ^ rad. fpoMv^ f^ov^^x, come 
io credo (v. Gram. §. 165), il quale si dovrebbe riferire a f/^vàa?», ^u, io 
fremo, emetto un grido j e fpi996i. Il v. è fpowixovìuje , io fischio, in Hh. 
fevieXiv . 

(80) In fXj^pe si ha un esempio della p paragogica, parentetica, non rara 
nell'alb. e nel gr. mod.: il verbo è fJi/fi, }>1^, veduto più volte. 

(81) r/9ó)nra, rpònu,^ la macchia, boscaglia, è affine a rpónniy rpAicn^ 

(Cf. TpÓfC, O vpÓffCj, 

(82) P/va , vale Irene per aferesi (0 Caterina), — Voiofi&ve sembra il nome 
di un eroe popolare nell'Epiro. 

(83) véppé^ (0 néppci), vicino a, h da ravvicinare a iréjoc^, con un rad- 
doppiamento eolico della p, come in iippa zz inpiiy mpp zz ntpi, nipp ójcàAoi 
zzmpì àiraÌM (v. Abrens, aeol. p. 59. 150, e altrove). 

(84) Il senso dato qtii airadietl. C Vou/ti, si accorda bene col sost. gh. Aou^ui- 
v^a, la gloria, indicato altrove. 

(85) È notevole il v. xcatróvje nel senso di prendere , a ferrare , raggiun- 
gere , cf . xàirrw , xaTrw , e il lat. capto: vi è forse congiunto xeatiXjx , il la- 
boratorio delle api, cf. xàitfi gr. etc. 

(86) V ultimo verso a parola direbbe, domanda allorché tu eri vivo, cioè 
chiedi come ti temessero. 

(87) vié/Ac, in Rb. yja/tfi-c, il tuono, la saetta, zn yjefiifioL (Hh.), sì riferisce 
alla rad. yt/A, lat. gemo , gr. yi/ioi , come la voce alb. yjé/i'K (Hh.), la miseria, e 
il lamento . — Ha somiglianza con questa alb, sic. il principio di una canzone 
riportata da Hb. IL 137. Hepr^eXi/m ìiiUXvivi '-' bpovpLbovXipiK pL&Xjtvwii — cu 
Touvdve 9(ra7rTr6, — I xpime r^ttrcre a Scoppi dai cieli,. — romoreggiari dai mon- 
ti : — si mossero le case, -« e crepitarono i tetti. » Altrove fu accennato di xjUX- 
9i9{, e ft&Xjtatvi (per le forme più comuni }^'U>9«, e ^imcA;Vs) che si mostrano 
derivate da plurali in «, xjUXsy fiààjii, come vjipeiy ed altri. — Per xepneXii^e 
da xepraeXìje, io crepito, e tentenno, cf. Keprvive, x^crae, etc. Credo che si debba 
tenere diversa da queste, e dalle voci affini, la radice di xepraipt, e di xipmc, la 
cartilagine , la foglia di una pasta a sfoglie , come di xepxaovpt , ciocco di 



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o<163)o 

iéffno e simili, elle serabriDO teeennire qaasi iinucUo, V intemo di um og- 
getto, oadt mi ricordano 1* eolico xAp^a^xapUcL (cf. alb. xé^t«). 

(88) ìoìffibàpiot dal mt. , mi sembra aoo s? iaomeoto di bovfib»pdx , e forse 
errore di copisti; bovptbàpiec sebbene corrispooda alPital. bombarda, trora Del- 
l' alb. bov/ubm^-UiiB^-Xi^e, di egval radice, bpoìtfabcnU/u (Hb.) colia p ioserta; 
cf. anche 6^ov/a6»uJU , lo scarafaggio , e moscone, fiofifivìtó^ gr. 

(89) o^cT^p-c, -ov«p, guerriero, loldafo.NelDis. di Habn si trova oUrpi^ti 
(«codr.) per e$erc&o (Heerkaufe), truppa, cf. italo-alb. •09«re^a. La radice 
non mi par dubbio cbe si debba riferire al lat. Ao«-r<-s (cf. ital. otre fem. 
per eeereito)^ che ebbe prima il significato di straniero. 

(90) rtil-e (w), cf. trOX-^f, f(y/iif ^ iUI. etHo. 

(91) 9«T7«<iy, sembra nna abbrefiailone o di «crfvtv^cy 3.* piar, impcrf. pas- 
sifo di ««tfvie» vfWM/Kf , io epingo, rieerro, passito tono epinio, etc, o piut- 
tosto di 9ixlxt9it» di w^rU^ =: e^Tti^e , io gitto . — Da vitivtfu è di Terso ori- 
wtjxe, io mi affaeoendo , mi affanno, riferibile a 9T<y«*, od a «5lyM, al primo 
de* quali si riporta ancora la foce 9r»vl-ou, Vatsverto^ «rovl-oe, rat^vert^fd. 

(93) Il senso, o la costruzione, è piuttosto oscura in questi due fersi 
(a.** e 4.*). U ?. mprepìie^ gb. -iv'e, è noUto dairHahn, come composto da 
icép'Té^pì . 

(93) Questa credo la miglior lezione. — Lo Stier al n. 81. ripete saviamente 
il nome piovpditipt f^s mùrgiarij italo-alb. da fioCpy»-^ gr. m., in alb. /^ou^y-ov, 
noro,eeur9, bigio, e crede che dal significato di un ernvallo eeuro, passò poi 
a indicare ogni cavallo; di che vi sono etempi in altre lingue (nel rumeno). 
i da ricordare /loitpJiX^tty la moeea cavallina ^ La voce jtLoùpx, -you, -ya» co- 
me sostant. significa il sedimento, la morchia deiroKo, = gr. à.p.òp^y -ij(. 
— Nel gr. mod. ii&Apo^ è detto pure il cavallo; v. Pass. Carm. pop. p. 398: 
fxtpnà. iivtt roO lucùpou rou, dà una eprcinata al suo cavallo ecc.; p. 393, xi 
«dx^tfA^^y <v/piÌK«yt itùtàq lx« xàUco iieeitpo, ed ifi più VOlte. 

(94) ^kX^^x^oc: questa voce è interpretata fucile, arma da fuoco, o cbe 
esplode, fs. anticam. valeva l'orco.* essa mostra relazione col v. vixpixe, io 
Mplodo un arma (Hh. v^xpéf gb., tixpk tsk.); per -e^ec v. Gram. §. 17D. 

(95) Ho accennato alttove (Gram. §• 168), le mie congetture sulla radice 
dì questo focabolo : qui noterò cbe coimnnemente fra gli Albano-Sicoli si dice 
grirfx-ou, masch. per poseeseione; -« fSem. per la roba, o i panni u 

(96) àpfUfMéXle è voce prettamente Italiana . 

(97) xox«uTe{;te, dimin. di MKoùrm anche xouxoùroc. Questo vocabolo il quale 
fijgniftca, ferula, è da tav vicinare al lat* cicuta, che significò pure canna, 
anziché ai greci x^xxoc, x^xvf , ovvero xmc^t^^, e wixn»^, quantunque alcune di 
tineste voci indicassero deUe pianle. 

(98) xarow-re, -di, paese ^ contrada, parmi si possa riferire al gr. x^eftv 
(= *«Toc¥ ), poiché in. albanese é facile r inserxione d* una vocale fra due con- 
sonanti, come sono poco tollerati alcuni gruppi di ^lueste, fra gli altri xr, o 
x^ ( v. §. 27. etc.), La desinenza re non é che il solito, e comunissimo suf- 



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o<164)o 

Usto alk. La forma prUM aanbrcrebke *««tovv Mi Mcrm dw è la scodriana : 
é io quanto all' oc ioaerla, oltre Teoosplo di x^l^ ^ *^i Todati, noterò l' alb. 
sic. «ax«Tf per «fire f l< eflreiij 4tlia HCn , cf. tà ir^sra . Al proposito di 
MeT«v«,-re, si può ancora ricordare fast noibro io ta^ tuta, e l'osco tvftii 
(Sebi. 226.), eiUà, colfingl. town: mm resterebbe oscura la prima parte xoc 
(di xac-Tov-v-rey, forsc pronominale. 

(99) n f . JUfidy/c o IjifAtiB, italo-alb., cbe Tale, io liscio, ed ancbe adomo 
per estensione, è da riferirsi probabiira. alia radice Xi = JUTo«, Uwhm (cf. anco 
Ui/uiv, praioj, più cbe a Av/uc6n*, sebbene questo ferbo abbia poro arnio il 
senso di puri/ieare, 

(100) ra/)à|e=: Tacevo», im; come «itTttfe=:««T^«9M, ^w, ma qnest' nltimo 
ba in alb. il senso di eolpitB morolmtfil», far w^armoi^ia, $or^$$ay e simili. 

(iOl) La sillaba firn, è osaU nell' iulo-alb. come rìempHifo per tesso cbe 
sa di abuso. Non saprei troTame l'origine. 

(102) I manoscritti portano generalmente xoAfruy, cbe da nessnno s' intende, 
poicbè il contesto non soffre alcuna allusione ai verbi xiXjao, o xjiXbtjtM: e 
però sospetUodo con ragione di an errore di scritto bo creduto potertìsi so- 
slituire le parole del testo cbe Ti si accostano per le lettere , e per il suono . 

(103) 9iràr-oe, in Hb. 9(ir«T-«, cf. «ireé^, la spada. 

(104) $yxpix9»pei9 , dimin. teszeggiat. di spipixwptij fcm. partic. di e^xpixe . 
Su questo f f rbo si ba ad osserfare cbe i significati di rÌK9ar$ , tirar su , attri- 
buitigli da Hb. (Dii.) sotto la forma V/^è, yy^x» o »7^<f * io parto si con- 
fondono con quei di e^y^, o Ttp^ir^*)» <« soll9^, Uoo, srgo. Ma ef»plx* 
pare propr. l' opposto di vfxpix*» ^">* tarieo unarms, o la monto, sa op- 
pone ad esplodo, o la scarico: dei quali la forma semplice inusiuu hxpij^s 
^ rpix^> ^^ A itpixuy rendo smono, tocco un istrumcnio, ed ancbe (stso. 
Il senso di tender le eorde d^uno strumento è analogo ai citoti, e fu facile esten- 
derlo anche alla spada, come qui. ÀI cit. *y*pixP non credo si possa rarfici- 
nare y/M'^ce, la cote da affilare, tt* yptvje io rodo, e y^^dc/Ktroed. passivo, 
(Hb.) anche io senso morale , congiunti all' ellenico y^aUv** . 

(105) ye^eùapt^, è uno degli esonpi della uscito dimin. oirezzeggiat. <», ap- 
plicato al feminino . Potrebbe però ancora credersi modo avverbiale (i. §. 169). 

(106) lufc^dó-vje, 'tje , è usato, parlando del sole, per tràmoniare^ come il 
gr. m. /9a9iJLtv««, e questo paragone farebbe credere ad uns parelitola di detto v. 
col nome mpevdó/n (§. 170.) affine al lai. iw^rams, ntiSy impcrator; nondi- 
meno può far pensare alle voci ir<^», e ^«, iÙ9t» gr. m., il non trovarsi ado- 
perato l'alb. Titpeih^9je altro cbe nel senso di tramontare, non già di coman^ 
dare, ed imperare. Per la voce mpotdla v. Gram. p. 341. 

(107) /M0u«T«y-c, la rosa bianca; per metotosl ancbe ^mtvtàH (alb. sic); 
nella 1.* parto mostra chiara l'affinità con jM^o-v: per la 2.% «ràve, non saprei 
a che pensare, poiché Y alb. 99tA»*zz vtàfi^ei gr., o, 9ró»c, mandrias e stalla» 
non sembrano potervi avere relatione: ette sia da riferire a èri/tcì^ o al gr. m. 

are(£y«i? 



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o< 165 )o 

(lOS) fi#v«u«««j^c, fi0f9iajty 9ecoodo direrte ImIodì . Il ? ocabolo maoca 
nel Dix. Hh. ma al trora io II. p. Itti. dèU r^»tfocfvU< I ìja, /uiKvou««Ax/tT«. 
L'alb. tic. 99ué9fk%, la funietllay non pare che poasa aver relazione eoo /ue- 
vov-9(«^;<, la viola. Io qoaoto alla origioe di qoeaio sembra dorersi pensare 
a/Hi^v (cf. alb. /»^u, STf.) od a/Mcytf^, e 9^0$, 9dbcxo-«9 vrà^v-c. 

(109)l>Aye, cbe dal cootesto apparisce no e??, di tempo, e non è registrato 
da slcaoo, dee probabilmente Yeolre riportalo a ^i)v, *4àv. 

(110) 7r9T«</9c{;<r« è il plor. di «orfi^c, ir«vT<é/9i, il boccale: nel Bis. di 
Habn si trova nórr^^ sacca messa in opera in vece di flasco, e ir^r$c-jx, la 
pignatta di terra , cbe è pure alb. sic. Il signiQcato di iroT«<f>c;cT, e gli ana- 
loghi degli altri due nomi accennano al lat. poculmm (*pocam), e al gr. nor^pfv 
(gr. m. ir^ni^y In qoslcbe composto), cai più si accosta parendone T antica 
forma alb. equivalente, poicbè bi^vvi eiiandio la recensiore ««t/^i. 

(Ili) «ftàx/f^cTt qui sembra nome plor. da un sing. ^x/-*, sebbene po^ 
trebbe essere un modo avverbiale, v. §. 347. 

(112) L'adjett. e/thpi/tmtpy di férma particip., accenna ad un v. e/ihpl/ufier 
zz if^fipttiMfiiiMt , fiptfàào/ifiu , da fipiftv 9 R* fip* t fiptim , cf . alb. bpì • 

(113) 9iàXe == ««^sC-»), fa iella, e per estensione quella parte del corpo 
deir animale che ne vieo coperta « dorso », e quella dell'uomo che abbraccia 
la sella « le coeeie interne » onde ancora « p<uto » (Hh.) : ma U significato 
primiero è t «ella » per lo cbe la voce 9«àV« se da una parte si avvicina al lat. 
iella, gr. MXtìt, dall'altra può* aver che fare con vàyij, attesa l'a, e perchè 
non è sema esempio cbe da/ (sry) si sviluppi nell'albanese )J, così da vféj* 
9sà3J* , onde la prima sarebbe la forma originale . 

(114) xilr/'A-c (-«)) secondo Hh. x/yys>-«, la eigna della sella si mostra 
chiaro voce di origine latina da cingo, cingulue . 

(Ii5) fiiyjovfxc, ha l'aspetto di aggett. da un sost. /8<A;»iÌ9-c , cf . gr. mod* 
fitìivty coperta, e veste di lana^ di cui T origine, come io credo, si deve al 
lat. veli US, ital. vello, villoeo, sebbene vi sia in alb. /SJ^oy^a = /9sAI«y-« , 
la buccia, pelle cottile di alcuni frutti, delPuova eie., il qual vocabolo 
sembra avere aflBnità con il lat. yelum, gr. receoz. ^Aov, come /saévr^K , la 
coperta , ve$te di lana con v e 1 1 u s . Nella voce vùtpK^fiùjow^re , che altri 
leggono io questo verso, par mi riconoscere in ró^oe, il 94/9, -0$, plor. 9^/9c«, 
verme da eeta ( sericura =: 9)}pcxòy), onde uoipatfiùjoùne = di-velluto^in^eeta, 
gr» teod. fitXpviUno, da fitXMo, velluto. Colle parole sopra notate non ha re- 
Iasione filXJt , che si legge in altra canzone italo-alb. , e significa snella, aoe^ 
ta, ef. lat. vigilie, e M verbo gr. mod. /9iyl£^w = v i g i 1 . 

(116) x(^*^i^ ^'^^ *'■ PO^ A JB^i^ ^^ riferirlo al gr. xp^t^nn^^ -mv/Ko^) fio 
d^oro, adiett. tessuto d^oro: fpiite^, da fpivU gh., fpip* tsk., cf. frenum lat. 

(117) fXJ&fiovpty fX&iifkOMpty fXà/iovp. stendardo , :n fX&iibovpoif gr. m.y 
sembra doversi riportare al lat. fiamma per simHitndine: ef. orifiamma. 

(118) d9àpf>t , avv. , onde anche il v. dwppiae^ v. §. 104.: qui noterò non- 
dimeno le voci ^fi9ipe, ^fioip»i9e, -^^'s, io strascino, e (;è«/»w«s (=: ^fi, ^b =: 



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o<166>o 

9)9, 96), anche bpx^iv, idem, registrate da Hahii. Per le prime delle qoafì si 
riehiami il ▼. fs&p9, io appendo, e eommoito, dò inearieo di qualcosa (Eatf. 
prob. af/9w, &pùè, o il skt. b h a r = fip-^y e fiécp^oO • Hh. per afv. nota ^fiApvx , 
^/9déj9, e ^^xpoiij in ffce di drappi (=: d^à^^). A {;6oc/»y^9^ tlb. in Rh. d%ttppi90, 
alb. sic. d9ocppi99 corrisponde H gr. m. rfixpn^tty di cai non tedrei altra ra-« 
dice fuori dt fiip'9^ ( cf. /9à^(« , natso) coHa 9 protetica come in o-^òlo^ = ^o^ 
>oc, i^leòa , e per estensione eampo, e ffoòo Tua/tm^ne, seeondo, il Rb. in alb. 
drò^-e {d^X-t ) , e wfióijt , gUba . Quando non si fogliano credere di diversa 
origine le tocì da^pt, e ^fiàpvot cor loro derivati (eie ebe non è inverosimile), 
io non saprei se dare la preferenza all'accennata testé, ovvero a quella che ho 
indicata al §. 104. — La prefissione di C» ^t a qnalcbe vocabolo qui citato mr 
ricorda i due nomi ^/fùppotj la ruggino, e xfòpp^ty il tmoeeio (alb. sic. x^ùùp^ 
^), cbe io credo di egoale origine, e riferisco a 9x«if£otgr., e vxùp, cadut» 
la 9 nel secondo. 

(119) »cx«Aci»^9/ui^ , per non rare variazioni v^U^òviab, vale propriam. sfro- 
nato, da 9 negat e x«^(y^^ » ▼• io raffreno, ^z x^^wiu (Eb. p. 7.). L*Habn re- 
gistra x«V«»^s, ('^)> '0 "B significato assai diverso, cioè di rooifiare nella sa-- 
tuie, o nel corpo, per lo cbe non so se debba allora riftrirsi piuttosto a x^^» 
gr. m. x^'A« c^ D^ll* *ll^* sic. trova II v. x«^^^^ ^^ Qo* fbrma piò genuina, 
e nei proprio senso antico di rallentare, dilaeeiare. 

(f20) re /3c<: è notevole questa forma per il sogg. di pì,Ìo $to, rimango." 
cos\ il fiit del verso seguente , ambedue per 9,* pers. pres. sogg. 

(idi) fipig in luogo dt fipirey o ppire, pie che crederlo una licenza presa 
per far la rima si dee riferire a pp& (cf. ptdùè) per il comune fipAve, che sr 
è già incontrato in attro luogo . Forse potrebbe dire ancora eyy^éc attivo . 

(122) xpé^e, V. usato neiralb. sic. in senso di io a ferro, mi getto per af- 
ferrare, è notevole per la identità col- gr. x/>«vft>, f. U9w (=x/^m, jon. x^Im) dello- 
stesso senso, ed affine a xp^pMxt». Si rieordi ^=cv$, «wr v. §. lOS. 

(123) yuHx^stft forse per '/tòòcv (ali* gbega) propr. atpHta, tiene, pia che 
per fiàr, o /tflé«, io miiuro, per alcuni /utav nella 2, e 3, pers. sing. 

(124) Xkxft (sing. Aij^*-oe,?) si dicono H uova degli uccelli da loro covate, 
• meglio il nido eolle uova , ed è voce che parmi avere un evidente relazione 
col gr. Xittoi (cf. alb. Xjì^b, ^ì^c/as etc.).Nelgr. alb. èvvi ancora >lx>c, per 
luogo nascosto, quasi Xòxot gr. 

{iiìi) xepi9vt'' la camicia, ed H gonnellino degli nomini albanesi, gr.' m. 
fo\j9TwiXXx, si colleg» al tot. camisia, gr. ree. inwx&piwov . 

(126) fipecdàxj't['i) , è i( gherone : cbe abbia relazione con 6^idex-ou = /8«- 
rp«x9iy ppóBotxoi etc, o con /Sflcd^v, per sfmilitudine ? Taluno dubita che di- 
cendosi principalm. del gherone sotto V ascella possa aver che fare con fipax(9èWy 
o meglio direi con fipoLxyi • 

(127) fiouXaxjt : questo vocabolo nessuno ha saputo interpretarml^ di quanti 
ho consaluto, né si trova (come Unti altri fra gli indicati fin ora) notato dn 
alcuno . Io pensa che debba aceosursi ad wXàuu-^v, dimin. di etùXxl, solco,. 



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ovfero a /9w>axc-oy dimio. di fiAloq, gleba, che parmi potrebbero conveoire am- 
bedue al cootesto . 

(128) x^^^^'i'y plof* ^ x^^^^'^^t 'oleo profondo, fona, gr. m. x«»' 

Tox*; cf. x**^^*» )f«v^ài»ft», x«/yft». 

(129) r^^f e (-oe) sembra voce coogiaDta alla sìcìliatia troffa « ramo d* al- 
bero con tolte le foglie », ma dod è senza affinità con rpifb»^ o T/>iirw, rpo- 
fói etc., meglio con rpòitrii, rp&wo^^ e vp&fri^, rpónouovy etc, e tanto più V italo 
alb. rpómtKf la macchia, boicaglia. Merita esser ricordato il ^à/A-((-«T) alb. 
sic. la porsionc dello stame che si dà per tessere , ef. fi&/ivoi , r a m u s . 

(130) aTix/^-« (ou) (secondo Hh. vnxH^y ^^xJ^'J^» v^^c demone), portento 
(ri/>a;) oell'alb. sic. ; larva, spettro in Hh., cf. gr. m. rroixtò (vroixtU*). 
Hb. fi cita il nome xovTiidpoc, il drago (^dpoc/yòt) , ma è specialmente Tarn- 
fibio , e si ha in miglior forma dal Bianchi , colscedra, che sarà in altro 
iQogo analizzato. 

(13i) KòfC (-«) ha l'aspetto del primitivo di xòfnof gr., corbello, sporta, 
e di xofh'U alb. (Hh.). Nel sicil. vi è pare eoffa . 

(132) ff^raóx-ou (-a), schiaffo, ceffata, in Hh. a««wwyax-flt, anche palma 
della mano (con Tou eufonica, per quanto pare, come in v^oMfpoiiix 'zz vfpuji- 
ioLy gr. m. vfpecylixy -/$, suggello). La voce 9fir>;àxe, 9$7r^«x o ««iraAàx, se 
non dee riferirsi alla radice Trlocy di irA^ìy-M , premessavi 9«, come in 9s-irXàyj« 
(irAùvw), è probabilmente affine al verbo ^aXàvaw, -v», fut. ^w (^oc, Jon. vira, 
alb. 9ire^ 9{9ra, v. §. 108. ), quantunque abbia esso il senso generale di toccare, 
palpare . Mi sembra troppo lontana da xòltxfoi . 

(133) bóffc, bófc, sembra voce congiunta airital. buffetto, ma è vera- 
mente la siciliana boffa « guanciata » .. 

(134) Il V. rpoinóve, ove la lezione non sia errata, dee prendersi figurata- 
mente, infatti vale anche abbozzare, dal primo «enso di infilzare, imbastire. 

(135) L'espressione /me vé9«, mi sembra molto notevole come quella che ci 
presenta la forma semplice di via-re/s, domani, cf. §. 248. 

(136) ^ivjev sarebbe da j^x^Je, che qui apparisce sinonimo di fiirre, pivve , 
io allevOj faccio crescere, da non confondersi col v. ^^v' segnato da Hahn, 
sinonimo di à.pph%zz Àppitvje: cf. Ap. p. 22, n. 10, p. 61, n. 6. 

(137) pó9Xf o pó99K fem., povv&xov mascb., anitra, è giustamente dallo 
Stier (n.^ 124) ravvicinato al magiaro ruca, réce, ed al vallacco rad, È troppo 
grande la distanza di significazione tra póv» alb. ed ipéi^tói, airone gr., o fivéii 
sorta d'uccello notturno. Tuttavia una relazione del nome p69» colla rad. ^v, 
(skt. s r u) scorrere si potrebbe ammettere : cf. alb. pjide , perf. pói<x. , e fijé^ 
^u , =: pi^ , ptÙ9v etc. La voce alb. sic. pò^otve dal siog. poùu^oL , o fiói;K, specie 
di cinto con amuleti, si attiene al v. ^oxtwtje, 

(138) fi^dò9x^ è una sorta d' erba . Di questo e degli altri quattro nomi bo- 
tanici che seguono , V analogia non è chiara che per Ade/^àva =^ Aa^ày>} : fi9uXifiu 
potrebbe forse aver relazione con /i&Xv, o ^flbiu{^«, specie d'aglio, e di cipolla, 
con fjLoXip^ouvuy ftoXtfiiiif: e 9o\jXor/KJi9«y forse con 9tlu/99€, nome di pianta, o 



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eoo n'Afiov, latt^rpitimm?: ma si yaole di oC^ouA =: oC^vl, per. ov9PvJMi^'i9a, ac9- 
fota (ChelU). — HptApte, che apparisce plor. da ud xpt&p, allude forse ad aaa 
pianta gradita al x^òg, o che abbia somiglianza colla xpi^, xpì^: x^ioé^-re, si 
traduce ealeaireppoli, — Non credo abbia che fare con x^^c, capo, né con xpiàr 
re , servo , che viene dalF italiano creato, sebbene siavi V alb. gh. xpdtje =: 
er9o lat., onde xparApt^ il er$atore, e xpt'òiat, o -cucn scodr. ; se non che 
il gr. xptóij e xpgiùWy potrebbero non esser senza legami con x^ic, xpiov, ca- 
po, principio, ecc. Anche x^cévrou>e, bimbo, alb. sic, credo affine all'ital. 
crccUura. — *tvdò9oc è voce osltata, ma di c«ii non mi hanno saputo dire li 
signiflcato italiano; /louXtfiu non sMntende, perche voce antiquata. 

(139) xJApr-ot, la lite, la quettione, lo sgridare, è il nome rispondente 
al V. xjtpròiie, xjupróije , xjtprije^ eU xtpxùiiiot etc. Bad. xu^m, xipvòè (kars). 
La voce seguente yépfie (se non è un errore di scritto in luogo di ^ippte, o ^p/tc 
grido, dal v. ^piae, Beppive, part. Bippe, ^ppovpy Yuppie') potrebbe aver che 
fare col v. yepii-òije, io tcavo, notato da Hb. (Rad. y/oecp o v^ocf, con melatesi , 
e pL^z f, n. cf. yAàfw, ypAf^f yIOf-«*), meglio con yH^u/^a da yiipù^^ 



ALCUNE SA(M CiSZQlil DELU COLtNIE H SIOLU 

1. (a) 

|. Nj^ dire fieV ov Xojiaija 
Hip Ttj, i ^ia^e, nepcè, 
'E xipTOi ^jiXe , 

Hepcè y ov d'oo'^e , nepaè , 

Ov bovpe djiXe ; 

2. 1 vé-Mpiy ov boupe 

Za }ioiv re yije a^néir4 
Ne neri yj7* 
nò ^ifjiepev vri di , 
Hepaè re fi i jiipa^ é <fò 
ìli Y.ovccept (1) » 

3. Ti dia^ovp jie de^réve ^ 

(a) Le caDzoDì sacre sono le meglio eooservaCe. Esse patono geoeraloiente moderna r 
e talune sono di autore coooseiuto, ma «dottate dal popolo. Mi «odo sembrate impor- 
tanti per il dialetto delie colonie, ed ancora pregevoli per il sentimento, non che per 
la lingua . Le ultime due più lunghe non ^anno meno di arte , ma sembrano modificate 
dalla bocca del popolo, mentre le altre sentono pii» la mano erudita r e ai attribuiaeooo 



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o<lW)o 



ALCOIIIE SAGIE GAMORI BELÌI COLMU 11 SUIUA 



1. Un giorno io da me solo pensava 
A te, e dissi, perchè 

O verbo altissimo, 
Perchè , io dissi , perchè , 
O grande re, 
Ti sei fatto fanciullo? 

2. Pargolo ti sei fatto 

Per poter entrare più pronto 
In questo seno. 
Ma se il cuore tu vuoi.. 
Perchè vuoi prendermelo 
Rubandolo (con ruberia) ? 

3. Mi mostri amorevolezza , 



infatti ad un Sac. Niccolò Brancaio di Piana de* Greci vìssuto nella prima metà del se- 
colo passato . "^ Questa prima canzone , che si crede la parafrasi di una somigliante ita- 
liana, comprende un dialogo del poeta con se stesso, o forse colla SS. Vergine e Ma- 
dre . Ciò mi parve necessario avvertire per la sua intelligenia . 



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o< no )o 

'E frpt'pe , i jie yevjéve , * 

llepci xerb \dpoXe; 
Ne yjt dopev ov 'vdeévje (-enye), 
"E i^éjiepev 'yìii yjesvje {-etvje) , 
2i TÌ fi é jjLope . 
k^ Ov dova, re r erfuoLkéae , 
T* tydiyjE}Le téV jó-r* ^>t«. 
Mi yurijiV ì doiap * 
"Q ^óv/e^T ^ 2<e-Mepr, 
Ov ^éjjJbpe a* xa/i* ve yjt , 
H-re ftrp jx* ^ /iouap • 

5. M* ^ fiiii , € Trpav f' ^a^iy^ov 
Tè yjipt I rye , é bovv 
Sntoupe a' € xaa^ 

Ou aóre (iova bovvje jiii^ipe • 
nò a^ì, lupy.te ri fiipe , 

Si 'yxpax' ^ ^** ' 

6. Bepéyj ai ^if}iepoi t}i€ 

nipa r eyyàp (2) ae xia<, 
Hepniaovp (3) p/ye • 
2^5 ai ci yovp où ^xol (4) , 
N4 jbió^ 'ydeppovap où xaa 
Ne (iouap ri rije . 
7» *I ?ra-axo^ò (5) r^i jijie ! 
21 I^ó/i* ai ri yLOvaaóip 
Ji-vi 'Iv^óre; 
i^éjiepev àj) é br^ , 
"A^ xf y.ovaadp viryx' ^, 
2i /(7^r* 'Iv^óre . 

8. Mó^ *yx* la^re y,ovaaàip , ai &oua , 
Zé}LepoL jilp' i *yyér , 

2i 'Iv^ór la^re . 
Af re Xo^evje aà jiovvde jivi , 
2' jxouv re òouvje jcxrep* yjij, 
2i djixtò' ta^re . 

9. N^ ^é}ihpoi Sa al yovpe , 
T^i \6dpe jiovv re bovvje 
Mi yovp rè yjake; 
"la^re fieprér a) l^ójme , 



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o(ni)o 

E ti rivolgi , e m* inganni , 
Perchè colesti scherzi? 
Io stendo la mano in seno 
E non trovo il cuore. 
Che ta me Y bai preso . 

4. Io voglio accasarti , 
Vo'ajatarmi presso tua madre 

Con piedi e mani (con ogni sforzo) • 
O Signora, SanU-Maria, 
Io non ho il cuore in seno, 
Tuo figlio me V ha preso . 

5. He rha rubato, e poi lo ha nascosto 
Nel suo seno, e fa 

Come s' egli non 1* avesse . 

10 oggi vo' fere strepito : 
Or vedi , e cercalo bene 
Ch' ei lo ha indosso . 

6. Vedi che il cor mio 
Prima non era da toccarsi. 

Se ne stava ostinato (dispettoso] : 
Vedi che si è indurito come pietra , 
Se non si è cangiato 
Nelle mani di lui . 

7. Oh I lo stolto eh' io sono ! 
Come io dico che è ladro 

11 nostro IMO? 

Il cuore ei lo ha fatto. 
Né questi mai è ladro. 
Poiché e$9o è Dio . 

8. S ei non è ladro , come dici , 
Il cuore ben gli appartiene, 
Poich* esso è Dio . 

Ch'ei scherzi quanto più può. 
Non gli è dato far altra cosa, 
Poiché è fanciullo . 

9. Se però il cuore è come pietra , 
Che giuoco può fare 

Con una pietra vivente? 

È vero come (quello che) io dico. 



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o<172>o 

2i p^ÉXXoupiv de yjoiie (6) 
Zjippt l yjixe . 

10. Zif/iòpev , / fióyeXi t^ire , 

M/pp* é ^ra-^ipe; 

J,i Tij re 'yyét r^i ji€ 
Zót Ì aoups • 

11. N^ 11$ reòe^G^ie y yj; 
Z^/ibpev, i fitipi Ti , 
N^ aperte npine 

Ne xeri r Ante xPfi^^P i'^) > 
*E ^dre jiii ai yovp 
T' I òouvcre npine . 



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o<n3>o 

Che anco il ferro ammolliice 
Il fuoco vivo. 

10. Il cuore y o mio piccolo signore, 
Se non te lo dessi io. 
Prendilo per forza , 
Prendilo, e tienlo per sempre, 
Poiché appartiene a te che sei 
Signore e salvatore • 

11. Se mi ritornassi nel seno 
Il cuore, misero a te. 
Se verrai di nuovo 

In questa triste caverna (tomba) , 

Duro più che pietra 

Et ti si tà (ivi) di nuovo. 



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o< 174)0 



'Ai ^ikA' ovje , 
T^i bipe kmtv , 
Kou dek , xoù yjv , 
"E V* XovXi a^óv^ 
. Mi T jiót^e yt^l}i9 
DoùìLeT aè &óre 
Aov jii Iv^óre 
Tqi }te bovpov (8) . 

"E ^iXo}iéXoL 
T^è dir i vite 
Kevdov yeXire , 
"A^ niìff dtraà , 

1 jérr Xefidt 
ZoTtre jió&e , 
T<;i (^ij5 i npixe, 
"E yjik* i di. 

Kjo Tpovvda^iXe 
IIAw fiéa^ i '/Jibkddovp , 
"E yjty £ ayXéiovp (9\ 
Bdrejie òor- 

N^ € bovuovp' jijJLuej 
Ti xowy* Xojde, 
Ti boùìLOvp xi^^ 
M* é Sòl 'Iv^ór . 

'Aa^roy jS/re rf<i)*i 
MapyaptTÓip , 
^EpyjévT i ap 

Ha ^ÓAe ]^óre 
N;^ I bovy.ovp jijijie 
SroAfre r^^ xa/te 
Iv^óre jfi* I bov . 

Tji^' aro ^oya, 
T^^ ^XovTovpóvjev , 
'E frb yev.ovjey , 



Quel filo d'acqua 
Che lainbe l' erba , 
Dov'esce, od entra, 
E passa trai fior, 

Con grande gioia 
Ei par che dica, 
Beato Iddio 
Gfae mi fa scorrere. 

E l'usignuolo. 
Che di e notte 
Canta a distesa. 
Né cessa per poco, 

Rende lode 
Al grande Iddio 
Che voce ed ali , 
E vita gli die . 

Questa rosa 
Piena di chiusi bottoni, 
E tutta eletta. 
Dice da se stessa: 

Se bella io sono, 
La rossa specie. 
La bella grazia 
Me la diede Iddio. 

Cosi pure il giglio 
Candido qual perla. 
Se argento e oro 
Solo ei si pone indosso, 

Tacito dice: 
Se bello io sono 
Gli ornamenti che ho 
Iddio me li fece. 

Tutti quegli augelli 
Che van volando, 
E ognor cantando, 
Se tu noi sai. 



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o<175 

"Are bovyLOvp fiJ€p(T(;e (10), 
"E ari ^ooLÓv 
'Ai jà Sovpov 
lì Uepfvdi. 

'E fiovpe pée 
Ka^cT^ar' (11) ve iée , 
2i }iè vji $^, 

Mi 7Xoip(^e ri ripe, 
TjB'Cà yenoyjev, 
''E irh Xefidóvjev 
'Ari T^i i bri . 

N>i fija<ite ifiya^ie) pù 
Ti jiiiire dieX , 
ile dphe T^i aleK 
Tji^fie va ^ÓT' 

ìli T apre aroXt 
Me Xajibaptct , 
"E /te oroXhi 
1 }iiS' 'Iv^o'r. 



Quel dolce verso, 
E qnel modo 
Ei glielo dona 
Come Dio (che è). 

Abbassa gli occhi, 
E poni mente 
Agli animali per la (erra , 
Che ad una voce, 

Colla lingua loro. 
Tutti quanti vociano, 
E sempre celebrano 
Colui che li ha fatti . 

Se tu ponga mente 
Al grande sole. 
Colla luce che reca 
Ne dice a tutti: 

Con l'aureo adornamento 
Mi ha illustrato, 
E mi ha ornato 
Il sommo Iddio. 



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'>\it>.ì;. 



3. 
PARAPRÀSi DELLA SALVE REGINA 

SECONDO Là REDAZIONE MIGUORE. 

T* (piXefit TLepevdaa^e (12), 
Tr T^è jée jinjijiet^a jó-ve, * 
"^ T(;e cifiiue Tfv^óve, 
Te fie/it ve YjUke. 

Koitj* lir^re v* ànyijt , 
'*£ xouy* }iè ùnnica* re pi 
"Snepicaev / dovpóv. 

Tij xAajfére, / re xepxóv 
Èjb ij^jiepe £* iipa^oaiie 
Ne JouXr ri Tta^offjie (13), 
*^ ve )(é\}ii a^oujxe. 

2ì Hepevdiaqe , € /ivìji}ie , 
' ^tr& Tov ri XajjJ>apiajjL€ 
Ti boimovp' € ri Xtniajie 
Hepipe 'jibì vie . 

Mff a^iripyaptv (14) r^-r' ftea^rpó'Vd , 
"E blpiv rév-re rfe^ró-va 
Ti rjérepoi jere . 

Te rpobxéjii jiè ri ^rére , 
^Q fiipyjep^a S^e-Mepf, 
EjibXide jiè Ximct 
Kerò Aórre ró-va . 

Kà àpjiUjre ra-v* Aipó-va, 
nò 'vuyjiot, j6-ve HeXo^<r^i£, 
"E jrpa ^i /aò^ jievo^a^te y 
Uappitcty còXa-va (aò/Ae-va) 

4. 

ALLA VERGINE ADDOLORATA. 

^0 r/, r^i X^V« <^?HÓj3é 
Koffó<T£, € ripavvf. 



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o{n7)o 

PARAFRASI DELLA SALVE REGINA 

SECONDO Là REDAZIONE MIGLIORE 

Noi ti salutiamo o Regina , 
T« che sei la aoitra madre, 
E che ne propizii Iddio 
Perchè giungiamo al Cielo. 

Riso e gioia tu rechi 
A chi è nella srentura, 
£ a chi sia fiducioso isirerso te 
Concedi la speranza (o ia eo$a tperoUi) . 

Ver te piange, e te ricerca 
Questo cuore oppresso 
In miserie senza fine, 
E in molti affanni. 

Come Regina, e madre 
1 tuoi occhi splendenti. 
Belli , e pietosi 
Rivolgi su noi . 

Fanne a tutti ombra, 
Sotto il tuo mÀnto ne coprF, 
£ il figlio tuo ne mostra 
Nell'altra vita (mondo). 

Noi a te ci raccomandiamo sinceri , 
O Vergine Santa-Maria, 
Raccogli pietosa 
Queste lagrime nostre . 

Dai nostri nemici liberaci, 
Tiì sii solo nostro presidio, 
E deh! non tardare poi. 
Schiudici il Paradiso . 

ALLA VERGINE ADDOLORATA. 

Oh tu, che hai sofferto 
Affanni , e tirannie , 



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o< 178 )o 

Ti nìy^j Xtitiaì 

S^e-MepilJje nip /iovol , 

ì^ji y^ip xà TÌj£ dovoi , 
T >,a^6r<, yCrè ^éjiJbp' é fise 

Ti yjipt addire • 

Kd fióre r^i 'fui pivf dpétre, 
Tqi ov xé^re bipiv ^riae , 
A/Ve ri rrèp jiova 'ydjt'ae 
T ixéajitre (15) djike . 

Dpir rijiji* , i \dix /A* rjiA« , 
2à-re povf , / jrò ve rpoù 
Te %€€iiey(/kjieTe rov , 
Z6vj(x € SovXo^jii . 

Kerò doùoLp ri ^ptyLÓcfie 
Ti yjipi ji-re nony^ìp , 
Aikijiavo ! T^re hip* 
Kàv a(;;KJ€ppe i fipóipe ! 

Ov ct^éjibefie roie nXdpe , 
Te Séjibiji o\) ''fY.è aoue , 
Hip ffà jie jen y.oni(je 
Mexar/a (16) tjit , 

T^tdyJ TI x'r^ i^éiibpev r ifie 
Ti ^iar , i T iyp* à^ji . 
Ey%i dova jxexarpóvj'e }iri, 
B^£xa^/a /lii /lipe ! 

Mf fiova rè Xov^ra X'W> 
2à-re fidtace ù jio^ jie Xes, 
2i jii^jifiei^a rcji jee 
Tj!^' € Xtniafie , 

Kà xjò jeV é fjLaBptcfie (17) 
M^ Ttj ov re rpaa^yóvje , 
Te yLJ£<j<;' i re torepovje , 
KjfX' jutf ve yijteXe . 

Te 9'(S/i' , xoip r) jie GieXe , 
Mi ye^lfi e /li x^^^'^ ' 
Eydéep* i nopoat 
Uiar e 2^e-Mepia! 



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0(179)0 

Tu abbi compassiooe, 
Sanla-Maria , di me. 

Una grazia da te voglio , 
Che tn ferisca qiies(o cuore orbo 
Col ferro che hai 
Nel seno santo . 

Ha tempo chei io non vivo rettamente. 
Che io offendo il figlie tuo , 
Chiedi tu per me perdono 
Al propiztevole fanciullo. 

Dammi lume , e ajutami vìvente , 
Perchè io viva , e sempre nella mente 
Abbia i tuoi affanni, 
O Signora di guaì oppressa. 

Queste mani orribili 
Nel grembo tuo barbaramente, 
Ahi ! lo figlio tuo 
Han lacerato e ucciso I 

lo gemo piangendo, 
Di dolermi non finisco, 
Tanto mi dà cordoglio 
Il jnio peccato. 

Spezza dehl tu questo cuor mio 
Duro, e fiero cotanto. 
Io non voglio più delinquere, 
Muoja piuttosto 1 

Con me tu entra in battaglia , 
Non mi lasciar perire. 
Come madre che sei 
Tutta pietosa. 

Da questa vita misera (infelice) 
Perché io con te tragga 1* esistenza 
Nel riso , e nella signoria , 
Conducimi al Cielo . 

Che io possa dirti, quando mi condurrai. 
Pieno di gioia, e di^ carezze: 
Onore e autorità (potenza) 
Si abbia Maria-Santa I 



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o<180)o 

5. 

DsXifjJpere 

Zóvj'a ijie , fiipe dire ! 

Dpov jov npovpOL air Spoacec^ 

'Are' djaXe ai vjri dpite* 

'AvayxctcTou (18) , c^i , r é cyXiS^a^ . 

Navi ep3a, e e) dppovpa 

Ov dojjLav (19) àc^TOv jw trpovpa. . 

Zóvja c^eiT, e i bov%ovpZfi I 
Ov boùyje ^ovxxeve rè }iaXt . 
Boa (20) re xa<^? ^ « ?kyi^^ > 
Ti , e Svivdpt , f^i iljaÀ^ • 
Te jov hy^yj* ov r jirpe a nir^e 
2^ vj" xoypouA' (21) (o xaAoiJp*) £ vje HOi;XAar^e. 

'''Q £ /Alpe, ^ jiiSe ^óvje, 
T^^ va (TÓAfi xer^j3o dplrt-^ 
Ov Xse TTfc'rxouv r^^ deprivje , 
Kovpjit a diiri ci oi5 \dplre . 
npoupa ;raxxe ff^p ^wv r^ }ii^e , 
Kotrrep* yj/^f (22) e rfiraà djo&e . 

Bipyjipe yj&* e jilpe 1 
02 / ò/£ v.eTè ^TovXje (23) 
DjiKtre bovy.Qvp ai naaìifipe (24) • 
X/AjLt* jne J3jfv cri a* xà/i* yjy^ novXjt , 
"E a' jiovvd' boùyje t jirpe *ydùpe . 
2/ / }i-J£pe \i fiinene) deXipieepe • 

TpovoL ac,tir e yji^ e j^ipe I 
T<;è nappiia* tacere xi" djixe\ 
N^ /ló^ fiijoL_ a* }i€Ò^e yeklpe, 
KeA&j|3a ^ippovp nói ^loAe * 
2i a* /lovyd* bje'pe jii) ve dope 
Aaxpa npoùpoL e òouxxe-jULÓpe . 

^ikeji e òoyxoyp^a ^óvjej 
DÓAa oì! vavi ;r^p yjee (25) , 
"E (7/ oi5 *vd6S(x xVoù re ac^yLÓvje , 
TÌ€€ nappitai-» *jibì Sta , 
Dacf, rc,è ^ovpt xjò Xjayyope (26) 



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o<181>o 
5. 
I PASTORI AL PRESEPIO . 

Mia Signora, buon dil 
Ho portato delle legna perchè tu ristori 
Quel fanciullo pari ad una stella (lume) . 
Affrettati a sfasciarlo (scioglierlo). 
Io venni testé al focolare, e come giunto fui 
Tosto vi recai questo fieiscio di legna. 

Signora santa , e bella I 
Io fo il pane alla montagna : 
Eccovene per tuo cibo , o Vergine , 
Per lo sposo, e pel bambino; 
Non altro potei farvi 
Che una ciambella , e un buccellato . 

O buona e grande Signora , 
Che ci hai recato cotesto lume . 
Io ho lasciato la roba che governo; 
La persona non seppe come fu illuminata . 
Ed io ho portato poca cosa per il signor grande, 
Quattro ricotte, e un poco di formaggio* 

Vergine tutta buons^! 
Io reco questo smergo (?) 
Al fanciullo bello come specchio . 
Mi duole di non aver una gallina, 
E non posso fare altro onore, 
Siccome povero pastore th' io sono . 

Donna santa , e tutta buona t 
Che paradiso è mai questo fanciullo I 
Se non veniva, io non avea contento: 
Fui chiamato senza parole ; 
E non potendo portar altro in mano, 
Ho recato ortaggi, e grano turco. 

Ti saluto, o bella Signorai 
Io uscii testé per cacciare, 
E mi trovai a passare di qua: 
Vidi il paradiso in terra. 
Eccovi che ha preso questa levriere 



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o< 182 )o 

yjri ri bovMup iriXjoiTÓpé (27). 

BÌt€ i Ttipt dekifieepe 
Te jifrje -j/JptCfif ri }iipe 
Zóyjeq, éSè re 6^« \deipe 
DjiXiTc, T<^ tk/; a) ftoLOìLjtpe. 
Nj^ ytxppóitje xXou/jta^ir' covaX 
"E vj^ dìkeZfi T^è novxk. 
ìiji I fiifreìLooy àppov . 
©à» ov a x/<r^* rjirep* ri coniai, 
Daiyi yji Sopire dpov , 
2à re *yypóx^' vepevàla . 
"E^i irpovpoL tiorept<r9Ìtj€ 
Kirrep' jiirovXa (28) jiepitje. 

'^p^e v/ irepe, y^evrohap sic (29) (x«yrfowip?)j 
T^^ Té% àjo a<^né€X* ov 'yf pièvi, 
KiV^ ifji vevdovKJe (30) ve Sovap 
Hirt htoae, e npoanjiviwi , 
*^E AoE djiXire fii x^9^^ 
DipSoL (31), fiéke, i jitXadee. 

'^piev òàapc rpè defieripe 
Mi Tjà ¥.XoifJL(T^Te , e tcòl a^rjiXne (32), 
*Ac^roì> at i-où 'vdoiev v' dópe, 
Upovv jjLjike^ , jiUXe, e yjiXTre , 
1& jà 3ovpovav fii npooìijtvr, 
Mi y<iy, i Ili xa/*f. 
BevioLfiivt ^oXt , € ^Òl* 
ìilppe-jie ìioippxjiovyTaetjsv 
2i Soia ri ^ptvje dncx . 
Mip* ov € vjóy^e x^'P^Z'^'^ f 
Hotcri» dova re ìLevdóvjejie 
2à Si djak^ty re yei^oyjejie . 

£ ìlavaaai ovpSepoi , 
&à* irce jitpp' aro ^kojepe 
T^è dji Tara va depyot , 
2^# ai jav 'fibì are dtpe , 
Ov i bi€, £ jov -Mydóvt, 
2à 2?e-Mepr5ev^ jac ytpyt. 

Bovyjejie yji^e jii yji ^n 
Mn rè boinovpty %kydi)ie , 



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o{183)o 

Un bel tasso (?). 

Andò poi il primo pastore , 
A far il saluto (a dare la buon ora) 
Alla Signora , e per far onore 
Al fanciullo , bello come specchio : 
Gli recò una secchia di latte , 
E una pecorella che svea partorito . 

Giunse ojneora un poverino, 
E disse : io non aveva altro in casa , 
Eccovi un fiaiscio di legna 
Onde possia riscaldarsi quest'uomo dio, 
Ed ho pure recato a sua signoria 
Quattro mazzi di finocchio . 

Venne un altro ....(?) 
Che avea pernottato in quella spelonca, 
Avea in roano una cassetta : 
Ebbe fede ed adorò, 
E diede al fanciullo con gioja 
Pere, mele, e amandorle. 

Vennero insieme tre vitellai 
Con del latte, e delia giuncata, 
Come se li trovaron tra mani , 
Portarono miele, forina, e burro, 
E glieli donarono con adorazione. 
Con gaudio e carezze . 

Allora parlò Beniamino e disse: 
Prendimi tu la piva. 
Perchè voglio suonare alquanto . 
Io ben conosco V pra opportuna , 
Quindi voglio anche che cantiamo , 
Per rallegrare il fanciullo . 

E Manasse die ordine , 
Dicendo: va'ti», premli quei flauti. 
Che jeri ne mandò il babbo. 
Vedi che sono su quella porta , 
Io suono, e voi cantate 
Per rallegrare Maria Santa . 

Facciamo tutti ad una voce 
I più bei concerti. 



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"^aXjejie aonp jii y^i/AC ' 
Tjt^ lievdórtjefL oivoiia 
^i va Xeov ll^$vdi(x . 
Btpjjipa è 2^e-^ep# 
1 ^à yji^fie' a<;qi/^e fijire ^ 
2à I j3àv VW npoQYJtyi . 
Tipi i raf I juti ri ^rixe 
Tjlb ve xjieX^ re i ajéXé ,, 
Téx* f Tra^óajieja yje^e . 

6. 

AL BAMBINO 

^Xi/jL/jLoupar é Tnt^óte 

'^EyyjsXg^tre ac^iiTpoLq (33) ^ 

"Ejavf yj/S" xeroi aire 

2à re bévjejie kodp' i yax; . 

Te y^evdovjejJL* icqre x^ÌP*^ • 

]S€ 'hcoii (fò re yà fA.e]pe (34) . 

Btp' i daa(;ovp rgè ae jave, 
''EyyjeX^iT depyov t-r ciré, 
Mf \efidi r^:.r4irjfijp' 9 xóve^ 
Te va neydóyjev yeXire • 
2?ox« cri clou re cr^xeAxjóg^re (35)^ 
''E jutoia l^é/iepoL jnè kjiaere . 

'I/crol ^a/idxTjie '[36) j/*! . 
Oy ìiovppovG* é Xipra^jike, 
Tij T^i bovpe yLjtéX*^ e Sée 
Bovp %J£pì re yjoy(e djaXe . 
Te /lippe *y^pi%e , i re depriyje ^ 
Te jarre alae y ^ re xevcfóvje . 

Evdeej^jie dovoLpre , .yjdkoi t/Le, 
Ti x/" I nepfiov\QÌociie yji^ 
2^i re^ jLte $A^<r<; vji ^eppiiis. 
Keroù V* xpct^e, (rè a^rpire 9 dl^ 
Dova re r yievdóvje (fqovjjs 
miépoc re r fiov fiè yjovjjie ► 



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o(185)o 

Diamo forza più che possiamo, 
Cantiamo lieti il Salvatore, 
Tutti cantiamo in compagnia, 
Poiché ci è nato il Signore-Dio. 

La Vergine Santa Marì^, 
A tutti disse: per molti anni; 
Quanti andarono all' adorazione . 
Quindi loro promise con verità 
Di condurli tutti in cielo. 
Nella vita che non ha fine. 

6. 

CANTO DELLA MADRE. 

Stendardi del Signore 
Angeli santi , 
Venite qua tutti oggi 
Per fare scherzi e gioia . 
Di cantare è tempo , 
Che Gesù vuol riposare. 

Figlio amato , come altri non sono , 
Gli angioli invia il padre, 
Con encomii che altri non ha , 
A cantarci lungamente. 
Ma vedo che T occhio ti si apre, 
£ a me il cuore si squaglia • 

Gesù tu sei una meravigliai 
Si è curvato (rannicchiato) il verbo altissimo. 
Te , che facesti il cielo e la terra , 
Fatto uomo io ti conosco fanciullo. 
Ti prendo in braccio, e ti rassetto. 
Ti dò la puppa, e a té canto. 

Stendi le mani , o vita mia , 
In questo seno ardente, 
Guarda di dormire un poco 
Qui in collo , che ietto non conosci . 
Vo' cantarti a lungo 
Fino a che ti componga nel sonno . 



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o{186)o 

' Ej(x yJQv/jL' ,' t fie yeyjh 
Blpiy Tifi , iSè Tey^óre , 
M^ re aqéiibere >tb? }i e kes , 
2^ xà a^Tovp a^ovjie Aórre, 
2^oi/*c re ^A^p' oèì /le do , 
"Eja yjov/i*, i ji é xjeAcó (37) . 

'Ajò hovtfitfi xoup HjVu^e 
2xev<fiv (38) TTOLppitatv 'pJbì èie, 
Vji^ ye^oyer* xoia? re c^i^^ .- 
'Ai ffiS-e xoup fiepiev 
Bovy i T db yjt^ova^ ^OL-y^ipe . 
*Ar[xJ, <! / j^óyeAiy />' bipe . 

Jaìpt tfi ré-T aTT ov nepeaae , 
Vji^e ri filpar re r bj^pe, 
Ov re ayjoyf , e re òeppéae , 
Kovp re c^óy^' ci y^iy ve dépt . 
Ti yjl^* je're^ jde coup . 
<bkrij'lie, ìydep , arr' , / bip . 

^Q I A apri TLepeydi y 
*hcov tjie ì boimovpt^e, 
2' ddc(;e %jicjie , ith fiaire^jf 

SyAótJe ri / ovpTt yjl^e . 

*A>y-/jte, òi'pe, ci ov -Mydoyje , 

N>ì ajpr* i-r* arr* , e oij re cyjéyje . 
Njiì xe/A/V^e^' oi; re yjfra, 

/>oya jSf re re r' e %jeydice , 

Te r' é cóce , ai £ ^otl j/ra . 

^knj-jie, bipe, re r Ximce , 

Te re S-ó/i* cà xfcve re a^ocr^, 

"E cà y.de re jue yjEXjiic^ . 
2^poyav/ od ri xjb Mjeydiiie 

Kénc<;Ttv ri depcUpir y/fléxe, 

"E (xr^ r^ jSpripe fiijie (39) , 

T^^ jVff yXéjjJboL, C(;yLJixV e c^itXociu , 

KpUje (40), y6Ì^<ida, i Xoyy^Èci (41). 

npiyou, bipt, nip vavi'. 

*A*5i-/xe, btp , yjdxei^a />e, 

2à-^o jjLYnijia rè xevilóy, 

"E v^ ri jme 'vrf/£ reri/te . 



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o<187)o 

Vieni , o sonno , e mi lusinga 
Il figlio mio , e nostro Dio , 
Non me lo lasciar più singhiozzare, 
Che esso ha gitUto assai lagrime : 
Ora ha bisogno mollo di riposare , 
Vieni, o sonno, e me lo addormenta. 

Quel labbro, quando ride. 
Fa sfarinare il paradiso in terra ; 
Ognuno che ti Tede si rallegra. 
Quell'occhio, quando mira. 
Fa che ognuno ti ami per forza . 
Dormi, o pargoletto figlio mio. 

Figlio, io aspetto tuo padre 
Che ti porti ogni bene , 
Io ti risveglio, e ti chiamo. 
Quando lo vegga entrare suir uscio . 

Tu del mondo sei il Salvatore . 

Dormi, o sposo, padre, e figHo. 
Oh sommo Iddio I 

Gesù mio bello, 

Tu non volesti ricchezze, ma sol povertà 

Scegliesti tu che sei tutto sapiente . 

Ora dormi , o figlio , mentre io canto . 

Se vien il babbo, ed io ti risveglio. 
Una camicia ti ho trovata, 

E Yo ricamartela da me stessa , 

Vo' finirtela come l'ha cominciata il mondo. 

Dormi , o figlio , che io di le m' impietosisca , 

Che io ti dica quanto hai a sopportare , 

E quanto mi darai di amarezze . 
Descriverò in questa camicia 

Il giardino dal sudore sanguigno, 

E queir oscuro tribunale 

Che ti darà spine , calci , schiaffi , 

Croce , chiodi , e lanciate . 

Riposa per ora , o figlio . 
Dormi, o figlio, mia vita. 

Mentre la madre a te canta , 

E se tu senti freddo 



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Gòogle 



o<188)o 

Upocomv (42) re frec<;Tp6vje , 

"E re 'fibavf xoupxoyAÓaoupiS-' (43). 

<^A>y-/i' *hcoh i boinovpiy. 

"Q T(;è %piice rè tra-pe^U/iel 
TjeXbovpóifj'if' àa^rov ci ap , 
Jiv ai tkjt^ rè a^eXv.ji€jie 
^t^tr , bipi tfie joLtòioip • 

Te jJLe ye^óac; iSè fiitfifie^ev, 

Kovp ri, t^éfiepa, fie ^i^e , 
Moua /le doimere aè r hjiXÓv» 
'Aa^roù xeXo$r* beeMhoipC^t 
Kt'fio yXovjic^re r^è re pév (44). 
^krij'fie , bip , ai fie Spoùiae 
Kovp re o^o-^ ai poLyjxkiae . 

Kjò xaXifie , èipi jl}U , 
Evdovrov abXoùoLpA* }U ia^re, 
"E fi i br^v dìLJè rerifis 
2à fie 'yyjé^er (46) £ii jAta^te , 
Tqè re bovvf ov a* -nifi, ov a* di, 
KovpìLovKÓaov ve %erè yjt. 

nà-ffà (46), èfp^ (47), doperai 
Evdovrov anovXt r e t!p^ , 
Navi dik ^pd fiY^fjLfiei^a 
Te re yjssvje t^jipp' ^ dpov 
2à^re 'yypoy^éa^ no vj^ òpljié . 
C^j-jn' £ blpe y yjékoL tfii ! 



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o< 189 )o 

Jo ti ricoprirò la faccia , 
E ti terrò raggrìcchiato . 
Dormi , mio bel Gesù . 

Oh ! che capelli ineCEabili I 
Biondeggiati come 1* oro , 
Sono splendenti come stelle 
Gli occhi, o figlio mio diletto: 
Chiudi gli occhi e il labbro, 
Perchè ne goda la mamma . 

Quando tu, cor mio, mi succhi il seno, 
A me pare che ti addormenti. 
Che sia bendetto pure 
Questo latte che ti mantiene in vita, 
Dormi , figlio , che mi ristori 
Quando io veggo » che già russi . 

Questa capanna , O: figlio mio, 
È troppo scoperta , 
E vi fa tanto freddo 
Che mi si rabbrìvfdìsce la carne. 
Non ho, non so che fare, 
Nasconditi (rannicchiati) in questo seno. 

Deh I o figlio , la tua manina ! 
Troppo il rigor del freddo te Tha presa, 
Ora va fuori la mammina tua 
A trovarti fuoco e legna 
Per rififtaldartiun poco. 
Dormi ^ o figlio , mia vita ! 

P I N B 



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o<190)o 



COMMENTO 



Ad alcune altre canioui sacre di cui noterò gualche verso importante per la 
lingua. — In una parafrasi deiraoa Maria si legge Tljit x^^<^ '^pà^ . t Tu sei 
la fonte della grazia » — . . . . ( vdijt , cioè ) rijt noupe 9* où pevbive : per la voce 
p99bi9»y o ^«aòiaé può chiamarsi in sussidio il v. pef.(xbiri9é notato da Hahn 
nel senso di aborrire; la forma alb. sic. potrebbe essere accorciamento della 
Hahniana, questa allunga mento di quella. Il verso precedente dovrebbe al- 
lora dire: n%moKp6Lr9pi 'fy^^re etc. cioè t L'onnipotente Iddio Da te mai 000 
abborr) (non si allontanò) • : proseguendo: "A^ ito^pe tU* rt ov xw/ibive Mot vj^ 
fiexaére, € Giammai in te non si posò Alcun peccato b. Tiene a confermare il 
senso del v. p«9bi9e un verso della canione intitolata « della bella Caterina b 
che è rvill. fra le pubblicate dal Crìspt nei C. Sicil. del Vigo, ma dove man- 
cano alcuni versi, e i segg. dopo T undecime: n«-/9o nitXé *vdòvje Xe^Jip&re Te 
fi9 poitbtTt xerifio yjoùfit. f Or muovi un qualche canto (recita) Per dissiparmi 
questo sonno »: dissipare, allontanare, si legano abbastanza con aborrire: ef. 
fieifi^9àt , ippotfiéL99àè ?eil serbo razbiti rompere . . . »- Me yp&re fune xnfxiéLpt 
(o xafxj&pt): dal senso e dalla forma del vocabolo xafxj&pt si vede doversi 
ridurre al greco xaux««/A««9 onde xetfij&p, glorioso (vale anche millaniatore) , 
come z«*^««/>, diletto, careggiato, cf. alb. x/àjja .... — AoùXtja buxoùap x«- 
Xófre Uift/ioi I 9xjifire W-re, « Il Bore benedetto sia II frutto del tuo seno 
( venir ej ^; dove sono da noUre iri/d/aec, frutto, cf. ninrt» tic, e òxjift, cf. 
oocàfi}, 9xAfot, presi ambedue in senso diverso quantunque analogo al greco. 
Il significato della voce 9xjifi è confermato da altri luoghi ancora. Havvi pure 
9fi(f«per un gran catino, e più comnnemente per il truogolo del majale: cf. 

9xùf0i . — In altra canzone — »E irà-<TWww/>a TpMe rjid où fiou x9Ùp re 

9tefibeXiou, a La increaU Triade Tutta si pose (manifestò alumente il sao po- 
tere) quando ti formò ». Oltre il composto nwni9ovpe, è notevole il senso dato, 
per quanto pare, al v. a«a/*6eié-vje (=z a^a/teAérfa), -«vjé, che in Hh. ha solo 
quello di somigliare, rad. = simil-is , mentre qui si dee prendere piuttosto 
per formare, quasi modellare, cf. (ofiitXjA9e, nel gr. m. |e/xirltà;«, io disegno: 
fipifiou ycà tjìv ^otyppà fiavrùA» (ofinXtK9piiìfo . Carm. pop. Passow p. 387. — ... 
yjid^fiòìf Xìpy i dtXipe HA ffTij»a xovpe pis, « Ognora libera e pura Mai non ca- 
desti dalla corona ». Cos^ paiono doversi interpretare i due citati versi, che 
presentano le voci Xipe = >jxp, e deXipe =: deXJìp , in senso alquanto diverso 



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o{191)o 

da quello assegnato loro da Hahn, ma con bastante analogia, poiché Xjip^ lento, 
vuoto, capace (Hh.), si accosta a libero, e deXjìp, alleggerito, sgravato, eenza 
carichi, ad ingenuo, puro, come si intende mollo comanemente neir italo- 
albanese. La etimologia di qoeste voci è altroTe accennata ma, deXtp^ puro 
ricorda eziandio Itlpiov, Xtipiot . Per la voce vrlfa non bo creduto potersi 
dìscostare dalla greca 9TCfày«j, 9rifo«, ma qui forse dee prendersi per sfera 
elevata, cerchio celeste. — In un altra canzone, il verso Zóvjec. rljit ftjò^/i» 
j'^ye, ci presenta una voce nuova in ptjó^fioi, fs. pJi^fAKj o piòi/jM, che da taluno 
si dice (e parmi probabile), significare via, quasi corso, via regia, da fjl^e, 
perf. pòSx (e fy'òiet) partic. ^jiioMp^ e pjiifAe. — In un altra ... ri djinu pi 
li i fióyeXtSf* djAXe, La voce djhra, o djint (Hb.) « culla > per alcuni djibuy 
può ricordare, come corpo concavo. Il iinu-i dei Greci . . . — Vjtpiov^ 2 bipe 
Kovc/ft ri boin \dUpe T fv^re XifiUtp , "E tXj 9* re dò ^: qui è notevole la voce 
XtfiUtp, che potrebbe significare per estensione, nemico, oltraggioso, e si accor- 
derebbe con XupLoip, X\jpi9i¥Tfip etc., ma il suo proprio senso (Cbetta) è inganne- 
vole, lusinghiero, blando, epperò si attiene chiaramente al grecò adjett. Xa/utu- 
pòi, con rastratto Aa/tv/^a, che hanno analoghe significazioni di grazioso, gra- 
zia, dolce loquela, ecc. — . . . M«$ re «ca^ly (o oxo^rvl») Hjiw vjtpì Uip XevCvì. 
< Se t'insulta (ti offende) L'uomo abjetto Per istoltezza ». Il senso chequi 
porta il Y. oxap^iije, -yje, viene io conferma di quello datogli altrove — ... Al* 
re ror/jive. € Lascia che io ti nutra >: il v. rvfjive corrisponde al gr. mod. 
Tocyc^o), io nutro (quasi imbocco)^ del quale mi è oscura la radice. Esso può 
far sovvenire il nome del Dio etrusco t Tagete » (v. Galvani, delle Genti, 
e delle favelle ecc. p. 34), uscito da un solco recente nei campi di Tarquene, 
e lo interpreterebbe nutriente. Il Du-Cange, presso Passow op. e, al vocabolo 
rùUi^ù» z= roey^^M; col nome Toeyi^, il nutrimento; pare lo riferisca a r&vwy 
rad. ray. 

La canzone sopra il risorgimento di Lazzaro che suole cantarsi, nei paesi 
greco-albanesi di Sicilia, dal popolo per le vie nel sabato precedente alla do- 
menica delle palme (v. Crispi, Canti albao. nella raccolta dei C. Siciliani di 
L. Vigo, dove se ne ha, a quanto pare, la migliore redazione) è andata soggetta 
alle più svariate modificazioni, tanto che corre oramai differente in ciascun 
paese, he quella di Piana noterò le voci xexjiu per il male, la sventura; /$«(• 
Tc>e, lamento funebre; avaana, woLnuvioL , la resurrezione; fidixm^ la mor- 
te, ir tfixcja, e fidixtja. (Hh.); v^UXe, io spiego, dichiaro; òéra, t7 suolo, 
il limo, già da me altrove accennato; ;^ct 3. pera. pres. sogg. di d^fie, io dico; 
6yd(<v, sente, dal v. eitdUvJe zreyWc^'e ben diverso da evdjivvt, io perdono, 
consento, =r y(i9«e ; iofiave , zz ^oIó^m. -^ Da quella di Palazzo- Adriano : Xjeyyóif, 
è ammalato (v. anche Hh.); ^òfezz iói<x; fpipLoi I dpirx — B^rx i où Xjói — rè 
doùupr' t ript — -fjiXa i oò vói a Lo spirito , la luce , — la forza gli si disciolse 

— e nelle loro mani (delle sorelle) — la vita (di lui) gli fin\ ». Sui quali versi 
è stata fatta altrove qualche osservazione per la parala Sxv^; — i Xàpta. ftaXe 

— e fidé^ix frire « (Tu sei) il sommo verbo, — il grande vero ». 2$ev(i^yje, io 



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c<192)o 

son sano, l^e-jàéi rkjéru. a Visse ÌDColume nel moùdo ». — In allro canto sdoro 
si legge: tvò iepa. rqè oùvitU « Ma il vento che romba ». Ed havvi ancóra H 
nome ewff5T«>-a, «7 grido , urlo, rombo, ài che y. Gram. §. 4d. — Me v/>àx/*e 
yexè», strepitosamente (con strepito, o grido) dice freionat). 

mp xetè MuXi9i. a Per questo cagoolim) ». É ùotevole la voce xo</Ac<r$ ri- 
ferita air uomo , sebbene afTermano cbe talvolta si usasse ancora dei bambini. 
Essa sembra affine a xiXU di Bianchi (Dìz. Bpir.) ricordata da Stier n."" 26., e 
al gre^o ffxuAa^, catulus. -» Ne vjii 9ev/9déJi/s a In una ondata p, 2ov^kXj-cì^ -Xa, 
V ondata y è affine a ^óXJu, il bollore, e forse a /3àì-a, la danza: la prima 
parte voxj^ può riferirsi a tfoD/xac, io m* inalzo, mi Iqndo, aoùve alb., io alzo, 
<rov90u, alzati, V. Rh. cbe nota aocbe 9euy9àJiA« =r xAù^uy. — Bai sud. xcuXtcrq 
edaC^/7a io credo composto il nome xeui«s-<^/9a, wd/oa, il dragone amfibio, 
quasi catvlui hydrae: rn Hh. vi è xoursf<f^a,'sfm ile nella prima parte a *xour$c 
(cf. xoura), cagnolino nella lingua dei bambini (ivi). 

22 fXjoiixoMp^K T«è fXjóuioL djix. « Come la farfaRettt cui abbrucia la fiam- 
ma ». ^XjoxnovpòoL è dìminui, di fXJo\)T9\jp«y OSSÌA fXoùrovpot, congiunto al v. 
fXouTovpòtje^ -v/e, io volo, da yilr-a, foglia , e volatile Hh., cf. TriraXov, irt^Aev, 
gr. mod. j>T8p4» ;= itrtpóv. L*flahn registra we^^àv-c, -<;«, per farfalletta nel 
senso che qui ha fXoòroMptòu. La voce •nepfiéi.vtJK, mentre pare accostarsi alta gr. 
nvpcfi^Trii, -/S«tT2«, è forse meglio da riferire alla rad. «u (cf. dfiiX)\ bruciare. 
Nell'alb. sic. vi ha we/?^àye, lafriria (/Sàw), àpoJ«UT>j/?«oy, cf. fi&-jx lek:, il gua^ 
do. Fra i significati di fXjérx è pur notevole quello di imposta delle fine- 
ttre, altrimenti fXjiyovpK^ e xavàrx Hh. Diz. 



Chiuderò questi saggi dell* idioma e della poesia albanese delle colonie sicule 
con una composizione di «n uomo affatto popolare e illetterato, cioè di un con- 
tadino di Piana de{ Greci, che viveva poeti anni sono, ed era Segnalato' frai suoi 
contemporanei, per un ingegno partioolarei nel verseggiare anche all'improvviso. 
Lascerò io essa tutte le specialità del dialetto proprio al mìo' paese; Conre \é 
parla il volgo, facendovi dove sarà d'uopo qilalcfae osservazione a schiarimento 
dei vocaboli adoperati. Non vi aggiungerò^ peraltro ta traduzione, attesa la qua- 
lità del soggetto che è un avventura non molto edificante di quel dabben uomo 
accadutagli in gioventù, e che egli racconta a salutare ammonimento dei gio- 
vani. •*- La facoltà di poetare airìmprovvi^ è molto comune fra il volgo al- 
banese, e come ne fa sapere il Dorsa nel suo libro a Ricerche e Pensieri sugli 
> Albanesi » non meno alle donne che agli uomini, specialmente nelle colonie di 
Calabria. li che viene confermato in un recente articolo di Cesare Lombroso 
« tre mesi in Cidal>rla » pubblicato nella Rivista Contemporanea, Becembre 
d868, p. 401. segg., dove Fautore, sebbene non punto conoscitore dell'idioma 
albano; tanto da asserire stranamente esser desso più affine al tedesco e allo 
slavo, che al greco; pure riconosce il pregio di quelle volgari poesie, e ne cita 



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o<l»$)o 

trtdotlì ttcQDi squarci <lj sorprcodeoie bellezu, superiori a quelli riportati 
dal I>orsa. Una tale facoltà poetica oon si maot iene ormai così Tifa nelle più 
ristrette colonie di Sicilia , che sono già troppo penetrate della ciriltà italiana ; 
ed il contadino Carlo Dolce (lui GUkJini, come egli si nomava) fu forse uno 
degli ultimi eredi della spontanea musa albano-sicola . Io trascrivo questa, che 
è probabilmente la sua più considerevole composizione, principalmente a saggio 
del dialetto particolare di Piana, distinto per molte cose, come ho ripetuta- 
mente avvertito in altri luoghi , dai dialetti delle restanti colonie non meno di 
Sicilia che di Calabria. 

I Tersi sono ottonarii, rimati a due a due; e di tali si ha qualche esem- 
pio anco frai Greci moderni, come nella Cantone, a p. 452, presso il Passow, 
che incomincia: rlrocAc ru;^ ipyt9/ii¥9i — KkI ^wt) rv^otyyc9/<ivij ecc. È poi noto 
che la rima presso i Greci e gli Albanesi venne introdotta molto più di re- 
cente che fra le altre nazioni d'Europa. La maggior parte infatti delle can- 
zoni tradizionali delle colonie albanesi d'Italia, che perciò vanno tenute in 
maggior conto delle altre; a che hanno diritto ancora per la loro bellezza; 
sono senza rima, e lo stesso incontra delle greco-moderne. 

Certo in simil genere di poesie difflcilmenle si può trovare la esatta regola- 
rità della forma, e del metro. E Ciò in modo speciale sembrami dover acca- 
dere nella lingua albanese per la grande frequenza dei suoni muti ond*essaè 
ingombra, soprattutto nell'idioma tosko. Dalla quale proprietà se gli Albani 
traggono profitto nel verseggiare piegando più facilmente al bisogno del verso 
le parole col vario modo di proferire più o meno sensibilmente i suoni muti , 
non può mancare, se non erro, di apparirne minore la precisione del metro, 
anche nelle poesie meglio regolate, quali posson dirsi le più fra le sacre da 
me trascritte. La base delP armonia è sempre l'accento così nei versi alba- 
nici, come nel greci moderni dei canti popolari, di cui taluno ha esagerato 
forse il bello ritmico, che non è però 6% disconoscere intieramente. Ma fra 
tutte le canzoni portate in saggio nella presente raccolta non so quali debbansi 
dichiarare le più belle, sia per il ritmo, sia per il sentimento: poiché, se le 
poesie albanesi di Grecia, e più le scelte tra le pubblicate da Hahn, apparte- 
nenti all'Albania propria, che nello stesso tempo sono sì originali, e veramente 
popolari, hanno molti pregi, a queste non cedono i canti tradizionali delle colo- 
nie 4* Balta. Dei quali ho dato alla luce qualcuno non adendone potuto aver una 
più ampia raccolta; e per quei di Sicilia non possedendone copia più esatta di 
quella che ebbe il Crispi, ho creduto meglio astenermi dal ripubblicarli, tranne 
due soli, a cui ho aggiunto pochi altri inediti, come sono del pari le can- 
zoni sacre. 

do accennato pocanzi essere a desiderare una perfetta regolarità nel me- 
tro delle poesie albanesi . Ma ciò deve intendersi principalmente in quanto al 
modo di scriverle ; imperocché per l' orecchio nel proferirle si sa trovar sempre 
ia giusta misura e il numero adatto a ciascun verso. La ragione precipua della 
apparente irregolarità grafica sU poi nella mancanza di una legge intorno all'è 



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o<194)o 

nrau ; che pure i Fraocesi hanno saputo stabilire per la loro lingua , ma non 
può valere per T albanese. Ora qui mentre da una parte le ragioni della eti- 
mologia , e spesso della pronunzia , vogliono in molte voci indicata la muta« 
dall'altra non meno di sovente la ragione del numero la vuole elisa. 

In questo stalo di cose pare che il partito migliore sarebbe quello seguito 
da Habn, il quale nei versi esprime la e muta solo dove il metro la esige. 
Pertanto la scrittura più esatta e fedele sotto il risguardo etimologico do- 
vrebbe a senso mio venir osservata nella prosa; ma converrebbe obbedire nel 
verso alla ragion del metro elidendo con 1* apostrofo o senza , come talora si 
è praticato da me, la a muta dove ciò si richieda. 

Ad un siffatto metodo, simile in certa guisa a quello tenuto nelle poesìe 
greco-moderne (ed. Passow, ad es.: tìv* jred^/&c^*yà ru^àyyca, I. c.}i cui non 
ho saputo decidermi sino ad ora, anche perchè lo scopo supremo del mio la- 
voro era Finguistico, formale insieme ed etimologico, mi terrò nella seguente 
poesia, ultima da me recala . In quanto alle precedenti tutte, giusta l'avver- 
tenza posta a pie della pagina 24-5, e a seconda delle considejrazioni qui so- 
pra indicate, il lettore potrà facilmente regolarsi dal metro uri sopprimere la 
e muta, o nel pronunziarla. Talvolta, non potendosi elidere, una vocale chiara 
ed espressa si unisce colla seguente per formarne, pronunziando, una sillaba 
sola, ciò che sarebbe la w^l^^i^ti del greco antico. Del rimanente, poiché I 
metri sono eguali agli italiani, vi si applicano a un dipresso le medesime re- 
gole di prosodia. 



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o<.195)o 



Bjepa^s Aoùraire FAnyivi 



T J9U pBfUvf vjè 9t$pbÌ999 . 

Tfò /te viKÒt rè rpt/tepim» 
Ik vfy dir$ ¥$ rè tji^x 
'Pi/flc 9ZJ0ÙP «C rè dipa. 

UùVXp (1) f 9(»6t Itjjl X91tlU 

Tfiè 9vt9X»JiJ* 9I rpcwdotflU, 
'Ui i è«wx9v^*, yà/ibotpl9/it (2), 

B9VX9\tp /H9i9vp*y i 9r«A<9/lC, 

"E /tè d^*Ó99v /ik K0vpép9^ 

Me «uyà^e^ey y6 dòpB . 

1«« I K9Ùt^ii;é 9I yjéutB^ 

Me /BsevTl/»' (3) /tè f»ìovrtupàje« (4). 

T«Ut jkT99Mp9 pi 9Ù Ì^Ì9e , 

"fi pe aà, 9è x^r* re fA(lé«6. 
OD '/r6ì )(//y 9è r«<i« i0«^<9 

T0OC JÌT99ìàp'^ 9l9iT9\t 9Ì 9tXÒty 
M' /ft^^C dó^* i p* i 9%'tp9rff6t. 

"E /ft« 5à' «0 T* ir*V fiè ^ /titrt . 

7Àphp% (pLt 99 xl9t hivre (5)* 

"E /te )fc/e 9£*re fidi9iet, 

"U^ey yji-»dtt f «* /AOÙv(f ^A^nee. 

Bovxcvp pÌ¥T$ rvé yà yjirepie! 

B&' rè 9«ir{oe tC jà/i* fiirepie, 

"E /tè fijip9nife (6) r«é x{«( 

n^àv /te dà' v^vrf dò )ti9(. 

Kvv^ re *pbYiyJ9 x/cr^v^a, 

S6y'?y di^ev, I x^y '>'^ fffiirta. 

*I 5a«(' • rara /»' /èir 9«xouff/y/e . 

Il/oóéy e 5à9«' * «òyrc di ;9f y/e . 

*A/d ov vi9 reuf xeydeua/9e, 

Bare rè 9(ir{« yjVd^* e y^ouee^e. 

Me x9niUv oC ou 'ydeurx, 

"E ov y(9a, I yj(^c fióur»,» 

"Sffxe Xii9i re 9gxi/ y^'è X9wàj9re (7) 



*AJd jijl^t ree /i* iràoe /a9v« 
ry^^ ^ép^bpoi t'9v T$pb9vm (8) . 
T«è dd x^9< rè do(mpr* Ae9<^, 
Oi iweracl*, I /te ite^^^i. 
Me Sa* r«' Jipet, f /te )(yirc, 
T(é 7eC^/i% f ÒK^dèrt (9)! 
M^^c 9«r/9Ar«y 9àr* I 9iTp6j9^ 
"E pk irirxa r«è /i* ye^éjé^^ 
B9wt9vp* fijip9ie Ti' mjò Kart 
lare 'yy9vAc9«c/t* rè 9S!rpéxi» 
OS i Xk9f, f Ò9U r«é dè9(e, 

ne^9è t9i ijjl è9vj9tf^Ì9$e. 

K£9« rè )Bl9(r* y^è «iyd* «cyd^c (10). 

•'E'a4i»X'9iip: pikdj,. 

Ìii9i rk jgàf« y/é X9v^<<re (il). 

"E x9Ùp xtnp^t^'» ^* A** 9«*ydèr#. 

"E^è «6 yjiy 9i y 6^6 firn, 

Uò xàr* yJhJ^xf «/^ ^«^ 9<x4/t«e. 

n9v5« fou^tf X^^^^t ' èov^e* 

S< xoùp 9è xiTtP^ foiipi9Ù^$ (19)! 

00 r{é Ò90yc9(« 9Ì yjil$i 

Hjl^t b9ÙpK vJii x«yyjék$ . 

n^ye 9ir9Òp9. 10 jè 9f$fir(pL$, 

2àr* l Xlxw dtXlpi$ . 

r /te xS (x^9«) i^ydflc /Mvflc re diXm^ 

Sé /t' ifeXxJÌ9V 9i9Ùft* xoniXtdi, 

Njiyx' /te )Bèe/ p9Òa %èp x/ov/te, 

Sé (9< i Ò9UX0Vp^X 9{9l}/Ae. 

•Ajd r«è /l' 5Ì9« ' Z^ » ' Ìp99Ì99M . 

n/9ay « 5à9«e ' jtJtfixppUcy . 
A/ò /*• 5& . n* ^ xì 9iepbi999 ; 
N* ai ri (13) )f aj»9«c( , 9v fi9di999 . 
Me it$XxJiv 9è /ic x9irae* 

'Pr r9à xV* > ' /**« *"^* • 

Me «eìx/èy 9è JU i pipi , 

Dtfua re >6ay/ r9à x^P* »* )!/*>*• 



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o{196)o 



rji^ ^éfi$p9v fke )j69e . 

Me 5à* vòvrt xV^rov x&r* dix*/t9, 

Xè fU rij 'ftè di X9vp 9f/lx*t^» 

% ^o<wpii\ i xinfp^t^' «sT ^rp€ )c4^. 

Mèi j(fA/«^cH' òuixoit /i* poxKttti (i4)« 
Xè yà v^xHiu , xoup r* itouow^ • 
rji^e yArrey ^crx dab^xe, 
X6/y*flc tfé^', I jilcTa èdc9«xe» 
1 /bieexxoÙMfii (15) t9^v* l x^'B, 

ij •Ató/MxsJyy/^/^^Ve- 
Bóiroe I xt'nP* '^^^ ni/ifie* 
"E nèfi /loùx yjid xrà. v62;//ac 

MOÙÙL /à9 9^9t» /fti p9X€fk€ • 

rii;> x*T* /n^^ouy* (17), x*T« y?//it 
Mova /•« v^oey /mì dou^/it* • 
"B Kip ffxMt xkk U^ùvp Ìj^pp*r 
Xi XÌ9ija ^T«Uf Ti /Sóp^t. 
06 T(^ KXpr9Ìtj9t, «i >|Ìir0Uf (18), 

'E ^ov»^c9sa r$ diìta» 
'Avfroù ySóirei ve xo^ihai . 

'Aj« /k' Ò0& dt99K •/•jU (19), 

n^óc /»« w'em, I /»' Set' T«' xit; 
' T«d dò xic/K* 06, T«6irQe d^^e (20); 
T{« /te x>i X? I /ftoi»' XOK699 1 
Ti f(x^^ (21) fi9 9ixXtn6fit (22), 
Ti X9nijr€ /te iowòfit, 
'Ajd /ft* fipiiTiy i fke XJÌ9^. 
Xàre /te 9ì(xJ^ì f^ dii9gt» 
6à* t1(| y/oxou où «(xara^poua. 
Mi ré rJi/Mc , f j d /U /toùoe . 
JDif/oc T* ff«T<x«9Cflc ri dÌ(TI, 
Kev^ /te d(Ì9(i, I /te fipitri, 
eà9i ' T« I dowx^t (23) re /te d«la$if'c , 

Ti e de Tsé 9i€pbÌ99^ XÌ9i4* • 

T«é dò xi'««Jc ri i dt, 

OC 9* xdé/t' xAév /ti fi09vjtpil . 
*Ajò dà. 96 in^yx* e prÌ99e, 

/ir9' t* i jàire9« x0U(di99e . 
"Ajò /UrB /te dBfyòt, 



X«r* /te 9cl;(;je c«T/9^t! 

TÌX9U TJiyjoL 9Ù JoLVpOÙtLT^ 

ìfji^i lòrev* /te 9{iKeT0y«». 
'Aji xoù «à« «i où xìAijx, 
Me 5À* y^ dèi/ Te X^J9C. 
Sà9i' T«è où xj>Tfp»9^ ^«X'v't 
Ti /te *)fd9àp% puo\t% ««eydiyf. 
M0u«e >i /t' ve xeTfli X01U9C, 

Zè «sewliTe^» /te 9ó«i « 
*Aj*ò /le dà» pi6% }^\pAitt9i^ 
Ti x^ò 9{e^6t9c xàr* y^ivi^t • 
'^ /te 3à, Té d; xàT '/tKea^MjM, 
né^ 9i va xàTe T^oevfy^vc/tc • 
2à 9(e^(i9c T^ /t* de/t6/9^(t 

ZÒcVt "yjc», < /A* ^ defTÓc» 
Me defr^ riè xi9i bp^ftda^ 
%Ì9i di /t^'e^i T^ epyJéifdaL. 
Up&p pB dà* ^ftè douoc re xAééBi!;, 
T/« x'r0v 9Ì xàre xà«€ • 
TÌX0U yjiyjoc 0S x'rd fjàìtt. 
TjidB yjàxou /t' ir^^c fióiXt » 
nàc T«è xt«ijoe 9fiX9v«^ xàxJBj 
"fofije/t* ^1^' I bùùp» isétxjB* 
fipSt» 9Ù ^àtret ti Jctrpótf 

1S jocTpt^$¥ /te . */t«e9^ . 
Xà 9{e^òt9« /te ^f Scerei 
"E 9i /te iif A, /te ictctTK» 
06 ( /tji^t nép 9«eydire» 
1 ^fittvoi rè fiBpTirB^, 
1 dà9«'* ;^T*, oS t' fuipxoiìd99 
Zen* piB jéc.ite9i x9»tdÌ9B • 
'Aji piB dà. ptàt xXxJ dpUj 
Xi T^ JKTpévf /ti yjcd y^ii« . 
Mi y/^ i;<^/t6/9* i dar* 9I yot^^, 
Tjiyje^t Joirpìv T9é /t* Ò9u/9t. 
Mi^ I d^*( yj]fk T9^ic^ x^xx0u^. 
Tix' 0^'ò xi/ où n&9i* ^ixavpl 
'Al /te JiwJB %iÒLpp^ Ti fU9<Te, 
0(^ r«è d^iVcoe, 'yd£/ /te K^£9{Te! 
K*Td 9iBpbt9t oC dovpòfiet^ 
K^yc yJiyJoupB r^è 9^òfial 
ÌÌ9Vp XBÌk 9Ì 0Ù p^KptòfieCj 
TpAr' è x«vot;« (24) I X^ppòfi». 



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o{197)o 



K.«v« '/ji'Joup jov X0ittje'j 

Uép 9k oO «' /i9\fPiF i X9^ppà*J9p 

nèp rè jtipe Jov i Kowvivjé • 

Jov i xowròvf T0 piòi 9t/a9txJ9, 

Tè y^àr' i X^^^ ^* /*^< xj&wtxie. 

Sk Arò dovxcr* vi va Ifi6vj9v^ 

"E Jocv yXifihx r«* yÀ yeXpi6ìfj9ìf (25). 

r/i'ae ià»e yoppo/nipix^ 

VoppofAtoJe* b^ùxovp Tfl/uta. 

Kou^ Savvouvc /ut(y6 pXjCy 

Vp9ÙKJ» t *vd96pr fouxjìv TÌj€» 

SscAo/AOuvi, 91 xaév d«iv6, 

nò nèp ypoùxif d6y*t l Ai}»e. 

lixòvtv x^^/^* ^^^ *i?i ypouoL, 

néinrc ( dpiitt fiip* ov poòxì 

*Eik DÓLfitdt fiip* pótj 

npèiv nèp ypoùxv luBxùLxpòi. 



JLÒO0 xeAév 9$ou/i6 ré TJip9, 

T«' 9^90» yjiy*»* fiè vj^ji x^P*' 

Ba«/ (26), /uiiÌ9«T/)' (27), I boujovpii 

Kày xeAév ri x*rd x^cA'i. 

I>d re yjiyjixf rè fi^prirev; 

VpoxMJùL x\k né TfiàcTc iérey. 

Mi T^ ftetXxoùofivf àjò f^>(, 

Koupf f9f ri nipifiòXt, 

Vp&re j&t' yjlB* x«ii«ff^»« (28), 

lLjiy*je9 (29) 9inipTpx 9ioùfi* ri 7r/9x . 

K/vc 6<99' iou yi(» 9& Jhi 

K*rè T«* ^ou Bòre Aovt9 TXtxJivi . 

Mi ypSt T* x^^^ re piéi ^ht. 
Zi à.9^roìà z&eus /a* 9^9( XixB 
("B xà y^« T* x^^ì* *«** /«'««)♦ 
n9i ¥J^ dir* fie Jip^ fixXe (30) , 
T* boùtjet rè fidixoupn yJ&X$\ 



/V\/>«f\/V\/\/VV\A/V\A/V»/VVVVXA/\AA/\/VAA/V\A/\/\A^»/\A/%A 



Aavotaaioaì 



ai Canti Sacri Albano-Sicoli 



(1) xàìMfBpi-ùi, ^rto, Iùdrmt9ria, dalsost. xoiMvà^, ladro. Qoetto ptrolt 
'sembra affitte alt* itaL corsaro: ma «aaa è comirae a iutta T Idioma allMiiMe, 
né gli ai può leggermente attribuire una ^rigiiie troppo moderna. D^aHroade 
xoìi99èip (= *xùvp9Ap) non è lontano dal gr. »9p9éu Jon. , z= xtipu, tip9!»i di coi 
Ti è già in alb. raffina x0/>9lge, o X9^px9iije, -^je , io riéparmio», quasi ri^ 
taglio per economia (y. $. 125) . 

' (2) cyy òtp; particip. 'di tyy&9e, non lo credo sincope di oyyiuTovpo, obesi 
legge fi^ Hh. Di2.v thà dei participi in pe = «e, come nStpe ecc., t.' § >150. 

' (3) ire^^9ou^, 'lt9dvp da un ?. nep*^99, ^99*, che non è registrato, né pnò 
ridursi al ▼. itepittje , -vje, io inghiotio {ntpi'^iàè}, ^edo sia da riferire al 
greco miSftiy ma particolarmente alla voce tood. TttX9/itéi nel senso ài dispetto, 
oitinaxione, onde 7cc9fiardc^«, ostinato^ cosYf aìb. nep^nht/is,' io mi ostino: 
vi si accosta l'alba cai. ni99epoòoipie ^ mesto ^ naB9l indispHtUo . 

' (4) »A%\ sinc. di dàtrt, 3.* pers. sirfg. delPaor. di l^óév/e^.^oUniitira. Di 
Siffatte sincopi eufoniche nelle persone svddette, ed iii altre, o nei patticipii 
vi sono parecchi esempi. 



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(5) ntfrwomi (-1), =1 ^«xoiro< gr., è detto per im$tn$ato, gioito, 

(6) ¥J6/tL$, io ammollo, ammorbidi ieo , è noa voce di eoi dod vedo Ir 
antlogie: se noe fosse col soit. yo/^i), grba fresca , tsngra, buona alla pastura, 
o yèé/Mia, fluido, da vààè, fluo. 

(7) xjtfiovpe^ x^fi^^P' ^ ▼oce disusata, ma dal contesto qui e in altra canzo- 
ne si rileva significare una caverna, o tomba, un eovile, cosa simile, po- 
trebbe quindi parere affine a fi^p^ fiip-Uy alb. sic. )8ou^«, il buco, e nella 
1/ parte dipendere dal v. xf-tvje, io entro (Rad. x« = 0» ^ da e* ràó. gr. mi 
di xtìfAcUf od anche dal nome x^'^» covJ/e, quasi x^tà-fioòpoL. Ma la voce gre- 
co-moderna xc^eO^i serve a spiegare 1* albanese . Htfio^pt nelle Canz. gr. mod. 
(Passow op. e.) significa tomba: v. ib. pag. 105: « /lógtopx npàèroftATtopoL frtà- 
« /*' biptò X 1^ e u ^ (, •— N^yac irixrù ycà r*aipfioLTX , /lax^ù ycà rò xovx&pty — Kai «tj^ 
isità pLov n) /utc^c« ìf&x^^ noipot^pt » etc, ed a pag. 95, nella Canzona 119, (Fau- 
riel I. li) f ^roc^cà fii rà x^^^^P^ *"« fT««rrc /low rò xi^ou^i,— ^{àrrc /«©u rè 
xtfio^pi/àou t9t% fii ^u«* vo/MCTovf » otc. Va rìcordato al proposito il vocabolo gre- 
co xifiAptùv^ affine a xt/tùètòi^ di cui è oscura la radice. Ravvicinate a questa 
voce ellenica l'albanese xJ^fip^P^, ^ '^^ S^^^ moderna x«/9o0^c, avrebbero il primo 
significato di arca , simili , applicato particolarmente alla tomba . 

(8) Il V. bovpòvje si è veduto rapportare a /tpù». Da esso viene boupi»^ 
VatbondanMa nell'alb. sic., che in Hh. è spiegato trombetta di lamiera %h. 
(mentre vi ha bovpipi, il fonte), probabilm* per e«iifiaUa ital. della fontana. 

(9) 9yXiio\jp, o 9yeUioup, partic. di «yXi^e, -ie, eletto. Il Rh. nota ancora 
9txXeÙ9tp9, nello stesso senso, e io quello (tt cosa o persona esimia, fr. di^ 
stinguè, il quale suppone un v. 9ptX6tJ$^ -»ia,=:9«xj«u«(ye, rtxjovfcuje di Haho, 
io distinguo, prescelgo, ed anche separo, pongo in disparte . Ora questo t. 
wt^xlótje, 9c-xìouatf'é sembrami doversi riferire a x>c(m, dor. xitù^w, lat. claudo, 
quasi e^-cltido, che sarebbe il significato primo del v. albanese ««-xìoùse-v/e* 
9fxXò^e, Isk. 99^xJov«r^e, Non so se coUe aitate parole abbia relaiìone lo 
•xAf^, o mtXip-^9iT$ (9(xA-) dagli Albanesi di Grecia detjto In opposizione ad 
él/»6f^«T8, per indicare ^e/Zaiiieo. 

(10))Bj<^«i, è il lai. versus, che ai prende anche in senso di maniera, 
^trimentl X^ia, 9ipiot, ecc»» specie, esrie ecc. 

(11) xàf««flcr6 neir italo-alb. si prende in senso gener. per bruti» qLnimali, 
coiV x0(f«c-«, secondo Hb. vale animale, ^ posa. Lo Stier n.* 44. pensa che 
dtblM riportarsi alla rad. di xA«u, il bove : ma ciò non sembra da approvare , 
poiché r idea generale di cosa , oggetto posseduto, è facile applicarla in par- 
tieolare agli animali; infatti anche tJàvM gh., la cosa, sì dice degli animali. Hh. 
è dello stesso mio pensare, come si rileva dall' ariic. ciuto del Diz. dove ri- 
porta il gr. m. Kp«-fpLK in senso eguale. La voce si è altrove ravvicinata al 
lat. causa, onde PiUl. cosa, (rene, ehose. Il vocabolo seguente dell' istessa 
forma In Hh. Biz.: x«ìf«-«, -t^, io senso di r«ceofi(o^ favola, deve riporursl 
alla medetima origine, come ne eooferma il frano, causer^ ragionare, canstr^e, 
ciarla. 



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o{199)o 

(19) mp9¥di9t^, asalo io senso di regina psrmi doversi credere una 
sincope di ntpevdòptv^u , frm. di ntpevdòpt, piuttosto che derivato da irc- 
pevdioL . 

(13) iouXì, siog. ^ouAc-flc, è certamente da riportarsi al gr. ^euic««, «ervjtò, 
ma preso in un senso più esteso di oppreaione, affanno; a che corrisponde 
ancora l'aggctt. psriicipiale iouìòv/ie che si trova nella canzona seguente. Il 
gr. mod. adopera similmente Tagg. ^^Aie$ per infelice, come p. e.: i) iòXui ìj 
*AptTOÙXx /lOM Xtlmt fAKìtptit, '(rà Itvflc, Passow op. e. p. 395; rà iòXt* /a«v irai- 
^ax(« xovf ytiróìfovi /ut«u p. 398; x' i^ fòXiet /utpioXàyavt , ntxpà pvptoXeyùU p. 218; 
rò SóXto UtsoXòfyi p. 186, ed altrove passim. 

(14) A proposito di 9inéipyotpt^ v.§. 100.; ma mentre la voce =: airà^avov 
vale manto, quella affine a nlnXpf che è nXJift si usa per coperta, come il 
gr. ro. irdbrAwfia, che probabilmente si riduce alla stessa origine. 

(15) iXhiie, non si può a parer mio discostare da aà9(/io(, cAcok, ptopi- 

zievole , clemente . 

(16) Il nome itexAtm alb. sic. , o masc. /xaxàr-c (flh.), sembra a prima vista 

congiunto al lat. peeeatum , mutata la p in m . Nondimeno credo si possa pen- 
sare a fi^/ec, ftoyl^», iofferenta, ioffrire, mate, aver male , pena, etc. si- 
gniflcazioni analoghe a colpa, o peccato; così iiax^pioL, pena, t pervertita, 
proviene da /i^x^o^, fatica, affanno, eirey>)-^/a, -^«, malvagità, -già eie, 
da ir^Mf. La forma /^ouxà'T-c, registrata da Hh. (=:/bi0xaT-c), pare infatti av- 
vicinarsi d'assai alla rad. /toy-o. Il vocabolo sarebbe per la composizione si- 
mile a *p.ofn'ro'^^ = V^^'T^'T^'f f QQSSi « f^llo a produrre pena » . Si son ve- 
duti per altro non pochi nomi alb. formati col snff. ra, re, fem. o masch., 
ai quali può appartenere anche questo . 

(17) fi9tfipi9fie, è un participiale derivato de fiufipl'ot, (-ov), che si usa per 
povero, infelice, come il gr. m. piwpoi (cf. l^i-oìi). Esso suppone un verbo 
fiafipive =:: piccvpii;o» gr. 

(18) Il V. i'jotr/x&9ipie y vale io mi affretto, ivxyx&^e y costringo , spingo a 
fare , o andare: cf. avoyxài^w, e l'alb. «r^ò*je, od àyxé^e, col nome vviyxflc, il 
nodo, la strettura etc. 

(19) iopL&vZZ ^Ojudcr-cy, -ev» gr. itpL&tfùv (o per (). 

(20) L'avv. dffà, eeeo, fé, lò^ ital. , deve riportarsi al v. dvfi , tfaà, od a ^«j, 
(à. Vi è ancora il pi. dv&n, poco appresso, ciò che lo farebbe prendere piut- 
tosto come verbo che come avverbio. 

(21) Il nome xwxpùXe ( secondo si legge nel manoscritto) in questo luogo 
è, certo, un errore, poiché dovrebbe significare una specie di pane, come il se- 
guente xovXX&tie, ma la voce usata xouxouAs significa il boztolo da seta, = gr. 
x9vxovAcey. Probabilm. dee dire xoupoù'Xe, -XXe, che potrebbe corrispondere 
al toscano (di Lucca), e calabrese ital. curullo, o coni//o« specie particolare 
di buccellato.^ per coruttOy cf. corolla làt. Per tanto si può adottare la lezione 
xovpoùXe, ma si deve ricordare eziandio il gr. m. xoAoO^c, ciambella, che il Die- 
fenbach (Zeilschr: Kuhn B. XI. p. 288) ripete dallo slavo koLo, circulus; 



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o(200)o 

pure il gr. xòXXt^ offre la stessa rad. xoX: cf. anche xoXXù^ov . In questa ipo- 
tesi bisognerebbe leggere >jé xoXoùpe, o xovXoùpe, che non è fuori d'uso. 

(22) %/<;-«, vale propriamente la ricotta; e secondo Hb. ancora il cacio, 
che però ha comunem. altri nomi. La radice sembra essere x^t di x'm, x<^m 
onde x^^'i^ì • x^'^^iy 'l^^iì "f^» ®^c., cf. xJ*»*» '<> fondo metalli , che appa- 
risce di forma più moderna , mentre con yj si ha yJiBe , tutti fi* imiemcj: e 
probabilm. anche yji^ie^ io impasto la farina, si deve riferire a x», x*^ 
(•9w), x^» [x^ìt¥Ufjit). Tuttavia è da ricordare a proposito di -/ji^e, il nome yv^o^, 
sorta di ereta, o ge$$o per la similitudine di aspetto col caciai la ricott*. 

(23) fToùXje: cos^ porta il manoscritto, ma la parola è disusata, e ignota a 
quanti ne ho chiesto. 11 contosto esige d' intendervi un volatile, ed è probabile si 
riferisca tal nome al gr. irrwy-f, -yót (= ittiu(), mergo, o smergo, nTuyi^frouJ, 
quindi froùXj, per lo sviluppo di Xj da J (v. §§. K8. 61. 00.): parmi confer- 
mata la mia congettura dalla voce foùyx notata da Stier (op. cit. n. 93), coma 
dialettale, dopo il merloy bkyxou: si ravvicini f«ùya al gr. irùO|(*j»wOx-(?):=irruy^. 

(21) itoLaxj'ipm.^ -up«, lo specchio, Hh. lo crede derivato da ira«, per 
n&99oupf par tic. di xAiie, e xjù^, xjvpóije, vedo^ osservo eie. Io penso a irà, 
senza, e vxjùpoc = ^yjùppo^^ la ruggine, già notato , sicché il composto varrebbe 
levigato, e bene si adatta agli antichi specchi di metallo brunito., e lustro. 

(25) y;éc, -ia, alb. sic. è uguale a yja-ja (Hh.) , la caccia, cobi pure il 
contesto richiede: cf. il v. yjoùxije (o, yiktje) §. 249, nell'alb. sic. anche -Jtc- 
xòvje, io vado a caccia, o '/joitròvje, cf. ^«tìm, = ^arlw, (Titiw. , 

(26) Xjoiyyóp€ {'Jet) richiama evident. il nome Vayy^c, -oua (Hh.), levriero, 
cane da caccia, che Stier, n.*^ 28, riferisce a Aer/Mvcx^v «xuAi (come pare) da 
Xocytii , lepre : XJoiyyòpt , -ja , è il feminino di Xjxyyòt . La nasale avanti umi gut- 
turale è giunta non rara pur nel gr. moderno . 

(27) ntXjcirópt, è voce di cui nessuno ha potuto darmi Contezza, né si trova 
notata in alcun luogo . Bai contesto si rileva esser un animale dì cui. si va a 
caccia . Un tal nome appartiene probabilmente allo stesso animale chiamato in 
Hh. ^iiJeula dal rubare che fa il grano (^ti^e ) , ed è il tasso, o una specit 
di topo campestre . Il nome ntXjxrópt avrebbe cos\ attinenza con p ì 1 a r e lat., 
rubare, pilator, ^trix, ex-pilator, 

(28) /uiàT«uÀ«, è fs. di| i^fkvte^ o da p.ÒL9, /nécTei vale masso». 

(29) *x*^'^^^^Pi ^ parola sconosciuta; forse i^n errore di. scritto Invece di 
xevd^oùap, 'ópty nelPalb. sic. il cantore. . 

(30) 9cydouj^-(, ffxvdou^c, la cassetta, è comune al gr.,,m. e ad altre 
lingue orientali: il Pass. op. e. vi riferisce róv^vf, e nello scqU di Aristuf. 
Plut^Tll, si ha notato 9tvMK^9v. 

(31) d&p^Kj pera e pero. Su questa voce. fa molte erudite osservazioni 
THabn I. p..236. Ei vi ravvicina il nome dei Pa r dani d* Asia e d'Europa, no- 
tando come non pochi nomi di popoli avessero origine da quello di alberi o di 
piante; cos^ ad es. 9itKpTt&T<st dp, virecpra alb., la ginestrfi, gr. firà^rof id. Egli 
rammenta al proposito ancora Tital. e spegnitoio d a r d o, fr. d a r d , iogl. 4l ar I * 



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o<2ei)o 

Questo ravvicIftMnMKo poi Mmbfami confermare la mia etimologia di rtf|-ov ri- 
ferlia all'alte. iUu#<x-«u. Taluni credono che détpit potesse in origine indicare 
qualunque legno , t quindi un aata , o simili coae . 

(3S) 9tfjtAn9, fimne^ta, férse da ««Wc, eJéXif9 o y^AXi^t, il butiro, ef. AUt- 
f •» gr.; d» vTff, di i^^tnfin, per la prima parte: o è congiunto a ^rsAà^*», o a 
Trtlit'vòi ecc.? 

(33) nicr^Kf, come altrovo d«ó^«<, par il comune aiitvpttre, sono esempi 
dei plor. colla desinenia simile a yiUpti, fié^tm^ dati a nomi che general- 
mente non l'hanno, ma in principio dovevano tutti avere (v. §. 189). 

(34) Il V. fìjif (fA^ alb. sic.) coir e chiara è noUto da Hh. nel Dii. come 
gh. fV<y% ed ivi pure si ha il partic. fXJitoup tsk., fìjh*it$ gh. 

(35) 9iìt$XMj69tT€ , dal V. oixelxjò^e, io apro, tpalaneo, opposto di xeX- 
xjòve, formato dal nome xJ^r«e (dor. xìoé|), ehiav§j da prima, a quanto pare, 

xXu^Ò99 ^ *xAcTc-^ t "tÒf* . 

(36) ^ocfià9itM , o fùtfk&vfne ^ dflcCftflt , 'ùfiif : èvvi anco , davr^9c/A6 , io am» 
miro, cf. 5oeirr^«, ^à/Afiot (vr = jut/f , fi,n) . 

(37) ^ieX6'vJ$, -(je, e xJtXòvJe (in Piana x/ey*^yÌ^A ** ^*^^ ^^^ sonno che in- 
vade una persona, come qui, /i' i xJeAei, vale « addorm^ntùìMlo », e tJ^Xò^ 
¥t/i0 medio, mi addormenta. La parola può sembrare tutt'nna eoi v. ^jtXòtje 
di Hh. (Biz.) che vale, io colgo; di fatti anche in ital. si usa H v. cogliere 
parlando del sonno, ma pure in quanto a KJeXó^tJ^, -y^e, ioaddonMfUo, ai" 
iopiico, potrebhesi bene pensare a tmXiu^ a, io calmo, incan$o, acquieto, ete. 

(38) 9x6y(t7v 3.' pera, del v.' ^i^vdfvjè, fo sfacitèarc, ricplcndcrc; in Hh. 
si ha solo o$xC)fditje, sfavillo, ricpUndo. 

(39) fii/iB («) è il greco '^/ra, tribm^alc . 

(40) xpixj^oi (anche x^x/m), la cróce, dkesi parimenti xpòt^j-otj -i (Hh), 
infine xpoùo^. Secondo Hh. xpùxj può essere adjett. ed avv. Rid. e r u x (e s). 
I verbi xpu^jét9C, e xpvi^c^ótjc , io metto in croce, sono segnati da Hh. come 
derivati da xpùxj. 

(41) Xe^xJi^'^, derivato del sostantivo Xiyx^ %^' ^^ tion si ha fn alb., vale 
« lanciata My cf. Xoyx*^ {^^^)ì <b' l*slb. ha yoipyl*» (cf. yotpjce^p^^y io vi- 
hro, e cpUndo; yàpx-o^, e ykjppoit), x^^^ i^ i^^^^t ^ x^^rf^j o xO'«) non 
che 7st/^0c altrove notato, per indicare lancia, giavellotto, e simili armi. 

(42) itp90ùiti*at, da itp69t»noif {*np09tifnYtf) ,' 

(43) xovpxovXé9e, donde ì(9opxov)a9ovp tic. , non è neppure segnato da Hh.: 
vale io rannicchio, intrans, mi accovaccio, e sembra avere l' istéssa origine 
deir ital. corcare, coricare, te. rad. xf>xof?Nel Diz. di Hh. vi è xopxouAróx-ou, 
P arco del grilletto del fucile . 

(44) fióv, in senso attivo, fo vivere, è da notarsi, per il confronto con 
ptStv¥})/Uy do le forze, corroboro etc. 

(45) er/jt^f^e , io rabbrividieco , propr. si dice di chi ha quel senso di 

brivido alle carni prodotto dal freddo intenso, onde par di sentire le punte 

di spine , e le carni divengono come vergate . L'Habn acutamente riferisce qae- 

16 



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o{a»8)o 

sto f. al nome alb. iji^^ja^ cte io altrofe Im rifTìeinato al gr. xU^o-«, del 
qyale ha il significato {yj = yA, xA, v. §. 75). Tuttavia noa sarebbe senza 
fondamento il pensare qui ad ax<t»dii: gr. m. orinai, per metatesi, v. àyxà^u: 
onde si a? rebbe il senso di pung$r$ , aattr fottuto , iNvatilare $pimo$o . 

(46) «À-irà, è ana esclamaziMie , che si proferisce ancora icé*itò , e voù-noù* 
in Habn, ed ovkov^w: ricorda 1* omerica m v^oiI 

, (47) 6if-«tf , è UDO de' rari esempi neiralb. sèe. di quetU forma Tocat. Unto 
usata nel tsk* e nel gh. di Levante. 



ai versi di Carlo Dolce 



(1) ii9\tttp I 9vi6t\ a parola « prese a pa»$ò » per il semplice pa$$ò , 

(2) ▲ suo luogo si è notato 1* uso di cangiare l in 7*, che si fede in questa 
e in altre parole del dialetto di Piana (v« Gram. §• IM). 

(3) /Siivri/9-«, è Toce siciliana t U gnmkiule »; ma neiralb. cai. ^ocreiU si- 
gnifica bandiera : cf. fAwniU gr. mod. = mcetfim^dih , alb. sic. 

(4) fX§rmi(>é*^,.il natiro, quasi vo/anle. 

(5) bhre, =3 abbeniu sicil., ^n^atc^ requU* 

(6) In questo luogo ed in altri ho ammesso V paragogica y od eufonica 
dopo la y deir accus. sing» , o delle 3. persone plurali , dove r eufonia lo ri- 
chiedeva, siccome non del tutto aliena dall'uso albano-siculo . Neiristesso 
modo Tho talvolta tralasciata nei testi del tosko moderno, quando non pa- 
reva necessaria alla eufonia . Tale è la pratica del greco volgare , come ho al- 
trove accennato, che Tt eufonica or ammette, ed ora ricusa tanto nelle 3.* 
pers. plur. in y, quanto negli accusat. singol. , e nei genit. plurali . Di che mi 
piace riportare alcuni altri esempi tolti dai canti popolari : 'Ove j^^^au^tfov^ày 

xflci A«vÀov^^ouv xo/A^oc, K* ÌX0V9 ^ /ÓKX^m xpìàà vc^à, Toùpxoui Hit npMxuvoO^ . 
UàfU va Aij/utiC^cfléoM/KCy 6iroO f^ltà^oìt* Auxm , Ik ^Ofifo/^ww. , ok victiìuiU j 9k ^A- 
X90H xeti /MexovA«c«. InXàfioi 9* rotìi x^pou^ xoero«x«Oy, xati TOÙpxoM^ npo9xw9wt , 
K' ifutU y^ X^P^ 'X^f^* hf^^*fi **' értpuL Awyxà^ . IIic^ fik Tov^x^uc, /iè dc^à 
xocAiiTc^ yà ^oO/ftc: Passow Carm. etc. p. 48. (C. K4).-^Màma rfiy 4/ui/Aarcfiyc fiou, 
Ttpoiàroui ToO noppuoupLOv y Tò iteti /a*v nivc pyAXm Tér*c« xupà Vri voi» fMv: Id. 
p,. 535. (C, 539) « distiche amatoria » . Gli stessi modi s* incontrano ad ogni 
passo. 

(7) x9mpT9 =: itaL quarto . . , 

(8) x$pbò'ì^J9 ZZI toMpbòitie , turbo, gr. tw^/9<c5»^ . t»/>/8«« . 

(9) 6a/7T9cAÌTa, è TiUl. bar%9U$tta. 



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(10) mifdàjt, lembrt zz p tm é a §H o, or$e9kin9 (dello Mctie /Sli»-i, ef. /9l9« = 
•i^c, T«f gr.)) p#iMÌ«i»l«. Si noti là loetwivde, per pujo: tt kpp, p, 73. 

(11) x9Vj9T«ir-a, si dice un vesso , ooa 0ol(anA . Alcmio lo crede derìTato 
da erooBita, perchè d'ordinario fi è appesa «aa croce di metallo preiiosò; ma 
si ptiò ancofs pensare a M</m#<, e a ttpétUi^ ^c, e a xp§996t^ poiché ni sembra 
looUna la derirasiooe da ero99iia per dire collana : né, clw io sappia, quella 
voce he tele sigsttcìto por mI dialetto ^iliaao (cioè itil. di Sicilia). 

(i%) f0v/Mi^e: parola siciltaM, che significa usa soru d*ofa disgastosa, 
fumu$a . 

(13) Hi ai vi fiàf9iu: «U è un pleonasmo imitato, a quanto pare, dalT uso 
ital.: i*$gli è vero etc., e dal sicil.: s* iddu tu Unni vai. Qualche altra frase di 
modo itaUaao pnè anoora Boterai in questa poesia . 

(14) /$oi^«$, eome d«^««, %• pera. sing. pres. sogg. di pòtje, io vivo, tofi 
$mno, z= ^éw{: per éc^wf si ricordi doùx =: dot scodr. La formula iw^tpù 
/KS fipùeiu è modo di felicitaiione « $i9 miki viva$ » cf. ippvvo : in 3.* pera. 
pófre,^.ipfiilè9^. Una tal formula si può estendere a più persone o cose; di che 
recherò un esempio dalla Canzone (Hh. IL 136.) che incomincia: JA >6& fiivi 
'lJ)p<fr/é9(f .... 'ìLvifìf re pòfvgito djifffte, li 9*Ji9^efi$ it(x$ f ^xè, Uòji9i$fAe 
fiio I iixii . t Or presta orecchio o sorella di Idris agà . . . . Coti a le Mitn 
9aivi i figli; C^è noi non eravamo della minuta gente, Ma bensì della nobile 
e grande » . Sn i quaK versi intanto osserverò, oltre il derivato femiBile *l#^c* 
^ayi9$6, da *lJ>««-ocyà, la frase nUe I /pfxè, a parola gocciola $ torrcnic, per 
dire cosa di che bevvi abbondanza, comune: fclm è voce noia; ficxija, il tor-^ 
rcnlB, vocabolo applicato anohe atta pioggia dirotta (Hh. IHz.),si lega al gr. 
ptix*^^ d^^^o ^^^^^ acque in moto , non meno che della riva su coi si rompono 
i flotti, e del fracasso che ne viene, cf. anche pr,*ffi^ poiyS^aoi ecc.; fcVc, la 
nobiltà, e la natura, è stato veduto, qui noterò il detto popolare contro i 
nobili indegni « fl9i ^of<«(, xovo'c «' i nAn i ifo/ri^i », la nobiltà (di nascita) 
perì, Fha acquistata chi non 1* aveva; t^oiikJK^ mutato luogo all'accento sta 
per /taccia =: /la^cv^a , la grandetta, Valletta, V orgoglio ( onde /uia^<vd«;e , 
come fiaiiT9Òt}e » e fiet^òtje Hh. Diz., io eealto, lodo, magnifico) , 

(15) juiaxx0u«M* = /^*^^'^/^* partic. di ptxXKÒvje, si dice per il diavolo. 

(16) fc-ikiie, fy'ifjifie, è da flemma ital.» f>éy/tot, gr. 

(17) pL6^9tiy*x = pòfoìjXKf moine, belle maniere, carette, pare dal lat. 
modulue , modus ^ ma si ricordi [i^i-oty o fnìf-oi, /jLii-ùfiM , ecc. 

(18) Xjénevp-t, il lepre, col. Xiitopii, lat. lepor (v. Stier. n.* 5) . 

(19) yijU, sta per Aojic, che vale #or(a, maniera (gr. m. ioyi)), e si prende 
per moina , come il sopra detto /m^^ouia . 

(20) dó9-a, d^99-«, di radice diversa dal masch. dippt, può raccostarsi 
al gr. ddif (d, ii^) specie di quadrupede. R. ^oói, 5vw, duàw? Equest' ultimo verbo 
si dice particolarmente dei verri, cf. ^d»», simile a dó99t, poiché della dzz:^, 
non mancano esempi, e basti dipecj per *dvtp»y gr. ^ùpoL. Si ricordi ancora ^iov, 
equivalente ad 0$ , (rv« . 



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o<2#4)o 

(2i) f»^i^9, di f«c |»fr fan, e W Cem. di C7, firofHtoi. dij^asiafo, 
f 6<a|f tiralo ^ tristo (Hh. )>kt( Ci)f ^P^sto di fArt^ftip», o, — bAp^«, che è 
f «»-/(£/« neiritalo-aUi., v. §. i04. 

(23) 9ixX*ic6'-vja , fsndo toppo, ef. «$xAéirou^. 

(23) r«è i doùmjt^ Mpreftsiooe equìYtlcnle t « eAt f' <«i|HM'Cftva » . 

(2i) x»vx^«, tiog. i x^sMi 'J^» $$rani9rOp tf, il lat. Aot-^i't ,o il gr. 0cx- 
•/uac? Yi ha pare il f. x«^«*v/ff« io do im pr99iito, cioè dò ad mitri, 

(25) ysÌLfió-^e, io pmngo, da yAé/ftfr-«, o yXéppet^ gh. Y^é^/to, cooìoiie -^éfib-x 
{'t, Hh.). Èvvi metatesi in yeXfAóvJ$ per yXe/iiiòvje: cf. yààf m ctc, e 1* altro t. 
alb. y€p/iòtj$, 

(26) j9aiéi»,=:vi7/aiio, tolto dall' italiaoo . 

(27) fiji9iTpB^ artigiano, moéitro, cf. il lat. mo^tCtr, gr. receoxiore futi- 
rt^ii e Taot. /KaonS/», jui«wr/0^, ai quali ai accosta negli* il v. alb. fio»Tp6ij$ 
(scodr.)* ^<^ i^t^nno ( /««vt^éùm), raggiro^ col sost. futarpi/f, o ^Mirphjò, etc. 

(28) jc^jet9i9-cij dlceai di vd òoaeaiio, una H6oll«« e di chi vi prende 
parte. Sembra da riferirsi a x«>«*>t «Ib. ^«^«e» x»^*^**' riiateio; quasi x«>i«- 
9<-8e (o *xkV«'»«<«*«9 -otvoe , <^ sarebbe foroia partic. fém. pres. di où verbo 
*X9tXJMUje) , come da x^A/^^'i ^^ ^ turbo, mi adiro (Hh.) vi è x^V*'** 
(x«A,i). 

(29) ^jt/jé¥ = xjiXJet, da xjlAe, io porla « oondiico, 3.* pars. pi. dal pres. 
indie., eguale a x/iX», che è forma meglio distinta da quella dell* imperfètto , 
cf. i §S 219, segg., e la noU(24) a p. 297, non che le Uvole verbali, dove 
ricorderò che son messe in primo luogo le forme migliori, o più distinte. 

(30) /KóUa.' qui sta per deUdtrio, brama, laiaufo. 



^Jl^ 



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o{8<m)o 



AGGIUNTE E CORREZIONI 



Seguito • MUf^phmento a quelle della Grammatologia fv. ivi pag. 343-00] . 



P«9- 27« i. il. «paras: 

ib. -n* l 31. M.br: 

ib. — I. 40. nMpcri. Xap: 

Pag. 29. I. 12. 



Pag. 37.. L %. ^/u«: 
Pag. dèr I. 35. (2fipt« be9U: 

Pag. ^. I. 3B. 



Pag. 82. I. 8. i»6/i6/»év/«: 
Pag. 88. K 23. »/»oyui gh. 



Pag. 90. I. 9. 8erffh*lo: 
Pag. 109. o. <ttl) io fine: 



(leggi) apasas 

* Kb? 

-^ affano apèi (v. Ascoli, Lingue e Na- 
zioni). 

(aggiuDgi). Così il nome /S«Tày-(, la pa- 
iria, ai accosla DoteTolmeote all'alb. fii- 
rpx, il focolare, e per esleosione il luogo 
éella dimora, ooo meoo cbe al skt. b a t- 
iao, luogo: cf. /S«-w, pAw gr. rood. 
/Ì«T^y, alb. /iàv*, fiàrewy /Sire, ecc. 

(leggi) ixfiìtéi, àM, if/uii 

— mxecl poet. (e così leggasi sempre dove ri- 
Qsrroa le stesse parole). 

(aggiungi). Vero è però cbe la vocex/?tira, 
oapello, pelo segnai, del capo, si può 
bene legare a xpig =:x^$ gr., e per la 
n, ve, torte a futi,' alb. bx-je, quando 
non fi si volesse federe una modifica- 
sione di npóxti^ »pÌMij filo di tratna spe- 
oialmente, cbe si riporta a *péx», cf. 
alb. xpéxP^ intrans, npiy^fie. 

(leggi) i,e,»bp6vje 

»- fpòfi»* gb. (cbe Vile specialmente la ba- 
ra da morti secondo Hb. , o eedia tnor^ 
tuaria). 

(aggiungi) o se r abito. 

*-* Appare più frequente invero il vocaliz- 
camento delU v primiUia, o la sua sop- 
pressione. Ma un esempio notevole del 
contrario è la voce noàufiUt. , o «fldAoeyS- 
ìflt, impurità, macchia, col derivato ira- 
XoL^-Ó9e verbo, che ricbiamano il skt. p a I- 
V a s , cui si legano il lat. p a 1 1 o r =: 
*p a I V r (come sollus = *solvus, 
salva s, di Feste, v. Schleicher, pag. 



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o{iO«)o 

58X e credo tncbe poli no, quasi "pot- 
rà o, eoo il greco ««Aow^m, *«eeàaey-«». 

Pag. ilo. D. (ffS) in flae: {È%^no%ì)l\ nomt Tp6X^rpow»l,iu0lo,pavi- 

m9nio, pnò riferirsi alla stessa radice t^oé, 
T^flt, cf. T«-T/9ó-*i, T«-T/Mc-«»-» (e fors' an- 
che T^dcou, e T^/-(, « trave da selajo 
pi. T^-ctf , rpftre), se non conviene 
più raccostarlo, a rpù-^, rpò^'-»^ ^>i 
già si è riferito il t. alb. r/9«x-^J# ecc. 
Bd a questo evidentemete si collega il 
nome r/nk-a, o r^Ax^, la anper/IHtf 
per i Gbeghi anelM rp^ùX-t; come la par* 
te delle cose sottoposta all'attrito; né 
•redo dofersi cercare altra origine al- 
l' altro nome rp^x-«c, distinto per T bre- 
fé , eampan9Ho di fèrro da bestie. Ha 
rp^vJiX-K, T9upjiX-oLy il $ueehiéllo,t 
io madrevite, o vite, sembra meglio 
accostarsi a vopim^ io foro (rt^pécòii); co- 
me revp/y-(, o t«v^c-ov, il grifo, p. e. del 
«ajale, a toùpe, io Hb. roùppe, io muo- 
vo, elaneio (cf. òoùppe ecc.). Ed è co- 
sa notevole cbe mentre xo^piv-t alb. può 
conciliarsi col sIgniOcato del gr. ropùt^ , 
ciò non sembra potersi fare a riguardo 
4lella voce r^Aa (tanto simile air alb. 
t^9vJiA-tt), cbe però molti credono for- 
mata dalla latina trulla di cui ha il 
valore . — L' aggett. xpòne , eudieio, im- 
pmro , non pnò aver cbe fare colle voci 
sopra vedute , ma si collega al v. e^dpà" 
xe, o «*-T/9àx-6, io insudicio, conta- 
mino, med. passivo ev-rpóy-t/Ae , cbe 
parmi accemiare al nome r/Bóy-df , quan- 
tunque siavi il tedesco dreck, fango. 

Pag. il4i D. (94) xjw'i — , o xMl* secondo Habn. 

Pag. 15f. I. 29. ^ nel resto è prezzo dell'opera no tare come 

trovinsi parecchi esempi, dei verbi spe- 
cialmente in ó^e, óvje, col perf. in j9« , 
adoperati nell' aor. sogg. senza la f , co- 
me \dttp69mi (v. Appendice pag. 122), 
T^a9fy-ouo9((flc (= «&9$c«), ed altri. Così 
leggesi presso Hb. (I. 145) nell'augu- 



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rio solito farti io Epiro ti novelli spo- 
_ sì : p6f9nit9 , f rpxwfy^oùcvftif e f If ano e 
sitno felici ». Donde può argomeotarsi, 
che sareMM leeìto adoperare in lutti gii 
altri vertM soraigliaoti ana tal forma, che 
è a dirti a creder mio più pmra, serban- 
dole anche nella terza persona la sibilan- 
te propria caratteristica (cf. §. 227), co- 
me in ii«9«i«e, terza pera, daffare, ^««{ik, 
^«(Tf, od in «àriMK, «Aora, conforme- 
mente alla tot natora . 

Pag. 172. n. (7) in ine: (aggiungi) U^uXivrpa nell* alb. tic. è la potè- 

dra d' oiinm, mentre ^^« diceti la pu- 
hdra di eavalla , e inv^^njippa, , la vi- 
tella . — A qoetto proposito noterò che 
sebbene 9^jipp«i, gli agnelli, postt tta- 
re in relazione con /^oìt^p^ippa^ come 
S9x«u gr. con /t^«)^( f pure per vmjipptt, , 
vitjippùty ti potrebbe penttre t «tc{/»««, 
ef. Topntcolo più Tolte cittto di Stier 
o.* 56. 

Ftg. 2M. K Ì7i U éerékio ,- -^ U cintolo, e cote timili . 
ib. «^ I. 22. pttte. > -^ .Da cai bitogna bene distingMre il plu- 

rale /Mmcts di /$^a, pàjay U verme (in- 
testinale specialmente), lombrico, cf. 
^a/99(, ^pi9^ gr., animale echifoeo , 
aborto, od f^a, ferra? 

Pag. 216. ùftv, 2b&, *- ed lolvcc (= Iciv»}) per cyo&vi} (Abrens, 185). 

Pag. 2f4.i D. (tO) in fine: •*** il che mi vien confermato dal nome xo- 

Atf/a , il calarne , o procciutto, notato da 
Hb. Diz., che è imo del significati del gr. 
xwaj} = xw>la, mentre quello accennato 
da Rb. ne indicherebbe un altro, osceno, 
datogli in ambedue le lingue. Per la vo- 
ce dpi^ty -ere, essa è da riferire a 
< ' épi^c , onde dp*Bròtje ecc. cf. rc^^w , lat. 

iero,etriticum. Così il n. Xiv^rc 
(?. §. 187) Xji9ire, e Viff«-«, sì acco- 
. sta facilmente o Xàvtoi, XouvT^tóv, Xouvkì. 

Pag. 236. L 20. «t^f *^ ovvero vita lacon.=:diA>, cf. (5«i(, ^99k)? 

Pag. 251» I. 23. (Om. fSàt) ^^ Ma gli altri aoristi in toc, fanno regolar- 

mente la prima plur. in tCfie, o n/te: 
dptTCfic , efibmtt/ie , ritenendo in tutte 



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o{ MB )o 

le persone It caratteristica r preceda ta 
da e « od I, secondo TeofoDìa (cf. §§ 
226-8). 

Pag. 959. I. 9i. -- § 397. Negli 

aliri tempi (I^CSO Negli altri tempi 

Pag. 994. o. (4) io fine: (aggiungi). L'uso nel dialetto gr. alb. degli 

aoristi in wìB = ««« per tutte le perso- 
ne, anche del plurale, mi vien confer- 
mato dalla fiva voce di Albano-Elleni : 
dé9^ (5éé«««), )Mc««c, dù»n; pi. 5à««^e 
(&fle9$e/Bi«), bàvere (-9«eTt}, dàv^ve (5a9$ey). 
Qui pure cade in acconcio ricordare V ot- 
aer? aiione fatta (t. Append. p. 67, u. 89) 
su de' molti verbi , di quei specialmente 
col tema finito in vocale, clie si veggo- 
no dotati nel gb. centrale dell' aor. in ««e: 
fiipboÙ9i9^ ir<^/SaV0^9«6; onde risultereb- 
be che la forma dell' aorìsto primo, colla 
caratteristica sibilante all' uso skt. e gre- 
co , ba nei varll dialetti albanici più lar- 
go appannaggio di quello cbe a prima vi- 
sta non sembH . fipperè chi sìMma rie- 
theiia di tutta la Kngua le proprietà le- 
gittime , e bene appurate, dei diversi dia- 
letti, saprà farne tesoro, sema discostarsi 
dalle norme del sano giudiiìo filologico. 
Gli antichi Greci infatti ci bau lasciato 
«olenne esempio di saper accomunare a 
tutto il linguaggio ellenico la dovixia dei 
loro differenti dialetti. 

Pag. 296. n. (ti) in fine: — > Ssso dee distinguersi ancora dal v. pur 

' ' gh. Ò9UIV*, io dormo; il quale probabil- 

mente si collega ad 07rv[o<] per metatesi 
di uiry in *irw, onde facilmente *6«w, 
boùtv\ — In quanto a bowjBy io abito, vi 
Si potrebbe vedere la parentela col ger- 
manico w o b n e n ; poiché non mancano 
altre relaiìoni siffatte tra le lingue ger- 
maniche e l'albanese non meno cbe le 
altre favelle dette palasgtebe. Così a me 
pare il gh. 9{iv-9ut ia cervice, Vocei^ 
più, coll'ital. senno, potersi racco- 
stare al tedesco sinn, mente, Benso, 



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ib. — 
Pag. 300. 
Pag. 327. 
Pag. 335. 



par facile ettaosioiie di aigoiicato. ▲ 
detta di aleoni aniiaDi delle coloDie alb. 
aie. qiii?i dieeaai t«ót«vA-i la aonniiU 
del capo ferao la fronte, cf. lat. tata- 
laa (e il gr. tvA««?). 

1. 17. yjinr9: (l«fgi) ^'ivtrf • 

I. S9. (o. 30) xjV^i^c: (aggiaogi) (ed aociw Ttftùvitt) 



I. 17. àovcuJ$: 
I. 0. Xijw0: 
I. 3. 



Pag. 330. 
Pag. 339. 



D. (21) iyy^Tte, 
D. (30) io fine: 



Pag, 310. 
Ib. — 



I. 42. MMJ9t\tx : 
I. 43: 



Pag. 3i3. I. 27. eampoì 



(leggi) Dùia^é. 

<— A/intt Ai«fa. 

(aggiungi) ▲ qoeate parole deeai paranche 
riferire il gb. nome d«ÀfT-c, V ineimmo- 
do , ia fatua , il qaale appariace forma- 
to air oao greco da dm =: («« ^ ^ff< > 
dxrc. E la detu foce mi dà occaaione 
di recarne an altra molto notefole alb. 
ale. , dncffi^'a» infeiMo, fotU, prlndpal- 
mente del freddo, cbe ricorda bene il 
gr. C^f«A-*i,-i»«. 

— piattoato 9rftS*i99%^ -/tre. 

— (Hi Albaneai intanto banno rav?.,e prep. 
9(«u)i per dire a tra^ìorso, obliquamon- 
u, di lUtneo, cbe come nome, 9ì^vìJ»ì, 
Tale ana fraverMi di legno, o in gene- 
rale qaalanqae paio, o «taii^a; indi il 
f . «(ou^i'éi/a, tak.' io addriMio p. e. an 
legno torto, e aecondo il gb. io toroo, 
piego, rigiro; infine «(•0>/t€-<, ii chi^ 
vUiitto, ia $ian§a dell' uacio, o del por- 
tone . La radice delle qoali parole par- 
rai poterai raffiaare in «^A-o$, fmoieml 
specialmente di ferro, ed in Ma-4v, cbe 
▼alee ancbe manieo di eolUllo , o cose 
simili: cf. lat. anlc-as. 

(leggi) xwjroùoi' 

(aggiungi). Fra le parole cbe precedono nel 
testo arrecato piacerai segnalare di nuo- 
fo il nome xóxk, il tempo propr. «(o- 
biiUo {iiepi^A^ -9«), a quanto pare; qua- 
si l'epoca; per la sua relaiione con ^ 
xwx'i» «t»«-xwx*> (^' P' 338). 

— Debbo però avvertire cbe baffi nel ru- 
meno la foce laz, eguale ali* albanese 

>«^i, o Xmi, e significa eylva eaeea, 

17 



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o<Jl«)o 

•f«f $xtirpiUus, t eoi il Diefenbacb, 
E9it$ehr. Kuhn, B. XL, p. 289, erede 
di rawkiatre l'ingles» lees, col ger- 
mioicoct-ias-neo. 

ALL'APPENDICE. 



Ptg 



9. I. i<: 



Pag. 


«. 1. 8. *Ax^e: 


ph. 


16. 1. 9. Pos; 


Pag. 


^ 1. 19. emìi 


P««. 


— l. 29. kìshte 


PH- 


18. 1.24. Idèo e: 


Ptg. 


45. 1. 16. tUi UH: 


Ptg. 


56. 1. 31. r< xwtfuf: 


Ptg. 


60. I. 28. xt(xou?)»«x<Ji»a: 


Ptg. 


65. n. (69): 


Pag. 


73. 1. 17. Dibraoa 


Ptg. 


86. L 2^. fitXjhJH: 


Pag. 


88. 1. 15. jrayouài/uta: 


Ptg. 


92. 1. 22. 1 i rpi/ihovp*: 


Pag. liO. 1. 29. (ms, x«P<^)x«/>*^t« 


Pag. 


125. 1. 16. Rodovooe. 


Pag. 


127. n. 1. 4. i qoallro: 


Ptg. 


128. 1. 31. dépt nèp dipt: 


Pag. 


130. 1. 15. De: 


Pag. 


139. 1. 3: 



Ptg. 

Pag. 



140. I. 
143. I. 



36. 
43: 



fUpbepe : ■ 



Pag. 147. 0. (iO) ìd fioe: 



(aggiangi): ma x^o-ot, nome, Yale crepatu- 
ra («A/óff-»), fBSiura, inerimalura. 
(leggi) 'Jix^ipe. 

— Por. 

— émli. 

— Usbté . 

— lùèoe. 

-.- tiiU tiili. 

— rè x^/MTi. 

— Xi (xOÌ») 9fftòV. 

(aggìDDgl) Per Talb. vale ancora guerra. 

— di origine Slava, 
(leggi) /SaV»»»;-*. 

— ituyoùeupiB» 

— f < Tpé/ibovpe. 

;— (ms. x»P^^*^) XV<^»- 

— Rodovane . 
.» le quattro. 

— dipe Ttép dipe. 
^ Di. 

(aggiungi) Della etimologia di t^uAc, e di xù- 
^pU 8i è detto altrove. Qoi accennerò 
cbe la polpa specialmente di carne è det> 
ta Tópra^ onde ròpTKte i bvH^e (Hb.), 
come pLólotte i f&xj^iì ecc. 

(leggo * fiàpàipt. 

(^giangi) La etimologia già indicata del v. 
vitwpe^óije confermasi a parer mio dal- 
l'analogo V. 9iK9piitje (Hb.) , 1*0 diMono- 
ro, deturpo in senso morale {anXtxó^n 
.3^'^'e, alb.), né il derivato nome vixep- 
^iti't me ne dissuade, quantunque signi- 
fichi la zangola, cbe ba per notevole si- 
nonimo gbego pLovth-t» 

-r: Parimenti a /^wyà«, nel senso di abito 
lacero, può bene riferirsi l'alb. /àoyóff-c, 



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o<211)o 

la ituoja: i ftjipt ^9^69' r«* «v d6>^ lU/»- 
nàpK lovXrà^ 'Ov/tint* (Hll. II. p. 146); 
nei quali versi alludesi alla iDdaatria di 
alcooi sappllcaDtì Torcili che solevano 
porsi ìd capo de* peni di staoja, e darvi 
fuoco al passaggio del Soltaao per alti- 
raroe ratteoiioiie (id. ib.)* 

Pag. 148. 0. (14 nóvde) : (aggiaogi). Ma è più opportooo ravvisare lo 

nMU 00 aflBoe di wòttpov gr., e nórt, io- 
terrogativi. 
ib. 0. (22, òouTt): «^ Fra le altre coogettore so qoesto voca- 

bolo si poò mettere aoeo qoella di te- 
tterlo per coogiooto a 6éi/e, òév/e, ^0- 
/»a ecc., qoasi 00 aggett. verbale col sof- 
fisso rs (cf. Crrammat. § 163)» simile 
al gr. fu-To, daodogli per prioia stgoi- 
flcaiiooe qoella di maturo, fatto (alb. 
participio òff^e, 6o0^), e però morbido, 
iodi mansuèto ecc. 

Pag. 160. I. 14. fofk: — /ftof^c siog., dicooo altri esaere la cer- 

nia. 

Pag. 168. I. 10. vxlKu: — (0 v^jimt, secoodo Rb. aqmiia). 

Pag. 163. 0. (17) io fioe : — Noodimeoo io qoaoto all' avverbio *ftbtà' 

T«v esso potrebbe divenire albanese gè- 
ooioo qoaodo si dicesse >6i ^Ire, Are, 
in quillo, sottintesovi x^P** 

Pag. 160. 0. (62) io floe : ^ A proposito dell' oso antico, a coi si al- 

lodeva pocaozi, come ve ne sono le tran- 
ce in qoesto carme, così le notarono 
l' Hahn nella descrizione dei costorai al- 
banesi (p. 144, segg.), e Giacinto Hee- 
qoard , coosole francese a Scntari , nella 
soa Hittoift 9t Déioription d§ laHaui$ 
Albanie, ou Guigarie. Paris 1864.— 
Recberò anzi volentieri alcool versi, obesi 
eaotaoo Dell'Epiro io occasiooe di ma- 
trimooio, riferiti da Habo (I. 146), e 
cbe si accostaoo alle idee espresse oel 
oostro carme: Uòpi xópbi vjiji 5f A«)^e« T«* i 
dò xófm* are ^tX^i^e; r$ XjÓ9 iXjói;$) f re 
i^'Ì9i fiè Té{;«, T« 9ix6tj$ j'irSy juiè téi$\ 

t Prese il corbo ooa pernice: Cbevoèi 
farne corbo di qoella pernice? Yo' roz- 



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nr», e ridare con essa; ¥o' passare la 
▼ita can essa! » 

Pag. 16^ I. 33. Xìx§ì: — o maglio eoa Xix9i- 

Pag. 168. I. 80. fU MV99$fiì, (leggi) fii xmt^Wfit; 

Pag. 182. I. 16. Mmp: — iUm^. 

Pag. Ì9Ò. I. 13. '/MM«^/(«: ^ */drv4M/u. 

Pag. aOO. I. 2S. x/fffT^if : (aggiaogi) o Tjaei^ie. 

ib. — D. (SO): — la Hb. è notato •avtfoóx-Mi, per hawiU, 

f(Of%Ur%, aotta. E la tesione vcytfouxe, 
««y-d00jca parmi da preferirai a «cvd^v- 
jtf'e anco nel testo, siecome più geonina 
col ic forte ami cIm col xj molle, per il 
aiogolare, similmente a ^MiwWbc-^v, fo^ 

/Aà»-«v, e fàp/utx^v (Bh.), 9T«/Uéx-«v 

(= fTtf/ucx-o«), aebbeoe per il primo 
sia bene la oso /tMunio^t-Jùt (Hb.), e 
fMvwTéu^^ (Rb.). Secondo lo stesso Bh. 
la foce ftipiuatmt coir accento nella 1.' 
sillaba rale mfomM, amuwxMa io sen- 
so morale, coli' accento solla 2*, «alaiio. 



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o<fl3)o 



AVVERTENZA 



Noo ho creduto oeceisario considerire come errati alcani modi di scri- 
vere certe parole, ammessi talvolta da me, alquanto diversi dal sistema più co- 
rnane di ortografia seguito io questo lavoro, ma che non peccano contro le 
regole esseniiali della filologia : perocché in molti casi può tenersi 1* uno o 1* al- 
tro modo, finché almeno Tuso non giunga a fissarlo autorevolmente. Dirò 
nondimeno che credo aver seguito per lo più, specialmente neir Appendice, 
il modo che merita di esser tenuto come più corretto: ad es. ho preferito 
scrivere bjjé, o bt)J$, figlia, eoWì lungo anzi che hreve, appoggiandomi alla 
pronunzia, e al bisogno di non confondervi bij$, o bl)je, figli, ma questa ra- 
gione cessa nel dire blj», o bliJK , la figlia; cos) a distinguerla da ^è prepo- 
sizione ho scritto più volentieri senza accento fis particella pronominale; xé 
artic, e re particella risolutiva o pronome. Somiglianti osservazioni avrei a 
fare su di altre parole ; ma ripeto non potersi dire per ora determinato inap- 
pellabilmente un sistema certo di ortografia , che nondimeno si é procurato da 
me di coordinare nel miglior modo possibile secondo la natura del linguag- 
gio, e avuto riguardo alle sue più spiccate ed importanti relazioni. 

E su tale proposito credo opportuno di notare un fatto che comprova la 
giustezza del mio metodo in un punto di non poco rilievo, cioè nello scri- 
vere le prime persone dei verbi in ^$ deir uso tosko e gbego centrale. Im- 
perocché il modo adoperato da Hahn , di significare con cy quella desinenza , 
ha dato luogo alla scrittura affatto erronea e falsa posta in opera da alcuni 
eruditi in Italia che volendo quella esprimere con lettere italiane hanno scrit- 
to ig, ades. kerkòig, trokòig, come si é letto in più di un luogo, men- 
tre Hb. intese quivi dare al y greco II valore di j ital. che esso ha sovente; 
ed il suono albanese di tali uscite é invero ij (od lj$), onde bisogna scri- 
vere kerkòij, trokòij ecc., non esistendo la usciu Ig, ma (tranne le 
uscite radicali) solo IJ, od Ign (ije, igne): su di che veggansi i varìi 
luoghi della Grammatologia dove se ne ragiona , e si dichiara pur anche la 
maniera di scrivere dì Hahn , e degli altri albanologhi . Dai quali io non mi 
sono allontanato che in poche cose e per ragioni assai valide come quelle che 
concorrono nella testé accennata desinenza dei verbi : poiché ho espresso più 
vtnAle la opinione certissima, che T anzidetto metodo di scrittura, cui io non 



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o<814)o 

ko fatto eht eonpletare, è il solo esatto, pieno, noo arìiitrarìo, ma ragio- 
Dato secoBdo scieoza, e sei tenpo stesso facile, e di migliore aspetto. Ad 
una obiesiooe, in qoalclM modo foodaU, svila ortografia da me seguita, che 
talone parole, o voci dei Terbi, iuni si distiogoano odio scritto, risponderò 
clM tafi Inconfeoienli, se pare così debbono chiamarsi, sono inevìubili In 
qoalunqne liogua o scrittora, e citerò l'esempio del francese, cbe forse cal- 
za meglio, dove tra le altre cose, la 1. pera. pres. a ime noo differisce da 
alme 1. pers. dell'imperativo. Ed invero né l'italiano, né il latino, né il 
greco vanno esenti da cosiffatta omoyra/la , ed omofonU, cbe pore non ostano 
alla intelligenza del discorso. 

Altrove si è ragionato della convenienza di adoperare i caratteri greci nello 
scrivere V albanese . Ha quando per mancanza di tipi , o per malinteso como- 
do (ciò cbe talvolta è stato fatto anche per il greco) si volessero adoperare 
i caratteri latini, le ragioni della ortografia dovrebbero rimanere intatte, e se- 
goire bisognerebbe il metodo istesso che si tiene coi primi . Ma giova scan- 
sare la mescolanza dei caratteri greci ai latini , poiché con qaesti mal si col- 
legano i primi per la divergenza delle forme, più che alcuni (specialmente 
corsivi) dei latini non si confacciano ai greci. Tanto più che vi hanno eoo 
quelli suflBcienti compensi da adottare, ad es: eh = x; chj = x/ì th. = 5; 
db =: ^; sb := «$; e per Te mota bene si addice il modo dei Francesi, ser- 
bando e per la lunga . Ma certamente bisogna dar sempre il suono forte a g 
(ga, go, ecc.), indicando il dolce gi ital. con de, (o dsh); sebbene giovi man- 
tenere alla e il suono anche dolce ital. (e = t« = tsb), poiché per 11 suono 
forte si adopera bene il k, indi Iq, compenso che manca per la g . Sono poi da 
sfuggire assolutamente gì per Ij, e go per nj, siccome gruppi che non cor- 
rispondono al suono espresso né per le ragioni fisiologiche, né (in albanese) 
per le etimologiche. 

Con tale metodo si potrà avere una ortografia schipìca in caratteri latini, 
o italiani , se non omogenea tanto alla lingua , né così esatta come coi greci , 
pure abbastanza ragionata ed accettevole. Di che un esempio ho cercato dare 
nel testo scodriano a pag. 16-18, di quest'Appendice, con qualche altra nor*i 
ma pratica. 



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INDICE GENERALE 



DELLE VOCI ALBANESI CONTENUTE IN TUTTA L'OPBEA, 
CIOÈ NELLA GRAHIHATOLOGIA E NELL* APPENDICE. 



Il n.' 1, si Tifériie$ alla prima, il li, alla s9conda; i numwi arabiei 
alla pagina d$Wuna o dell'altra part$. 



A 



A = i, 1,219. 

<? I, 313: II, 44. 

dSI, ivi. 

(S,a,(2«, 1,323: II, 134. 

&lhX, (gysel-. (e2/soua-0, 1, 57, 161: II, 192. 

ifi9Xj6tj€^ afieX'6iJ$j ^ifj$, I, 334. 

àfi»Xjò9t, àfieXóaey ivi. 

à^idòvje (▼. fii9idÒTtjt), 

àfiXi'Cc, 1, 163: II, 24. 

ifiXcnópT-^, II, 76. 

&fiovX't,àpwXjòij4,9ce. (v. *ySfi-0, 1,61. 

«froÀà, II, 18. 

òcrfeviTótJe, n, 139. 

ayyJév-«, «fyjivrp^i, I, 40, 98. 

«x/a/0c>-<, ocijvtiiie^ I, 80. 

«yy^»-«, I, 66: II, 1.39. 

«Yìfótje, ayyouffv-a, I, 163. 

«yx^c/a, ib. L 55. 

éhjfxovp^a^ I, 52. 

dyo'jot, àyó^je, I, 94, 122. 

^ou^-e, WeTa, I. 27: II, 139, 149. 

&jt, II, 146, 195. 

iVi,^i, «yò,d^-à, 1,202, segg. 

ajoiifi'oi (ajoy3c>a), I, 46. 

«(Tà (^à), I, 314. 

&^r$, I, 161. 

«« (v. o/i) 

««y (Hh.) = (gli (v. éijt) 

aiyy/0àra, I, 37: II, 76. 

&tje =: *j»iia {v. flijé) I, 57, Ili. 

igi/>-.,I, 71. 

(Ujd, ^xia, I, 68, 214, 313. 

àxaT«a<, I, 214. 



MfiK, 1, 314: II, 20. 

dxwX-i, 1, 161: U, 188. 

<aoéi, I, 307. 

«a-t, -e, I, 340. 

oUi/t«v», ^at/uioeyò, I, 324: U, 178. 

&XovpUJ9y -ria, I, 40. 

A/ut, &,i/ia i^t^a), I, 40, 196: H, 60. 

àfiAxi-*, -c^T, I, 40, 336: II, 132, 165. 

àfiihàpe, II, 78, 147. 

&fihXi-<K, à/ieXia, U, 150, (àiiXU). 

&fiBX'$ {fifibX$), òifi9X9o6iJ9, I, 47, 55, 

98, 100. 
Ali/it, «jfjuif (jJ/*/m), I, 63. 
a/utrrW-de, I, 98. 

à/iovXò-HJe (ày3ou>^(jt), -iyia, I, 61. 
tfy-oc, I, 304: II, 14. 
avoyxóff-t, -c/ca, -<a, II, 106, 118, 199. 
àifctroXl'a, II, 80. 
ayfle9Ta9<-«, «»«ffT^-a, II, 191. 
i.»d«-Ì«, -ia, -e, I, 73, 306: II, 44. 
(2véf-a (ijvda), I, 73, 82, 219: II. 57. 
&vdtfi$ iflvdtfié) ivi. 
aydi-ic, -(, 1, 73, 306: II, U. 
A^dp"», Aifdtpet, (|yydap-«), Av$p^ , I, 

38, 81, 82, 177. 
£«»c^a (d!/>cCa), I, 84, 119> 345. 

Kvi/Ul'i, I, 119. 

«ya/A(x-9u, I, 38: II, 16. 
A^p'oc (v. Avdepoì), I, 38, 47. 
il^W, Àirvi, II, 94, 153. 
av£-«, I, 40. 
Avij9 (v. »jvia^ I» 57, 111. 
($ly*9(T0, 1, 13, 36, 360. 



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o<81S)o 



'Amlixè, n, 40. 

m-é -«/a, I, I, 87: n, 7. 

«|^-«, I, 87. 

flcf-oik, -4c, 1,80. 

dbrt O'óire, lebre), 1, 83, 138. 

flciruàae, I, 337. 

«iro/MW-a, II, 78, 147. 

^^(T«e, I, 390. 

««of«9<90, n, 20, ss. 

dbr/>éir«e, I, 3S0: II, 110. 

</»-«, I, 98: II, 44, 7S. 

ùparÌ9€, I, 40. 

'A^«W-<x, 'A^^'«e, I, 30. 

-A/iM^, -t», "kfUpUiy ùLf>b€pÌ9firéy I, 

10, SI, 30. 
«^yoai'-«e, n, 88, 149. 
^I^T-i, 1, 194, 197: n, 149. 
kfyjkrtB^ àpriJ'iin9^ -Arr-t, I, 38, 88: 

U. 108. 
ÌLfràipit»rH, 1, 80, iàràépiinB). 
ipyj^tjé ("ót), I, 85. 
^^/«-oe, 1,178: II, 7S. 
4^^«<«, £/»59{i«, ^^«lae, I, 99, S48. 
Apiowf Apè^p^ (-«r), I. 49, 198, 339. 

icp«9if/«, àp996*J$, ÌLpp99i4$ ecc. 1, 345. 

«^9/-«, àppevl», I, 58. 

;^<, I, 53: II, 50, 138. 

dl/)<-«u (d^/><-ou), I, 88, 181: IL 57. 

4/0x-a, -0u, 1, 188: n, 80. 

éippi-ti, I, S98: II, 38, 48, 54. 

^,.«fc/>-.,n,8S,148. 

mpiu^99j 1, 148. 

àp/Ux-ùi» (ave/Uxin»), L 38: U, 178. 

*AppioXi^, II, 32. 

^{^»-a, II, 80, 73. 

À/MÌ9e, 1,347. 

ipvlniiM, 1, 119. 

Àpy^^'tf, I, 140: II, 73. 

apoÙ9ix^a, I, 181, 348. 

App-^, I, 89, 70, 181. 

Appa^t,n,76. 

ÌLpp«nl99, 1, 345. 

ApptÌ^(AppHcL),hm. 

àppi'ij; ^JB, I, 18, 70, 88, 94: II. 

90, 13S. 
àpp99i-^ (a^«<-a), I, 58. 
àppXje {àppitje), I, 70, 94. 
^p^/8a, I, S43: II, 98, 180. 
appi^ov (ipi'ov), I, 88, 181 . 



àpp^p^iy.AppiftoL). 

Ap9^; «^«^(-«c, «/»«<««> I, 86: n, 88. 

Ap9%im. (▼. 4p^«cMt) 

«Spf«, 1, 157: n, 5S, 178. 

Apxi-HK. («^tWae), I, 58. 

A^^ == Ap90, ip9f$ (= l/>*x), I, S98: 

II,4S. 
^««,1,99. 
Ai, 1, 102, 31S: n, 30. 
àwHJy aMcc, Awmje, àvàtdtv, I, 210-11, 

306: ti, 104. 
«•yi9, l, 337. 

iélje, M»7, l, SIO-11: II, 104. 
Mxé-d«, -#(, I, 38. 
Antoùficii^t, I, 348. 
«o-yjè, -n/1, 1, S14. 
««-«flbee, -«ourxf , I, 304, 337. 
àMTtuè, -c, II, 88, 140. 
^wr^T-t, n, 5S, 89. 
*•«-« (-«, -t), I, 87. 
4«(x-«t, I, 87. 

«•croi», a«(Tti^, I, lOS, 158, 307: II, 134. 
««(ovyx;-!, I, 87: II, 71 . 
Aifimep, -^tJBy I, 88. 
Ari, I, 209, 210-11. 
irjk, I, 11, 308. 

«tH<9 -i«t ^tIi, I, 308, 317: li, 38. 
^re. Arò {Arji), 1, 11, 209, 211, segg. 
Ar-tjàr-i {Atx€)y I, 49, 207: II, 2, 4. 
AxBp-B, Atpn i, I, 214: II, 195-8. 
it$xàpB, I, 305: II, 114. 
M, I, 308. 
Atri9, 1, 8, 210. 
Aript (▼. AT0Ùp€) I, 302, 210. 
«fix/Z-oe, II, 10, 178. 
(&TÒ, I, 209-211. 

lii^óvf , -ei>^<, 1, 202, 210, 222:11,59. 
ArpB =z Atépe . 
«ttìmc, II, 104. 
AtT'i {?. tfr-t I). 
At^vpt, -U1H, (▼. «rovvc). 

OtTÙ, II, 80. ' .* .' 

(i6 (V. iji, «il)^^ 209. i^' • 

Af'tp, -«p, Afpótj9, I, 55, 84, 314, 

322: II, 1, 4. 
Aftpò, Afipvij I, 311, 322. 

<2xl h 323. 

5x;«, 1, 311, (^xi)» «xi- 



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o<8n)o 



à;^'4/K«^-c, ««T, I, 308. 

àjcjitò^, II, 88, 150. 
«x^^-'t -0Vi -voe, Kx^pp^ì II 309: II, 76, 
96, i44. 

àx^i-pec, -/?v«, -^p«i 1% 305t II, i4, 144. 

àxrocnói~ty II, 88, IllD. 

<S;(r-« (-«« -Oi 1,305, 334: II, 100, i56. 



B 



/9a(ySàv\/Si«, /9(i, fiorj), I, 39, 40, 60, 

139, 246, 284: II, 7. 
fiórfU (f . jSdtAs) 
/3<iéver«, I, 39, 54, 157. 
p&'jx, IL 192. 
fiàJB, ySa/ére, ySà.je, I, 39, 79, 91, (/iot- 

Ajere). 
fi»dUe, I, 54, 116. 
^à« (i3èl), I, 323-4. 
fiiij, p&J^t, (fiuìjrt), II, 50, 157. 
p&t^'OL, '$pU (eW«), I, 14, 163, 179, 

180, 198. 
^flura, 1,37, 148,251. 
/8aiW-ee, -//tf, fiùuròtjé, I, 159, 198: 

II, 104. 
fi9Lx$T€ (f . pér^Bf) 
fiiX-K, fiikXj'a, I, 305, 334: II, 84, 

106, 192. 
fiA>J'$, -6T6, 1,39, 188: II, 88. 
fi»Xj6tje, I, 334. 
fitdjTi'Oi {z= fiauriot), II, 157. 
/8élc-^àì«, I, 334. 
fUcX$7 I, 311. 
^avdac (-i«), II, ^3. 
/3(fci»' fv. /S«), II, 3, 7. 
parrip-cc, n, 194, 203. 
/iayrac (/S«yda<), II, 203. 
/8<iir-a, I, 27, 91, 127. 
^aw«-?i-a (- fft-«) I, 463. 
/S(ft9rex-ou, 1,91,164, 180. 
fi&p9 (pjipé), I, 91, 144: II, 52, 166. 

/Sà/>6, ivi. 

pxpiti»j$ {ptpki^jé) I, 36, 38: II, 170. 
^«/>i(r«, 1, 145, 241: li, 116. 
/Sà/9{:-« (V. ySàc?a), I. 179-80. 
/9cc^x-a, ySà/?xe-^«, II, 78. 
/8«p/9-i, fioippe^óvJBi I, 39: II, 159, 195. 
pàpf-CLp,-ép,papfBpt'U, I, 38, 91, 121, 
162:11,132. 



/3«9iÀé-ou, II, 68. 

/3à9cae, ^à^ce^a (/SflCi^;»), I, 163, 165: 

n, 44. 

/3«rfcy-<. I, 28, (cf. piirpoi): II, 205. 

fi&te (fiitjoi), l,9ùi, 

fiótTOup (/Sàcroe, /8ÌTf) 

/f<ftrj»-«, I, 39, 162: II, 122. 

/9y'à-^ Ih'Aiip, pr^ki^tp, 1, 80: n, 74, 147. 

pitfB (V. /iiy.«) 

/9/i<re, -da, I, 41, 44, 106, 236. 

fijt^pcut-eu, I, 164. 

pjieouX-», II, 200. 

yS/ii/e (=: peìjiijì) h 54. 

^}iU« (pJiXJe, /S^cAt), II, 71. 

^ii/ta, 1,159: /9/a;i6, 178. 

fijirf (fihje), I, 253, 316. 

fiJippB (pupe), I, 43, 91, 145: H, 42. 

/i^ip^.{^/éxi9-t),I,88. 

^ii|0«(-«, II, 175, 199. 

fiji9ixe (v. pi9vt$) 

fijivupie {^zpjif9nft6 ecc.) 1, 151, 160. 

fijir-B (pjiti), pjirtpiB, I, 17, 43, 106, 

285,309. 
fijirepé, pJirpB I, I, 106, 168. 
fijtr9p6tj$y II, 70. 
^jÌT</*e(=/S;Vf), 1,160. 
pjixeppi, pjixp*^ I, 69, 91: II, 92. 
fidix-K {-t),^dix-ia, fidii^'Ky II, 94, 

110, 191. 
pdi99$, pdlxjcc, I, 60, 111, 241, 260. 
pdópifiB, I, 116. 
/iic, ^1/ 0S«, /Si/), II, 7. 
)Slt {, pU'iv. i, I, 26, 137, 201 (fikjv), 
/9*-iac (/3fli), I, 44, 91, 197. 
/SI ()8a0, 1, 331. 
^éy-a (-«), ydéy/a, I, 70, (ySiyA.«, alb. 

sic). 
fitpphe (v. fiipfilre) 
fiiiep'OL, fiUp'K, II, 140. 
/Sèdi, ^ira , I, 218. 
y3ic9-a, I, 81, 115. 
/8l»-t, ^i5-a, n, 203. 
/ii)jVa, fiiXjit't, II, 55, 71. 
/itAévr^a, II, 165. 
)8lv-a, /Sif.»-a, I, 42, 57, 85. 
/SivdaCtr, ^ivd-c, I, 44, 47, 212, 308. 
B(ytT/-«, II, 114. 
/Stvtrix-ou, II, 24. 
^ivV«T-a, -«, j8evi»<Ta, I, 57, 85, 158, 

316-17. 

t8 



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o<818)o 



/9cvre (V. /Sévdc) 

/Uou (?) II, 64. 

fiiitp^, h 27, 42, 91. 

fiip-oL, fiiipot, fiépp-a, I, 41, 57, «5, 306. 

fiip-a, I, Si, 91: II, 90. 

fiir/J'P'9 ifi(pyJ^p9\ I, 44. 

fitpfii'ivjé, -T« (/8t/S/wTe), 1, 183, II, 78. 

^ipbépé e, I, 41, 91. 

fitpb-òiJB, -••;•««, I, 177, 299: II, 30, 

46, 6t, 206. 
/9v^-à, -0, fiipÌ9/i9, 1, 340: li, 26, 90. 
/Sc^i-«u, 1, 21. 
j8«pr(-0e, /8f^tw-a, I, 42.> 
/9iff-a (/9fMa), /9fffe-T^>, I, 142. 
/Siv-c, ^l99-«, 1, 91, 283. 

fi*9^ótj9, I, 141. 

/9i9<-e (-i), I, 54, 86. 

/9éa«-«, -cje, 1, 17, J^9, 89, 236. 

/8Ì9$f/te,II, 98. 

/3i9(x0, 1, 42, 106. 

/M»«T-I, I, 158, (/9iv*e4T-c), 317. 

(itrtòiJB (▼. p$9e'r6ije) 

^«T/Sire, II, 48. 

^irc, I, 37, 60, 148| 234, 248, ecc. 

^iTf , I, 202) 218, 286: It, 36, 60, 94. 

^ÌT-f , -c (^idi), I, 218. 

fiiTefi9 e, /iéT9v/iAe (% I, 323^ 339: II, 16. 

/S4T«-xe» -X0*«i It <33, 218, 285-6. 

/SsWou, -T, I, 229. 

/9éT(H#A-a, -are, 1, 20, 78, 99, 176: U, 24. 

/Sérouv, ^«Tou/te {fiire/ie)^ II, 16. 

/9ér$, /Sirs0/te, I, 323, 339: II, 16, ll4. 

^tTiéije, II, $4* 

i8i;C«r«, 1, 293. 

/Sejéija (f . i8>icie), H, 24. 

peJif^iipLe^ ^0jé9«^e, 1, 160. 

^eAà-c, -«u, I, 21, 60, 78, 98, 127, 

II, <08. 
peyjitje, fiìjùJB, 1, 14, 5i, 160: II, 86. 
fieXjif(Tii/i$ (fijif9nfis), 1, 160. 
fieXjoùvré, II, 122. 
/9eAj^T«x-a, I, 99. 
fieXdótjé, I, 99 (= Xefidótje). 
peXir/'K (fieXjir/a), II, 165. 
^eXéifTov. (^cAévTffa), 

/9ewi«/9, ^evi/9-i, I, 85: II, 139. 
/Seviff5T-a (/Scv'a«T«, ecc.), 1,85, 316-17. 
^«vócjtf (= f»sv6ije), I, 44, 61. 
|9épa i^pa), I, 39: II, 178, 198. 



fi$pk (fipk), h 311, 324. 

fi9pitj9 (fiotpitJB, »i«), I, 91, 145, 148, 

256. 
fiepifi'oiy II, 73. 
fiip9 «/9>ipe, /9fj), I, 250. 

/8«/»iJvÌ« (^p»J»Ì«), II, 100. 
fi9ppà99, 1, 175, 241. 
fiépv'oi, I, 115) 164. 
fi9p99vix*^v, I, 164* 

/S«/jTÌT-« c, /Sf^TÌT-«, t 337: II, 14, 

92,196. 
fiB9irlp'9^ /Se9«ri/9f/t0, 1, 335. 
pe9fTp6tj9 (/S«9«T^t;«), I, 85, 91, 121: 

U,22. 
/9*J (▼. /Sóc, ^if, CCC*)*. /^liwfi". n» *''*' 

/9i^^jO0 (^yy6, /9àvye), II, 14. 

^i^K-fli, I, 186. 

/8^>, /9^i«, I, 60. 253, 316t II, 106. 

fiUÌ9vX» (v. ySjé^ouXflc) . 

/SctAa (/9(t/«, ^ccx«), I, 80, 238: li, 71. 

pupe (fijip9\ I, 43. 

pidt, /S(i»tT0, 1, 60, 77: II, 98, 153. 

/S(d(9e, II, 153. 

^(X«90, 1, 175. 

/9(x-9v, 1,95, 131:11,57. 

)8aày-0, II, 195. 

/9ajf,II,165. 

/sa/outf-*, /9i3^*oÓ9-T0, II, 132, 165» 

^(>-o(, II, 186. 

i8«vÌ0(Vi)S(;», 1,79. 

/S»>/jV-a, -Co, II, 176, 180, (y. /Sip^V)* 

j8e>^e (^à, /9iJ, ecc.), II, 7. ^ - 

/3(9-a, I, 131 (/Stf90e). 

pUìidóvJB (= /S0*«T^«J0, V. pBi^Tpctje) 

filtei, 1, 311. 

/9fT-« (/Siét0), I, 17, 91. 

/9iT^-i, I, 178. 

/S^t«-i, I, 200, 209. 

/SU Tv. /S0U): fiX&^epj 1^ 78, 199, 303. 

/9AK$-eiH9«T«, *0^«r«T0, 1, 85, 158^.303. 

/SXaffTà/9-(, I, 60. 

pìjitjB (f . fieXjltJB^ pUtJB}. 

fiXjirro^ (i90A«tfv«), I, 99: H, I6ii. 

fiUip-t (v. /9«»ét^), 

/9^0>0 e, I, 56, 91, 98, 202. 

fiò'/BXtdB, I, 165: II, 90. 

/So, U, 164. 

/9d(/9à,/iéf:v. /8Ì-J5C). 



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o< 21» )o 



fiói, fiéij9 (fiàXjé), l 99, 105. 

fiÓKBTB (^déytfrf), I, 39- 

fiòxoX-a. (/9dxxoX-a), II, 106, 157. 

/MA.«, (-«), I, 51. 

fiòX-i, II, 80, 118. 

/9eK^, II, 145. 

/9«>yé9-fle {fi9uXtÌ9%), I, 17, 70. 

fiofé^9 (/SeWv'fl, M«»^>)) Il ^^t 61. 

/9<iyou, I, 61, 304. 

/9^irex-eu, 1, 164 (▼. /Socmm), 

^^/?f,I, 61, 304(/S^y9u)« 

/8^|9;>-i, H^ppò^B.l, 9Sk II, 150. 

/9^^-a», -fv, /Sopf !»(-« (▼. pàpfp^ ece.). 

fiòrnp, II, 16. 

^•u, (^9, ece.), II, 3, 174, 154. 

^t^6, II, 48, 68. 

/SouxovA- a (/S^xoAa), II, 157. 

/9ouAdcxj-<, II, 134, 166. 

/30uA-a, /SavV^, I, 146: II, 138. 

povX& (v. fiéXet)^ II, 106. 

^yùjé99 ifiovXXÒ99), I, 116: II, 138. 

fiouXJitje (=: iip9^*Xji^^ ecc.) v, «é^- 

p9vXjò9e, I, 57, ecc. 

/99vXtvr^-9v, II, 86. 

fiouXvàvoL (?. ^Xtivm) . 

/9oO/te, I, 153: II, 16: /9o0mf« (/•«»«»«), 

1, 154, 
/Soupe(/Sou),I, 298: II, 175. . 
fiovppoXày.f0»^ II, 98. 
fipA (fipU: fipàwe eec.>, II, 48, 68, 166. 
fipa^icxJ'M, II, 184^ 166. 
/9paC«ere, II, 156. 

^pA^, -re, I, 54, 157, 178: II, 156. 
fipo(»e9ii'*cc, I, 160. 
fipm^'òije. 1, 157: II, 156. 
fipéeà,:^ypp«mt^ty I, 36,91, 305: II, 

54, 94. 
^paxe-, fipócjCK$'r6tj$y I, 305: II, 86. 
fipocmtótje^ ivi. 
fipóu^ (fip&), I, 5, 91, 144, 234, 242: 

11,166. 
fipk (ò^), 1^60, 824: II, 78, 88. 
^^i./, (-0,11, 139. 

fipitvj9 (?. fi9pitvj$) , II, 195. 

fipsx-ròèp (-ToO«j9), I, 162. 

pptvi'u, I, 178. 

^^iw(-e)=:Aw«ii«, 

fipÌ9iT'0L {fi$pÌ9iTx), I, 57, 85, 316*17. 



/S^^i*» i8/rt|pe (/S^ve, ecc.), II, 100, 

156, 186. 
fipiXj'ùt, II, 106. 
/B/M>-a (fiepl/ia), li, 60, 73. 
/9iOc9vc: /8/9^Ti/iAe (?. fipà99), l, 148, 236, 

289,283. 

*fpÌTj\ ^/ÈpUJ (T. K9K0-fipi»j), 
fipÓflOL (fip&fX-K), I, 60. 
^^^^-.(=^y.^/t-«),I,62. 

/ipo\à6^^9 , *>Je, I, 60. 

/8u#«x«(v. /Blff«xe), 

6ce6à-<, 6à6-e, II, 2, 6, 16. 

btéàp€fi$, U, 140. 

6«/àr-«, I, 80. 

6o7fl-?^(Ì« (yje), -?^M-<> ^ ^39, 198. 

6icx«-?rf«/e (»ie), -;i>-c. Ivi. 

6aveW-ar,6gtxeT/-ee, 1,330, 341 (èocxTca). 

6à»-«, I, 64, 112, 178. 

ò<fei, 6«vi6 (= 6«ii;e), I, 48, 138, 152, 

174: II, 16, 18. 
frÀI-oe, 6aÀ0-T6, I, 59, 196. 
6àXÌ0Ta, 6oc>ira, I, 17, 58: II, 158. 
òàA0((x, II, 143. 
fràa-a, bàXj-oc, II, 158. 
b&'pilp9t {pupé-ba^t), 1, 133. 
fra/icT (té), I, 188. 
6àva, 6o»,>xi^'6 (v. ò«»)^ I, 160, 242: 

II, 48, 68. 
bénd'OL (6i}vél0c), II, 149. 
bà^tfa, I, 284. 
6é/m, ft<ft^(, 1, 844. 
bmpbtìtpiétM^ II, 88. 
òec/xTfl 1,1,47, 121, 143. 
bttpÌ0uX6pB I, I, 161. 
6«/»-i, I, 336: II, 50. 
baipi-^, I, 341. 
6à/9x*-9u, I, 58, 197. 
bàpp'ty I, 58: bnppé9$y I, 104» 
6a9--c, 6àitf-c, 1, 156. 
6à9«x (-e), I, 58, 87, 120, 303; II, 14, 

195. 
6xrKv"a, li, 156. 
bAx'/*^ (= 6o*»t/i*e), 
frié/^(6<i/>e), I, 58, 59, 98, 145, 249: 

II, 180, 186. 
bjipp9 (btippe) , I, 43, 92, 100, 248. 
bjoxiwJB (v. bXjoùfKvJBh II, 11?- 



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o<2«0)o 



bdi999 (v. fidiwe) , 

béyx'ov, II, 200. 

bit,bija,I,m: II, 6i. 

bi^x^e (V. vi^oc^i), 

Òirra, òccrà/», I, 14, 41, 48. 

bttx4tJB, btxòvje, 1, 141: II, 14, 18S. 

fraòa^t, I, 309. 

6éAÒ-e, biXbtfi9, II, 140. 

6éA6e/>, 6é>6ev/>, btXbo\nò-9, I, 909: 

II, 140. 
bÌ9M (?), II, 64. 
Btfixdav'i, I, 157. 
6c/>r«<re, 1, 175, 248. 
bitrv'tK (6«r-a) 1,43, 58: II, 58,104, 187. 

6l99«jK9 I, II, 9S. 

b$99ó-i, -ije, -vie (6t9óc;>), I, 61-2: 

II, 18, 78. 
6cr«r/-«, n, 381, 65. 
6«W/t-a. II, 65. 
òrrijie, è<r4yc/uie, II, 146. 
béij9 (b^^JB), I, 48, 58^ 186, 174. 
beXjip-tiyf.bXjlpì). 
b$Xoù»iJe (v. bXòvettje). 
befiitje {bpitjé). 
bBpMLiz (bphdat). 
bepifi-ei, II, 73. 
èé9$0, II, 28. 
bé9iifie (6]^9$i/tte), II, 20. 
^(/«i ^«i^ (▼• fr^'i^t frecvie), 1, 180. 
friiyd-a '(fraév<Ì-«), II, 88, 149. 
bì (V. blp^). 
biJK, bxJB, {bìXjB), I, 79, 81, 91, 121: 

II, 100-2, 110. 
biJB, bì^jB, I, 48, 59, 62: II, 112. 
bU, biii{bjipB), I, 58, 111, 240: 11,44, 

128, 134, 18J. 
6tc, biipB (v. bjipB), I, 240-9: II, 180. 
bi^-a, bi^oi^i, I, 52, 58, 77, 308-9. 
biXj'OC, btXJB, (\. bljx, bìJB), 
òcvde, bivdsfiB, I, 58. 
6{v«(=6ii/9ewt), II, 8. * 
bhre (6t«, p&9ìB)^ II, 44. 
6(|o6c>i/, II, 30, 63. 
6c>^c, I, 196. 

blp'i (bì), 1, 15, 21, 79, 81, 91, 165. 
bipxj'i (icip-ze), I, 59, 107: li, 145. 
6(9$x-ou, II, 66. 
6cff$T-i, I, 58, II, 88. 
5c9(rarovyd-c, I, 133. 
5iJ«ypàae, 1,58,241. 



bXjéijB, bXU, I, 59, 127, 185, 2i2, 262. 
6JiiérT-«,I,44,61, 944; 

bXJip-i {bBXjipi), li, 281, 62. 

ÒAjaùttijt, Kj», I, 6t, 

òJiit (bXji$), I, 39, eec, 938.. 

bUpóifJBy bXkp9Vfii9, frìlx««*^«II«76,147. 

ÒXouovje, (/t0>où«(;6,v/e),I,61: II, 112. 

bobò, I, 323. 

bòi (=: òói, 6A»;«, ecc.) I, 48, 88, 174. 

boXjopia^ II, 44. 

bép'9tyl, 11,166. 

6^9«T-i, I, 80, 87. 

ò^r-«, I, 99, 89, 9M: II, 42, 50. 

bòfB, béff, U, 167. 

6ou6«ò, I, 323. 

òouòoùj^'cf II, 80, 74. 

bovb9vXipL-H (6eu/tt6ouA-), il, 73. 

b9vboupÌ9By I, 81. 

òavydcrf I, I, 180. 

òovjdé^c, Òaujou^i'v^a, -i« (v. ^ou^-). 

6oi^-a, -ere, I, 82, 88, 134. 

boù^B-'iwinia, H, 26, 36. 

òaóaftftf (rs è«ùìxeu), 1, 180. 

òouc»% II, 208. 

òoù«-« (òoOxxa), 1, 132: II, 76, 180. 

bowBfiàXJB, I, 327. 

bouxxBfiópB, I, 139: U, 180. 

6ouitovf«9|A, II, 44. 

60uxou;90 c, òauxouoca, I, 162, 164, 180: 

II, 28. 
bouXjàp-i, 'l9iTB , 1, 188, 166: II, 102. 
b^ùXJx'^^u (▼. 6ouucou), 6«vÀx->0u , 
bovXjo\jpÌ9^oi (bmàjòupisiB)^ II, 194. 

bouXJ9tJpÌ'Ol, ivi. 

boMiibkpi^, II, 126y 163. 
boupibouXifi't, I, 58, 199, 294: II, 163. 

òou/AÒduA^y, ivi. 

bùi^^JB (V. «éc^, ecc., I, 59: il, 166, 

170, ecc. 
òoOvié (e boùi*JB),l, 248, 296: II, 208. 
boùvs/iB (= 6éy</Ae ), I, 284. 
6«uvv&/»,ll, 126, 161. 

boùp (V. boÙpp'B). 

b9ÙpùL, 690/>«(v.64i/6,ecc.) II, 184,194. 

boupyji'oi, I, 107. 

òaupt'flc, II, 198. 

bovpi/t.-'t, ivi. ^ ■•^" 

bovpi-cu^ I, 295. 

b0u^x-ou, II, 145, òotf/ncedt, ivi. 

boupéiJB, vJBy I, 60: II, 54, 174. 



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o<2|l)o 



bo\fppir9^^ I, 348. 

6<róp/>-«, I, 50, 89, 90, 198. 

bouppoùv^e, t, 166. 

boùv^e (v. 6oi^-aì. 

6ou«(e, I, 58. 

6av9(Tt^/9«, 6«^r/9oe, 1, 163: II, 100. 

b9v9irp9 e, 1, 163. 

6o(#r-e e, II, 80, 116, 148. 

60VT(-a, 1, 163. 

froux^c, fti9uxoi>«e, I, 47, 108: II, 98. 

ò/McWcrf, II, 166. 

bpk (v. fipk): bpk = è^4^>. 

6/>iy-ov {bpin), I, 93, 301: U, 34, 59. 

bpàie, bpi^$, I, 93: II, 106. 

bpà^, bpé^^t, U, 63* 

6pi50x-«u, I, 36, 88, 78, 10«. 

bpi^e (b$pUJ9, I, 86, 88, 243. 

Ò/9|X«, -T6.I, 93. 

bp^xT9'Xhd^,ll,iòi, 

bpktdoL^y.bpé^doL). 
bpiv*tj$ (=6e/9éc/e, n, 89, 78. 
bpi9, bpi^-i, I, 89, 93: II, 68, 114. 
bpi99e, bpivre, II, 138. 
bpi9itv,bpk9i9p't, 1,73, 114, 394: II, 78. 
bpÌ9i»-^ (▼. bpégixat), 

bpkTrtx-oìà (=:^/atfdex0u), 1, 346. 

bpitdx {bp^^etì, I, 308, 318, 332. 

bpévdeii^ bpévda^^ ivi. 

bpÌ9iX'a, I, 104, 346: II, 84. 

bpTJtpiùL (^f;it6/ht/uia), II, 80. 

bpi'iitf (Vé^tov) I, 301. 

bpip.-^ (v. 6j9u/u-«), 

bpipa, II, 73. 

bphJ'OL^ I, 92. 

6^{/ (6|Otou), II, 60. 

bpii^^X'pM {bpkiiij9y I, 384: II, 89. 

bpi'ou, 1, 178. 

bpivxji^ bpi9xoìi^ IL, 144. 

6|ocrrà(r0, l, 68, 141, 178, 342, 388. 

6^ITT«flr-i (6^^rt9i) I, 186. 

frf>ou/ui-a, I, 83,109. 

bpoxifi't, -ere, 1, 109, 196r 243. 

bpoùpbovX-'t^.-Hpie^ II, 162. 

bp\ip.-0Ly I, 83. 

6u (v. 6c, 6i». 

fruo«x-«, II, 46, 66. 



yflc/Svà/5, ya^vi-flc, I, 85. 
V«d«, yadi (yflcTt), I, 20, 130. 



yxtHx^ yaiiu, (^ou^a), I, 67, 70. 
vaiata/», 7(»^Mc/»«, I, 67, 70: II, 92, (x««- 

/o^t, y«C-<, I, 88, 68, 70: II, 34, 104, 

110, 184. 
y«?«-Tow«f , -T^, i, 163. 
/^-c (=i«t-«), 1, 71, 343: II, 309. 
y«?4^«, »ie, lyK(^;e), 1, 88, 68, 93. 166: 

II, 183-8, 198-6. 
yòuMp'i, L, 93: II, 140. 
y4Urà»-«, U, 34, 44, 66. 
y^<W/>e, II, 187. 
yxAir-K, I, 38. 

ymfàbùtpi99 (v. Ac/tèff^ff ), II, 198. 
y«f7/<«,II,301. 
yA^»-f, yà^^-«, 1,74, 116. 
rai/WT<»-«, II, 98. 
yàpi'99 (V. y*a/>ffff) -<•• 
ympófyk'ir II, 61, 133. 
y«» (v. yi?f), 

y^t, yaW, I, 30, 130: II, 18. 
ymrótjéy yxroùmje(vjé)y I, 14, 148, 173. 
yxw&p (V. ya^yv), 
yxfópt-JKj yaf ippQ%. U, 180. 
ìrf«, x;9 (V. yjAi^'9): yjccah «. *39. 
yi&fie (= 7/«Xe, yjiU), 1, 80, 108: 11,78. 
yjàrjct (yii«|«), I, 98, 132, 311, 336: 

11,300. 
yJMTÓi^e (rimréi^jé), II, 300. 
yjàc/f , 1, 133: U, 300. 
yJ«x69c-«, I, 163. 
yjocxer^cie, I, 143. 
yJauee-T&p, -tov«j9, I, 162. 
y/ttx-ou, I, 38, 163, 300. 
yjaxoùy, yjowouyde, I, 307. 
x;«i« (yJ«A, y/àAf), l, 80, 8*, 88, 96, 

107-8. 
yjóV^-i, -ere, 1, 188, 334. 
yi«a«^, -ex, 1, 93: U, 182. 
y;«i«^ (v. 7/apx«^), 
;j;*,a^-«(yjVt«),I,63. 
y|ic»-« e {yiip9), I, 36„ 88, 104. 
xi*»'«» x/«»i*«, (yi«»;rf?), I» 21, 66, 31 J, 

338: II, 139. 
•/;ày«C-«, II, 60. 
yjàpuBf^,, yioLpnép,, I, 20, 79, 93, 199, 

300: II, 82. 
VJà^w-i, yj&pTCiV'i, ivi. 
y;ó<r«T6, I, 36, 93. 
/jàre « (v. yeXàre), II, 98. 



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o<222)o 



yjxróvje (=3yJafTrfw/«), 

/jV«/*», I, 66, 82, 321: H, 18, 195. 

yjii'oc, I, 47, 107-8. 

'iÌUo\jp% l (=ffyJfi^ou^f), II, 52, 70. 

vii», yji-i« (=yià-ia), II, 180, 200. 

yjssròvjé (yJcuTóvJe), II, 200. 

yji^«-i« (yiiM, I, 72: II, 202. 

yjixje (V. yiiyjVa), 

yJiA-a, 1, 107-8, 334: II, 174. 

yjiìborjpe l, I, 310: II, 188. 

y/cATrày-a, yj%Xn^p% (v. yiJirdtwft), 

^V^-a, I, 65. 

/ii/rfe to'lwj«\ I, 65, 122, 114, 152, 

28.1: II, 4. 
yJtpiU'Ov, II, 42, (turco?). 
tiip^ «1 yJip^r rè (v. yjéc^e 0, 1, 127, 157. 
yji9ie, II, 76, 200. 

yji9dl9e, yJtoTÌ99, 1, 65, 74: II, 24, 42. 
yjiT«, yjivTK <▼. yjivi/e ecc.). I, 210. 
y/irexe, I, 307. 
yÌÌT«e (=:yiÌTT«), n, 2, 4. 
yjé/a-a, yjé^/t-a, I, 298: II, 162. 
yÌé/t6-«, I, «2: H, 124, 203. 
yj$/tL$fi»^'i, II, 56. 
yié/.-i, yjéf.f,t, II, HO, 162. 

yiV/t-. (viV^/t.), I, 21, 44, 56, 159: 

II, 162. 
yjepiòtje, v/e, I, 29i: II, 126, 162: 
yjévdf/te, I, 285. 

ySép9Ì{V.yJip9). 

yjép'i, I, 80, 93. 

vijJ» ):;V/»-« (v- 7Ì^»7«), H, 2, 5, 57, 

74, ecc. 
yjjjxovw, -da, I, 307. 
y/h yjip'h II 1», 21, 66: n, 170, 196. 
vi^»» yÌt5-xouff«, -aà, I, 213-4, 228: II, 

80, 175, 186. 
yJc50T9ÌÀi, ivi. 

yjaa/«i<5i», yja/i&ite, I, 305: II, 170. 
yj7^-oi, II, 180, 200. 
yi^x-ou, yiix<J^e, I, 53, 93, 99. 
VjiATràya, yjtXit^p<K, I, 42, 106, 200, 330: 

11,60. 
yjifiBv-e, -a, I, 15,93. 
yjifió'ijé (yjV^rfe), -vj«, I, 56.' II, 16. 
yÌti»d-«, )i;7»d-«a, I, 42, 65,326: 11,195. 
yjiu/ie(=:yjéi,(Ufié). 
yii'w-cflc, I, 42, 65. 
yjip'i(y.yjt). 



yJ>A«-« f=yjV/*-«)- 

yjfff«T-«, I, 75, 116, 200. 

VÌ«TÌ»-e, -t, I, 65: II, 1, U6. 

)Ìcr0t^-«, II, 195. 

yjifia (y/«ùfle»j«). 

ì5/«ù«.if (-: 7/*rft), I, 122, 311, 386: 

II, 42, 57. 
yiaiMci/e (^Kjo6-, x^av-, xi«uouJe, i»/e), 

I, 66, 72, 336. 
yidwix-ow, I, 93? yiùMoe^étjt^ 99. 
yJ9vt^9rSip, 1, 162. 
y/avx^^t, -»/t, I, 53, 99. 
yi«ù/«-t, I, 50, 66, 101, 108. 
y/«0/t9«r-c, cr, I, 66, 82. 

yi«ù»i-., n/«ù»-«, I, 39, 65, 80: II, 34. 

yi«uj9/t-«, I, 53: II, 57. 

yjcùx-^ (yXéòjr*), I, 26, 72, 79. 

yfi (=yjT, I, 15. 

yjujàiyj6ja)l,Ui. 

y/ùx.*du, yjwix-«u, -^«i«, (V. v^^wmcw, ece.) 

)iu\/-c, II, 68. 

y;V»-« (=7JV«»«)- 

yjvp/i"» (=5yÌdw/?/»ae) . 

yjO«(=y/w/M«). 

x/u9(0, 1, 72. 

/I/16-C (lliKÒ^c, Ai/xir), I, 80. 

ye?i/»-e, ye^rft/e, »ie, I, 55, 65, 93, 166: 

II, 84, HO, 184, 195-6. 
y0(^49uvc, II, 1, 4. 

'/9x6ii$, yi«, I, 93: II, 141, 174, 192. 

yeAàre I, ye>iàre, 1, 93, 157: II, 98, 174. 

yeXjiit'Ot iyXiita), I, 63. 

y«A//>-a, I iyXipe), II, 141, 180. 

*y0A«v«(a, I, 72. 

y9XpLéj»je, II, 195, 203. 

yavji-cy/e, -cyja, II, 32, 146, 168, 186. 

yayyjitvia, ivi. 

y*epi^e\ y\o(9e (ya^oa), I, 67. 

yèpfA-e (o 'ritPH^e), yép/iitj9, II, 136, 

168, 203. 
y$pxi9ire (yptxi9^), I, 21. 
yap9sÌT*i, y9p9ier6iJ9j I, 66. 
ye/9ffsày-«, ya/5»s>}j»-at, I, 66. 
yavfTéve e (x/^easriya), I, 100. 
yéyy-a (v. xÌ^vx), I, 62. 
ya/e^-, rpp^tjci, y>}^3«i-j«, II, 88, 150. 
y?c>a, y?^y/a (v. y6?</*a, ecc.). 
'yxjéffT/9-e (0 9yxjÌ9Tpt) V. è.yxjivrp-i . 
Vx*(v>Jyxe,yi}xa), 11,195. 
yAairerryj'a, I, 172. 



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o<M3)o 



yXà9J€y yAtr, eec. I« 99è. 

y>éjr-« (▼. yiVéiwe), I, 68. 

yAé^« (=: yAav«/Mt), I, M. 

yXe^fiò^J; II, IM, 199, 903. 

yAf/)« 4* (▼. yeAi>t), II, 141. 

yAÌ9€t-c, 1,75,78,116,900. 

yAoù/»6-a (V. yì/èfibu), 

yXoùfi9ft, «r, 1, 66, 82: II, 148. 

yAou/KVfr-c, -«t, i?i. 

yA9vy-<, yAtfu^c (V. yJouM), I, 80. 

yApù>r«,I,ll,96,72,79. 

*yXÙ9f9(^.yJ{mi9). 

y#yy«fftf«, »/• (▼• y»y««^'«). 

y«yeffè-J«, -n/a^ yoyeff-ivf, -i>e, I, 114: 

II, 139. 
yiJi«, y^V«, I, 6», 79: II, 1391 
y'ojU (-«) V. Aojéc, II, 196. 
yodiT9, -90, II, 22, 26, 62. 
yofiAp^t, II, 66, 67. 
vovi-a, II, 88, 149. 
yòp-aXxàp'OÌ), I, 66. 
y<ipy-a, II, 139. 
Vopirvu^ II, 36. 
yOfipOfiifir^, II, 196. 
y^ppofiiae (= yptfti9e, yp«^Ì9«), I, 60; 

n, 196- 

-/($9«T>« (y<»^(d-fl(), 1, 130: U, 186. 

vta«Tè(-«),II,a,6, 9. 

/•»T«p-i, I, 60, 

yó9T-4, ydwf-«, W^e, ivi. 

yoùv-oc, 1, 161: II« 36. 

yovp-t iyoùppì)^ I, 21, 60, 167: II, 86. 

yOUp/lÓLTi^l^ I, 68» 

yoùpvK , II, 69, 72. 

y9ua«-a, II, 46, 67. 

roÙ95T-e, II, 24. 

7OVTS0, 1, 117. 

VouTff-», II, 67. 

"yduj^^/ut-oe, I, 131. 

yp&, -re (?. ypo\toL)y I, 197. 

7/pàj*« i% 1, 163, 176: II, 34. 

ypKfii^e (=:yjOc/cl9e), II, 9i. 

yf9(/x|ucTé"9v,'II, 1, 3. 

yp^fiti'K,l,ii7. 

V/3àv (y/9>i», 'yy/^iiive), I, 66, 161. 
ypMid-i^ ypa9|T-t, -«t«, II, 9Ì,. 162» 
y^àf^e, ypAfé/i-^y 1, 112: II, 112. 
V/?dcxi«*-« (-'^)i M» 1*2, 192. 
ypi'ije, yeé-iv/e,I, 66, 144, (v. eryp«*i«i 
v/e ecc.). 



ypc/mt'v-a, I, 160, 

y^i/AW9e, -/»<9« (y^t/(tWve), -€996, I, 47, 

66, 160: II, 110. 
ypà$p, I, 346. 
ypin^iy 1, 141. 
ypif9, ypix^y II, 6, 164. 
y^v^-i, -J'-i, y^éve^ft, I, 316. 
yplx^d^ y/?Me9i-a, I, 66, 163, (v. yp«>- 

x« ecc.). 
ypìyJBy yphdtfity II, 161. 
y^/90, ypi99fi9, 1, 67: II, 142. 
ypif9i'0Ly II, 71. 
yp£x-«, II, 164. 
yj99/*t»-«, 1, 160: ypùfti9é (y^^ff), 1, 60. 

83. 
ypin-^^ I, 60. 
y^(J9«i, y^d9«e, II, 80, 148. 
ypòx^y ypóxere, 1, 140, 167. 
y^woe, y/>9w- «Ja, -e ja, y^wict^c , 1, 39, 65, 

191: II, 76. 

y/>0U«T9«, I, 166. 

y^ow»-e, ypovp'i, I, 40, 85, 201. 

ypowift, I, 102, 346. 

y/»ux-«, ypw99i'a, I, 66, 163: II, 30. 

y^wx-f^|JW<a,II, 30. 



Ìà(»?x/). 1,311. 

Jà (= («), I, 313. 

Jàjétpow, I, 324: II, 203. 

Jà/9-«, 1,49, 108, 166. 

Jàj-a (= :^(y«). 

iewe (?), II, 46, 67. 

JAI^e i (V. tfff), II, 7. 

Ì«AÀ,I, 49. 

jàAeire (-e), ▼. yj&XBm. 

jV«,iài»/*e, I, 36, 49, 231-4, srgg. 

iflcire (c«ir0), 1, 127, 138, 232. 

jÓLpiOMp (= Ap^oupt)^ I, 49. 

j&p^j9ipÌL9^l, II, 116, 160. 

Ìà9sTa, ià9fiT«^t, I, 36, 76, 87, 95,308. 
;d(9«T-c, II, 118, 160. 
jA9iTt9/te (, I, 59: II, 63. 
j«9«W/j-a, II, 63. 

JKT$p$ i {drepe Of II 6, 168, 214: j'àr^e < . 
iàr-i (i («T.), I, 49: II, 4. , 
JdtTpi-et^jotrpì^ot^ II, 195. 
jxTpó~iy où»: jùirpóvje^ ivi (iairpói)* 
j&e (V. Ja/Afi«), Il 36, 253. 
jtlix'où, 11,42. 



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o<2«4>o 



jivi-KC^ I, 66, (jCVVCtt) . 

;«/9^a (v. tpix), I, 49. 

ji(teJi<T9€ (jir), I, 95, 132, iS4, 955. 

ji9i$ ecc. I, 289. 

jt9iiX9i (turco), I, 133. 

jir-a, 1, 15, 122, 316: li, 68, 118,326. 

jÌTexoujjéT9x\jirxe^ I, 307. 

jérepe e, I, 168, 214. 

JtTótJe, 1, 122, 212. 

jérvBy l, 95, (v. Iwe). 

j^/A-a(=jyMa)i, I, 49. 

jixé (= fx«), I, 95, 127, 138. 

je>-« (c>-e, !/*-«), I, 49. 

ji^je 0«»«), II, 182. 

ic-«(r->»o, 1,221. 

J.'-TC (f-Tc), I, 220. 

>ó, 1,49, 311. 
ionàp^y II, 24, 61. 
j^-ve, I, 221:ja-Te, ib. 
jòp%, II, 156. 
Ì^«, I, 349. 

i»u,I,49,95, 217(V«V«). 
J9Ùùt^e,joù»jB e, I, 222. 
;oO9«0, 1, 204, 217. 



^à((«rà),I, 311:11, 76, 102. 

^à(<rà9<«,^iO. 1,239, 262. 
J'«.tt-f, <rà/«i6-e (W;*60» ^, **• 
(Ttt/ute = <ré/Ae, ^é/^òe, I, 233. 
«Toc» (<yyi,», «Tyiwe) I, 73, 154. ' 
iàvdep't (i^édep-i), I, 47, 55, 110. 

^à/OT-C, I, 52. 

^à9x«A-(, I, 98. 

<?àff«e (<r໫a), I, 73, 239, segg. 

^ecfv-a, I, 65. 

(Tja/A-c, (Tjà/Aere, I, 188, 224: II, 139. 

d[;«T-«, Jjàrra, I, 98. 

<r;é96, I, 96, 2i2. 

4)'éTe (v. Aere). 

^i (i^«), I, 314: II, passim. 

iilittp-B, I, 96, (-f, -a). 

A/*àT-«, I, 197, (Jo/Aare). 

Jfi/iire (V. (?é/«6«), I, 63. 

^évTtf = ^/Afte ivi. 

^ivre, 1,118:11, 1, 44. 

i?4-ou(<r«), 1,21, 46, 134. 



<ri;e, «Té^e, I, 76, 145, 1». 

<rip0c%i, 108, (^jv«). 

^éontpe^ I, 96, (= pi9itép). 

^ér§ (^^ire), I, 77, 170. 

<{)B/K6àA-fc, -«re, I, 302. 

ié/ib$, -«/te, M/uie (eifisfAé), I, 233. 

^/i6-c (^à/t-c, ^ài»M, I, ^1, i98: Mm 

in <ré/*6«, I, 63. 
iJéyre (= iTivre), II, 14. 
^>j»de^, (<r>iwf/w), <J>}*<l«pt&, l, 47, 55, 

86, Ilo, 165: n,' 90. 
<re/0^jf (= ioMpòijt)^ 1, 45, 57. 
^f-a, ^^-K, I, 75, 198. 
it&^kv-'i, ^la^r-ee, II, 128, 144. 
iupw»^^ I, 73, 160. 

d'ai-», 1, 43. 

St/ioLpxjicCf UfieLpx^iUj II, 88. 
iifiBy iiit,%fiL$, I, 233, 294. 
^cyóxe (, ^ivetxBpl'K^ I, 164. 
<rcirA«/»e «, 1, 161: 11,52,69. 
^(ir>ix-a, ivi. 
J(jK«-e, "ifie, II, 96, 142. 
J^ox«v<«;t,It114, 159. 
^otlAT9 (^«/u^&re), 1, 197: II, 180. 

diii-«, ^o^««0, 11,191. 

d'0^U9T«y8 (V. ^9ÌOV9Tdi10é) . > 

^oux/iy-ot, I, 200, 226. 

«TovA^-ee, ionlò^iiB i, II, 176, 199. 

^dvv-oc, ^owtó^vJBf ~v</A<, It 160: li, 

134, 195. 
Jou^tTi-a, io\àp%xU^ 1, 131, 304. 
iùupà^'e, -w>«, I, 45^ 50, 57. 
ipttxfii'u, I, 57: II, 2, 3, 4. 
<r/»/-«, I, 76: II, 134. 
^p6pi't, I, 62, 332: II, 128. 
ipoittxji-^y -àa«, I, 98. 
ipo9Ì'OL, ipo9Ì9$, I, 96, 141: II, 180, 

188, 195. 

D 

dùt, dóujé (=6yrfàt;>), I, 37, 144, 233, 

300. 
d«é-ou, I, 73. 

dKXK*di9it'joiy <fa>av<fovtf(f, I, 36. 
dKXotvdpi9iSy 1, 104. 
<f«>x»c<r{t, II, 106, 158. 

duXcivTlve ecc. (v. rf«A«»Kfc»e), I, 73. 



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o<2J5)o 



diije (o ééXXj9), dàXfj9, ddiA, I, 80, 

117, larr, lU, ISS, 298: II, 108. 
dA3J§'^6r9j I, 175. 
dm}jó^9 (= doA^f/j), I, 310. 
déXt, (f<a«, I, 310, 336: II, 90, 104. 
<t«A6<ic'a«,II,68. 
d«cXe^9'$ , -c/tt , I, 36, 73. 
d&Xowtr ite), 1, 188. 
dùtXviip-a, I, 80. 
tf(ft/tte (dài/e), I, 300-1: II, 48. 
dAfi-H (difii'iy dijiii/i't), I, 37. 
dctfnitjB (defiòtjé), I, 37, 104. 
dày-«« II, 61. 

iiàvd« ((f^y<ia)« I, 74. 

dà»$, II, 130, 165. 

daoiX'iy liaovJJ-c, II, 92, 151. 

d&p-ti (= liàvoe). 

dà/9^-a, II, 182, 200. 

dApx'ùLy dapX'ò^B, -ev^t, I, 67: II, 

24,56. • 

<iaé9fi-e (-«), II, 22. 
<i«<rc-i, I, 201: U, 52, 70. 
4à9iovp, dwi^vpi'^^ I, 80: II, 90, 168, 

184. 
lUc«$Tevc-flt(tf0(9fn^a), <f«a«TOuW-a, 1,76. 
<ta(V(Ty«V9C/uie I, II, 16. 
d&tii», dAf9vK {doxtu)y I, 246: II, 104. 
dJSc/~i (^ di&nXt), I, 98. 
<ii<ic-i«, I, 95, 122: djÀ^B Ivi. 
tfjàS-c, tré, 1, 188, 224: II, 14, 180. 
dJetXéLTV'ty I, 166. 
dj&X-e (-i) djàiie, di^XVa, 1, 163, 200, 

225-6: II, 62, 168, ecc. 
4ÌmX9^i'(K (▼. dMAX$9Ìa)y I, 163. 
<fÌ«A-, dJctXj^pl'a, dj»Xìj9pi-tn, 1, 163. 
diooa-., 1, 165: U, no (rfiàAed-O- 

lijf&A-c (dtaoAc), I, 98 

tf/aX^9(X-ou , dJaXòv^t , 1, 165, 348. 

dioaXatr^a (dt/otoa-, <li««A-efffa), I, 337. 

df/à/ce idjàpL'iy -ere), II, 139. 

djè, I, 96, 309. 

djiba (Y. dji-iroe), II, 191. 

d/lYe (<liixt), I, 66, 76, 238. 

djiyoìàptr (rè), 1, 188. 

diixtiy.djiyé). 

dJiX^9 W</*«), I, 200-1, 302: II, 62. 

djtXfiBpi'ay djtiUpi»9L, II, 26, 62. 

dilir-oc(.0,II,l»i. 

djipyo\i9tr (té), 1, 188. 

(filp/»6{,I,96. 



4tf</>«-« (-ir), I, 48, 96: lì, 140. 

di, dij» dii (dava), I, 267: II, 140. 

dii I, II, 7, 18. 

dii^, di^, die, I, 310: n, 80. 

diy-oe (-0v), dix«, I^ 80: II, 30. 

dir/t, difX-c, 1^ 71, 80, 201. 

dUr-t (v. dicrc) . 

dii^jé, diÒ9 {déij9) I, 56, 155. 

dii/c« 1, 1, 155. « 

dicrc (difri), I, 56: II, 195. 

dicree, déiroe, dii^K, I, 243. * 

dU'9i (▼. fidUx): 

dix (dÌ996, /9di99e), I, 111. 

dixr« (di996), II, 32. 

dti«yd«v9$c (v. decAayd«u««c, ecc.) 

déU'Jti, diXiC-a, I, 83, 137: II, 182. 

dc>c/Bii/>-<, n, 15, 22, 180. 

diXipé ld9Xlp9), II, 18, 190-1. 

déXXj {d&XJ9\ I, 298: diX; I, 255. 

di/i-i, I, 73, 198, 209. 

dt/Ae-rfi/», -r^^i. II, 182. 

dcy«^6 (déODÒijc),I, 104. 

di/»-«, I, 17, 58, 73. 

di/c7Ì«/^«(df/»x/«A*6),I,74,80,85,H5,285. 

dip^y I, 36, 96, 143: dàpiwp0, U, 40. 

dipe-bàpiB, dépt^^ ecc., 1, 208: II, 32. 

dipi {^ipt, ^iipci), n, 16. 

dkpnroMy II, 6. 

dipy dipp-t, df^^ffx-#u,I,96, 198 :II, 2, 

54(. 
di9(a (dava), I, 239, 263. 
dia«« (^di<r96), 1,60, Ili: dirrc, 1,263. 
dir (7), /ti dir, U, 65. 
dir-«, dicr-c, dicrc, I, 43, 56, 73-4. 
diyjòije (dràòijé), II, 30. 
ditj9 (▼. dif»ie ecc.) 
deiic>e, 1, 172: deXipB, M, 18, 190-1. 
dé/c-c (d(fc/i-c), depiétj9, d«/cer^c/f , 1, 37, 

104. 
depApòifiB (=i»fA«6^^i5/«), I, 82: n, 196. 
delude iditi^dB), 1, 74, 304: II, 96. 
dérfdovpe (d^ìfdoMp9), I, 304. 
depàt^ (d/9A.a),II,143: d«/»<fc*»-«. Ivi. 
d9p^,6^e, -vii, I, 67, 74: dpeyòo; Ivi. 
d9pX9<nj$ {dotpx9\HJe\ I, 67. 
dé/i/i^<rt, de^M^tfe, I, W, 124: d/>6/*-c»e, 

dpili'Ì99j ivi. 

de^^ie, I, 45, 57, 146. 

depwìvJB, d$p9Uptr tè idjip9tl)y I, 48, 
96: II, 186. 

19 



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o(226)o 



tft^o-a, 1, 123, 163. 
de/>W/Ht-c, I, 337. 

145, 180. 

devitpò-^e^ -vje (== dt9itp6ij$)^ da^ 

««^-f/*«, 1, 147, 176: n, 2. 
d«T<p-«, 1, 161. 
defrii/e, de^ r^je, -i(/«, I, 64, 112: II, 

50, 69, 168, 195. 

dli/K/UlC ^. dé/«c) . 

il|Hlt,II,tM:(Y. déyd«). 

dii^ (d«}t/e, dèlie), I, 243. 

dlà«a.4, 1, 98: II, 14, 110, 132, 146. 

duLuXealtiy I, 163. 

di, dii«, I, 73, 214: II, 180. 

di (do, d«C), I, 53, 73, 169. 

ddc/ftt(v. d}à/ct). 

di^aT«fiti'(diYÒceme),II,16,18. 

Dc^^«, DibpwB, l, 158. 

diyày-c, I, 46, 160. 

d/}(f<M« «/<>«)• 

diyi<H/6 (evd6yj(»iit), 1,82, 329: 11,1, 3. 

d/-g«, d7-«, I, 342. 

d/a-ioe, I, 111: II, 94. 

d/cA-t, 1, 123, 327: II, 30. 

dlip9{^=:dvtp$). 

ditta (di), I, 243: II, 180. 

d/«ia(=:/Sdc^a), 1,111. 

dixaOas, I, 214. 

da^re (d^/ere), I, 196 (^«X-^«?). 

dlX'i (= d/fi«), II, 48. 

diiàbp-i, difiiMi,, diii9py I, 47, 96, 122-3: 

II, 50, 100. 
' DcAt/T/>c, II, 110. 
dcyà/>-i, I, 317: II, 139. 
dc9rXix-« (v. ^iirXixa). 
d£/7;V«, ^^^'«f^ 'i 74, 114, 239 (dé/i- 

d«rà, dcaaà, 1, 214: n, 174, 180, 196. 

dc«iriT/9-«, -•/*«, II, 142. 

de9«, I, 309. 

d(9$i^</ft-(, dtv^tpòtje (v. d€9itp6tj$, dde«- 

iovpótj*) . 
d^ffTc (d<<nr«), I, 299: II, 30. 
d/T-a, d^Tcr, 1, 73, 114, 134, 192, 308: 

11,5. 
d/trcT, d^re», Ifl . 
ditta (Y. di9<rà), U, 174, 180, 228. 
d<f-«, d£/8-i, I, 114. 
diftò-ij; -yj« (dtfra^/tf), II, 64, 69. 



d^'« (= déX% da doeJje), II, 195. 

dà-iJùL (dJh; dji*9), 1, 238. 

dòydòyl, 814. 

dd, d^«, d«v«, I, 50, 73, 130, 253, 266. 

déxp^Ky d6x6^-a, I, 85. 

d^X«, dòXXa (dfltAje), II, 3, 46, 180. 

d«»«W-«, I, 131. 

d^/i-<x, dòpe^'ti, I, 11, 25, 127, 165: 

11,159. 
d^#-«, d^99-a, II, 195, 203. 
dót$y dot Ì99dét9), I, 336: II, 58. 
doC (t. di). 

daùec, doOf (d^>), 1, 73, 147, 234, 239. 
d#<^», II, 8. 

doveex-«v (d^oévrot), I, 73, 164. 
d4ù%p»t$y doùsp-^j I, 201: II, 52, 170. 
dov«xÌt «io'^o^*» Il 256, 298. 
d«vx/ày-c, dauxjiyi, I, 200, 226 (?. ^ou- 

xjiydc): II, 26. 
d9ùìi$y d0vxt/ft0, I, 50, 248, 283 segg. 

293. 
doMpipL^iy dóìtp-òtJBy doup'OÙapB (▼- d«T 

/v^ije), II, 54. 
D9Ùppe9'ty n, 46: Doy^9ax-0u, 1, 158.. 
d«ó««x-ou, I, 50: II, 110, ,200. 
dov9$^pLÌfj$ , -filve I, I, 52. 
dau)»-c, -<x0u, n, 38, 65, 126. 
d^fleyy^-(, d^ocyyoucc, I, 82: II, 167. 
d/và-Ja, d/9«/-i, I, 74. 
d/9air-iy-i, -«^«, I, 85, 200 (d/?ot7r^-i), 

II, 130. 
dpAovK (y. depà99ai), II, 132, 143. 
d/»à9T-«, dpói9it~o(. (tpA9ru)y 1, 326, 340: 

11,128. 
dpaxi^i'Ky I, 57: II, 2. 
d^lt, d^</-< (y. d/0ff, d/}i|i/oc). 
d/>ic, d/>i-a'«, 1, 73, 295': II, 156, 195. 

dpiipiM e*, U, 145. 

dpii'ot, -ija, I, 295. 

dpiiòe (ipii9), I, 74, 143, 238, 295. 

dpiòpL-a, II, 141. 

dpt^óijB (y. dpt^òijé) . 

d/»icxje, d^éj^'e c\ I, 43, 67, 73, 123, 

322: II, 145. 
dpiitt {dpirtj9\ 1, 1, 14, 123: II, 1, 178. 
dpU-oL, dpiM^9y I, 67, 74: II, 56. 
D^i^'c^-a (««Wa), I, 173: II, 122. 
dph^-i (v. dp^pi) . 
dpén-ty dp%nétj% , II, 145. 



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o<««)o 



dpÌ9iCt(dpói),J,9Z^. 

dptxi/ti'h I» ^7: n, 28, 62. 

df^Ì-%, II, 159. 

dpfli (= dfè€, dpit), dfipi, 4^</-i, II, 

26,62. 
dpi9tli% {fpM)y 74, 143, 295: II, 130, 

141. 
dpi^'tt, II, 140-1 (dpi^iiK). 
dpi^t, dpi^-rty 1, 188, 196: II, 206. 
dpMiJé, 1, 142 {dptd$TÓ^$). 
dptfiive {dpBfUae), v. dep/ilwe . 
dpir-a, 1, 115. 

dptt9Òp~ei (dpir€9épK^) I, 161. 
dptrrétJB (dptvótj^j «wf^tvi*;*), 1, 117. 
dpét ((fpovflc, dpo<t€)y I, 73, 239: II, 

156. 
d^oO, -/a, <l/»oO-/M, I, 76, 157: II, 62, 

143, 180. 
dpoùft^ 1, 115. 

d^«vcW-a, -/&• I, II, 102, 156. 
tfj9evc|'-Te, I, 157. 

<ij99WC9t, d^OUM, I, 311. 

dvSi, , dffàv't, liffàvà (Y. <Ì9i}) . 

d«à, (faft-yc, I, 310: II, 104, 180, 182, 

199. 
d9&B9, dvàdwp, I, 90 (V. fffttóe) . 
dvipp^iy -e, d9appi99j I, 88: II, 132, 

165-6. 
<Ì9«feJii«,II, 207. 
tftfàf r-i, ivi • 

(f96a5e (9d«ié5«), I, 90: II, 58. 
dvjU'oc, I, 43, 88. 
dvjipe {$¥d<rl€pB)y d9Up9, 1, 44, 88 (rv^c- 

pe), 249. 
dffiy-K, d9t'riij9 (ralya), I, 90, 139. 
<l9Ì/>x-ov, daipxe-b&p^e I, I, 89: II, 118. 
<ici«ce ( ▼• dc/9<9«t) . 
dffj;, I, 71, 88: dwi^a, d^w^a (dffàyoi), 

1,243. 
dtr^ì-e (T9/S(iX-e), II, 166. 
difii9ie, <l«é»«a, I, 89, 101 (ai9i»««). 
<icÌT-< («IsirrO, I, 68, 89. 
dcay'óy-a (rtrcAt^y-a), I, 161: II, 195. 

diij-t.ihini-a'ùxji). 

<f«oùfx-ee, II, 61. 

do (di), I, 53, 73, 169: II, 16, 58. 
dùtp-rt (dif^-re, ditp^)^ I, 17, 201. 
dvfa, duf ix-ov (douf ixou), II, 40, 6^. 



•E 



f (e), 1, 188,ece:c,189. 

i, I, 217-8. 

f, fcl I, 323. 

f =3 >é, 1,255: 11,24. 

f=i^è, 1,314. 

Ice, </«, I, 314, 824: U, 34, 74, 184^. 

ifinwrpii'i, II, 90. 

'EyyJ«;i^y-a, II, 110. 

f/yitA-., lyyi«Ì€T«, 1, 13, 201: II, 14, 184. 

t^p9, fype I, I, 28, 36: II, 149. 

lyc/»Ai-«, ly/>tli-«, I, 111. 

Jt/SCM (J(/«), U, 14. 

fcp-a, I, 46, 71: II, 106. 

'«x/(«^,W,I,3il. 

f»c-i«, f)»c-Te, 1, 77. 

M, I, 323. 

f(y/cT« (= lyx/ài<T6), II, 118. 

l«T-i«, l»T-i« (Jwa), I, 56, 110-1. 

nb'i, -cT« (f Air), I, 60, 200. 

lA/i!, 1,323. 

aXcvcx^-c, -i'e, 1, 164. 

ajr-« (= iXbi) . 

f/«6pe, !/««/>• (f . l/«tvO . 

f/uy-c, l/ute^ (I/a6«^, iftbp^t), I, 41, 

62, 105. 
l/Atfr-oe, l/iT-«, I, 56. 
l/c-4, l/*-f , -ii«, l/tr, ecc. I, 219, 220. 
I^^(ij/t/ti),l,219(^-/i0. 
'E»d/>é-0v, II, 46. 
|yc(fjo(n), 11,21,61. 
fyy-«,II,56,71. 
l»T-i«, -««(v. fn^/tt). 
lfow»i-«, I, 87. 
fiM, 1,63, 219, 229. 

Ìltipp9Ì^9Ly II, 88. 

l9rcT/90«^-ee , II, 90. 
tp'oc (▼. Ic^ee) • 
l^yo(X£9-t, -c/A^^ I, 283. 
i^/^vre, 1, 36: H, i74. 

ipict, (/W»iO, «/»^«» I» ^^» 79, 240, 

295, ecc. 
ipi-ja (p4-ja), 1, 201: II, 16. 
ipà'€fje, -.i«, I, 45, 92: II, 23, 160. 

ipìie{y.ipfiiie). 

|/0l/AC-«, II, 1. - 

ipÌ99 {U pi9$, pwBy pù{Ì9) . 



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o< 248 )o 



ipp0^ ippe^re, ippevipra^ I, 83, 122: 

II, 78, 100, 110. 
ippì'j9 (-v*y), ippì'^fj9, n, 20, segg. 
1^91, Ìp9iH''0Vy 1, 162: II, 64. 
tp9i9 =: f/>^«, I, 295: II, 15. 
I(=:j<9fl, 1,134. 
fveAe, f99eìe e, Ì9e>^/e, 1, 131. 
Ì9ftJ»y -J«, -'Mc, -«, I, 289, 302. 
f9(x-a, 1, 178. 
l»«Te-/9a, -»«,.I, 36. 
Ira, Irte (V. 4ttO . 
Ir-a, Irc^a, Irt/te, II, 14, 15. 
irepei'f.jiTepe). 

It90, Irv^'e (iir^), 1, 95, 233: II, 34, 54. 
cùirar/9l^-c (èfinoirplit)^ II, 90. 
1x1,1,223. 

ix^pà-h pi. «x^^<J-Te, II, 76. 

E (<) 

eyyà (eyxà), fyy«x« (««> ««> x«X«)» I> 

66, 84, 315-6, 330. 
eyya (6yxa), I, 213, 315-6. 
«yyoe-/syére, -dire, i?i . 
eyyaAÌ9« (eyxoOivt), I, 45, 145, 238: 

II, 170. 
eyyaìx^^'e (eyxal-), I, 66. 
§rfoàfi^iJ9 (eyxoeA-), I, 66. 
eyyoipxòtje (eyxa^-) , I, 66, 344: II, 46. 
eyyàffe, eyyóé (-vje), I, 40, 45, 65, 242: 

II, 94, 108, 198. 
«yy«3»^^-«, II, 50. 
«yyjài-a, I, 36. 

eyyjda-e, -Je, I, 84, 106, 144: II, 56. 
eyyjàr, I, 323. 
«7yji5-e, -c/Hie, n, 188, 202. 
9Yyjipa,e-nJipi,l,S^, 323:11, 1 (v/épa). 
ayyiéa«e, I, 67, 135: II, 40, 59. 
evy|'é^-0, -t/A0, 1, 90, 142, 238. 
e-nJU-iJe, -vje («yyjutja, I, 67. 
eyyjV?., I, 84, 311. 
WÌ*-Ì«» -'?/«» I» 53® (vi?v*e) . 
«yyj7w« (eyTt/wwe), I, 67, 84: II, 194. 
eyyi«-9e. Te, 1, 135, 174, 336 {eyyjhofe). 



•rtìi9i*i^9 («vx;i»<«), II, 40. 

9rtjirrp^ (= «yyjcffT/Jt), I, 98. 
•yX|u«Ì« (9rd<^j9), 1, 87. 
«yy«i5-vi'e, -^>, I, 93, 157. 
ayy^ire, eyyÌ9-6, -<re. Il, 2, 6. 
eyyov>-0, -itf, I, 66, 101, 125. 
eyyoÙ9$Te I, II, 24) 61. 
eyyi9ày« (y^v), fyy/wi»«, I, 65, 132. 
9yvpàx9 (•y«/>«X«)t II ««» 305. 
erfp-àtj -it^jéj 'iije, -y'e, I, 56, l'SS, 

144: II, 6, 26, 78. 
eyy/»è, fyy/?i-x«, -p«, H, 6, 130, 164 

(•yx/»éf«). 
fyy^é/*6 (▼. eyx^éiBie) . 
•yy/»Ji»-e, -«, (eyy/>à»f), I, 65: II, 82. 
er/p(^J9 (V. «yx^v»;*), 6yy/9c/9a, I, 298. 
eyy^9-t/ft6, -9t/At, I, 142: U, 182. 
«yy/'^-X»» -XT«, 1, 140, 157 (y/>(>)f«)» 321. 
eyy/9oO (= 0yy/»<ov), II, 76, 84. 
eyxàé, eyxà, Ì 84, 213, 316. 
eyxoeAiM (v. eyyocAlve). 
0yx«-v/é, -»Ji (v. 0yxA) • . 
eyxx^«fi^9-«, -c/ce, I, 283: II, 143. 
9ixùippxfÓ9é {xpùt fó9e)f II, 143. 
•yxé, 'yxéfv. wjy««)- 
eyx0d/c-cje (x6da</f ) , II, 18. 
$yx6pi9^ II, 20, 56. 
eyxpà'/ie, -/»«/*«, I, 66. 
^xpù-ije, -cvje (-/8«), 1, 15, 135: II, 28. 
eYtpùxjt (•yx^euucft)) I> 305. 
6/(i6a5-e, -ou^, I, 77: II, 7, 8. 
f/AÒàc (0fi5O, II, 162. 
fl/AÒàcjfl, e/AÒav/e (efin&tje)^ I, 59, 84, 

246: II, 141. 
e/>6^(Ta, 0fi6àcrt9c, 1, 156. 
epìfóutje (ep.itóxj'-B, -e), I, 305: II, 136. 
B/aboiXotTrp'&pBy 'ivje^ II, 108, 158. 
e/tòàJlÀe, perf. e/tb^ì«, I, 59. 
9fihoiX'6tjB^ -^, 0/ftfr«a^/ft-ce, II, 158. 
$/ib&ve, I, 304. 
$/ibapoL^ I, 338-9. 
0/Afrà/>6 , 1, 135. 

9iih&pB{z=:pi&,pé^ BfifiiéLpe) ^1, 62: 11,78. 
0/t6a/969c-a, efibKp99Òj$j 1, 163. 
epibKpòtJB (jiupòtJBj B/niiKpòtje), I, 62. 
«/dftàc, I, 319: II, 46. 



(4) La « muta iniziale per più ragioni bo creduto doversi porre io luogo dell* apo- 
strofe dinanzi alle eonsonanti (gutturali, e labiali) impure io principio di parola. 



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o{229)o 



f/tt6ec«t, 1, 311. 

t/i^y*?»/! (=: ei«6A7vi>), II, 195. 
0Aft&il^« (?. e/n^V^X ^h 1^9 28 (t/ia!;V 

$fibi» (éfib&vje), IIj 172. 

«/AÒéfff, Bfibir^ efibixifiBf 1, 134, 143, 14S. 

Bfibimi, éiibiné, 1, 148: II, 42. 

e/i6é(/«6é), SI, 170, 318-9. 

BfnbeeA (= /tLéià) da /«A^t I, II, 38. 

•lihép^ùt, U, 78. 

$fibepd-iij9y "Utje^ 1, 135. 

0/iiòa, I, 61, 170, 319. 

0/tòcÀr«v, 11,96, 153 rt/(i62 £r« (?) 

§fibUX9 (v. é/nbJiXJe) . 

et/Jbi-jB.-vJe (v. Myj>), I, 62. 

t/i6ayie, e/AÒaa, 1, 61, 101, 146, 298. 

Bfiibìyje, o e/ftfr/-90, -T0, 1, 135, 174: n, 

20,107. 
$iiblp9, II, 157: e/iblx^fiB (e/&òtyjt, o 

f/ftirivje) ivi . 
0/ifrìàxe, 0fi5>Jàx0 (0/>irXax«), I, 135: 

U, 32. 
9fib)J'id; -i^«, eiui6Aé5e, I, 46, 89, 84, 

134, 238. 
9fibXìvJ9 (= efibiXvJé)^ «ftfr^Wi I) 2^1 

298. 
eiibX6'ij9y -vie, I, 59, 101, 125. 
e/AÒ0^tà«0, 1, 338: tfthoUv^^ ivi. 
f/»ò<»i-i, -//A-c, 0fi6«;iià90, 1, 59, 111. 
f/tòdviivje (= einbXuje), II, 20, 92. 
efiboxj'Xjóije, "Xóije, I, 125. 
Bftiboùppe, Bfibovppòtje,, I, 135. 
f/A&ou-9€0, -90, -?«, I, 52, 137: II, 69. 
tpMpàffXy éfibpìf/i'a^ I, 38, 310. 
$lAbpéL-^ocy -)r09(r0, 1, 135, 320, 339. 
BfibpKnevl-eiy eitbpecKevòtJBy I, 339. 
BfubpAvB (?. ftbpàve^ fiépàte) . 
B/ibpir-i {efibepirt), I, 158, 200* 
epApstep^oL, -^(J0, II, 15, 20. 
0/t5p)i/(ia, -vir (V. epibpApiet), 0fi6^/i0y, 

I, 310. 
$pibpipi'ifiBy -av/>, II, 132, 165. 
$p,bp6^$y -^e, ep.bp6Ì%p.9y I, 75. 
Bpibpoùtje, I, 243: 0/(i6/09ucTfic, i?i . 
e/tòùX-0, -vj0, 1, 298: II, 32. 

0/tèìi^C9-C, I, 155. 

epibvrv^y -r0, 1, 296: e/tèvra^ia. ■ * 
9pLpi9tpéiJ9 (t. tpboLpòtJB) . 



épipii^e^ -T (▼. 0/R5if0). 

0/ui/ta0, 0/(i/tuA0, 1, 61, 298. 
Bpiitevó--^; -v/0 (9/tfàvj9)f I, 62, 292, 

828: U, 196. 
e/tirex(-«) I* 175. 
0/Airìi^0(T. 0/t6XI»0). 
eputXòijB (y. 0jkM4^*0). 
0Aii^àUe, I, 62. 
0y(foéi, 0y(f(ÌH/, I, 318: II, 32, 99, 153 

(0y<fic). 
evdAfJe, -vjo, $9d&ifj9y 1, 37, 84, 148, ecc. 
e^dccXjòtje , I, 310 (da V<K/0 ) . 
0y(l«y0, 0y(iày0(, 0ydÀy(, I, 304, 332: 

11,153. 
0ytfà/>0 c\ i, n, 78, 147 (9Mt^9) . 
9ifdùtp6tj9 (y. 99d$pitj9y 9vr9p6tjé) . 
0y(Ìa9«Ta, I, 72, 81, 303 (0yT«9sTO . 
0y(fi<x0, $tdJi*9TAp^, I, 81, 118, 162, 

'238: II, 80. 
9j,djlp, 9^djàpi, I, 88, 95, 323: n, 68. 
9ìtdjé999 (y(Ì990,. 0yy(i990), I, 80-1, 118, 

252-7: II, 178. 
0»<iè, evdou, 0vcric, 1, 317-8, 330. 
0WÌi-cy/0 , -c/0, 0ydlyc/&0 (0yricyÌ0), 1, 43, 

73,281. 
ty<fif/9-a, 9Jtdtp'l» (fyyif^it), I, 81, 

118: n, 178, 180. 

9tdttp'6^9 l9vdtpiiJ9, 0yvtf ^(f0), Bvditp^ 

/c0 ^ I, 81: U, 122. 

0y<ÌtX^|0 (V. 0yd/9tì^|0) . 

0y<féyja, 9ifditjxy BvdpJùLj I, 295-6: II, 

92. 
0y<iè/>, 0y<i«/>, 0y<ii/»c, 1,73,315, 318-32: 

II, 1, 98. 
0y<l</9c {»Jipx ecc. V. 9¥djipt)y I, 83. 

0ydi90 (0yd4(), I, 75, 134, 143 (0yd<i- 

^«i»0). 
0y(ii990 (^i;0), I, 75, 81, 258 Ci^<«e) • 
0y<iè (0y<f^), I, 81-2, 318 Cyd0): II, 1, e 

passim. 
9*d9-Jò09 (d0ii6^9), I, 80, 82: II, 1, 3. 
9vd9Xy6vj9 , 1, 80. 

9¥d9XjÌ'tj9, -990 (?. 9¥4jÌ999y 0yyci990) , 

1,80. 
0ydév, 0y<lévy0,0ydiy(0y<fiiyy0), 1,318: II, 

3,6. 
0yd0irli9, 1, 318: II, 42. 

0ydé^ {9reép)y T. aydl^ . 
é»d9p~«. (v. i}yd0/»-a) . 
9td9pi9n (*vd^9$f), I, 304* 



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o<230)o 



evd$p'òij$y 99depfi'óij9, $ifdp^j$^ 1,45, 

73, 219, 304: II, 96, 170. 
eyd^ (Y. f ydé) . 
Bvdijivj» , I, 296. 
9¥dU-^By'tje (0vWcc;e), ev(li[/t, I, 81: 

II, 116, 160, 186^ 191. 
0ydtt/0 (▼. eifdjip) . 
«ydcixe (v. $vdjiKB) . 
eudcxe» Bvdixft-oL (eyr^x^), 1, 135.11,15, 

70, 168, 170-6, 178. 
•wie)p;9 , II, 65. 

evdò (V. evd^y/e), 1,304: evtfd,II,28,67. 
9^d6iiiit, I, 75, 295: II, 106, 157. 
$ìtd6vje, Bvdovjèy I, 214: II, 190. 
•vtf^ve, tyd^yvt, eyd^trc, I, 315: II, 141. 
evdo-iraxxe, -ir«x0 , 1, 81, 304. 
•tdoppUoi, U, 114, 159. 
«yd^ra (d^rtf), evr^fl, I, 336: II, 42. 
eydouxe, 1,140:11, 24,61. ^ 

evdoupiisB {depòtjé)^ 1, 146. 
fydouTtfv (0yT«uTou), I, 311, 336: II, 188. 
évdpàxe, (v. evrpóxe). 
e^fdpixJBj 1, 81, 140: II, 134: BwdpixJ^^i», 

./ajoc, 1,337. 
eyd^ir-a, 1,337. 

efdpht'9y -^y/e, 1, 137, 173, 816: 11,145. 
«yd/»i>-oe, 0yd/9cA<$fe^ 1, 109, 346. 
eitdptUie, I, 42. 
tvdjo^-a0, 9vdp{99$j evdplr^Bj -re, 6y- 

dpiTiótje^ I, 77, 117: II, 180. 
eifdpi9i€ levd$pi9t€\ -j«, I, 304: 11,143. 
evdpiqi'fiB e, evdptvióvjé, ivi . 
eyd/9aA-«, I, 109:11,170. 
«vd90(y*e, eydff^-vje, I, 88, 154. 
evda-ij, -*J«i«, -i»^;6, 1, 89: II, 28. 
0yd9c-i0, -yj0, 1, 88: II, 28, 62, 104. 
0ydfftc/>0 {9vd9JippB)j evdsìpBj I, 43, 44, 

88,248. 
0yyccdct (0yy«da?) II, 18. 
0yyct^-«, 0yy</Dc-a (0vd<^£fle), I, 81. 

9fvluj9 (v. evdUvje) . 

0vyclx0 (?. 0ydjix0) . 

0vy(é990 (V. evdji999) . 

0vy//A0 (V. 9vdixH^e)y 0vvc/t^i, II, 18. 

9ifritvJ9 (▼. 0ydétyJ0} . 

0yWx^, 0yWxi*a C^* 0vdfx*» ®C^«) ^^» "^^^ 
0yTjoàx0, 0yT^óye/t0, II, 206. 
99X9Up9 (V. 9td9itp9) . 

9pyjirr9 (i^'^yT0), n, 88. 

^9(T0 (i}9$Tf , r9<T0), I, 36, 260: II, 15. 



H 



1? (== j^tcTt), I, 296: li, 194. 
^^'0,^0, 1,57, 111. 
^/«-a i (jf/A/Hioe), I, 49, 326: II, 124, ITO. 
i}/t6-0A0, -Ì0, i}/A0A0 e, ^/t60>9^vÌ0,I,47, 

55: II, Ilo. 
ÌP^9 (i^/10), I, 63: U, 92. 
jfyd-« (= «yd«), II, 195. 
i}yd0, /}yd«-ioc, i}ydc/ui0, 1, 55,73:11, 56. 
pd9p'9t, (£vd0^fl(), -C«, I, 38, 47, 81: 

11,92. 
iJyT-i«, -«a, I, 56, 110-11. 
49$r0 (é9«r0, f9fr0), I, 36, 260, 285. 

fe«/»« (?«Ì« = *«Ì«)» I, 301. 



^•l KiO, ?ày'0 tejr-fa0), I, 77,88, 98, 

122, 130, 233; II, 46. 
{^-a, I, 130. 

(:«x($y-c, 1,121: II, 120, 161. 
i;atXf»»di99, II, 48, 68. 
^àl-c, ;a>;{-«, ^aA^-o, %9Lkl99, 1,93, 163. 
5«Ay(9-0, -f/i0(= ?aA-, ?«Xj-^90). 
C(fey-« (= CrJ/9-0, Il M, 70, 85, 88. 
(;àvTcc8e ((;&, C^v*0)i ^iiyr9ia, I, 246. 
^««rtjo-^a, («7r0/»-^cj0, 1, 89. 
(:oeff0r^cÌ0, C«ir^90, I, 89: II, 161. 

5»T0 (V. {ÌT0) . 

^«X«/>-«» 11,71. 

5/9òc/>, ^P&poii, ^fiéLpv», ^fiap}n99y II, 

165-6 (9^a/>, ecc.). 
^fra^v/90 {d9àpp~9^ -(90), ivi. 
iyjvpp'cc («xju^a), II, 166, 200. 
%j&pfi'9, Ki^pp-ty I, 71, 89, 159: li, 

172, 196. 
yi^-a (C.y'i-0, 1, 43, 88. 

^u (= c«), n, 78. 

5IC0Ì(V.?»O. 

CaA-0, C<X-(, I, 46. 

5i/(i0^-«, -rf«/0, -flbt-ou, ^ipip^oLy I, 44, 
107, 164: n, 3, 18, ecc. . 

(54/i0y«, ^ifi9pa) . 
5<^-0,-4yi0,I,9O. 

^ipX'-OV (V. d9ÌpX0V ) . 
{é9<X0 e, I, I, 1, 65. 

?iT0 (v;0-;iT0), 1, 170. 



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o<231)o 



?e/>^»Je,I,117ft9-faf). 

C^ (▼.?«), «»-•«««» «»-*•» I. i«8,«W: 

li, 32. 
Ciip-« , I, 56, 99, 127, 194: II, 174. 
;i-a, 1,305. 
^ijAne i^ijtà9e), I, M, 89. 
^Up/i'i kj&piu), II, 16. 

C««rf«, C^t^i» (C^O. I. **i «»• 

5/;c/-., I, 15, 66. 

enfi-», I, 46. 

5«V-««» ;awa, W»f ,-ia^, 1,46: II, 145. 

^»(= cu»»), 1,812. 

51, Cf-ou ;, ;éC-« i, 1, 88, 133, 165, 202. 

^fiìp, iiilp-i (9fiìfi), 1, 107: U, 18. 

5<Jy-«, C<»y-ow, -«?«?« (C^€««), I» *04y 

225: II, 44, 141, 174. 
5oyj9«f-ifff, -«aou^a, II, 74. 
$^x-6,(?. ;<Jy-«). 
5iJi«(T.C<J»J«), 1,84, 139. 
?i»ia, I, 84, 139, 158: 5^»i«C«, H, 170. 
;(5y (5à») = 5<iTt», 1, 99. 
;<ÌT-c, I, 84, 139,200,224-6: II, 7, 102. 
$OT«»Wa, ^orBp-i», t;0refi6riy I, 163, 

168, 328: II, 44, 114. 
^0tepótj9, ^Je (;«v^^e),1, 143: II, 178. 
^oTòtjey ^oroùfieJùLy I, 175. 
^orpòrt (V. ;oTf/»<JTt), I, 328 (?OT^ia«- 

Tf, eec). 
5^/»-a, ^òpp^9ty I, 88, 120. 
?«w»«, CoO/»« ftà, ?iS), II, 32, 180, 186. 
^^xpùttje (=: ff«x^^f-<;6, -»j«), '» ®^' 
?«owyy-«i Ci^Wy-»/»*» -•"/»•, II, 71. 

C$0U^< (= 9$OUjO(), I, 89. 

{;«wei;6 (9ixjUp9), I, 89. 
5<O«0, 1, 89. 



dà (déL9i9, dòiiB), I, 240, 262. 
dày0/t-0c, )^ày/t-a, I, 57. 
aàcvff , Sàvif , 1, 76, 157, 177: U, 198. 
5a/Aà9/ft-c (fflc/Aàv/Ac), II, 184, 200. 
^«i»-flt (&àvv-a), I, 77, 83: II, 26, 44. 
aàv, &àye, aà»6T Té, (a»iy«), 1, 154, 188, 

269, 301. 
Sflcvr^c/ca, )^«yT^/«e I, II, 200. 
)»À^x-0u, I, 77, 116. 
buppév't, 1, 183. 



dàpT$ I, I, 65, 77, 117.- 

»dc9CTf (Y. 5<«-(} • 

»éL9i$ {»i/i9), 1, 239, segg. 
d&re I, I, 76, 154, 177. 
^ocre^^y-oc, 1, 160: ^rUlp-Uy ivi. 
5oeTiV« ^ I« 164. 

flt;à-i«, I, 77, 78. 

S(/à/t-a, I, 57. 

djiX9, diatre I (fiat), 1, 64, 101. 

dJipp-<K, I, 64, 178. 

Sii<r(Tt i% 1, 167. 

dUpazzzbòfiMj I, 64» 231: ditpi; 1, 244. 

I^it^e, aa^/*a, 1, 43, 77: II, 8, 32. 

^ix-«, dinep^y dix9, 1, 177-8: II, 34. 

diX$ ifiXe), I, 64, 112. 

»$Xii» (y. deXii») . 

^Xipi-ùc, -t5«, I, 21, 77: II, 194. 

diX-jci, diXX'K (f ai«), I, 64: U, 60. 

)»air-c, -iyjirt, I, 199. 

5Ì/U (= l»^/tt), I, 64, 151 (aa/*0 . 

^t/ia-«, 1, 77. 

dip€ (rip$, dàtjé), I, 115, 177. 
dipp» (dipr*)j II, 3, 8. 
^i^otfy-cr rè, 1, 196 (Ibèr anio) . 
Sio-c, 1,201, 226. 
^WÌ^A-«(f«y)rf"0,I,64. 

^SrUJ9y I, 37. 

^•Aé5-« (dtA^;«), d9Xétds-x, II, 30. 
Sal£/«-€, -/M, I, UTi^Xliifii) . 
5éfi60^i, iWfiirt^», Béfd^-flc, I, 62 

5ep49t (▼. ^/9éfft) . 
depT, Woe, I, 21: II, 64. 
^ppifi'K (= d^^/Mc, dpifiiiiet), I, 52, 57, 
77, 99: II, 184. 

dépflÒ'^9y -vÌt(= ^/»«A»i*^ÌO, I, W. 

5*ivrt (»i)»r«»«), II, 44. 

5«iyt, -re, 5ti*»t, 5^1» (dàv), 1, 154, 329. 

5ra/ft*oe (y. Stl'à/i-a) . - 

Sl/t, Swfe/t, ^Ì4»Ì6, 1, 44 (af •»/•), 77. 

Stò-«, IWae, l^fl^init, I, 37, 77: II, 188. 

5f»-«, -«;a, I, 77, 117: II, 178. 

d«Jii-j«, 1,337. 

dipLÓLp-t, II, 72 (au/»^0 . 

l»//>^a (a^ifft), ^^^ta {dùpp'Cijy I, 241, 

295. 
òipp%9^y blpfi€9'ty 1, 156: dippow, 1, 149. 
5/-«w, I, 77: II, 203. 
^<ii(S(Jt-t), II, 32,54 (iW/it). 



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o<.83«)o 



5^/»« (SfiM«), h 4«, W, 153, seg., 209,. 
segg. 

^fiff€, I, 311: II, 100: dòrsi, I, 311. 
»^yj-c, ^^y-c, ^i-c, ^cua, I, 77. 
»aùjui6-c, I, 77-8: II« 153. 
5aùyii/9-a (-e?), I, 62, 81. 
dovpBj òàùppty I, 73. 
SflO^, I, 77. 

òp&aB ^ )^^Ì9e, d9p6i9$, I, 17, 35. 

»^«(r-c, I, 223. 

dpi99y dpl9tj$, I, 17, 35-d, 77, 141-5, 

236, 241. 
V>i*-«, ^WfKJtfe, I, «2, »7, 77, 99. 
dpir» (BippoL), I, 241. 
dpòfH'^ (= ^/><»y(), I, 64, 83. 
dpòfH, I, i?ì: II, 116. 
5^aù/t6-a , I, 77. 
dvuj9 (= a/f^e), I, 44, 77. 
dvppot (V. d(pp»i dpirot) . 



I 



r, re, 1, 323. 

I, Té, 1, 184-8, ecc. 
t,I, 217-18, segg. 

car^^c (jotrpit), Jwpovtt, I, 50, 199: 
II, 195. 

ri-«, r»j-a, 1, 70. 

ije (7i-i, n-c), fj«c«T«, o'«« (▼• «^«» «««•) 

iS9)fipL'ij ii9if6ij$, tierey I, 47, 57, 159. 

f^oui-c, I, 50. 

f^otfve, c^ovpe, I, 47. 

'Up-a, 'l^><^r0, I, 157. 

'UpOV90LX(/tB, I, 321. 

'l(«a&, I, 29. 

«x6, rxtfcje, fxeyje, fxou^, I, 95, 127, 138, 

232, segg. 
fxcre, rxov^a i, fx^wir ré, 1, 188, 293: 

li, 16, 88. 
cXi«/ie <\ II, 178, 199. 
n-i, a-t(, f\;-cf, mc<ri, I, 198, 345: 

II, 188. 
fy;a(v. ria). 
'Iv<l({-«, II, 60, 73. 

*h9^6T€, 'Kiire, I, 208, 224: II, 90, 170. 
fy«, fM(=3Ìi-w), 1.221. 
firxc (i«w«), II, 2, 6. 
ra-«, I, 78. 
f««a, I, 302 (l9s«c,'/if«$e ecc.). 



f^crf , I, 13, 36, 260. 
Tri, In (±=ì<-tO, 1, 220. 
*k»«»»-c, I, 326. 



x« («yxà, eyxKvi'é), I, 213-15, 316-15: 

II, 74. 
xà («yyà), I, 315-16, MM-, 321: II, 80, 

82, 88, ecc. 
xòt, xàa (x^x^i •y^^X*)» h 86-7, 316, 

321. 
xAac, x«-ou, I, 67: II, 60. 
xa/Sà;ae9-c, I, 157. 
x«/8flév0, 1, 94, 304. 
xó^fx (▼. x«f ««a) • 

x«yìjéi.f , -f , -^a, I, 177: II, 8*, 194. 
xoyyto-e, xàyxi9*i, 1, 156, 177. 
x«7x6 (xóyy-a), 1, 177. 
xa-dd (eyxa-dd), I, 307. 
»ad&X$ {ntud&Xjt), 1, 310, 336: II, 20, 55. 
xa5t (xKyjé), II, 88. 
xcu/A<ye I, II, 74, 147. 

XXtpùtfÌ)J''t, II, 61. 

xàxje (= àxje, ùu^è), II, 18. 

xKx$pi6x9 (v. xòxep^òxé) . 

xÀAa ^xoéAroc), 1, 149, 241 (x0U<r«): U, 67. 

xaXat/iii''Jai, xoeAà/A-c, I, 55. 

xaAo(yct^/><, I, 161: II, 130. 

xoéAare ré, II, 67. 

xa>ià, -jx, I, 130. 

xàA/eòa, xàVeirt, xóAòs, I, 79, 233-9: 

II, 164. 
xoLXjoùcipy xoJj'&^t Ilf 102. 
xaA« (-0, 1, 66, 98: II, 132. 
xAXé, II, 67. 

xcdBiò^je, 1, 139, 142: II, 16, 48. 
xài0/ui-c, xodé/A-c, xai«)/<-i, I, 55, 85. 
xaAéf-( (y. «eJléf-O, xocA^-c, I, 109. 
xaì^/S-a, I, 52: U, 188. 
x«>^xj-a, I, 68, 113. 

XOtXtflltÒi'JoL, II, 8. • 

xaX{-ov (xoa7), I, 21, 343: U, 44. 
xoAdyJf/»-», x«lo/*/»-c, II, 65. 
xaXoxphjay II, 40, 65. 
xuXoiilpe, II, 147. 
xa>oùir« , xoeAvJf e (?. xaAéf e) . 
xAfiKp'^^ II, 90, 150: xaLiààp9J9t., ib. 
xà/i, xà/te, I, 69, 147, 231, 282-3. 
xà/A-K, xA/ifi^K (xiifi6-)a, I, 55, 10. 



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o<ft3>o 



Xf^|ME^tt«JC, 0, 100. 

««/fty^ (xo/cyovoe), I, 01. 

it«v^r-ot, II, 192(voeeldret?BlÉfi). 

xK.yj'é, -vi2, 1, 213, 316. 

Mcyex-si (>t«^), It 177: II, 44. 

xóyfir-c, I, 55. 

Kà»<i-< (xàyT-«), II, 150. 

xoey^««, -»Te, I, 39, 157. 

HtCKiJ-X, II, 67. 

MniXj'K, II, 161. 

x^e, I, 175. 

xflciMrfllv-* (x«rerivi«?) U, 40. 

xùtMfiPùxj'^, n, 6s. 

x0eir«€^-^e, -v^e, I, Ì3S. 
x«irt%'y-k, il, .141: HvKtivdmtXoif ib. 
xflnrrdije, II, 116, 163. 

KÙlp«fiU9*^y xctpAf^ II, 150# 

KCifètfihi^, II, 26, 61. 

xfl^/liAt-ya, xùtpttfiiXJQó, KpAfitÌQ§L^ l^ 120» 

11,84. 
xetppK/itAvf'Kty 11^ 182. 
tucp^févé (xpùifóH) , II, 148. 
xùtpf>iij-ùt (xùipÓKJx), n, 140, 182. 
X0c^9«{, I, 330: xoe^c^e, Ift. 
xà^T-flt , II, 90, 
xA9(r-« , 1, 193: II, 6.^ 
x«<rraic (t. t.), H, 32, 64.- 
x«Tà, 1, 316-17: II, 84. 
x«roa^*à79»f , *c/Re, I, 317'. 
xfl(ToeyW90, II, 28, 62.' 
xàT$, 1, 266 (K&r-tB): II; 1952 
xocrtfc, xoerovft, II, 42, 65< ' . • - 
x<e«>àùii^, -4^ II, 16, 94, 163-4. 
xàTBfi, xA«t0/>, xArrpa^ 1, 169^228,300. 
Hétep^t^ néiffe^r^f xéttptrt^ x«rr^, ^CC»f 

Ivi. ^ 

xatTfffjy'-» (xIt««), n, 88, 
xàf x-«, I, 54, 64. • i : 
xàfxjfft^, -^^, xotyx/^» Hi 190^ 
xo(f«(^a, x«jint{;-«, I, 53*4, 288, 636; 

>«, 59, n5, 198. 
xàxee(v.xdi),n,110,m. ^ 
X 01 X ir éi oc, X a f ir é j' oc (f i I.), n, 67. 
^à^'e (xAàcie), 1, 79, 138, 233i II, 196. 
xiél^x-tv^ I; 38, 162, 226, 323. 
xià/>T-a, xjaprórft, l^ m H, 136^ 168. 
^•*i, II; 112, 168. . 

xJàwB, xik99%ttJt (x/àve), I, 70, 93: II, 

34,52. 
xiAf.«, ,tfàff-«, I, 65, 93: II, 28,lj>0, 



^/è,n,l8:>^è=rr<c, I,$ll. 

x/è (= xeAè), I, 45, 295. 

xJtfitKpp(9é {^it^pl99), I, 86: II, 195. 

x/iyyeA-t (-«), II, 132, 165. 

nié'/^ = uJfìjBy II, 197, 204. 

)^i50, 1, 78, 81, 238. 

x^f ^<9Wv-«, I, 15, 99» 

xJiXbtfi9, rJtXb9^p^a, 'Hf^ 1, 79, 160: 

II, 164. 
}^cA<-a, 1, 42. 

nfiXtj'i, I, 46, 56, 101, 178. 
^JiXX9 (njnB), 1, 127, 145: H, 94, 178. 
^JéXn9 (nJéXBwé), V. xd^^<l4é. 

^t/U/»(-.i«),n,i5o. 

i^cy<l(«f (^cyW«f ), I, 56: 11, 186. 

j^cyd</*-oe, 11,140. 

^ik^^itK, njif-i (^fiitt), I, 41, 67, 164: 

)^/i»e;-«, 1, 298: U, 30. 
^iy, J^éy«, jciifouy, I, 154: II, 18. 
)^iir-a, I, 78. 
KJtnóiX'Ky I, 90. 
njtTCot.pÌ99't'{^ . ^/m^v^*) . 
ì(jÈKatpfh''ti I; 78. . 
xjiira, 1, 101, 132, 238. 
j^*ir-« Miri), II, 142. 
jtféir^K, j^éw/9-c, I, W- 
x>l^a,««jq(, I, 46. 
j^c/»ff/«<#-a, -c«, -c/a, II, 76i 82, 128. 
xj%pk99y niBfàn, ^pé9B, I, 56, 110. 

xHpò%xj'i, xJipHXB t, «ce. 1, 162. 

^pd€k, xltp^XétJB^ 1, 162, 323. 

i^itpl^ovj I, 46: II, 104: j^i^^hI'i ivi.: 

1^^1,1,15,56. 

t^tprò^je^ H»ie,x;>/>T^'«, 1,56: 11,136, 

168. ,' . ) 

»yitr«6 (= xeW/la), I, 240, wc. 295. 
HJi^iB, ^Ì9iot, I, 69, 134, 236; > 
ìQt9i6ije, xjt9rl99 (itfl^^ivcf). . 
)^ér«^c, }^'irc/ii0, 1, 304. : t 

i^ÌT0 «, xjcr0fi{-«, n, 98, 106,. 118. 
^jè (xè, r(è), f, 212, 215y 312:^11, 

28,44. .-'.M 

itftAlit'i, I,. 175. \ . r :. ( . , 
xJbXì-ìJb, -^JB, n, 114, 186, 201. 
x/eycKcVe (▼. xJfMl^«) ♦ - 

xj€pdpi*'ij9^ >^J9 {xjtfdpétjw), I, 41: II, 

104. 
nJBpó'ijB, -yj« Wij^^i/a), I, 44. 
xJBpvii'O. (xep9${0(), I, 56... 
xiJW*), 1,212. • ! 

20 



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o<J34)o 



»/i-Ì«, -irf«, I, «r, «W, 841: f^lf0^, 
841. 

Mjiì^, I, 78, 116. 

xj^a-c, itf«'f A-i«« ««i^lei I« ^4, 108, tOl. 

7tjinj9, % 898. 

^H^j'a, 1, 88: n, 149. 

j^ij^c^-ot, I, 88* 

j^ai^cp-< (^jiXt&p^), 1, 4S. 

«iOi'M, 1, 141. 

rfiXi-€J9, ^J9, 1, 139, 178: n, 18, «M. 

j^/f/a, -i«, I, 8S. 

^i(ifd€9-iy 1, 188. 

^7»T0, 1, 37, 188, 171. 

»icir«^f*-f , n, 112 (]^/ffim^fo«i) . 

jr/di/-«, I, 89. 

j^fr^-te, I, 83. 

j^«^, 1, 181« 

xjtpi^ov (f . )^c^-ou), 1, 181. 

j^i^^i, ìjtpé^-'ty xjipòv-^f I, 48. 

^£M, itfVr0, 1, 298: II, 139^40. 

jtf^vfflc (t. xAl9(-a, -N«), il, 98. 

»Ji9h '^i^t^y xi«W«e,1, 83, 199, 918»389. 

yjÌTf-i, j^ÙT«a (v. xX/t««), I^ 79. 

xi/fT-t, n, 94, 181. 

j^é (xJÀ), xeidk, I, 311. 

i40, 187. 
j^Ò99, 7iié99; I, 39, 130, 148. 
xJUtf, 1, 39, 130: II, 188. 
xioùatJB (l= xJloiiee-H^, -irff), I, 89, 88, 

73,338. 
xjom6~Tftfi9^ *X</**9 )tfovx«V^l^^tM 
xi«01-c, j^»v (itfM, 1, 69, 114. 
j^tfO/ic-Joe, I, 66. 
Jiiùùfi9ift (xAov/ui9rri), I, 66. 
}^ovp^-ce, II, 166. ' 
Xj#WTéT-t, -li», 1, 83. 
xìovTf , 1, 187. 

x/«^àf-i; n, 30. 

^jvpétje, I, 83: j^'u^ {tJv^M ifi; Ii> 

300. 
j^ù^/»-« (nj^ùfipa) , II, 186. 
>tf^«e (▼. »fU^), I, 83, 309: n, 33,. 

40,44. 
xj^t-t (== jtfinO, 1, 79. 
xicAie (x^), 1, 3U; 
xf5|rf>-i, 1, 78. 



x<C-«, «<c{:-« (xiMt), 1, 114c n, 68, 118, 

139. 
xlutfffvf Té, n, 38, 61. 

x<i^c-i«, n, 88. 

*im'$ I, «la^e, I, 38, 43, 137, 164. 

mXii (x«JLl(), Ht 193. 

ntnéatjt (T. x9véutj9). 

Mp/dX-H^ I, 78. 

xé^-t (xé^ve) . 

xrré, xlre (xfré), I, 316. 

xlr<-<. II, 9. 

xéWè), 1,313. 

xéyx-« (f . xi^«). 

x«-id,-jò, 1, 311-n. 

xf3<-5f«, -cijf«, «tStM/if) I, 101, 148, 

342: II, 8, 36. 
xt3<ae, xfK>f , x«ddd^f , I, 101. 
xt>tf<-«, 1, 163: xfj^a, x«xjti:/c««9 1,303. 
xéUM, I, i49, 341. 
X6i</S«, *xel<c;e, I, 64, 340, 398. 
xfl4», xeAéi»»e(xA^), 1, 184: 11,18,197. 
xtli(, II, 191. 
xeAéf-t (v. x«l#fO« 
uBh^ipt^ -Ì«, •«, I, 99. 
xtJ^;^, II, 201. 
xflAdyjcy-i, -it«« {tuàitì^f^i II,68i 
xeA^^'f (= Muie^t/i, ^>),' It 87. 
xtl4f9cMe (x^óf 9€Me), 1, 218: II, 17B. 
xeAtvAvf, 1, 79(KtI«t9«M). 
jté/«6-a (x^/»6-a), 1, 88, iia< 
xe/ui£9s-«, II, 166. 
xf/ui6«W-«, 1, 163. 

xf/t6^jV, »v/4, x«/ift6tf^cfct I^ 87: Hf 83. 
ìtMotS€ (x«Mbr/e,' xtfiNbte), 1, 110^ 

x6ph^ flt \X9ihraBMIJ, U, ■*», *WI. 
xevtfàt, II, 46, 89 {ttBrtéu) . 
Xf9tfit«-t, 1, 188. .... 

xei^/K-i, 1, 189: II, 183: •- 
xeyd«-if4, -1^, ««f 44^1, 1, 189: II» 38^ 
180^3,280. 

x#ir#ó-««, -T«, ««r«wi»^#, I, 86, ti» tfll: 
n, 80, 61, 116. > 

X0XOVTO^X, a, 88. ■ 

x0^-«, I, 88, ITT, 198. 

xe^/ui-t, xéplfib^^ xf^juì/i'-i, 1/69^ 943. 

xf^iW (t. Jt»J^/é^). 

xe^ic: xe/M^e, 1, 138, 3>l8y 28Sf,'297: 

ìi,l7d. ^ 



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o<m)o 



x«/f«utÌ9 jfff^vrt«> «i^/Mva-te, I, ilTT, 

178. 
x^iZ-a , ly 66. 
«f^v«Téve (x^criff) ^ I, SI, 100. 

«é^Tv^ («»i^wt), |i| 162-3. _ 
«i^T9eÀi-/e, x0^tv«AI/ui-Cy U, 162. 
MBfiTWifi-t, 1, 19% II, 162. 
«e^T«**«v^, -•«J»^,1I, 102. 

Xt9CC|jft (T» J^/4)« 

Kévéud'tj -fv, I, 308* 
)cf«#yÀ-« I, 52, 208 ii9iìm) . 

J(0«ftTtV^Ì«» III ^^<^ 

xe«<lT-4, 1, 70: n, ilo. 

«•ffca-i, M§9itf^t, «««irrH, i« 30:11, 88. 

x««rtiy-iot, 1,342. 

«•#«T0e», 1, 102, 307. 

x«rii, xerije, ««rèe, I, 800, 817. 

*§réy I, 210, Mgg. 

*§vì»j xertvi,.!, 267: II, 84y 184. 

x«r9iiif f^^TvH/«, ^cyie), II, 0, 22, 40. 

xiiyx-« (xàyxoe), 1, 177: II, 82, 142. 

m}/»fr-« (V. xéftkft): WfiiÌH^àpÌ9r 1, 133. 

xdif Jie, x»7>e <▼. xf ^c>») f 

x4,«eil,I^2ll-12, 

x/yyc>-^, H, 165, 

MÌA, xiàtfe, iiXàvie, 1, 78, ecc, , 829 (t. 

x\/»i/»-f»«Ta, -i««Ta (xJlou/Hi»$Ta) II, 78. 
xAè, xAév, ecc. (▼. «eA>, jeeléve), II, 195. 
xW^« (= «•Mtó*»)» II» 201. 
xÀ»a«-«, -«« Wi»««)» I, Ifc *ft, ^8. 
x>/««x«cC«, I, 309. 
xA<r«ex-9u, 1, 164. 
xKr«-«,I,ll,49,68,164. 
xXméwe, II, 201. 
xì^T«-«, xA^««x-«, I, 164, 
x>^9-oe, ÌYÌ. 

a«ù««V>, -yi«v 1, 52, «ce. C^. j^ì^ùouJb). 
MX0ùfH9tx; ec^. (xV^'Wf»*)» n, 1 48, 1 82. 
kXoùfi9irtT (v. yÌ9Ù/*«<r0,ir|V/iff$Te, ecc.). 
xAuT$« (5= xXfT«^ ^7?««)f I» llt 7?- 
x^0uA-c (▼. x«Oyx«vA<) j I, il|9. 
xod^vf , II, 62. , 

x4d^-fle, II, 65. 

*odo6tj9^ 1, 190 (▼. ^ìid9iii$) ., 
^»;><^ (x0de/!4a), I,. i 31: II, 139. 
xix-a, x^xx-«, I, 39, 64: U, 20, e^p. 



x^*-«« -f, x^xi^M, x4xxii, x4xx«vA«, I, 
39,112:11,42,112,159. 

X«XC^^X0, X0Xt^^^X-«, I, 89. 

xox«-V<«ct, I, 387. 

X*Xf-/$4»)(/i^ Ì?Ì • 

x^xx-«u, 1, 112. 

xoxé-i, atx^iTt, II, 66, 149. 

X0x«y^, ««xxfv&p, I, 112. 
xoxp^pi» ('piii)y I, 133. 
x«x0vT-«, -«C»» II» 128, 163. 
x4A-« (x(i/«, alb. sic), I, 346. 
xùXéu^ MXài'/Uy -««M, 1, 15% 304«-7t 
xo^ovèf, »oiJùb9^ ly ìfZ. 
xéJit(x^c), 1,224.. 
»*K-«, -ia, I, 224: H, 206. 
xoUvt (xoȣm), I, 2, 5. 
x«>#C/»-<, II, 180, 199. 
xoAovére, II, 24. 
«4/«ir'^, xóf^b^t^ 1, 78. 
x^y, x^yj'e, II, 60, 73. 
*ùìfdlÌ9By 1, 146. 

»0lfdÌ9fi»ùly X99Ì9fMy I, 99. 
Xétdpt (x^T/|pc), f • X9!ÌV<Ì^ • 

x«y4/ui-i, xoifo/tl'cty l, 98-9, 133, 184. 
X9««y-f, x«icoiv^9e, I, 160« 
x0ir^rc«, 1, 179, 
xoirà^»-<, I, 386. 

X#«é-f , -;|«, I, 175. 

x^«c-«, I, 337, 

x4|M«|T-( (x^^CTc), 1, 100, 158. 
xair£Jl-c, -Jflc, xtftr^J^c, x«ir<^-ff, -i, 1, 162: 

II, 82, 195, 
xMT^Tv-a, I, 312. 
x«ir^-t, 1, 183: II, 176. 
xinv-ot (xó/roe), I, 337» 
x4p^-a, 1, 120: 11,40, 65. 

XOpÌ0-^lfMy II, if i • 

x0/fff, -y«, II, 30> 38, 63. 

xo^xauloux'-ov, II, 201. 

xépittJKy I, 2^. 

x^péìftn {xo\tpém)y I, 51. 

Kopòv-i, II, 128. 

x6pK9, xòpb'i, I, 59: U, 44, 208. 

xóppt^'ùt {xóppél^oOj 1, 42. 

xópp§9^y I, 156. 

x6pp9 (y. x0Ùa/»«): x^p^afrS té, I, 326. 

Xéppixrùìty I, 164. 

x«^4-^, -(Vie (xMi^Tfé^e), 1, 197. 

X4/»«C/A, I, 811. 



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o<«3«)o 



xóo^, l, 114. 

x^/ui-<,11, 78. 
MTa-:;a, 1, 42: II, 60. 
x^re, KOTó^B, Ij 130: II, 144. 

xtfT9-C, I, 64. 

x4f««, xópfoe, xopcv->a, II, 189, 167. 

x^f 9«-ot, I, 65: n, 36. 

x^-ot, I, 328, 338: II, 20, 207. 

xó/r-« (t. xànvec) . 

xoC>, xoO, I, 67, 367. 

x9iMUff/&e, I, 14, 346. 

xova/»«, xéùappé (xòppe), I, 78, 128. 

xov/8il-ja, I, 344. 

xou/iiv-T-« {-if-«), xùvfitrròtjBy I, 822, 

340: n, 22, 30, 32. 
xov/SAi-«, I, 99. 
x0vyyé-cje, -»Je (xpuyxrfc/f), I, 99, 123, 

141. 
xovyxovX-t (xtfuyyouJU), -if«, I, 99: II, 

78, 148. 
xùùj't, I, 212. 

X9ìJ(Ìr6^9 (V. X9V(T4iJ*e) . 

xeuéJ«Tf , x0u<i/«re, keulc, I, 200. 
xwdvòijBj II, 140, 144. 
xov(;c>-c, xov^é'ije^ -vje, II, 138. 
x«w5«, x«w*-i, I, 70, 78. 
xowj (= xic; , xe/i', xJ), I, 211. 
xciie^e, I, 213 (xoOje, xoujcrtf) . 
x«u.<li#-«, 1, 180, 228. 
xoìHTó^je, -yJB (x9vjtó^'$), 1, 14, 99, 340: 

11,28,195. 
x©vxau/9^(xj-i, II, 46, 66. 
xouj^'iye, II, 26. 
xowJiTtt, II, 88, 149. 
xoxn^é e, I, 164, 340. 
xogx«wA-i, I, 344: II, 190. 
xouxavT-oc (xex9UT6e}. 
xovlàrr-* (x«unàT«i), I, 38, II, 180." 
xwXJ9TÓtje (xou/TUt/O, n, 157. 
xouAiT-a, 1, 125. 

xovAei»«id>-«, II, 167, 192 (xovXué^pa). 
x«wai<r«-i, II, 192, 
xeuXó-i/e (y. xeXgtje) . 
xouii5-ae, -T«, I, 241, 295. 
xouAoua^, II, 52. 
x9vX9Ùp9 (f . xoAou^e) . 
X9ul9uf e (f . x«>9ùicej . 
xov/<iè<<r-e, t,ié, 1, 110: II, 74, 80, 190. 
X9ìtiib6'49y -»i« («e/**^«/e) , I, 57. 



Kov/Mp-^ (xe/ftèi^), I, trr. 

x9v/iMpt^Ap-H^ n, I, 3. 

ìfmtfUpxj'^^ ìtI. 

jwwMcr-«, n, 28, 108, 158. 

x«w^^-y/t, xovyd«v«p, II, 144. 

xoiMfoc, x0uyd|pt, iwùvt^, I, 322, '381^ 

m9yìf4péxj9, ivi. 

xovvdpéXjy x9V9àpéXXift9y hrL 

x«tiyd!p«VffA-(, -;;«, Wi. 

«•v»4j9-« (xMpéMt, xMjp^^), n, ^. 

x«vvr^ (f . Kovvépv.) . 

«•t^^^, n, 181. 

Mév»9iìj^, n, 108, i5a 

Koùtt-^, -9r-«, x#Oir«^-ft, I, 52: II, 76. 
xovireT^e/e, 1, 161: U, 26^ 151. 

x«v)r£-«, Wm, I, 50. 

MOVnpìjé (= Xp9VKl^) . 

%.oypfi9XjÌ9i, I, 30* 

xtfv^tfÀ, I, 21, 306. 

xtfupxouA^f, n, 188, 201. 

x0u^, x9v^«, I, 305-6: ti, 110. 

xoOpf (-«), I, 334. 

xtO/ppa, xtfO^, xoùppé, I, 905-6. 

xoùpitrHj I, 50: fi, 38, 180. 

xM^^y-K, xoupóp~K, I, 51: II, 40, 65v 

xtfv^tfCAf (-i), xoloii^e, II, 180, 199. 

x9vpp9Ù99 (xBppoM), I, 157, 178: II, 

184. 
xovp9i^tJe, -tv/e (xop9iòé)j I, 101: II, 

197. 

X0U^T9Ì-^« , -f V/«, ÌTI . 

x0ypT€Ìr-a, II, 194,203. 

xowi-it, I, 78. 

X0U99&P, X9\M9$pÌ'^^ II, 170, 198. 

xev9€, I, 67, 212, ece. 

M0ì»9tgpi'9V , X9t>afC/B^-«tf, I, 21, 120,194. 

x0va(OuA-<, II, 158. 
xoOr-ay II, ld2. 
x0UTc-«, n, 30, 60, 63. • 
x9\ttoupÌ9 ^éa), X0ur«v^9e, II, 144. 
X9\JViÌdp^ (x9\jX9iiip9t)^ II, 167, 192. 
xoÙT(-t, n, 192. 

X0UpC, X«Uf/-»e, -TOV/9, H, 92, 151. 
xoupó/&-a, 1, 131. 
xpótb-tt,, II, 141, 
*pa9i6tj9^ I, 339. 
x^af ève, xpufò9pié ii II, l48f 176. 
x^X^'-i < « < < > «9 1, 133, 327 U*9f « ^^' 
Wi,e84^. '^ 



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o<||1)o 



*p€txK»9^p, *pmx»^, n, 44^ 66. 
»^XA«^ (•««/>» àpi), jfl. 
ZpiiX-«w,I,66,93,133« 
»f««-i« (▼• «^t«/«) II, 48* 
«^*«-j#, x/»<t-»if , v^^ 1, 48, 836: II, 
6,28,43. 

Xpé99fl$, ivi . 

V</"/»*» (▼• ^xpipi9fi$ìt I> 66. 
x/9f/»4«, II, 80. 
xi^i-ou (x/«i), II, <i4, 168. 
V*»«, Jt/»*^», It aOO: II, 76. 
np9r9à99 (x9pt9à9é)y I, 349: II, 8. 
npi^, Mpifé, I, 64, 140, 338. 

11,6,16. 
xpixfi^i I, 64, 69. 
x^MrX/e (»p9vnìje), I, 80, 87. 
«/>eff«T-黫, -!/>«, 1, 100, 346. 

V«VTe, II, 168. 

xplty -T«, */»^e-i«, -^«» I, t»8, 186*8, 

196: n, 134, 168. 
Kpm-béLpM I, xpu"^ I, 308. 
x^urrtvX^, »putàp*tj II, 168. 
xpit^^K (x^ovu^«e), II, 3M. 
Mpt/àbMd$, n, 72. 
xpifih^t (▼. x9pipt) . 
xptótjé, xpt'itv^if -oi«r-», II, 168. 

x/»!».., I, 67: II, 188. 

xpiwùij II, 210. 

xpi9/t^a, I, 68. 

xplant, II, 83 (x^tmc) . 

xpi99§rxpiT99, 1, S9S: n, 8, 163. 

K/»/«fr-c, I, 310 (X^wT^^ . 

X^T9«, I, 343 {xpi€9a) . 

xp{T«-«, I, 47. • • 

xpixtfie (^pijfi), II, 38. 

xpéty xpùiwy xpòi^t, 1, 80, 190: II, 73r 

xp^xopiìj^h h 183. 

X/9ÓX«^U, I, 106. 

XpÓp^K = XOMpÓpX, II, 76* 

x^rft»f^(x^Tii), I, 47. 

X^0V« <X^^<)f II, 114. 

x^v«-(ie, -i»/e, 1, 101. 
xpoxnxj'^aL, II, 801. 
x^ovic-tt, xpovKìj^yly 60, 87. 
xp^wvst^'m^ :x/99v«|x*0u, II, 49, 93, 96, 
180. 



x^(s=x^«),H46. 

xpùxj-K^ x^j^-««a, -«5:^«;«, II, 18, 30f . 

x^wjr-«, I, 83, 63 (xpoumt) . 

«^> «<^i, I, 311: n, 30. 



346. 

JUfc^/**, I, 847. 

A«#afh«, Jl«/I4«« (V«^4ff), I, 99, 134: 

II, 113, 140. 
Xàfiùup I, I, 99, 134. 
JUcyye (= Vàyy«, Xfné). 
XBFiiéif'ty JUexfVyff-flc, I, 46, 66. 
JUcye, A«yf Tf , ;^éye , ecc., I, 140, 187, 

363: n, 141. 
l«d^-«e, -T« (f . V«^*0 • 
U^, 1, 130: 88. 
Xàxep'ùL, À«x^-«, I, 88: II, 180. 
)àl*tL Qjéùjm), 1, 72: li, 100. 
Aoa</»-«, II, 96. 
Jbi|(iÌ*, ;io^ir^f<«f, Xetit,ifàp9y II, 116, 

178-6. 
ÌMpmàh'ìfx, II, 80. 
JUihr^, I, 36, 40, 88. 
1&4B (A/à-c/a, -yje), I, 38, 40. 

JMbce, 1, 137, 144, 172. 

Aflt^, >«/>y0u(VÀ^), 1,321: 11,2,102. 
Adv>T« (XjApf), 1, 11: II, 81, 168. 
Aa(^f9/««, XàprmiB (y. ijAptewfiBy ecc.), 

1,160. 
lim-i, Aà;-i, I, 31, 71, 343: II, 207. 
Ufce (Và9<«, V<c), I, 30, 239. 
JUcfe, A«f^«e, I, 68. 
JUcft«^'«6, 1, 68. 
Xtci^àv'tL, II, 167, 168. 
}j& (Aft, A9, 1J9) Vày'e, I, 127, 184, 

239, 246. 
ijeifiò^e (¥. Xafiòvé) I, 99, 124, ecc. 
XJeifidòtJt (= X«fidó^9)t I, 88, 99. ^ 
V«yy.(J., ('o(m\:,^ter^p€ Wa), I, 82: 

11,180,200. 
A/Ayy-« (-w), Aiéyye, 1, 88. 
V«yy^«i«t -»/« (A/«yy^ie), ivi . 
VM(f.Aéyf). 
>i««»<«, n, 44, 66. 



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o<2JS)o 



Ajatdl»« (X«»(<r«), yodMrf, I, TT, 141, 

241; 
XjaXji/i% {Xcdt/itl), H, •§, i»3i 
Vàijé (Aà«ie, XSt^J$\l, 38>40,140,187: 

li, 64. 
Xjéux'a, I, 37. 

xj(Kx/Ai/i't, xjotxfiòijB (xjùtxe/U/u, ecc.), 

I, 38. 

Atfltw, Ajuhepia, I, 30. 

)Jà»'« (V. Va, Xfi) . 

Xjaova^i (v. iaói) . 

Xjoip&vK-a^ i/ot^àrffx-a, II, l^, T4. 

Vàf»y-«» V«V7<*»Ì», >i 4«7: II,«,«7, HO 

(V. ià/»y«) ; 
;^'à/>e (Aà/)e), II, 88, «4. 
Aja^e, Xjetp6tj9y Xjtcp699y Xj»p6oiy I, 846: 

n, «4. 

XjùLpÌ9x9 {Xj%p69i)y n, TI. 
Xjàpte l (v. ià/>Te) . 
Xjótprtvpie, Xj&pTtipie 1, 1, 180. 

XjOLVTKp'i (ifltffT-), I, 60. 

Và*««, >iàa«Te, XJwiTétjé, 1, 167: 11,94. 

yf(v. Ai). 

XjU (v. Ait) 1, 1, 134, 172: II, 70. 

A/é-tfe, -tn/a Ui-«i«), 1, 1»*. ^'^^ ***• 

Jjcc/ui0y-a^, Wte, XJtip.09h'«, 1, 161,178. 

Ajix-a, -e?a aix-a), I, 132. 

V<y^(/«, 1, 173. 

V^/»« (VjJ, A?, V*»'«), II, 50, 69; 

Viwow/P-i, II, 195, 203. 

Xjtpó'9e, -V» (Aif^^ffc), 1,146: II, 151. 

XJi9i''i, XJÌ9fT9 {XÌ9ii)y I, 327: H, 24, 

26, ecc., 206. 
AytT«<-ffe, -T6 (v. AfT«/ffe), I, 46. 

Xjixip^e (Aix«/*«, V**Ì«) • 
V4x«» V«fe ^ V*3c-»«, I, «*» 70, 134, 
157,303. 

179,344. 

yée(v.A>J, Afi, Aài»*a). , 
Xjefidó-^je, -v/e (Xiecfid--), I, 55. 
Ve/S^T«x-a (V. /9«;jaT«xa) . 
XJefipó^Je, 1, 172. 
yayy-//Hi-i, AÌ6yy<J./e (v; XjyfflfHyttO.) H, 

191. 
Xjért^u (A>}yy«u), AÌtJyv«, I, 55. 
XjB^jivdUe, Xjex9vvd9y 1^ 134. 
XfeMvp^u {Xutoùpu)^ 1, 63, 135. 
Ajé/ut/ui* CA!ÌM<)> I* 1^1 298c II, 30. 



XjefTÓijé (t. A«vftH^f , -xìa) . 
Ai«9fWi -nie, I> 86: 11^ 7, 20» i^ 
V«fWT-«, 1, 173. 

Vìi (f . A«, Xf}l Aityyy^^HC. {t. Ai«yy-, 
XtrflpM)* 

V^Vr^Mt (AltMTfMc), I, 246. 

XJi^ (= AiA»«e, Aér«e>, II, 40. 

Ajì (-ou), 1, 134, 172-3. 

V«y/t-/<x, II, 69t V'^-dt, ifi. 

V«c«j'e (A^(nj«), Ajtvie, VW«t 1, 134, 242. 

XiUp^, XUp t4, XjUp9, 1, 146: II, «1 

Ixinjé). 
V<iM-a (zz Ajoia<«) , II, 66. 
V/y-ow i, V^xe (Afjci), I, 66, 196, 292. 
XJix9ttB, I, 167. 
Ai(/Ràv-<, I, 225. • 
XjtvAp-'t (Xtxv&pt) y I, ?98. 
Xjiifdttié, I, 285. 
V^y-c, AjVi (A^pc), II, 161. 
Viy4<^c(Aiy4c),I,46. 
V(i«e (A<i»<r6), I, 52 (V<i«e)- 
V'^-e , -«/«i y«inw (v.: Atee, AiW»):. 
Aic9r-« (Aùri, AOm), I, 52: II, 104. 
Xjtni99 (f . AitCiM) • 

Xji^ttie (XiiPtpL$ ecc.), 1, 142:11,52, 69. 
V(^^-«t Ai^^c/uif e, 1, 163, 175. 
V(^aèK^'Aa),I, 345. 
A/ìpe (AT/»e): XJtpò^ùihp^jty^ l, 53,172: 

11,23,176,190. 
Ai//>-t(v. VM. 

Xji99-t (A«<Ti»-«), I, 173. 

Xji9ió'tj , -vja (v. V^^</a) . 

Xjtftòijà {XJèuftótSé'U I, 300: II, 48. 

Xjó^é (Ac^e, A^), 1, 50, 162, 241. 

AJi^de, Aj(»^a, -re, 1, 124, 157 (A^e, Aé^). 

Aj^/-a (A(}j^'-a), I, 164. 

VóK-« (A^-a), II, 88, 72. 

XfÓ9e, Atte (Ai«^0), I, 52» 146: 11,184, 

196. 
Xjóre, A<^e, I, 50: II, 48, 68, 176. 

XjÓV^, XJÓT'MJOL, IYÌ . 

XJ0Ù0ÙJ9 (Aov«*^'e, -nt/a), 1, 50, 241. 

AJ9vlHa {XoM«\ I» 172.. 

Ai»u/Ì«-ae,-A, I, 53. 

Xjov^ot, (Aauy-a), II, 73. 

Ajouy-pu (Aovyx'*^), ivi • 

Ajo^Ac, -^ (AoiiAt), 1, 142: U, 38, 69. 

XJomX99Ì49 (AovAe-9^e, -^^ie), 1, 142. 



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o(Ml^)o 



A/#^/i« i (AoO/uid) I, 62: II, 64, 116. 

>J0^90j XjoùfBy -c^Bie (AoOrTc/Ké), I> 58, 
113,330,269:11,8,8. ' 

XJoufrSip {écpt)y I, 20 (▼. Aouftól^. 
ìjùtije (luf^e, A<«v/e), 1, 134, 242.' 
>è, Vi, I, 285: II, 134, 170. 
Aéc I (-ou), 1, 134, 172: II, 70. 
Ut (Xjà9ie): Xit (AjO, n, 180, 178. 
XtfipòijB (Xtupófjé)', I, I», 172. 
Aic/ft-«, -<r rè, I, i96. 
Aif f e, Jiitx« (Aéf 9, J^i;t«), 1, 65, 134, 844. 
XnJàv'h A<Ìiy-<, I, 36, 66. ' 

Xid, Xii'iy 1, 42. 

Xt^évJBy Xt^ÓtT'ij Jlf^9Vf9*(, I4 265. 

AiM'6 (V<«;e), 1, 15«, 172: II, 80, 148. 

lix«{<, lixxa^c, I, 300. 

Ai}^f , Aixy-c, U, 184, 166. 

>éx-e (-x-«), -t;* (A;<xa\ 1, 182, 809. 

Af x#u^o( (v. Xuùxtpa)^ I, te, 135: n, 144. . 

Ai/*6-i, I, 80. 

AImc, Xip'àt, Xipp^m, I, 36, 85 (XAm). 

Aéyd-a, -e, II, 2, é. 

A«tT«J-i, II, 86. 

xtpitjB i>jtpàT^9\ n, 28. 

Jlfffé»rff-ac,'I, 42.» 

Ala«-i (Aii<T<-0, Il 199 (Xl«(tf): II, 206. 

^Ts<-9e, -Té, I, ^« - ^ 

Af^£»-«, n, 82. 

XifeyXix9(y>^i*f9^t.), 

XéfB-xé, Xixe Wly«i XJix^ «,I,64, 184,- 

157. 
>ix«ii»« (Ai^/e)^ I, 44, m, 172; 

Xvfiàt'tty Xéjié^fi^t, Xèfidéijt { Xafidéi^Bi 
yjécfid'l I, 55, OH: A, 14) 18, 174^5^ 

A«y«f-^, II, 191. 

U9iòijé (f . Xf$9i6is^,^ H, 7, 196. 
>«fr^i« (AjVfr^'tf), II, 88 (itfvfrd^). 
^9» -»Ì« ì(^i<J,'VA-»^, «ce.)i 1,127, 154, 
239,255:11,80; 

Xfnfov, XriYfòffti xiirftpttii if 55k 

Xfili^i, lit^fi'i Wl/*/*t), 1, 20, 206, 
A>i/»a«-«, I,-344. - - -V . , ì ... 

il, Xjt'^ow), 1*^84, 172-8: H, 164. ■ 
XifiUe, I, 111. 
>/yi-« (Ajìy/a), H, 69. 



Xcfjtpàx-fK, Xt^tpéi^je, I, ^ 148: li, 190. 
Xtfjlt^y -c^M, I, Iti: H, 80, 148. 

XiyoM l (A/xf ), I, 66, 196, ecc. 

X^^9, X(»e^ K<^e«i«, -<yje, I, 42, 74-5, 

116, 137, 233. 
JU^t^a, A^^«r-c, I, 156, 181. 
JUc-i«, I, 52. 

JUi-i(fe,iap, >7-vÌ9,-1, 127 (f . A/é^e, •€€.). 
XupòytJB^ Xupóve (v. Ve/»-) . 
A£»f (▼. X(^B) . 
A{xi-e, -«, I, 76, 116. 
ÀJX0, 1 Ac'yov (V. >i<x0 ecc.), I, 66, 127. 
Xtxoùptt {XJBxoùpa)y II, 144. 
XIXkxb, n, 140. 
JUfidcy-t (Xjtpiétu) • 
Viin/'Tf (XJBpn^jfJtTB , >>»/»/"), I, 199. 

V<if/>e ^ II, 191. 
A<>t<»nJfe(Aic/<t^j>), H, 130, 164. 

Acyà^i, =: Ac^và^t (Y. ijivàpi) . 

JU'v/^, II, 161. 

Ac«-óc, -«uà, I, 46. ' 

JU'»t«l (rè XvT*), 11,161. 

W9« 0Jó9B)y 1, 146, ecc. 

X/«t«-c, I, 156. 

Xine, -ijd, A^inre (V^mre), I, 127^ 137, 

150. 
A^ir-c (Avirt, V^iri), 1, 905. 
JUTTT-via, -ie, 1, 134: II, 174. 
Xiitla^B, -c/uie, 1, 163, 241: 11^ 148, 176-8. 
Xémó^kf Atn^ff/ie I, ivi . 
Xlp-i (Xhi, Xiipi), II, 161. : 
XlpB(Xjìp) i,l,n9,Ì7%i 

XtpóvjBf\\ì, .' . 

XiftpLB, Xttpi'd I, 43, 142. (V<H • 

Ac^ae, 1,345. Wc^-): 

A/ff-«, Xl99't (XJÌ99Ò, 1, 178, 198L 

XÌ9X9Vp^ II, 58. 

Acri, Acrc>i , ÀcWitf eri,. II, 138. 

>i;^à/»-c (x(>voc/9(), II, 138. 

>9yx/<«^« n, 186, 201. 

Wi&9e, I, 38, 71: II, 128, 168. 

Xcji-u, I, 71: II, 174, 198. 

Xóìb, Xò^b OióSoMp),'ly 124, 157, 347: 

11,195. 
Aé(i/>-K, 1,162: II, 84,170; ; 
À^<f(6x-<x, 1,164. 
Xó^B OK), iji<ke)f I, 50, 162, 241: U^ 

170- /' .:-■ : -•--.. 

>^ir-«(X/iw-«e), A<Jir«e$«j 11,72,. 
>9ff«T-«, I, 74. 



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o{240)o 



A^f«t, Xé9tTé 1, 1, 168» 
XÌT€ (A^òrt), kórf = X6nT$, I, IO: II, 
17«. 

Aouò<-«, II, 20. 

A»uy-a (A;«wy«), II, 60, 73. 

>«óx-«, Iowy-*u, i?l, 73. 

XoùX'9 (-ij«), 1, 14S: II, 69, 140 (V««^)i 

190. 
Xoùfibt/ie^ Xort/tbepi-et, 1,63,112: II, 16. 
Xoù/ibovp e, Xov/ib9i»p6ifJ9j if I. 
JloO/re I, I, 62, 207: II, 132» 162. 
JLou^Bi-c, I, 38. 

Aou/uiW-«, l, 112: II, IS, 162. 
A9Ù/ui9Cifi«, 1,304. 
Aovire, I, 172. 
XmtfiUJe (ovXovp^UJBj rtf«), I, 99. 

XoVTXtlA» (ItfUVf, eCf»), ÌJ9ÙTT9fUj I, 

53, ecc. 
A9ur9-a, I, 88* 
>o<^^T-«, I, 65, II, 178b 
Àaufró^, À9UfT«rft^ («i), I, 20, 162: II, 

124. 
AowfTÓ-y«, -15/f , I, 57. 
X^ttfrièfi (-t)^ II, 132. 

/«À,/(««, 1,324. 

/.«, fià (= i-tà, Ai*i«/»«), I, *0, 72, 324. 
,*cc(=:,»9), 1,21, 167, 316. 
/locfipi'K (-ou), II, 178, 199. 

/IKfipi'-OB , '9fK$ I, if i . 

/*«yyouAl,II,44(T) 
/jLmyJ&f>-t, II, 60, 73. 
/»«x/«-x, I, 120. . . 
/iói-oe, II, 38, 52, 69. 
/»a^<-Ja, iiaièti'ày II, 203. 
fi«^<«(Tc-a, /utoi^co^la, 1, 168; 

/«à^-e, -e, /Mé^0t0 Tè, I,«^ 71, 77, 167,; 
187,201-2. ; 

M«^^(f.t.)II,28. 

|Me5iW-9u, I, 200, 227. 
Mài, 11,30,63. 

;*à4(0/«>iA.),>Wu(é/**à*-ie),I,61; : e 
f^&^j9i -vje (/Mai>|e), I, 37, 71, 15K; 

/mituiii, /(toulcyà, I, 324.' . r 

fiAif^ {fi&t/i9) 1, 1, 37, 159. 



/UC^«VVf , II» 58* 

/MUofc^, II, 48. 

/.éXic/M, II. 80. 
/MtVt««w-«, 1, 166. 
/MOeyyii^'e OMtWl^e), 1, 82. 

IUiX$xóij4 (f .. /ftcclK^if, «-^yje) . 
/UUl-c,I,ll,21,197. 
/uU-c, I, 21, 36: II, 32, 204. 
/uUxécv-c, i, ItMS. 
/icOxH/i» -«l>9 II ^05, 141. 
/ftcdx-«iMe/i«, r«iM^«, II, 195-6. 

/iéMÌ-*(t.i»éJiO, 11,36. 

Aiàv, II, 166. 

iut^diX-^j II, 34, 64. 

Uta^dtàp^ II, 40. 

/!«»« (=S / dtff), I, 304, ^2. 

/ftàv-i, pLé^td-i (y.iiiifn)m 

iKoc»WV-t, II, 106, 157. 

/fti(v«u«c«i(/f , II, 165. 

/MVà-f , -€-•, II, 34. 

/MV7«/»iT^, -«iP, 1, 161: U,(|0, 174. 

/Me^'ovir-«, -c«, /««^'vire, «CC, I, 65. 

/M^C«C-«, /Koe^9<-«, 1, 163. 

/Mc^Ì9$r-a, I, 158. (cf. /MC9-tO> 

/uà/»* {e/ifiApe), I, 62* 

Uapit'ot (-y«): UÀpo^tt,, 1,193: II, 82. 

fiàp/M(^«, fiàpfioup~tj I,.1^::II, 132. 

/Utp/»e(/#o^,I,133; V. 
ftttpi-tje^ -itjey I, 62, .149* 
/tà/)/»-«, -r/«, 1, 160. e, 
/MV/>f «£-«, ftofip^irfc^ I, ^93. 

160. 
fMft/./fM,W,t6Q.Jfc:2«l4, ; 
A«i/^/^ W«), I, 61, 86, 128, <J4, 23^. 
nApfi^fii^i, I, 996: fió/>9«c,4v|: II, 18. 

/utprip-t, -£«, -i»e, -é/'?; lì 5p), .145. 
iMpt6ii$\ *vìa; ]tìi6a, 329. : . 7; . 

/t&a (/uici); 1^.113, i55: U, 205. 

/MÌ«(>/MC«,'^, «ài), I;31^. ' 

/Aowttvdài, /t«^«iw4«, 1, 306r7. . 
Mà^, A»àw, 1, 35, 89, 14a,Ì|l, $54. 
,111.4,1, 355 (=ir«rai),.Il,i#. 
/ftà«sie#vÀe I, I, 86, 4161. ^ 

/àm9trpitUyl^KUtfii^$ [p»9tfi*% I, 204. 
fMT-flc (/lave), I, 35. ^ 

/iùt.Ttipó^Je , -»if , 1, 143i 



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o{J41)o 



Umrjàn (Moér-c, -/«), I, 158. 
/«àroula, II, 18i. 

/*«T«t-i«, /*aT«4x-«w, 1, 164: II, 57, 84. 
/»«X«A*« (▼• /«««/«) • 

II, 196, 203. 
>W. (= efiibài). II, lai, 168. 
>frà-i/e, -vie (▼. 9/ibóttjBy f/i6ft»/«), 

Vdó^ (= /»à<, «««) . 
>Véae(f. e/ibji^e). 

II, 64. 

>M-v«, -re (f . «/R^ive, -!«♦«) . 

•/c6/(e^6i), 1,27,818-9. 

>Ò7-Je (f . 6r»/«). 

>òr-ie, -»y« (y. tiAÒuJej B/ubi^-at, -re). 

>frJi^-^«, -ir/i («/»M^«), I, 45, 101. 

>6«^cÀ9e («/ui60^c^w«): >6«^c>f (e/uiòo^/- 

»a) . 
'/tbcvXjóij9 (e/«6ovV^^«, -v/e). 
^fàbpédKoc (jjipàK9t) = )r^^« . 
'fibpà've (=^e^ff«), -$e, 1, 61: II, 59; 
Mò^^flc (= M «/)/«, Ma^'a) . 
/*i(y«, /»j<4.i«, = /^/«iVe, -Té, 1, 79, 294. 
/ir/àAe^, II, 182. 

/KjàJLerff-a, /vjocAtvcCm, I, 79, S44. 
m/A>t-i, -cr O^/ìUt-ic), I, 294: II, 122, 

161. 
ltjaovXÌ99 {pitet0ìtXÌ9$)f I, 14. 
/Ajiyyoul-fie, ftjiyouX'^y /ut/cyovX^i/e, -»/# , 

1,70,^,82-3:11,126. 
/i,iéx^-at, I, 98. 

/ijiXXe, /ijiìj», piJiXye, 1, 40, 123: II, 58. 

léjipyouX'K (/AilvouJla), I, 70, 80; II, 32. 

,»jipB 1, 1, 133, 324. 

fnjipewi'OL, II, 104. 

^é««t, 1, 134 (/té99e). 

/<tii<rcT/)-c, II, i97, 204. 

/»ÌiT.«,/*Ì<TT.«,I,44,61. 

pid9Ótj9 (V. /iBtwóijé) . 

/it, 1, 11, 315: /«f , /Kc »^«, /M péé/)e, I, 
268-9, 301. 

/AC (▼. /AOW«, /«e). 

/*èO»«e>), 1,311. 

/Acàve Otii-4ve), I, 301, 322, 338. 
jttCdéfT (/utl-dffre), I, 305. 
/utc-yS/acm, 'fidine j 1, 104, 305. 



/»«yx/«»<-J«, 1, 107. 

/«^f , I, 6, 216. 

A*a^« (/«l^at), II, 112. 

/utpi'-m, lAttfòtftfne ecc. I, 133-4. 

/t«-CJ, /k»-/i«C^, I, 305. 

Mict(v. /.</•). 

lni'KÒxé (jRé «óx«), I, 338. 

fiiA-«, I, 186. 

/«aj-f, -re (-ari), 1, 157. 

/*i>/-i, /«at-. C*iiV-0. -«1 -i«» I> 36. 

fuXjÌ99f /mXJl9$y I, 241. 

fiiXXovp, I, 177. 

/il»-«, Aiiv»-«,1, 47, 127, 176, 198, 306. 

/utcvàr-n, /Kcvàre, I, 141 Orcmcttai), 309, 

338. 
iBiii»«Te, /»*wie, I, 42, 157. 

/UvTB, -J«, /ftéy-T0, -<lcjat, «de, (v. /Uy-fle), 

I, 306: II, 30. 
P^*éi^$, /KivW/ii, 1, 198, 284: II, 18. 

/H¥T^fi€pÌ9\t ('^iptÙM ?), I, 133. 

fUrrfiiie e, II, 76. 

/ti^e-tie, 1,119 (/«ètT«). 

/Rtp-yóc/tf, -x^c/e, 1, 123, 141. 

/ic^C<-»0, -re, 1, 134. 

/tf^^{T-«, II, 48. 

/M^{^, /up'ò^ie^ -^f/te, 1, 133. 

/fti9-t, -r-«, I, 89, 305 (/aì««). 

IkwXtJty I, 338. 

/tuv^^e (frf«-, 6c9«-^*e), I, 61. 

;U««f (▼. /utl<r-0,II,59,8O. 

/ié9$-a, I, 86. 

/céra, I, 310. 

/itroc^liB^ I, 317. 

/uifT0(v^-«, -li», /HieT«»di««, II, 1, 4. 

/Ktr«9(x4y;e, I, 317. 

/Uli rè X9T«, /KCX^Ttf, I, 130. 

/«è (='m**). 1,315,319. 

/«e (/«•'>«)» I» 216. 

/i$^ *itb$ià (/uux^), /*eM»Jc-re, 1, 201-2. 

faeydiv-^e, II, 48, 54, 71. 
/»^^« (▼• /««h7«p). 
/«•yv<5«i« 0*»W*v/«)i I» *23, 141: II, 71. 
/tt<x«r-jV, -«« (-0, II, 178, 199. 
ftfxaTvA^, II, 18. 
/tBxarpófje, II, 178, 199. 
/ut«>Ày-ot, I, 40^1, 55 (/«>^oe, /ctuA^yot). 
t^BXjitJB (f . ftbBuXfóje, fiovXfó^'B), 1,61. 
21 



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o<242)o 



/uieAjT«f-a (V. fjiOvXJTiiou) . 
fAeXévJ'OL (/A«Ji«iy^oe, /uitfvÀivJoc), I, 45. 
fieXoùur^Bf 'VJB (/iOuXoùottJà) ^ bXo^x^J9^ 

fteylÌoc9$-c, /JLevd&fviit (v. /t9utfà9|c). 
/i.évde, -joif fiévd^t (f . /uiivo(, /klyrtf) . 
/<éyt(/xàvt), (v. /«>Jw-i). 

/Aev/-a, /AeyTje, I, 21, 56, 133, 162. 

fiéitté (/ti|i»Te), V. /»!»-«, /uiivre). 

fi9péLJ*9y ftépùLtJB (-«), 1, 77, 255; II, 182. 

A«e/>eéva (*/ibpài9e), I, 61: II, 59. 

/Ae^cx0vAc, II, 16. 

/iepi'ot (y. /cevcflc), 

fABvAX'Oiy /ui89aóJl«, II, 118, 161. 

fAevótj» (= 9/in99Óij$)j I, 62. 

fievfcxe, I, 63. 

fi99iòii9y I, 55, 110. 

fiBrvòiJB (ii9d9ÓiJB)^ II, 158. 

160. 

/*eff$Ti-ffe,-re (v. ire^^W-ae, -re), 1,63. 

fiB9irùJB (jkbvìvìJb). 

Aijj (/.ót), I, 21, 55, 167, 316. 

fnfn^p *» Hi 1*» 15. 

/«>}(^e (-1, -a), I, 55, 113, 155: II, 205. 

/«ii^/*-«, -B^^L ifiiitpLfn), 1 115, 165, 194: 

II, 80, 176-8. 
/A«)y-< (/uiàv-c), I, 313, 318. 
fii (= Bf,bk, Bp^pì): ,AÌ (= /*a), I,'216. 

fAieiovXivB (yui/oeovA*) . 

/urcdcfT (jutè-défrOi h ^05. 

/*i/9-c (= /diou), II, 149. 

fiiyxo, I, 119. 

fAÌJB(y. /li^B). 

fiiioiXi-x (v. /ccÀa^i-a). 

/A«f<r^/7C QjLid9&p), II, 110, 158. 

/Ai«5- dira, -vara (v. /unca-dlra, ecc) . 

/*t«A-i, -IT, I, 40, 44 0*a-i). 

fAtipt(y, fijipe), 

fAtta-dtr», -vara, I, 89, Ì33: II, 104. 

/*<^«, 1,75, 1i6:II, 140. 

fii^ip-i, II, 139, 170. 

fAUj'By't^ /Aix/wi-a, I, 72, 163: 11,42. 

/Aix/c^l9(re, pHXJi9Ì9iTBj I, 158. 

/*»xf, -ja, ^ixi-ja, I, 20, 72, 163: II, 28. 

/A<'x-ov, I, 163, 184, 326: 

pLtXu^i-a, I, 99. II, 182. 

/*«Ve(M(;«)iI, 171:IIy73. . 

f^ìXe (szi'/utòcAe, e/AfiìXe, €p.blXvJB), I, 61. 



fta-c, n, 38, 65. 

/t//(=:^ai«), II, 60,73. 
/it-ou (/»r), li, 56. 
pLiptfiXB, I, 304. 
fi^/>« i, I, 127, 133, 303. 
pnpB'bàt9'ty -òòv-i, I, 133. 
fltpB'bà»/tiB , "bévpkB , i ? I . 

/uic/pó^e, /uic^ve, 1, 142, 175. 
fitp69pnr rè, I, 175. 
/iii9y6vJBy II, 141. 
/«iiaa4-4 ipif'OL), II, 88. 

ft/9X-9V, II, 157. 

fi(9fi-«, /i/««-T«, I, 86, 140, 326. 

/<l9(XÓv;-«, fl909«XÌwJ-X, I, 53. 

/»c9«x(Jv;e, II, 141, 157. 
fi(9(vóije, 1, 140. 

/tC9T«^-«, I, 46. 
' /afre, i /A^r/Ai/a, • /uttrouve, /mmt^«, I, 74, 

116. 
pufBx&p (ffiftvJB), 1, 162, 179. 

lAlfB (jilxBf), /*tfOW« Ouif), ivi. 

/AiXoevc>-«, I, 46. 

/MÓrJflc (?. fiBxótr-jx) . 

fi>ó>a (▼. /^eAàya). 

/a^<;« (::=r/ibBXjòiÌB, piOìàXjó^B), 

flXoÙKtJB, bXoVKiJBy I, 61. 

A*v/-«, /itvl^ce, I, 83, 165. 
It^t/i6p€'ùi^ I, 88. 
fio Quia, /ió/ipiB), I, 324. 
/tV« (/*(J>«), I^ 13, 71, 80. 

t*.6j, fiòJB,l,Z2ì. 
flÓi-OLy fAÒiovX-^y 1, 178. 

li69o\rfx (fióeouXx), II, 195, 203. 

/A^-i(/uoùa;6),I, 158, 216. 

p^t (v. /uiflii), I, 337. 

pi6xep'<Ky I, 342. 

/A^A-a (//(3A-«), I, 39, 46;'II, 210. 

/A^Ae^a, II, 120. 

pLoXjifB, pioXji'Oc, -9«, 1, 145, 163, 337. 

p.0XJxÌ^9By piOXÌ9By 1, 145^. 

/«eAtd9-a, 1, 337 (fioAtTra) . 

pioXojÌ9B, I, 98: II, 20. 

/i(i/»e, /«tV/*«, I, 72, 115, 324 0(i>JM/*«)* 

/A(J» (/*CÌV = /AÓTI»), I, 99^ 194. 
/U19»«9T»>-C, I, 15, 338. 

/A(5.»ed,II, 110, 159. 
/ut9v9iràT*«, II, 159. 

pL0V09&xj't, fkOVOTtCUfjty II, 130, 165. 
flOV99TpÓfl (-«?), II, 110, 159. 



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o<243)o 



ft^y<»v, I, 303: II, 118. 

fiovoxjoréutjt (v. fiof09XÌL*Ji) . 
fiòp'tx, I, 291. ' - 
fi6f>x (i*&pp9), I, 238, 294. 
fiopk , I, 323: II, 74 (òpk, ^pk), 

fAÒpT^JKj II, 145. 

fiòi (fiàt\ I, 39, 102, 312. 

/MÓtfX-OU, II, 187. 

fi09'vjàn, '•yjkpt (-«iéw), I, 211. 
/Ktfw/tpZ (-du), I, ifi: II, 195. 
ft<)v9<,I, 349:11, 92. 
^órep-oc (jAÓtp-tK), I, 72^ 115, 182: U, 

44, 106. 
/A<ÌT-« (pi. iHMJTTe), I, 39, 99, 158, 178: 

II, 80. 
fiórpe/iB « l/iórpùc)^ II, 84. 
/ui^{é/Ae e, 1, 160. 
MPÙ(=A«0,I»311. 
/*«0 (= /*•««), I, 216, 301: II, 18, 32, 

48. 
po\M.y p^oxn^ ivi. 

fjLòwKJBy fAovmjé ifiéi)^ 1, 158, 174, 216. 
pL0vajÌ9ifi9^ fioÙKtvifte e, I, 174. 
ftoùocp, (1= piópt, ▼. /lippe), II, 170, 195. . 
fiovY/ótje (v. fAeyyóiJB) . 
fiovyyou (fio(r/xé), I, 82. 
pLOitf/pi^e, I, 82. 
fiovv«T6, fjLOÙy-'OU, /uioux. I, l3l. 

11,98. 
lio\jdà9^t [ftedéfLQ^ì)^ l, 45, 65, 82. 
fioudvoupivé ^ II, 86. 
fi©wii«, /*où»;6, 1, 4Ò, 47, 51, 130, 300. 
/uiov(-9$a, /Aout-ra, -t«ov, /uif-/utoucT, 1,47, 

84,300. 
/AO'jcrcca, /i9uyr«to(, /ut9Ùv9«ca I, 296. 
p.^Mir&p, I, 162 (/uttfvcr^jSi) . 
pLO'Jxàr-i (/texàre), II, 199. 
/ueuAay-flc (v. /AeAóyoe). 
/toìiXjòtjé (v. /leXJótje, 'fibovXjótje), 1,61, 

125. 
/tovXJTil-ou, I, 123. 
/(i«a-«?-a. -«?-«, I, 124, 347. 
pLOuXh*'J» (v. fjieXivfu). 
/lovXifitt , II, 1 67-8. 
fitfuAc, //ooìit-v-t, -^-c, 1, 61: II, 112. 
fjLovXoÙK^iJe, 'vje {bouXoÙKtjé, ÒXóùuiJb), 

1,61. 
j»ooAff«i-a, I, 123-4 (^oo>T5t»u). 
/loùvje, iiowje, I, 40, 47, ecc. 300. 



/A0Uy(fe(9(-l, /A0VV<làf9(i, /Ql9Uy<fflt«€T0 (/ui6- 

d^9«e, /uiey<l«9«e), I, 45, 65, 82: li, 

132. 
/uiouy, fioùv^de (jioùvr9\ fto\jitdJ9^ 1, 51, 

73, 270, 296, 300. 
fi9<t^dt (= //9ù»;e), I, 47, 51, 180, 270: 

II, 57, 68, 74, 168. 
fttfvvd^-t/e (/uttfuvyóc/e), -vja, /lóuvdifi't, 

1, 130, 340. 
/iouv«/*a, I, 40, 47, 51, 130, 270. 
fi9\i¥vi/ii, /touvvóiJ9, 1, 130: II, 18, 50, 69. 
/c9uvv$(« ecc. (▼. /AO virata) . 
/MOuvrAp (V. ftowr&p)* * 
/ui«u/)jiA-«,II, 163Ì 

pL9Ùpdi0ip^t, fiovpdiép'ty II, 96, 106, 163. 
/*o0^e (-e), II, 28, 58, 70. 
/lOÙpx^B, /Aoópy-tfu, -«, II, 163. 
/iovpiA9vpt9ey I, 133: II, 1, 3. 
Mou9x^/SaT«, Mouvx^^c, II, 126, 128. 
ftou9sx-a, I, 294: II, 158. 
/i9M9ixjippoi, fi9V9itJippx, I, 68: 11,205. 
/ui«u9$x6yc-a, /utdV9«xa/0c-e(, I, 86. 
fl009iXÓ'»j~K (/*ia$x-), I, 53. 

fioÙ9in-ov, II, 108, 158. 
fi9M9xéL»j-tjàL, -«, I, 52t n, 84, 212: 

fioua«T«x-ou, ivi . 
l$.9\néLfi, II, 58, 72, 157. 
j*«uT-i, I, 74, 115. 
/idwWy-i, II, 210. 
/A«wyiuA-^yje, "ouecvje, II, 98, 154 (/dtfu- 

xou>-?) 
fip&fi^cc(i:znpAfMi::ze/ibpafjM\ efi6^/*«). 
fiLpécKot, (= TtpAnet, $ithpémoL) . 
/ipkifiopky fipk, bpk). 
fipkvy fipkvdct, (z= hpitdoL, hpn^^dv., 66- 

pévdv) . 
pLpkx'i '(=: e/ui6^éT-i), n, 67. 
^9àAAe (=3 e/t^óAiO, I, 62. 

/A9$CX<^-a (^ «»«tx«§-«^, I, 63. 
/<9$óyia (V. /ui«Mvie). 
/i9iTuj$ (v. fte9iTJJ9y ne9ivùtJB) I, 63. 
fà9itU^9 (v. fievixiiXJB, 7reacruA«), 1, 63. 

/UlO^-l (/Ul/9U), II, 84. 

/«uxere, /lux-ou (/*oùx9u?) I, 53: II, 153. 

/«ùAie, juiwA-e , I, 53. 

fiuvtXjòi, II, 44, 66. 

/xy»$x-«u, II, 158. 

/Idi. (/ui^c), I, 337: II, 102. 

/Mav {p-à¥, fi^rey), II, 96. 



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o<244)o 



N 



Mx (y$), I, 313. 
9à (»é«), I, 216-17. 
Ȉ, I, 311. 

vàftf (-ai, vijui«, vé/uie, I, 36, 47. 

yó/A-t, I, 38, 106: II, 38. 

ydev, vàvdB (i^vde), I, 73, 168. 

yàyc, v«vl, I, aO-1, 310. 

fdb»y-« (»|iv»-«), và»-«, I, 55: II, 16. 

yflcir-», -eC^a (vàinra), 1, 201. 

NimovXt, II, 128, 132. 

i^appòije {ìfBppóiJe), I, 119. 

M^T-a, vAtt^, 1, 40, 76, 201. 

vàTcr, vare», I, 308-9. 

'vyà (Hh.) ¥. «yyà, eyxà). 

vjea-tf, 'X» («vx/óA»), I, 84. 
yj'ày», I, 168, 214. 
vjAr» («yx/àre), II, 16. 
yJéytfuÀx, I, 83 (/ijéyouAai) , 
Xfè, vjly (y/oi»), I, 311: II, 156. 
y/iyi (= yji^., yj«y.), I, 214: II, 16. 

yji^a, h;V«, 1, 83, 323: II, 20. 

^jkpi (yiéy«), 1, 169, 214: II, 102. 
9Jip9^tr9t vjip9i^ I, 45, 198, 
vjtpe^lvité, yfjipi9ir9y h 158, 
yjVi-ov, vjV, I, 186, 207-8, 214: II, 

412, 184. 
vjipx^oi, I, 53. 
vjirep (yjè lT6|t>), H, 98. 
vjix (V. vj^x») . 
yj^ (y; i, h/A), I, 21, 169. 
yie-dire$, yje-yàTe«, I, 309. 
vJB/ik, vje'/nh, -/Aiyre, I, 306: II, 96. 
^JB-X^pe (yirx^/»a), I, 305. 
yj^ (= vjà, yjé) . 
yji, yiè (yiày*), I, 169. 
yi<-«làc, I, 307. 
vii^CeW'W, I,B4,311. 
yy?;e, yj? (vj*), I, 214. 

vjtfik, yJc/AÌyT«^V. vjV^i CCC). 

n;Ve, yj«, yjc-9«, -re (ey/;«ff«e), I^ 174, 

336: II, 16, 18. 
yj't9«,I, 309. 
yjò, yjórra, II, 100, 118. 
vjòpiB i, yjV«, II, 114, 159, 172, 

198. 



n;^x«i V*f« W^X*» ««eO» I,4T,64» 71, 
140, 236, ecc. 

9Joò^ y/owy (V. y/ly), I, 311. 
'wloc^e (V. ey|t(^/«) . 
•ydè, 'ytè, I, 317-18, 330. 
'ytfécpa (¥. eydic^oe). 
'ydé/>, 1, 315 (eydi/»). 
*9di9€ (▼. yiCe, ^(0, fylfé««e>« 
'yde (v, eydé, ya) . 
'yd^ (eyif^), I, 317-18. 
wl^ (= wjk, w). 

yè (yy<), = ye. 

yè(z=yéf). 

yic^-oe, ¥Upi-^ («yyif^-a, ey<Ìétp-«), I, 

81. 
iMpòtJe (cyyff^c/e, Bvd^póitj»)* 

yi^e (= <ri;e, (Tiaa), I, 81, 258. 
»itf-a, ^ÈéifSmy I, 44: II, 60. 
yix-«, I, 43. 

sai (SyéAc, <iao, I, 83. 

yé/i-oe (yé/Hi-«, yit/«-«), I, 36, 47, 145, 

155. 
vifiB (yé/te, yaéfia), vi/utev-t, yà/&e9-«, ivi. 
yi/Ae («/«/AI, <«/*t), li, 2, 5. 

yiy (= yéy, v^Jy, yéyve), I, 318-31. 

ylire (Ciré), II, 44. 

yiKf j9x-«y I, 340 {vtvxipa) . 

JStpcUi-tt (-«), II, 76. 

jfitp-t (yf*/)-*), 1, 17, 186. 

tiptyifippi(v, 9Jipu), 

yi<r« 0>Aé), I, 310: n, 136. 

»ÌMc/,, y|«T0^, -«, I, 310: II, 167. 

y« (y<) evtfé, y<fe, 169, 317-.18: II,'l70. 

^ijòije {diyj6tje\ II, 56, 

v«dò (evdò), I, 304^ 

yéx« (V. yijxe) . . 

itepibpólje (\.v9pLepétje), 
te-fié9-««, -re, I, 305, 332. 
v9p9p6tJle, -y/e {}t9pLbp6tJ9\ I, 45, 57, 
62. 

yé/ui-oe (v«/»-a, ecc.), II, 74. 
ye-fi^(, vB^fUvt (v. *5-/*^«), I, 313. 
yéy, vévve, *y(iéyy9, véve, I, 318. 
vévv-a (vàvy-a), yi^vva, II, 32, 42. 
vévd9p''c^ {éivdep^u ^ évdep^oc)^ I, 82. 
yflffxé/>-« (?. yi7rt^x-a), I, 340. 
vBppótJe (voippòtJB)^ I, 119. 

y>) (yà, ydji), 1, 169, 313: II, 174. 
yiiyx«,I, 55:11, 199. 



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o<«45)o 



m$yx«, yiixtf, ^x {t0Ùtt$), I, 88, 81S: II, 

78, 101, ece. 
wnt^éit »rfji-/»^f , Il 318. 

V|^y<lf, in^»T6 (y^h»-Te), I, 189. 

wfwdép (= 9ytf«/9, ^^^), h 88 (f . yéy- 

vjhtd^p^ (= dpd9vp9)^ I, 81, 804. 

M)inM-« (#ébnK«, vAvvoe) • 

»qi«(=:%ifoy/ij),II,4a,65. 

>»r//*ijf«, »«>t;(i^/f , I, 8». 

Wc-j«, I, 44. 

viuJ8f$vvUiJ9i 0ydlcc/f), Wfc, 1, 81. 

W (mcvì), II, 110. 

mix» (v. eyyiix0, MlÌcij(«, •ydiéxt). 

Wf/>-i (»it/>f*u), 1, 17, ao, 40.. 

viiaff (eyvii9««, evdfjifve), I, 80, 853. 
juKOMiip'i, -OL, -^oe, I, 88, 133, 184. 
Wy-oe, Wv-e^-«, I, 133. 
y/ir-(, vc)nr-c» -epa-re , I, 200: II, ìù, 

104. 
Wv-f, -^'f, Wa9-«, -t/fte, I, 38t, 341:11, 

«, 5, 42, 195-6, 
yi9fri^c, I, 83. 
'yyàlla, II, 18. 
•yyè(»è),l, 81 (»«, »(!•). 
*yyéft, *yvi/»c (itipt, yi^t, nl'i^}, II, 18. 
•yy|p («»T*/>, fvdé^), II, 18. 
'in»l/(i-«, \^iiiòtj% (•fWfi^, -*tf«), I, 188: 

II, 16-8. 
'Midvtfc, '»«^9« (ewlavtfe), I, 315. 
'yyoiràxe (v. eytftffdbcxo). 
yò, y^', II, 48, 87. 
yóx«/), yóx^e t, 1, 83: II, 168. 

yo/fti-iot, I, 131. 

«0/1/90, II, 74. 

yóyffc (▼• ewftfiwi, ecc.) . 

y»W«, y«T£*«, I, 178. 

yftùxe, y»i^» I, 318. 

vou/nBfiò'ijB, -yje, I, 45, 57. 

youy-«, 1, 133: II, 151. 

y9vy-c,I,173:II,96,151. 

y9V9C, -Jflt, yowff-J«, -«a, 1, 52, 137, 193. 

ypu9scc (eyiipc9{«V, 1, 304. 



|C<f90Vp«, 1, 135. 
ÌtflOÌ9jl99, I, 241. 

(€initp6tj8, 1, 124, 185. 
|cycW-«, II, 80. 
|cp«^i^>-c, iipmfioinn^ I, 31. 
|é9e,|ér,I, 87, 242. 
(t9tif'p^^àtj9y -òil^'e, I, 135. 

|ff/>«9« (ft^Aàtfi?) I, 

|^9f, 1,124, 141. 
|ao-i«, I, 52. 
|f.Tp-«, I, 87. 
^T-« (lite), I, 242. 

(iftép-i (9xJlfXÌpi)yH^ 152. 

Ìo/ioXcji98, 1, 141, 241. 
Ì9tiitXjé9$, (ófiiitX't, 1, 44: II, 190. 
|oa-«, 1,52, 208. 



^, ^à, I, 323. 

^<T9-C, I, 94. 

iyp«<fUe,II,34, 64. 
M-« (-«), II, 24, 61. 
4«, ^7, 1, 323. 
iA;V« (?) II, 44. 
^|ou« (y. «|-eu«, -40 . 
4/>è, I, 294, 323. 
ip^ (-«), ▼. £p-«. 
ipmXU9[^9^ II, 44. 

ipitvi'Ky ipivÉiàfty II, 9. 

^^Ì9f,I, 130,141. 

Ì9Tpli''9 (•«)» Ilf 88. 

<Tf(:;=:ÌiJ-Tt), 1,229. 

df,^9c, 1,323. 

df9c-c, I, 334. 

^X, 1,323. 

dx-«: Sxt-a, I, 334: U, 191. 

• Ow (1) 
0$, eùà, I, 323. 

oC, oCy, 9(^y-e, -«, -et, I, 215-16, 



(I) L'ou viene adoperato lo ipaDcaoza di « 3= u ital.; ma il nesso indicate , « , è da 
preferire sempre nello scritto, e nella stampa quando possa aversi . 



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o<»46)o 



oi =iov, I, 217: «w, 1,217, 8Cgg.,291. 
oZf oZpe, oùpi^Ky I, 99. 
oi' fière, I, 216. 
oùy&pe, U, 58, 72. 
owyyya-c, I, 83,98. 
ouj'-a (= oùpla, oZpe) , li, 14) 88. 
«y-« (-0, <rfi;«-T«, I, 51, 75, 112, 158, 
188, 224. 

oijoup (V. ouje = tfuXie), II, 195. 

oÙi'OL, 1, 50, 108, 330: II, 9, 52-4, M. 

«C^a^c, I, 308. 

ohiex&p, I, 162. ' 

oùfiv-e, ^tfiB, II, 98. 

ovJó<r-c, I, 223. 

«C^ouA-a, I, 161: II, 55, 167-8. 

9&C (= ocyo, I, 54. 

ùùtiBvóije, I, 47. 

oM^cve, I, 47: li, 9. 

x($y;c), I, 26, 81, 161. 
ovi9$, I, 54. 
oùxjite («Cxdu), I, 201. 
oCx'ói (=z tfCAxou), I, 81. 
9ÙXj9y oùtje, ouje, ovvjV, oDàke, 1,54,94: 

II, 114, 175, 195. 
eUA-e (-a), I, 76, 108. 
oùìl'OVy oùXip't^ oùXlv^, I, 54) 91. 
9CÀK-0U, I, 26, 186, 191 segg. 224. 
oùXoupì'vJB, -je, I, 99, 135. 
•&y, oOve ecc. I, 70, 2f5,^gg. 
«ùvà^oe, II, 7, 90, 194. 
«Cva, outfój, oCvf, oCv6 (v; •$»)/ II, 68. 
owvj«(v. oCAle),I,54,'94. 
oCvdt^, -s, oCvd^c, oùvnp, I, 322. 
ou^TMx (-po) =: fiÓTttx, /9axex-ou, 1, 164. 
oùnouiroù, II, 202. 
oC/P-flt, I, 98: II, 42, 57. 
ou/>-a, I, 157: II, 128. 
oùpàr-oi, li 39: II, 18, 90. 
oùpiev'òiJB, -1/1$, II, 9, 182. 
oùpiepò'ije,' oùpÌ9up'óvje, -ifie. Ivi. 
oùpgri'0\j, oùpére i, I, 157: n, 14, 15, 

55,71. 
oZp-i, oZp'J<K, 1, 157, 330: II, 15, 84. 
oùpi-cc, -are, ivi . 

0\tpÌ'OM (V. boMpl'-OM) . 

ovpitovpe (v. oùptriou) , 
OÙpòtJB, 1, 39. 
oùpoùap'^t, l, 178. 



éò/>^^'e, I, 5é, 145. 
oC/>re i', I, 50: II, 114. 
oùpri-oL, I, 162. 

otvoxtX-ec, cÙ99ìj)mJÌ9a. (= oùd9vXa), II, 
167-8. 

O&9«C^-0( (0V9$iJ«), I, 173. 

9Ù9iMJitje, oÙ9txitjB, 1,54,91: 11,3,140. 

oÙ9if( jUp»^ 9Ò9ixUp9, 1, 209: II, 2. 

9^9^X9 p'-OL, lì, 90. 

9Ù9irepr&p, II, 92, 150. 
o09«T7/ut-a, I, 53: 11,192 

9Ù9gTÌ*J9, II, 192. 

9Ù9it6pi, 9Ù9iX9vecp (x&p), II, 104, 126. 

9Ù9iXp-K, 9Ù9TpÌ'^, il, 104, 163. 

o&xl n, 106. 

II 

iroe, i; 320, 3^: II, 3. 
irà, n&, I, 38, 40, 314-20. 
Ttà-^o, n, 190. 
nubi999 i, II, 94. 
«àytyc, 1,80, 310. 
w«-yeAt>e t, II, 145. 
1tocf9^6tJ$ ( V . bay9^ótj9) . 

nei'/ó^, «fltToO-sevje, -«</•, I, 39, 243: 

11,22-3. 
ffàj-rt CitàV-«), II, 60. 
nuJii'K, II, 65. 

nojxòije, itttxétj9, ir«ìxT^</e, 1,105, 334. 
itat-xùp (rxópi), I, 334. 
nudUe, ito:dix9, I, 248, 296-^7. . 
n&t (it&vieX I> 2Ì39, 240. 
)ra?à/96, 1,316. 
wóxj' (-«) i', I, 164. 

TToxj-a, -!,-««,-«, 1,305, 334:11,196. 
iràx;, Tcxxjótje, I, 305, 334. 
Tràxe, wàxxe, iràxxe^a, 1,53,304: il, 28. 
irccxe^^-^'a, -vje (6oeya?ii;e), I, 60, 63, 

198. 
nu.x99ó-tJ9, iwxxe-Taót/a, 1, 142.^ 
nocK9ÌXj9 (v. iroc^éA/a). 
Traxroùa (ircrx^c), 1,131. 
ir£A-a (iraÀIdcffa, ir&Àa), I, 240. 
7ràA-«, II, 34, 42. 

nxXocfil-oi, itoàa.fiÒ99 (itoLXXotfi"), II, 205. 
iroV-a, II, 116, 160. 
it&Xj-a, n(tXJÓ99, 1, 80: II, 146, 160. 
7r«y«, II, 160. 
Tt&Xe, I, 240. 



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o{«47)o 



K&Ur tè (n&l€), II, 55. 

JI(kXoùì^-«, II, 82. 

nKfjiireLf I, 310. 

n&fiB, TCKfioxjvB {kSì/ib), I, 153: II, 40. 

noLvdixeinotvtixff)i I, 180. 

iravcxoré-oe, I, 120. 

nocvTOx potrò p~t, II, 190. 

itfK^njB, 1, 143. 

irà-irà, II, 188, 202. 

?rd(7r90, iràTrvcfte (iró/^é, iréc^f/ute), I, 90, 

142: II, 174. 
n&puy napa^t, n&pB, I, 303, 319, 335: 

II, 106. 
itàpx (w«/oà), 1, 174: 
nxpotfijire, I, 309. 
it»pafiip~oc^ I, 133. 
napotfioXi'OL, II, 1, 3. 
noipoc^djk, -rf/f , I, 309. 
nupoc^p^ij 7raepa5»w^i, 11,63, 84,149. 
7r«;o«x«Ai9« (irfl(^«Al9«), 1, 145, 236: II, 

84,195; 
nKpotyjàfi-i , I, 174. 
nocpotvdài^ I, 306. 
n»pec7tixjifie^ I, l74. 
frfle/ee«rovf-«, JI, 142. 
woe/o«xÌ*^"*> v^tpeixjip'tì H, ^3, 108. 

1tCCpÌ99» (T. We/9éffff«) . 

«à/j« ?,I, 163,303. 

wà^a (v. itApeì)^ 1, 310. 

wòé/>e, ««/*«, 1, 153, 177. 

necp$9l'6t, I, 163: II, 52. 

not-^ f ti fié (nxppeftt/ié)^ n, 188. 

ffoé^dcvoe, 9ra/95tve, I, 305: II, 112. 

nxpdive, II, 74. 

ir&p, itApiy II, 64, 160. 

nupxotUae (wa^occxaiiae). 

TtoLppéitj't, noippi9~t, 1, 98: II, 18, 176. 

Tràs, TTwavdàt, I^ 306, 319, 331. 

noLj'dit, -^iij, I, 310. 

iràve, 7rà999, iràvffouvf, I, 267-8: 11,68. 

itetvKJip'K (ir«-ff;^U|9a), II, 180, 200. 

wàax«, II, 48, 67. 

7ra-9X9ir^(, II, 470-8. 

nx'-aòv/ie 1, itu9Ò90ìjp9, 1, 160: II, 15, 176. 

w«»««, waT«e (waT<a), I, 87, 239, 294. 

9reé9$x9«-a/ut, -e/*, I, 32: II, 67-8. 

7ra-a«ov«/ui«, II. 14. 

nwviOv/Aoùotifie t, II, 18. 

trflt-ff5T«T5jui« I, 1, 160. 

TtKffovvB, n&970\)p (v. néivB^ w«w«)» 



ir«f-Td^/, -T«c, I, 307. 

nàoTB (iràra), ^ràvr, I, 263: II, 178. 

ifK^9rÌ90vpt y II, 190. 

netvrpò^B, II, 144. 

irÀr-oe, I, 36, 104. 

ffflcra, itéLTiBy I, 152, 156,176,240, 

295. 
nott&i-B, -t/iie, II, 164, 195. 
nÓLTB {n&TTB = TrccTara), I, 295: II, 14. 
K&T't, I, 344. 
««Tirici, II, 90. 
nutóx'ov, 1, 164. 
Trarla (v. «ara), II, 2, 180. 
nà^ (v. n^7f). 
ir«-x^/)a, I, 305: H, 172. 
nfiiTB (= iwira), I, 44: II, 18. 
njéufott (v. 7r)/^*v), II, 92. 
nJwitpB (7r>o(vi(ra), 1, 145, 175< 
lyixa, 1, 17, 67, 72, 238. 
irféxxa, 1,113:11,48,71. 
itjiiB (irilfa), II, 116. 
Ttji>JB, itJiXe (itUXJB, trofia), 1, 19, 48, 

172, 238. 
7r/aaff. 7rffA-c,irW-0. 
Ttjiyriot. {nUX9tM, irW»«i«), I, 245. 
njip^é^iejipi-é, 't/ie, I, 43, 301. 
7yéaa,.7rwlTa (▼. wai»a), II, 44. 
itji99'0t. (7r/iff«), I, 63, 86, 112. 
iyÌT-«, II, 88, 149. 

n/^v« (7rA«i, -ra), II, 96. 

njoùxoxjp^t (v. 7ritfux«up-i) . 

itk (itpii), I, 320. 

ittyy^ijB, h *39. 

irii« (;= li«), II, 18. 

TTic (wàf , wai»«a), I, 239-40: II, 126. 

«*€, 7ri-o«, I, 42, 98, 106, 127. 

TTéfw'-l (lC>ì/?-t), ivi . 

wi?«§f (&i?«$a), I, 809. 

;r(xj*l-0e, 1,130. 

wéA-a (waAot, 7ré>i«), I, 172: H, 46. 

7ray-ou(w«x),I, 40, 66. 

7rs><xAv-c, II, 138. 

TMAéxj-», 7r»>fxj7»a, I, 241: II, 138. 

niXr. (▼. TriAytfu). 

ff«Aff//A-t, l, 48. 

7ri/*-a, iri/ui/m-a, I,'316: II, 190. 

trsvóx-ou, I, 164, 180. 

tré»d-a, 7révT-«,II, 60, 73. 

TTlvda, II, 195. 



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o<«tt)o 



Ih 18. 
ni^'K, I, 312. 
irlvre-^i^oe (irivr»), II, M. 
mniT'ùij I, 42. 
nip (irép), I, 320-11. 
iupfii9€/i$, I, 283. 
«v/S#u< (-via), I, 54, 353: II, «8. 
itipyó^j Tttp^/9ùctp9y II, 108, 158. 
ntpjài-9, -tfie, II, 7. 
wf/9-^éTrxe, -Jlr{/K6, I, 134. 
ifpdiTipLe t, I, 134. 
;rc/>eirdl9(-oc, I, f 66: II, 176, 100. 
mpeyfdi'a, (ntpe^dlit), I, 102, 341-2: 

II, 4. 
mpe¥dó^9y -«Dje, II, 00, 164. 
mpevdóp-t, -««((X, 1, 166, 341: II, 100. 
w*/??bt/#(ir6^f;,II, 18, 
mpt^óX-t, II, 130» 105. 
ntpxàwe^ ittpxlTra («t^xAvvi), I, 242: II, 

114. 
mpj^ìre, ittpttjiXU, I, 205. 
»c/>/ui6i, I, 310. 

ntpfiUpBj it€pfiìpe, mpfk^p^y 1, 70. 
ntpóv^m, (y. nepiw^u)* 
mpnoùd; I, 30J: II, 46. 
mpnoùpd9, */K</«, I, 301: II, 46. 
mp f potete ^ •«/«•» I» 283. 
?ri9e, «1996, ir<99C9«, 1, 160, 300. 
?r<99^ft-c, ffC99^ie, I) 62, 108: II, 38. 
?rÌT-«t, irlcr-a, irérrflk, II, 28, 44, 63. 
Trirff/Sp-a, I, 131. 
mtaXa-ei, 11,88. 
irircfie, I, 285: II, 88. 
Trérax-oc, -ow: ircrx-a, -«w, I,i55, 180; 

U, 163, 180, 105. 
««Txi-i (ouai), I, 131. 
?rÌTovA-«,I, 130:11, 140. 
ir(T/><T-c, II, 120, 161. 
nér9e, ittt9i&T9, II, 88. . 
wèrite), 1,310. 
nedr6ij9 (v. vovdTÓ^t)^ 
neX&fi'», w«A>J/«A-«, -òo, 1,40, 186^108. 
ir6;<&x0 I, (irà«Sue«): KÀAtCfl^tt, I, 114. - 

7rt>«9-l (woaflCT*), II, 02. . / • 7 

wfAiir-i, 1, 42, 00. r . 

ireAi9|r-Éc («><9«Ttt) , I,- 1 58. 
TseXxji'iJey -ir/6, 1, 55: II, 104. 
7r«A;07-«, 1,130. 
7reAJiK9e, «0^x9699, 1, 240: II, 48. . 



«•A«v/a6-«, mUiì/tirf, »eJbiS;f«-i, II, 118; 

160. 
ireAx«u^-«, I, 60, 161. : 

ir«iN»e (f . «(]ri9f). 
iré/> (= irirì» I. ^f tW-», 320. 
«•^«, irepdévf, ire^y («P^»)) I* ^^^ 

310-15. 
itepiX'» {ic€ppéiX9Ì)j II, 58, 72; 
ictptttdcu {Kpa^d-^t^ -^'}, I, 306, 315. 
iMj^ita (ir^^me), I, 320«. 
ire^/Ìo(-«w (-i«) , I, 117. ' 
ict^/l«y-t, -Oi<f II, 102, 
9$pfii9i9y I, 134, 320 (mpfiiHi)- 
mppeìjótje^ -Advje, if§pfieìjò9§^ I, 57, 

134: U, 184. 
99pfi0ìiX'6^ey it9pfl9ìiXiÓ9e^ Ivi. 
»e/»6«u;6, 1, 134. 
mpbpnji^tdv. (bpT^vdu), n, 112. 
wpriàTJtpie, 1, 134, 320: li, 8, 18. 

fteprgjoù-ifje, -yjV, -»«/*«» I».**^ 52*« 

II, 100. 
9$py9i6'ije, -i»Ì6, -»€/»•, 1, 134: 11,104* 
irfp-^ÌT9x0, -Jlr{/A6 1, 1, 134« 
it§pdiptO''t , II, 57, 71 . 
nepdéti/iB 1, 1, 134. 
ire/»l< (¥. ir/>éc), 1, 102, 321. . 
ire^-i99e, -Ì9e, 1, 143, 140, 163. 
ir6/»^0é, ire/>;cc/6, il, 130, 143. 
ire^i;^, ivi . 
irep^c-«(/6, -fv/a, ifp^l-tpm^ -/*U«i ^1 

80: II, 82, 141. 
3re/>CfT-o^ II, 141. 
ice/0{;«^9e, I, 80. ' 

nepupe {nepópa, npòp*)^ 1, 16: II, 106. 
vepiv^e, re (-e), npli^dé, I, 42: II, 80. 
ir»/tl#c« (V. npi90), I, 142. 
fctpiriwT'K {npvrÌ99«c\ 1, 163. 
vepi fT'if nepiftepUg^a (ir^^fr-i), I, 54, 

^81 166,200. 
ftepjtà99 (v. irc^àMe) ; 
vepi{HXX9: nepxj ite j ly'^ìii 
n§pxji9tfi (=s ;^'«9ré«0), 'I, 134. 
Iff^xctra, II, ,11*. - : - 
ita^W«^e„I,-tOft, 135. 

if9pXJaCiÌ9, 1, 134. 
it9pXjwij$y ivi; 
n9pftbji''d9, -^, it$pjib\iiS^$^ ecc» ivi: 
II, 14-15. 



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o{ U% >o' 



«•/»/»èiJi, -Te, I, 83. 

9ipfit)Ji9$^ I, 3S9. - 

n$p^/AUpy -fiDjpa (Y. mp/iUpé) . 

irf/>/U( (Y. w/>«/i^«), -T«, I, 83: U, 143. 

«•^vàr€/K0 «, I^ 134. 

«•pvic/iè («i^>{;i/(iè), I, 306. 

icf/>vé (9té/»-ye), 1, 3f 8: II, 106. 

«•p-yéyv«, -vévf, II, 119. 
ir^y«, I, 161. 

it$pi^i (ice^u«), -y-«, neppò-'i, I, 313: 

n, 58, 144. 
«•^9uy« (z^nepoùpùìyy 1, 56, 140 (ir^uva). 
it$pKép«ij I, 316-31. 
it$p^JiHxe, -njlxe, t, 113, 159, 178: 

11,98. 
irff/miÌT«,I,304:n,149. 
«•/9«lv>6, 1, 172: II, 198. 
' it9p'^i9tiA9j •»/9«v^, -*ir(9vc/ui«, ecc., n, 

170, 197. 
«•^«^««^ 9ipn69i/u {, I, 319, 331. 
«e^irfft^ (y. irc/mot&5c) . 
ire^/9àJl-«, neppdXipLiy lì, 72. 
né^/ie;, u, m, 162. 

99pp6i^ 7S9ppÙ\ta (y. 9CC^^), ti, 30. 

irfftfè («ttfi), 1,313. 

«f^i9«, I, 236, 294. 

ic9p9tpJ {tttpvepi)^ I, 304. 

n9p9t&9ty \, 89. 

«f^cìe, I, 88: II, 16 {itp99Ulé). 

n9p^iÌ9^ -rtf^f "T**» '» 306, 317: II, 

irf^ri«-«, n, 55, 145. 
icf/>rf/iz>t;f, 11,128^163. 
«t/tl/Ht-i, nBpxiiJi^ n, 55, 145. 
«0/>-Tcir« , -rOwe , I; 77, 146. 
%$pX9UiJ9 i'K9p^U^e), I, 89. 
KBprvUXtj I, 88 (np9t9UXe)t II, 46. 
fnpr9eXJlj9y nepT99^Xj6^$y -X^«; I, 88. 
ité/>T«é, II, 106. 

niprutió^é, 1, 134 (Tttp'Ui/àétJé). 
icf/»fV^t9e, 1, 134. 
mpfìji9e^ -T«, 1, 135. 
V«^X*^» II, 25. 
weai (y. iW^ffi) . 

n$96^9 (/'^'e, e/A7r0«ic/e), 1,62, 139. 
iteff«TÌ-»«, -re, I, 62. 
««•«Ti-ie, -i/e, «6»$tùtfe, 1, 62, 102. 
icfa«T<«>-«, -ie, I, 43, 63, 238. 
n99^pó^9 {mwnTpòiie), I, 44, 319: II, 
176. 



n99tài€j ntmu, -vot (iraevrét), 1, 307: II, 

96, 104. 
it^p^ (it^'i) (r. *i«, itidu). 
n?, ir;/c, 1, 17, 127, 134, 145, 243. 
miàp-t (niU, ifiii), I, 111, 301. 
wit-^By -via (irui<re), I, 52: II, 106. 
nitU{v.nJi)Je,7^iX9). 
ma-C («&;-«), I, 52: II, 128. 
irU-«e, «<€-«•, -Ti (=:ir6c«e, iru黫, itw- 

••),' I, 44, 52. 
ir«<T«, iriccrte, II, 106 {nitwe) . 
irl-5«, lUi-H, I, 111, 301. 
irix-«, «<»je-«e, 1, 143: H, 26, 96, 203. 
lU^tfU (i^hti), ir, 56. 
ic^/^«, 1, 13Q: II, 54. 
iNxc, ir<ic«t«, irto»w/»«, 1, 127, 143, 340: 

11,24. 
ircKCA^f (y. imiM-^ff, -v/s), I, 274. 
itiK^i$tt9 (itfixxa), II, 26. 
wutxM^^B (irtxcA^^f), -ii/f , 1, 274. 
nmXérfe (iruffX^i), 1, 143. 
M^f (ttaextA^e), 1, 143. 
inV«-T<i/»« (-j«), II, 180, 200. 
icU-t (nOA-c), ir<<><. 
m/^-c, I, 342. 
mV, iif/rf, ic</x<M, II, 157. 
ir4»iréie,II,195,203. 
ivl-«u, I, 42. 

«drive, «ciMJ^l/a, nurTir/e, 1, 143, 145, 175. 
irtir-t, «imr-c, 1, 175. 
icl/»y-»o, I, 89: II, 145. 
mppvtfty 1, 161. 
9r/«r-àt, iì^«»-«, I, 131: n, 197. 
ir^MK, ir^«c-«, iyì. 
«Mnri^>-« (->«), I, 68. 

1tt99€pO\t0Cfl9y I, 97. 

mvfxjia-iff, irt«r(»A-«, I, 68, 298: II, 

38,40. 
ni9pt^v^ I, 117. , 
nir9tp9 1, 1, 119. 
irAiy-«, 1, 127; 
irUxa (ireAóxe, irV^uee), I, 36, 46, 164, 

180. 
)r>dbetC-« (Y. irtX^«{;«). 
«Aóxge (7r^«uri;e), t, 137, 234, «ce. 
irJlax<ia6,I,141,lÌ6,241. 
itAfle»i-ae, -^0, 145, Ì75.' 
WXA99, ir>à99-e, -c^e, 1, 113, 240. 
irV«x6 (y. TtUxe, ecc.). 
«A/^iitv-t, I, 317. 



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o<»ft)o 



ifìéào'Ot, II, 210. 

nXjówve (V. nXétffwé). 

nXjAft, TtXj9févJ€T9, 1, 199: II, 199. 

irA/tx;«-»-«>» «Ajf«^;«-p-^oe, -i»-l*t, 1, 163. 

7tXj€xj9M*J^ ('tM^/t), I. < W, 143. 
nXjtxjevóiJB (wAìj^'-), ifi. 
nXji^^'xH* («y^x-*), U» 58, 72, 108. 
irV*X"-«i nXjtx9^àtJ€^ Ifi. 
nXJtxovfMn (nXjex-), irAfxoMpfc,* I, 69, 

161. 
nXJiìfd*9t, I, 347. 
irV(9t-(,It 198. 
♦irV<i«;« (•/»-«V<>y#). I, 59, 13% 157. 

nXJpùi/ib't, irJ^9u/4ir«, 1, 198: II, 38. 

nXÌo\ip^iy WAJóp^t (?. ffA^pc). 

TrÀc^'avcoe (?. itìjt^J9r). 
nXiiióv'ty I, .119. 

irAile (irA/ifa, irj<f«), II, 80, 106. 
nXtcÌ999 {igep9ÌHh h 294: II, 76. 
wAir^ (v. ^Vix-«) «fcO- 

9rAcxoup-« (v. irV<x'v^«)v 

wA»iVff-Ot, I, 347. , , : 

wiil^à^-c, I, 161. . 

9rA/9-<, 1,225.' ./ .. j. 

nXóp-t {npópa)j I, 144. * 

nXàte {nXJót$\ |, 59, 138, 157. ... 

wXoùpL-bi, -we (?. nXjovpLne) . . 

wAov^ou/» , nXovxorifiófìf {^Xjfì^oìfp^ 1, 70: 

II, 72, 98, 154. . . j 

ttAA, irAfl&ra :=; 7r;^^e., 1, 59, ecc.: II, 132, 

wd,1, 311,313-14. . 

noapt, itoy*Apty I, 92, 94, ^98 (TrovLa/^c]. 
ffo^v^x», 1,^180. \ ' 

noyótje (= iroy^ge), I, 39. ,»; 

«oA'A-« (v. wotaaV ;J I , ■-:, 

nóxjB, nòxe, I, 314: II, 8. ; ^ . 

nénfia, If, 120.; , , 

9r0XTov«, 1, 131. 

nóXoL{v, njiXJe). ^ , . 

9r<$v(le, II, 78, 14% 207. 

Kovipi&Pf It, 145. . , 

novlft^e, -t/ie, II, 120, 161. 

nóneXje (-i), II, 59, 73. 

7tó-v9, iro-9rò, I, 323: II, 110, 202. 

ir<}/>, 1,314:11, 152 (ir«ip). 



mppvi'^i V9p99i'9ty -iP«, =s I, 50, 77, 

142, 198, 2il: U, 178. . 
wop9i-^j )ro^c*a«, -t6, nopQivje, ivi. 
iro^ (ir^-9i), I, 313. 
nopvi-^évBy -ftijvve, 1, 133. 
^op9di'0\>, I, 99, 345. 
itop9-ìwj9y -if« C^. «vvcoc ecc J, 1, 142. 
nói, 1, 168, 319. 
»4««(ir^0ilf 313-14. 
irM^<«, I, 310. 

nÓ9i, nowl, I, 310-13: II, 3% 98, li8. 
no99fiÌ99 (v. f 0f»<9e}, I, 50. 
ir^€rff-;c, -^, I, 308, 319. 
»^««r</Rgm e, 1, 159, 168, 319. 
nÒ9^j ni9ifp, I, 76, 159, 319^ 338. 
ir0Ta-« («0<l/ Jlae), II, ^. ) 

«oW^, II, 165» 

ir*t.V^, I, (-«/*•), 241, 260, 283. 
w^««-Ì«, II, 165. 

n9vAp€ %9\rfApg (v, stfófc), II, 88, 

149. 
»ouy*«-i;e,-»if, I, 52. i, 

Kouy«i»9(^«, I, 163,, 
woùd-f , -i/e, I, 45, 271, ecc. 
irovdtr^^'0, 1, 45, 142- ^ 
ir0vA-« , irouA/ie, I« 172, 197-8, 326. 
V9xiXio, I, 172. 

ir0vAiv«T-i: «auicrr/^ ivi, II, 205- 
«f vJ^^«, J, 34f 
ir9uAov/ui-<, II, 160. 
ir9v/(i6-« (= TctXépha^^ I, 99* ; 
4r0Oy-«, I, 83, 213: II, 16. 
irovye-òà/0^e, -(e ecc», 1, 133: II, 24. 
9C0tfv«-róc/9, -t^^ )r0vyfr^tf*d, I, 83,, 142, 

162,316. 
irow^-^'f ,,-vje, 1, 162: II, 1% 58>.ecc. 
9r9Ù]r-f(,|, 68, 113. 

irov/>TÌx-ff, -ff;c, I, 225: U, 44, 52, 69. 
ir0Uj0rÌ9-« (y. ire^TÌ0«), II, il 4$. 
ir0V0€<i^'6,I,53:II,16,,4ÌO. 
9C0V9C-I, I, 345. . } , 
iroua«TéT-«, I, 178. 
9rou0fr-c, I, 76. 

ir0W0fr^c;'e, 1, 178. . 
ir0wasT0V00f/ftft c\ ), 160, 178. 
n9\j9iTpótje (y, m9ixpòijf)y 1, 178. 
n9Mrq/kp% (v. nor^ipe). 
ffoxT^oe, I, 69: II, 203. 



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o{251)o 



7/9oe, npà, ff/9àv, ir^ocyge, npivé, I, 310, 

31«. 
wpflc-^/a, -tv/e (y. nppJ9). 
npax-^v, n, 56, 84, il49. 
ir^óU-«( (y. n9pàXei). 
np&fi9 (itpii/Ae), I, 38, llf, 3fO. 
ir/>ày«, 7r/>àvf, II, Iti, 118, 195. 
npon-pép^K, I, 133, 337. 
npavdat^ I, 306, 315. 
^pouAi, II, 18 (= ^^«v(fA() . 
ir^AiTff (irapàva), I, 61, 308, 320. 
npócKo^t, I, 308. 
ir/»eétrc(r/K0 I, I, 159, 320, 338-9. 
npaitBf itpAif9fi9 , l, 159, 338-0. 
npotiteol^oty npoLittvòijt {npoinervlot)^ I, 

112,163,339. 
ir^«ir0T«, ir^dcir0T«, I, 339. 
np9tit9x96i}9 (npe(ite^òij9)y 1, 142,' 339. 
«/?Air-c, I, 339. 
npA9pi9 {npAntffp^e, 9itpé.9pi9\ 1, 159, 339: 

n, 118. 

itp&T^t, 1, 228. 

ir^è, 1, 134, 321-2. . ' 

xpk^ itpè := itipy nép, I,' 321-^: II, 

142. 
npifi-9ty I, 2t, 63; 1Ò6. 
wpty/eii/*-*, I, 134. 
ir/»éi («6/9*0, 1, 312. * 

irpéxoc (7r</)xàtfe), I, 242. 
igptn69ey I, 346. 

iiptfii99, ir^ffi/$, -T«, I, 88: n, 143. 
npipiitT'Joi (-la), i, 56, 111. 
itptfint6tj9 {:Kpe/nn'òiJ9)i I, 111. 
npivt (-/«), w^éwf , I, 56 (npifiitijdi). 
npi99 ('=zitepi99y itKpi99é); 1, 143, 149. 
npi99 (pf. ff^/'i/Toc),' I, 27, 42, 145; 175, 

149. 
npt9ixétj9, 1, 134, 322. 

7CptTx699, I, 346. 

np9T9UX9 (?. irepr^fcAe), I, 88. 
npiiAitr^JoL, npépifuty -^c^e (t. iiptii""]!, 
npèx9p'i, II, 8, 114. 
«/e>i/ui6 (y. ir/9à/Ae): np^putrtm. (?. ir/»é/(i- 

^ri'^j^y f^P^-^i^ (wp*f/e)> *» W, 111: 

11,94,196. 
npiyxj't, II, 160, (ir/><yx) . 

npUp9 (Y. V9pUp9)> 

wpf^'e, jr^TV'e, I, 75: II, 160. 
nplpL't^ I, 83. 



nplvd't, ftphr^ (y. nepivdt)^ I, 42: II, 

80, 116, 160. 
ir;)iv<ie/>l-«, IT, 116, 160. * 

9r^/ff$e (9r«^9$e), I, 142, 312. 
itpoiótJ9 (y. npoviótjey^ 
npoiÓ99y I, 117. 
9r^(ir/00v«) II, 144, (ff^^vc). 
it/»<J^e, I, 75, 322! 
»^6w-«, II, 144. 
npóp-'oi^ IyÌ . 
npòp'ty ìyì {«/oii, ^^ow«, n9ppót). 

1tp99l^9, I, 142. 

ff^093^*cy/«, np09xJtMÌ99^ II, 1^2. 

ir^tfffxoWffff, I, 241. 

iipo99iti'«^ II, 186, 201. 

ispo9ft/ióije^ I, 322. 

9r^9T9fye, II, 30, 63. 

ff^tfrox^c, -J«, II, 24. 

npofifiy wpàfirBpK, I, 200. 

fcpov9ip (itpUpz^7t9pUp9)i II, 94: ff^^pc, 

idem, II, 196. " ^ 
npoùpK («^0uy«, npàùpu)\ 1, 240,^46. 
%pov^6ij9, nppvióvy I, 75, ìlt. 
np9\àptj9(, {np6^9)y 1, 75. * 
ir^tìva, ispaùpa. {itpoùpot) , ì, 240, 246. 
3r/9ou94-0 (-()• it^9u«(<«e, I, 52, 146. 
iraàUa (^àìAe), I, 62: II, 182. ' 
«aè (^i), I, 313. 

«91 f w-« (/><vr{«), n, ^. 

n9Òyij9, K99ÙKV (^oO««), II,* 104, 157. 

)rffof/«« (^«p^^e)» I» 1M>, 90. 

it9«lf«, irff«lxf (f»s*x«)» ^1 •^i ^» •^i 

238. 
9rv$f/>CT^6 {9%%ptrXJ9y 9t9privjé)y I, 87. 

«9(^x0, (y. /neffffxe, fi9iUe), 
n9iUt^'ùLy I, 63, 87, 344. 
^rò,II,44. . 
irwfffe, irwé-9«, -re, I, 44, 55, 78, 145, 

156. . ' 

irófTPc, 1, 15^ 259: il, 20 (nuéra). 
iruércv-c, I, 156, 
ir&>-<, I, 52, 92. 
irO<re (= wytrt), 1, 176, 340. 

/$èc«re,p^'o(, 11,206. 

/d^ye, /3àxa, I, 92, 127, 138, 15I. 

M<^(/e, I, 96. 



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o{868>o 



.|i«9«r«, I, 901 (pUt, fi^H)j 313. 
fof^ótje, I, 333. 
j^éOé, ly 76, 304, 334, 348: p^X* I x«v, 

1,301. 
^6 {^,«?), II, 167. 
/W»-y« C§évi«), |Joe/;e (-«), I, 96. 
^déir-c (pi. /ì^cra), I, SOI. 
fiuM99y fùiobtti99, II, 190. 
^KX«rf^/>« (-«), II, 112. 

/**x/-'(P»-/5<xy«T«),I,132, 

/«»•, A/<^ (i^^^'cc» tìà^fò. I, 43,75,99, 

238: II, 191. 
pJóipL'X, II, 191. 

^iip,-a, I, 53. 

/»<<ic(;(^y-«(redgilioii), I, 99. 

^é;-^, I, 96. 

/5id6, /Jé^Nn, I, 74, 201i 333: II, 307. 

pi», I, 333. 

^(^a^'f, I, 51, 109, 333. 

phttpMypUt^ II, 71. 

/»c/aàA-c, I, 163. 

^i/iò^«, 1, 130. ^ 

j$«/ft40uÀ->«, 1, 163. 

/Jé/.V«, !*</»« ^></*« «1 1» 83. 163. 

/W/ft-i, 1, 53. 

/Jéi»-« (= i5é/»->ot), I, 83. 

/Jiii-* C5i?-«\, I, 96. 

/ityy^(|e, ITI • . 

)«Te/)i-#w, U, 143. 

/•y/4.ie, 1, 116. 

pBjk^B {pi À/ae), II, 106. 

M^a>» if 06. 

pexi'JK, p€xk y. n, .303* 

/^x^/ftf, ^x<$<;e, I, 56« 159: II, 30, 195 

p9pL&(ey ^pLa^'$/i$y -i/uie «, 1, 56:11, 145. 

/9t/«4l«9-<, I, 156. 

/»e>A6i(->e, -yjr«, jie/AÒc/ftf, 1, 56, 130, 159. 

p€^^6ij9 (K<J^)^ I, 96; JI, 16,, 
^&p% (z= mpit&pcc), I, 334: II, 56. 
^«irilre (9re/»ii^'ire), I, 327, ^04, 334. 
fevbive (^t9bi99y ^«vò-), II, 190. 
peviix-^w (pi. fi99iinj€), 1, 179. 
^efc(-</0, -yja, ^«fuff^'e, 1, 119:11, 195. 
/»;, ^^'e (/»ara), I, 45,137,313,343: II, 

195. 
^jé^proil fdi$y ptiH eCQ. (v. pjòSpM, 



^A«9v, 1, 178, 348: II, 159. 
^itri , II, 36, 63. 

^ìn/f (=!«««), 11,136,167. . ^ 
^rr-6, -c/Ite, (^re), I, 53 137: II, 167. 
^-«,-ci«,II,7. 

/Wr«,/Jty#Tfl«<^,lI»3,6. 

prtSHm, I, 337. 
/(•y^v-i, II, 307. 

p^iéXipMy ^•U9$ (?. fi^Ì^^ipL9, 'i99), 

1,66. 

^ìipS f¥ . ^$«yoA^/ftff} . 

i^e, I, 333. 

/^•^•uvTévt, II, 130, 164. 

*P«J«/8icy«, U, 134. 

^-01 (^oiioeC*), II, 167. 

^if, ^<»vit, 1, 93, 150, 396: A, 188^302. 

/M««-< (jl«i>fle(9-i, /^t^O, 1, 156, 365. 

/J4«f, I, 39. . 

^ÌJK, ^U, pòh, II, lOQ, 156. 

|M«-« Olirai), ^o««àit-«u, II, 167. 

^99, ^^-4, I, 96. 

/$4r-«, /iórovìce, /»^r«uA«, f^ouA, I, 333: 

U, 93, 141, 151. 
p0T0vXéi§9y I, 51 . . 
^of é-«v, pofót, n, 88, 150, 308. 
fi9xotXÌ99, fox^OUia, I, 66: II, 151. 
^ùaij9, ^ùÒK»ì9, 1, 13, 51, 93: II, 48. 
^<rtm, 1, 29: II, 16. 
/$9<^-«, ^o<iU, I, 74, 75, 116. 
/(ov^, ^ùd«, ìyI • 

ptVCTf pOÙ¥f)Hf (fi9\f^^9y foù^9)y I, 30Q. 

/^vxovì^^'f, II, 147. 

^)ttè«vJUItx«, |I, 33, 151: >v/*(ou2^y;« , 

ifi. 
jify/ttif9vA(«B, II, 151. 
/f^90, ^oÙ99tpt9y l^ 146: 11^ 74. 
^,^.«(-0,1,87,179. 

/0VT9vA^'t (/$9T9vAÌi/#>, 1,^51, 117. 
pWfÌ99y I, 50. 
^XtXtpJt (^Vtf»J9). 

pùn-'t (zn /5/m), V. /Jiwt . 
P^toUiL-H, II, 147, 151. 



pé^j-xfy» ^(kùcx9)* 
/)A^-«, I, 334. 

pAìf^ÙL (?. ^po() . 

/>av« (, /»àvyeO0»^«4e),I,47,81, 118, 300. 
/>«« (p<;a), /»àae, I, 301. 



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o<tt3)o 



pSt90 ifiéim), I, 317. 
/0Ìéice,I,7«,l4S,S3$;II,«2. 
piir^, II, 16. 
^I.,^.Ì«,II,44,««,I04; 
f^, 1, 92: II, 175, 

/Ri., /.i-iat (= i^y«), I, w, MI, atr. 

pU (l pi) i, h 85: 11,66. 
pU^^itdpi^^i; I, 45: II, 23. 
pin9, 1, 145, 238: II, 141. 
/»<9$r6, 11,114, 159, 

p9Kàpei (y. p$K9Lp«) . 

p97^iT0 (v. penjire). 

p9KÒ9i {99pn69i\ I, 319. 

/pé/».«(^(Nc),II,a2. 

/»éii4i«, o />^wi«, I, 47, 81, 118: II, 32, 

38,64. 
ri^da, 1, 1, 118. 
plyw, pr^w, II, 57, 71-2. 

pi^9, pt^Jé, pl^, li, 24, 58, 6i, 167. 
/><^<, 11,114, 159. 

^/»Ta,I,3IO(lpf/iTi?j. 

P^vff, U, 124. 

^(-0v I, pie e, I, 85, 92. 

péb^y pin§^ II, 150. 
^•Ò6^iffc-«, ^fr-c, ^•ò{yj«^II,7,40,48. 
^u-5f , -^, /^0i^-ff, 1, 74, 116. 
pòtàxwX-ive^ ^Jé, I» 117:11,36,76,96. 

P«v/mA^-«,II, 38. 

^,=^i#, ^ie, (Y. 4/»v»;t, i^M), 

^vA-oc, I, 178. 



9*, 90,1^312. 

<rÀ, «A», •«« I, 214, 313, 337. 

oééje, ff^cje, I, 93, 210*11. . 

mchIà, II, 26. 

tffltx49/&-a, II, 165. 

aàxre, II, 18. 

9«^«^*c), I, 39. 

9flev<f9ux;-e (-i), II, 200. 

•«y^tf, ««vtua, I, 93. 

ompatfiiXjovore, II, 132, 165. 

90cpóc (tfft^uflc), I, 343; 

ffàrt (v. 4/^)- 

rórt, 1,1 818: II, 168, 178 (««-re) . 



•»X^tr9 (ffflcx^Tat)^ II, 164. 

9/IÌ9«e, 1,89, 101:U, 15. 

^npi$ (9/SÌ9e), II, 142. 

aò£»e, I, 90: n, 8. 

«6^/0^, -c/if , «òo^ovV'/te, 1, 100, 143. 

9btipÌouì'lpi$, -^f, 1, 143: n, 126. 

9Ì^Hppe (Y. ftil/9/»«), «fr<é/»/>«, 9frii/ie, I, 

100. 
obUfU 4*, n, 145. 
9biXrf$, 9bXìrf9 (MX-t, -^f), 1, 101: U, 

176, 195, 196. 
^bXé^ji, -Uff, <r4#u)i^^'e, I, 101, 125; 

II, 188. 
9b6p^ (V. bópm), 1, 100. 
9Ò9^-«v, 1, 348. 
«frovTTt (k«w-Tf, -Tre), II, 16. 

9bpé99y 1, 173. 
vbpit^^ obpifMftB^ ÌYÌ . 

•ìj/i*6, rdid$ (ayfiWe, -5«), I, 101, 

238. 
rjiie, ayJlH («ytAi-^, •^), I, 101: 

11,48. 
•x/^Ì0, -»ie, I, 66, lOi, 152: n, 86, 

186. 
9yfAi^, TfXi'i$, -»e, I, 41-2, 74-5, 

101: II, 174 (Y. 9yi4»t).. 
oy9Xi'ÌB, -de, TfXl'Ì9^ -de, I, 101: II, 

180 (Y. Ta'ldt) . 
9yAc^<«^-«, I, 163. 

l(/ÌT#vA-« (= ««XÌÌT9UA«). 

MrtUl^{w^pnÌ9lui),\, 74, 115, 285. 
•<ié««e, I, 89. 

Mpnit,iA{fldifréH^)^ h 74, 115. 

9dpé^ Hj II, 189. 

•épin-ey -t/if, 1, 173: II, 92. 

•éplmti ^^^ùwe^ ìyI. 

ffi, I, 213, 313, 316-37: II, 96. 

»è(=aè;,1, 188, segg. 

9%fiAat (y. ctfMy^ 

9i/9e C=: fUei, I, 80. 

fficT-« (y. ffirot), II, 44. 

9i<, «é^, 1, 177, 213, 313: II, 48. 

oéAe, I, 80, 86, 145, 238. 

9tA<y-«, II, 82., . 

aiird-., I, 335. 

- 9ClKÌ0ÙJ^-«, II, 18^, 200. 

okpji-^ {9ip/ji9)j 1, 159: II, ,6a 
M^^a-e, -cfte, I, 347: II, 108. 

9t-92, 9Ì-9C, II, 104. 

94t-« (9éfT-«, 9<r-«), I, 46, 176. 



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o{254)o 



(rér«f, 1,313:11,14,143. 
9è =: rè, I, 188, segg. te. ' 
ve/(i0uydf , 9fiLoòjid$fitJa j fce., I, fOl, 
312: II, 1S, 32, if 2. 

v0fi»c^, 90fjio\tpt/i9y 9iAùùpe ecc., Wi. 
«fiKf0ux-òv, II, 212. 

perdere (v. v^errotrt). 

oi, li 21^, 313. 

9(/8 (= wl-^v), 9ifiU^ét, II, 88, 149. 

<n/9à9e, 1,144: II, 176, 197. 

9tfiji,i§, 9ifiJiX/x$, 1, 159, 178: n, 30. 

9tpjif, 9ififijit$, 1, 188, 307-9. 

9i, tf^tf, I, 210, tegg. 309. 

9ÌfOVp0y I, 117. 
9td9flÓiy I, 318. 

9ÌtX9 («at, oriae), I, 48, 48, 80, 93. 

vtd^C (9Ì9\})j n, 76 (9Ì9Vd^i) . 

acxovvdpa, 9u«ùy<l«p9t, I, 322: II, 14. 

aixouvr^. Ivi. 

vixoO^, 9tx«u/9-«, -9c, I, 313: II, 170. 

(^a <», I, 114, 345. ' 

«a-t i (r^ai), I, 213. 

aiy/àì-c, II, 100, 106. 

9ivol(*«e, II, 182. 

9Vf6p^ty 9W0Ùap (y. 9wépi). 

9l'npy 9inepy «irpi, 9Ìwpoc^'t, -ir, 1, 82, 

93,308,318-19,338. 
ai-ov, I, 78. 
9c/»<-oe, 1, 159: II, 198. 

9Ìj9/Ul-0C, I, 159. 

9f9-a, 9Ì99-«, l; 78, 88: H, 76. 
9fT-«, 9«t496, I, 46, 146i i76. 

9lxÌ<Vt/A0, 9IX/Ìv/lÌ C, I, 70, 155. 
9X0^^-1/6, -vii (9X0U^^Cja), II, 140. 
9xà^-l, I, 100. I ^ 

9xà^a, I, 98. * 

9xecp-^itje, -T9é«/«, II, 143, 191. 

9Xot/tee9diX'i (ftay<ia-i), II, 64, 203. 

9*ùmtpHfe, n, 108, 158.' 

9X^96 (V. o'(X deve) . 

9x/cir«/9-i, vi^tnApp'ty I, 86: ti, 138. 

9xjéir.<, I, 85: II, 114, 141. 

9xjÌT9uJi-«, I, 63: II, 36, 88. 

9xi/jui-«, I, 69, 344: II, 40. 

9i^ifiir^vc«, II, 152. 

2^fir-«, -fiflc, ecc. (V. £f}^*or-). 

9J^«m<, II, 208. 

9ì^tptT6'^9y -kÌì, I, 302. 



r^^f-c, 1, 131: II, 190. 

91^'<fTé/>-C, II, 152. 

9>^aTr-«,n,Ì59. 
9J^9vir-<, U, 141. 

9x/0^-«, 9)tfti/9p-«, U, 200. 

9xevtf^e, 9xeycl7y^*e, I, 67: II, 186, 201. 
9x9«<f<-\/ft, -Jfle, iti . 
9x{/k6-« (9xii/<t60vll. 152. 
9nndip^ (?. 9x$¥diXja,). 
9xiifty 9x<3rcc, II, 152, 208. 

9XÌf9p, 9XlfTÌp'ty n, 152 (9Xyi)»r<p(). 
9X>C^9fr«, li, 198 (9(X>C/)l9«rf). 

Xx^^P«, 9X9^^yc, -cffve: ixódpa ecc. I, 

158:11,78. 
9xoì«9e, I, 69. 

9XO/K9JI/-0C, -90, I, 87, 141, 241. 

^9/ÌóXoJi'ùt, -9f; Wi. 

9X9y4l«/Ke, 9X0y<IÓj^f/ftf , II, 139. 

9X9ir^-c, n, 198. 
vx9v;^ie, II, 140. 
9«^u«r, ti 88, Ì50.' ' 
9pii9, 9/»if«/»e, 1, 179. 
9pxp{r.i,ixp). 

9/m094Ì-«, 9/ft«vy<Ì-<Jee, -0/«, 1,101,312: 
11,15,32, 112. 

9pL0\ndt/à$^ 9fioivdB/i%y -jK, ivi . 

9p9^py 9/t9Upe, 9/Ul9U^Cfltf/ty1. 

946-a, 11,61. 

9^, 9<Jde C9^i), 1, 188. 
99<'$? (-9W, -«?;, ir, 92, 151. " 
99P&PJ I, 39, 105: II, 60 (t. 9otpJtp-i). 
90/Bicyàre, I, 224, 309. 
9ÌyTt, 9^rcytd (9^erc], I, 224, 30K II, 
• 130. 

99iràr-« (9«icàT«), II, 138. 
99pxAit (-«), I, 89: II, 26. 
9ópp^, II, 44, 66. 
9^96, 1, 142, 146: II, 55, 88, 178. 
9499uy rè, 9^90v/9-cr rè, 1, 142, 326. 
90x9 (*9^(l0re), I, 188, 309. 
99TÌp-*, II, 172. 
S9fidcrf,I, 158. 

99U/8aV-«, II, 192 (99V/iaì-«)i 
SovAc^re, I, 158. 
99»X9VKJÌ9'ec, II, 167-8. 

99v/ii6-0e, 99Ù/A69uì-ff, I, 77-8! II, 42, 

96, 153. 
•90v, I, 312: li, 46. 

99U/9-I (9V-9U), II, 32. 

99«)9e, 99Ù9f/fte (990990, ecc). II, 192. 



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o<2g^)o 



^^rinfyi*^9 ^^pfr4'*ì *> W, 82. 

9ir«^T-<x, II, 200. 
9ir«T*a (9f9rdif-ff), II, 164. 
Ziraroe^óx-eu, 1, 158* 
ondrrovA-a, I, 63 (««JiTtfvJla}. 
a«iA-a (ff<9riA«), II, 22. 
^tpfijip^, II, »2, 124, 162. 
vniX-jM, I, 46. 

«W/S{<x« (3= ^fi»0), <, 50, 00. 
W9U, 9irou-a^ I, 346. 

91tpà9pi$ (jtlfÙ9flL9^ ltpéMt9llé)y I, 169. 

on^lvff-a (w^epi99ùL, 9nepi9ai)f II, 176. 
9ir^l«9e {9iKepÌ99$). 
9i&ije^ fffayje, II, 130. 
cr«c^«r*4cj«, -(^, II, 146-6. 
crs«lT-« , .W^uie^ .-^> , :i vi . 
•CcexevA-c, I, 161. 

9«àJii-«, <!f«i;<»99'«, II, 128, 132, 165. 

•f«;xÌ-<,-m, 1,80. 

9fé/Hi-(, tf|«c/A< ,-xf vju'e^ ;II, 26. 

9im/^TryJ^i -?>;;>, 1, 120. 

9ioty*jit^et^ ,9$9m*ÌiT^^if II, 146. 

•€^éicex-«,.1, 164. 

9««aT^ae, II, 24,. 34,^61. 

a««Tepi-« (-Ja), U, 116, 160. , 

•iéxe,H,42,65. 

•«è (a(i), I, 311, 324. 

•sir-«» n, 154. 

<x,é*M« (V. '«^i»*), U, ^6. 

«cicy'rf, (TfiiiTt, I, 84, 140: II, 1^ 19. 

•«««T-¥a-ijf0, TP*^9i I,jl40: II, 18. 

9«cj^>/»-c, li, 54, 71. 

ff^0uA-c, II, 16. 

<r€<>fr<»^'«i I, 50, 156, 177. 

9ffA6-4«^, -^fff*», qpud^-c, I,. 50,. 156. 

vccAx/cV-c (9<6JixJc), I, 80: II, 19. i 

9^ff.$/Ji$ I, 12P:.9€Ì/A6 . 

<r€Ì/ceJi6, 9ftfi9XhJ9, 1, 86: IK 190. 

9«CflTV/9-«, 9it/lT0Vp^t, U, 18,^,19. 

<r$iv;.«, -«Ca, 9iiyJ^$, 1, 42: M, «3-4. 
•«ii^e^ II,:154* t 

9^pttÒijty 9i9pfTt'J9, *1»Ìja, a^E^Tt/^flt, 

I, 87: II, 92^ 9% 195. 
9sàpp'i (-«?), I, 342:.II^ 56, 
•mpxi-'jt <9(f ^fft/«>, 9ifprtfje) . 
9«i9e, 9«i99e, 1,236-7. : 
9(i9«-«, 9sc9€a-i;e, II,,il8, 16|^., 

9«tTT5» (ifr. X«9«éTl), I, 70. 



»«<z(Mz«), 1,41, 236, 

9c93!;4tt-«, II, 60, 146. 

9«éyyf, U, 98, 153-1. 

9$é/Aè«, 9fié/A^</(if, «(e/A64$vje, 1, 120: II, 

178. 
9(«/i6fA-4^«, •<>«, I, 86: II, 19, 190. 
9i$pAXi*j9, 1, 86: II, 19, 190. 
9$é/ftòA6 ì, ivi . 
9t0puiXiij$y ivi . 
li$/ibplùLy 2(e-Me^'a, II, 176. 
9(0, 9«e» (9«icTe), II, 46, 80. 
9fé/ft«, 9<é/A/(ie, 9iep6ije (▼• 9^/A6-e, -dge). 
M/AT^9, 9f§pi9ró'tje , -yje, 1, 83: II, 36. 

9«éyJ-« (9«iy/-re), II, 153. 

9ce»/«r«^, II, 40. 

9€fyifiyf (= 9$ey4éTey}, II, 196. 

9€fvdir-«, 9|ev<i^-^, •r9f/»f ^, I, 86: li, 

8,191-2. 
9€9vó-^'e, II, 153. 

9€eyT^^>, -yjf , 9«01»T9ÙO(^f I, I) 83£ II, 
36. (9«I»T^*6). 

»W* W«t -Vf» 9$9pb'UpuB, -wf/>0, 1, 86, 
177, 180, 228, 342: II, 7» 195. 

9(e^6<99 (m), 9i$pb§t6py ivi . 
9i9p€tXjey 9(0^erl|ft-|», 90prhfj9 (v. 9««- 

9f$pÌ^9 (V. 9$l^^i^) t 

•«•n-}i, r»jf, I, 87. , 

9$ffT«CT0, 9€frTOCT0 (9«Tàrf), I, 93, 100, 

169. 
9«idci-j0, 1, 87. 

9€i (9<^x«)> I9 311: II, 180 {9fk). 
ff<I-Ì0, -»>•,!, 87. 
9«it^ (=: 7(^/90 =: 9iiQUpe\ I, 87. 
«<«U^*Ìfi 9C«x^Ì0, 1, 141: II, 50. 
9scJL-J« (-!«), 1, 114: 9(aayi0, ivi » 

9$lWx-0U (9(0V<X-9V), If 71. 

9^y-0U, II, 206. ,; 

9«H>v,Ji,72,99,lM. 

9^pÌ99 (t€^90) • . 

9«/ra (v. M»0). , 
9«/9»-(, II, 190. 

9i«d (?. 9<^ = 9S^X0). 

9{xà, II, 18. 
9(Xflcò-a, II, 152. 
9(x«A-ft, II, 78, 
9sxoeJifi^^*0, 1, 66« 

9{X^fl6-><, 9«xà/Ut-(, 9iy.&p99 (9(X1^^6(, 

9<xii/K7r0), 1,62,198:11, 152. 



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o<25«)o 



ff«xajrTe>-i (-«), I, S94. 

9t^tùip9^6^e^ 9«x«/»C^(/8, 1, 143: II, i48. 

9«X«/»xa^'0, I, M. * 

9Cffdé^-ff, 9(xà^f-«, I, 63, 173. 
e«x««f, 1,37, 86, 237,241. 
9ixaT0Lpp6y,Je, 1, 100: It 138, 198. 
9«j^a^-« (9(xy«5e), I, 86. 
oi^Jibt, "JKj I, 36. 

9Ì5/ÌA6-I, ff«j^'iA»f, 9«J9'iA>te, 1, 61, 132: 
n, 57. 

»«j^'*ire, 1, 101. 

ofxjippec {Y, 9irjkppm\ I, 68: II, 205-6. 

•i^Ìkpp% (▼. <T«i^|ìv»), II, 178. 

««^^vreC^re, II, 118, 161 (w^ji^t^Ti 

9(x;7c-cje, -*>«, 1, 124-5. 

9i^Up9, 1, 45, 69, 87, 89, 130. 

•v4^^it, II, 80. 

Sf^/^ir-i, ^«, wf^màpxXj ^ixjtweràpy 

II, 182. 
«(^*<ir^<, 1, 124-5. 
9«xjcir^v-f, vfftjmòvjt^ 1, 161: If, 152. 
a«^>e, 1, 101 (= 9i»Jitp9Ì. 
•mjéTfCL (9*J6trK), II, Ito, 180. 
9i^foiotQ9^ 1, 126: il, 198. 

9Vtj0\tfp0Mpy II, 159. 

vfj^w'tiie, -^'e, IJ 124-5. 

(TfxéAye, «<»axe, I, 61, 182, 145, 147, 

151. 
9^ilÌtOMpy vfxéAov^, I, 266. 
vsxéir (-e), n, 152. 
9«xiirc-jtt, ivi . 
9(xiir6, 1, 125. 
9«xiircT0, ivi. 
tf«xt)rrc/(i6, ff^xcirr^v-a , I, 294: II, 118, 

152. 
9tx«irT-c»*, -«v/e, ivi . 
vixÌT0uA-«(, II, 158. 
9VL9htiik'iÌ9, -y>e, I, lOi, 159: H, 188. 
9(xfib^iv/iAe, «$xeA}^7«/ce i, ivi . 
9ix0Jm'^9f , li, 184, 201 . ■ 
««xé/iAÒ-c (9$xiifi6«), I^ 62, 200: II, 152. 
9«xeytfi0«f li ^^ (V* 9€x«i»(ltvye). 
«(xevdc'-ja, -y« (-piot, -/w)i I, 67.' 
9«xeiKlì-j«, -y^'e, II, 201 (v. vxevdtvye). 
' 9(xfirTi/ii0 (v. 9€xairTf/ce), II, ltS2. 
wiKepHije, tf$xep^r«-c, II, 210. 
«fWir, tf^orà^, II, 152. 
9ininu , ivi . 
9«xiirovp, ivi . 



vpe/-Toc, -TTte (9{X«9f), I, 87, 287: 

ffcxl^i, I, 201. 

«sxAciré^/e, «(x^tiirav^, I, 90, 132, 173: 

U, 195, 203. 
ff(xJi^*0, 9(xJlov«-g9, -f/e, I, 125: II, 

198. 
9ixXùvx9i'K, Ilf 163, 128. 
IvtUpK, 9vt9ÌpiAv9 (S»éipa), If, 78-9; 
«<«H/«, n^'i>> f. 66, 147, 150, 233. 
ff(x^-c, 1, 120, 199: n, 152. 

««X«Ù«/Ulf, 9f»0Ù9/l9 {9i*ó^9)y I, 153. 

9«x»ùJ(;e, ««xtvAf, acKoOUf, I, 66, 101, 

125. 
««xov/ft*«, n, 59, 73. 
«««•O^, ««x90«/ui« (9iit6^$)^ 1, 153, 176. 
9(xowytff, 9«xowyre, I, 67: II, 161. 
9«x9u]riT-«, II, 94, 183; 
9^9viHtjt, -Ti, 1, 199: Hi 195. 

9«X«W^<« (x^U9«Xj^flt), li, 150. 

«cxfO^C-dt, II, 114, 159. 

9«X«V^l/e, 9$X9U^T9Va/9, I, 300: II, 30. 

9«x#VjW9w^, 9«ie«0^, I, 101: II, 159. 
9CK^dHr-(, 9|x^dcirc-, -j«, II, 1W>. 
««x^éncrt, 9$x^i)r«, 1, 294: II, 152. 
9«xftira-Tl», -t/^oc, ivi . 
9«j^T-a, -/«, 1, 227, 324, 339: II, 26, 

94, 147. 
9vtpit9 e, 9^ptrétj§, ivi . 
9«x/>ife, 9«x/>éxt, I, 42, 69,M01, 238r 

n, 1Ì53-4. 
9cx^«-(/6,' "-«jé, 1,69, 89, 145. 
9^xpétj9 (:= 9«x^oùfle-^'e), 1, 227, ^5. 
9W4n/-«, -i'bé^y -CS>-?<5*, ecc., I, 

208,227. 
^«xp9w«-CfV, -»if , I, 14i 51, 101, 243: 

11,42^^ • 
9(x^v-«/uif, -cfie, '-9/ite,%5l,lto, 188. 
9(x^6/ft-e; -^«e , -«r T*, ivi . 
9tnpv9tJ9 (v. 9^pl9fJ9), 
9^, II, 8fr (1Z'9(X^«, 9{^xne, 9\s4x9^)^ 

9f4j^'-i, -c, -^«, -<«, 1, 86: II, 59. 

9«oxf/»ift, 9iox9p6tjey 1, 143: II, 78. ^ 
9|^x-9v («a, -c«), I» 86: 11,18,52,151. 

9$4Jl-«e, 9«AÀ-c, I, 50, 201. 

9$^/9r-C, 9f^pT«-'iflC, II, 159. 

9|^(-i, 9|^<0i IvlTO. 

9«^fe, 9«<>xe, I, 41,^, 78, 140. 

9€ovK-<;f , -»»/•, I, 53, 86. 

9«#w«a-«, 1, 50, 2bi.' 

9(0 vJ\; -e, 9i9vXJótje, 9«9vir«^i, II, 207. 



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o{257)o 



9(0v/A-dcif , -fi^ie, II, i$i 19* 

«(•wp-i, I, 89: 11^ 79* 

9i9UfpoUi'a {(tfpotjiia)^ II, 167. 

vsirdUe, I, S40. 

a^snkf^pt^i, I, M: II, 176, 199. 

e«3(clér-« (9ir«r«), 1, 158: II, 58, 164< 

9$«àrovA-a, I, 63: II, 15& 

esiri«À-«, I, 46: II, 182. 

v$«l<rf , «(irltT, 1, 14, 68, 304* 

vciriì-a (¥. air<>«), II, 96, tt. 

•«ir«Jbei<»-<, 1, 130: U, 68. 

•iK€p-b}JiiJ$, -6Jtl</e,1, 68, 135: II, 169. 

•«iri9^, I, 304. 

9$ircT-^'e, -ov«p0, 1,M, 69y 804. 

•<irÌTT«, II, 94 ^ e«irl<tc) . 

«(Mlflb(0 (9«irJUéxe), -«, -ov, 1, 90: II, 167« 

v{ireviTxe, 1, 85 (t. 9isxpi9eT$), 

9cnepbXJi^9 (v. a^m^tl-) • 

9(9(«pi«9-a, 0f;mpé99$j 1, 163 (wm^iact), 

9iig9pi9i$ (g««/»i#«f, iri^9i0), I, 142: II, 

108. 
«««•r^cie (vcircr^'f), I, 56, 69, 341. 
«0n'-0(, I, 42, 100! II, 195. 
9«ir<f,U, 56,71, IM. 
asir<yie,ll,106,157. 
«(1CÌ^»T*(, 1, 53 (/r^ìpT^ . 

e(7cAà^'0, «f»Jl«y>e, 1, 40: II„ 167. 

•««^«>i,-ià(^»I,68i37- 

«sir^^^ («driiV'), 1I,.152« 
««irpixeT0, 9^piim (-«), I, 76, 79, 85) 
100. 

Q^pkm^iy, 9^llC$pÌ099^9mpÌ99^\* r 

9«ff0^r-c (v$ir^/9T<}, I, 53.(7$i^/0Te)> 

9^&pj II, 152. 

ff«TAyye,I, 140. 

a$Tàv-«t (»«T«/<i-«, ->»«) I,.83, 344: II,-. 

36,164. 
ff«TA»-« (T«té»-«), I, 87 (««T«cvc). . -. 

eT«v';-«) I> 345. . 

ff«T«T-l, I, 160 (é^àTl) • 

ff«T«T0 (ff«0TTAT6), I, 03, 100, 169r 

»«Tà-T«, -rre I (9«0ìrràttO) Ir 928, . 
9ixjéXnt , II, 182, 200. 
«<t/iYOvA-« (»<TÌiy-«), 1, 161.. . . 
9iTJiiÌ9j citjipey II, 7, 128, 163. , 



ff«TjéA-a, -fjfit, I, 44. 
(r€T^P/>«e, I, 68: II, 205-6. 
ecTic/x, 1, 145: II, 22, 145. 
9inXÌ99, 1, 44, 146 (9i-nXJl9e) . 
9«T<x-0u (pi. 9srfyjtt0), I, 201. 
9(T0a^i;/e, n, 120. 
9(T0iri'^ (•<9r^ii)i 1, 100, 198. 
9«t8iU^ (s.a(iieraf/e), I, 99. 
««TMró^/e (= «<T«^?r^iJf) . . 

9fTipK6^§, II, 22. 

(TiTic (vfTiii/e), 1, 145: II, 7, ecc. 
9;WeA-e, -Ì0, 1, 44, 150, 283, 277, tegg. 
9«r<C-«, II, 59, 72. 

9(TI>*«(, I, 5fll. 

v(t7»i0, 9cW»«/ut«, 1, 145: 11,82, 128, 163. 
9(W«0,-^f,I,43,232,243. 
9tt6^B, i^jB, 1, 176-9: il, 46, 67. 

a|T0&^(9«Ta), H, 168. 

9(r/»^T-<, I, 200: n, 84, 130, 1^5. 
9iTf>iif, I, 47: II, 84, 139. 
•«T^)fyW/(i-., v«r^f/y^0, 1, 47, 55, 328. 
ff«r/>6ir^f,il,90. 

9trpi^, 99Tpi»9 L9tTfiòÌ9)t 1, 75. 

9^vp^xe^ II, 106, 157 {9etp\ntj9) . 
9<r^<Hie> -»i«» I> 139, 144: II, 24, 195. 

9(T^W«<-C, II, |61« 
9«T^UI^-0, -€/»«, II, 157^ 

9frw?-«, n, 59, 72. 
ff$f!Ml'-« (v. a«t^-A-flt), II, 16. 
tfcrvm (= 9$Wire), I, 53. 
v(vii/ir0 (pi. di 9<ov0a#), I, 201. 
9«X«^^«^i»< ^ II) 132, 166. 

9$X^V^/>L9« Ivi • 

9iù Ì9ióx9), 1, 140, 171: II, 28, 86. 

9tA/ì-« (-«), I, 38. 

9r0e/9/>^, II,84,449.ì . , 

ST«/*4óXe»II,9p. 

9Tàt-i, 160,179, 344: II, 20, 164. . 

9T&r-i (?. 9«T«T^:» 

9r9tf^^«, I, i r ! 

9r<C|9e (9TI/90), I^ 310: U, ^.^ 

9r<Ay<90 {9r>cyx/l90^ I,- 66« , 

9T<Ac9e (t. 9«T«3k-, •rr€>jW9e). 

9r<M^, II, 163. 

9TC^-^«, vTcpffiee, II, 145. 

9ré^«, ivU . 

9TÌpi9 (9Tplf0), 1, 142, 238. 

9T^f)M, 9TÌ/a« (, I, 56. 

9TÌf-a, II, 190. 

9TI7/tf-a, II, 84 (9T^T9«, »«^««)r 



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o<2IO)o 



Tpovn-tj 1, 175. 

rpén -«, T^AJt-iT, II, S65^ 

Twà, Tottrxipe, I, 214: II, lOt, ISB. 

Tvàò-iae (-M(), II, IM, IM. 

tv/MV-«, T9/ia-c, II, 148, IM. 

rfir«t TMT^^f, I, 90, IS9: II, 13». t 

T«iir-i, II, 141. 

rWt^, T97^, I, 43, 89. 

tva-(, I, 213. 

TwA^y-a, I, 161. 

rW/«ò-«, Tviittè^ve, I, ISS, 14S. 

T«<y-«, 1, 71, 160. 

T«<y, Tv//>-t (tWAi), 1, 113: II, 48, 88. 

Twi^fia» I, 119. 

T«<irt^, Ttl«tf (oitef), 1, 88. 

iv<^, I, 213. 

T*ip(«0, 1, 87: II, 87, 153. 

TviTffif, tWt«, I, 87, 88. 

T«lT«-« («<«oe), I, 88, 337: n, 36^ 

tvxjàrx'^ (t. Q^émt^^ II, 158. . 

r«4ir-«, t^ m r*» (i), I, 88. 

T9f)(0T^^e (T«oirr45/<)> 1*88: II, 36, 118, 
185. 

T94fe (^of {9«), I, 00. 

Tff^X-«e, II, 116. 

T9iròp, II, 153. 

rtv9e, II, 158. 

Trf<y«(v. 9f<v«). 

rofoO^x-tfu, n, 150 (t. 9f0Ù^itmi)» 

Tcà, II, 46, 67. 

TfA^f , Tfftvif (T<c^e), 1, 68: U, 178. 

T$épic-ou (T|Ué^x0v), 1, 836: n, 65. 

T««r^-a,n, 34^61. 

Tihi49 (y. 9cir^>0)t I, 68. 

r(i, I, 311. 

Tiityje, r€<«AA0, 1, 68, 88, 127, 248. 

T<<Aca-c, I, 156. 

uiXXB, niìj; I, 68, 127: II, 184, W$. 

rsé^x^ov, I, 323* 

T€<T-a, Tfirr-a, I, 68, 80: II, 28. 

T«/f fle«, T«lf fTf 1, 1, 00, 308« 

nife (= ic»«<f«, f^*x»)» I» 85^1 W. 

T«é, r(2, 1,^56, 68, 77, 212, 312. 

Tt$/Ji6tJ», I, 56, 77: i T«0/K«vM^«, i¥i. 

r<fffà)^'0, 1, 101. 

nffU^e, hri. 

T<(à(Ì0 (t. Tié^JB), 

r«««^<idéx-eu, (y. lar.), 1,227. 
t^px«ov (v. rfià^xov). 
T$V6(=:,tftii),I,68. 



r«il«, TUi», I, 68, 212 (=3 j^ì»*). 

r<^c/»t, 1,60, 87,88. 

r<^x-«,II,20,30,63. 

T«<;«, n^AfHlÀ (rc^/x), Il 21,79, 213-15. 

T««/»4*if (T««/»We, 1, 50, 77, 134. 

T«lyT0 (= i^ivré) I, 68, 212. 

Tf<^e, r««4»ie (r«^«)) I, ÌB: II, 44. 

r<^^-0v, I, 323. 

T«£««, 1, 380. 

Tptoù)J9 (= «cx#u\/e), 1, 101. 

rvteéx9 (= W/><X«)» ^▼i • 
Tfxpi, II, 163. 

T<0èé»-4, 11,14. 

T«ÌK/e(T.T«i^0;. 

f«4x«w€9 rtoxf^c, T|ors/A«, I, 214. 

rcovv-c, rtw^A-n, II; 67. 

rcoujr-«, <*#(«, II, 26^ 61. 

Ts«vfx-«, II, 61. 

T««i(T« (= fffiréire), I, 68, 304. 

1, 69, 304. 

«(«•AvciM, 1, 101. 
rdré^e (v$«ó^e), I, 68. 
Tffói^e (T«ef^0), 1, 69. 
T«f •wW<-«9 1> 101, 124, 

Tii,Ti>i,T0i,I,217:II,16,5O. 
T^/ft-c, I, 53^ 76: 11, 57. 

TtfVC, TVfC (T«l)yC, T«Op<, élTOUjpt),II, 48. 



Oi-«, I, 223. 

OAire, OA-t, 1, 106, 108, 201 (SAre). 
&y-c (= y^y-c , Im), 1, 221 . ^ 
viMypy^«, II, 86. 

j»à/8.«, I, 112. 

fafiftàvt (fttfUbe), I, 65. 

f ocyx/<i-« (fWiaO, I, 64. 

^•-a (fàAi-«), I, 79, 328: U, 6, 68. 

ffltfe-Tfip, -wii«/», I, 20, 79: II, 1, 2. 

focCi;« (f«<i<r<Ce), II, 196, 203. 

f iux^'e, n, 70. 

f«cx4-i, f «cxoó«, II, 54, 70 (fàkxòt). 



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o{48I)o 



fw4». V«, f^^-4«, I, «9, 308: U, 32, 

9ft,i39. 
fAXJ,^, ^HfcVa, féXJe^'Jm, I, 79, 144, 

285; 330: II, 120. 
foàJiijB if »>jhie), II, 6. 

fàX9ii9, fàX9 iféiXXB), II, 176. 
fùthiò-'tf f«lx-ou«, '^ùtf II, 70. 
f àAAc/te (Y. f«ci/-), f^cJOc, ecc. 
fùLftiff9, fff/&àtf/ft-fl(,.I, 65: II, 201. 
f xy«-xii^0, f0cy0-/ui^^, 1, 133: II, 904. 
f^ce, 1, 311, 336. 
fxpB-iiipB i: *»p€filfi*t^ II, 80) 148. 
f<&p«, fà/o/M, fà^f>t99, I, 310-11: II, 
82,90. 

fCLpxitJe, li, 70, 142. 

f«^x^9e, II, 142. 

fo(^/(iflex^*9e, -r/ft0, 1, 100, 205« 

f&plAtot-cvy ivi, e II, 212. 

fKXT-i, ♦oeW-ac, 1, 121, 133^ 173, 227. 

fàT*-bipi$, -<7, II, 204. 

fatitóvji^ II, 112. 

r/i,i^a (j»«/é/*/m), II, 196, 203. 

f/a-ot, -«r, f^^ff , 1, 192: II, 145, 178. 

fiiU, -T0 I (at/éA«,.Te),I,64(f5^A^». 
f/ér» (=: f A;ir-«, -t«: fV9. fMf), U, 

76,149. 
fjirr^ei (= fAjirrie, f>ir«). 
fÌé/>^« (a5/</»pfle), I, 64* 
fjoìnovpòvfB (r= fXouTOup^v/6). 
f «yyja-. (f eyyia-i): (y. f «mf-)- 
f»é/^, ec«, II, 59, 73. 
f f<ffi-«, II, 147. 
f ic-jflc, II, 73. 
f»ae I (diOe), I, 64: fiXX», ivi, 112: II, 

63. 
fiXXàv^ct (^Xé^x), II, 63. 
f iAì-ioc (»iX)j9L), -<x, 1, 64-5: II, 60. 

ftìfffcv-à (feWy«), 1, 160. 

fif/bepB, fi/Acv», fl/^9*ce;I,122:II,76. 

f«yd<$tf-«e, II, 168. 
fip-»^ fipp-it^ I, 60. . 
ft9iTipB (fé^iflpB: r.ifiBvstlpe). 
f^iijB, fBXjiijB, n, 1, 2, 6. 

fBdlri»{r.f»dijK), 

fe>éT-« (f AÌT«), I, 63. 

f«><j^f , f9Xii(iovp (fovA^Jcff), II, 57, 71. 



f9XHjiw~juy 1, 101. 

f«lT4ir/f (:=:Affr4yÌ0, Jloufr-), 1,99: II. 

74. 
fe/«</-«, fep^^^ II, 16, 76, 147. 
f0ydvc>-(, 1,201. 
f«/>K^tfe, 1, 232: U, 70, 141 
f«/»/«eVi.iat,II,38,64. 
ffvc«Aiy'e, II, 162. 
ffrért, fetéTf/*f e, feri rov/uiff, I, 92, 

339: II, 176, 191. 
fiW/>-«(fiT*/»a), 1,131. 
fer^c, f«T«ik (v. frtfi). 
ffr^ac, féia, I, 330 (fiXB). 
f (Jó^f (fU^^e), 1, 76, 
f /iTc-ft, ->«, 1, 98. 
f /K-#v, 1, 226: II, 28. 
fcAiu^<-« (T. f ulep^-). 
f£;^e, fi;^(»0, 1, 76, 117: II, 116, 174. 
fìA-c, I, 38, 65. 

f a^-a (v. f vA«'-«), n, 14. 
f a<»^'9 (Cfhf a«), 1, 76. 

f»a9/aA-«,II,63,142,174. 

f»<>/-«, II, 118. 

f cy<or^ (f oifé«Tpt() n, 100* 

ff/>-«, fl^, f v»»«0, It 131: II, 58. 72. 

fl9't, fi9i/i$, fÌ9ftM {, 1, 131: II, 57,203. 

ftxlX^ (f urae), I, 131. 

f cW^-« (V. feripei). 

f iT^e, f<W/*-<, I, I32c M, 18. 
f^Tff-i, -tT«, I, 98. ■ 

fÌT9ìf^, fÌ«X-0( (V. f9V«J|«>r 

^>àx-«, 1, 17, 35, 127 (7A;«^«)- 
fX&pifiwp^ lfXóip^bmfpt)i li, 132, 184. 
fXà9B (fXiàve), fWr, I, 36, 68, 78, 138, 
238. 

fXj&fir^, 1, 341. 

fXj&fioMp-i (f AocA*-), II, 96, 165. 
fXHyovp-x, fXjiT'K, II, 59, 192. 
fXji$,fUi(r.fXifì. 
fV<T-«,n, 192(fAir«). 
fVé««,Il,36(f>/«0. 
fV?JrfW*P«, Il 108: U, 36, 162, 184, 
201. 

fXiiyfX9,fXip;'ìSÌ., 

fXhtpi, fXiTTB-^Jipe^ fXiT'ùL, 1, 63, 135; 

11,74,149. 
yiij, fXinxùt (V. fAT?), I, 63, 329. 
fXoUp^a, fXoip^a, 1, 161: II, 84, 18S^ 
fXopiv^tj fXopi^Òfì II» 80. 



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o{ J«4)o 



SUPPLEMENTO 



iiir^, II, ina. 
;^vc, n, i53. 

*Apih-t CA^*»?), Pref. V, XUV. 
BAAvfca, 6«lT(ft, ivi, XUV. 

BoÙKOUpK i ÌÌ9Ut§j ivi , Xni. 

béipi-H (6a/>#-uA9), ivi, XXX?. 
difia i Tjòt (1) Moépxtfvrf , ifi, L. 
I»^^« (n. m. B940^ t. Di4t: Hb. II, 

117) ivi, XXXI, L. 
r$p&bt (r fiabe), ivi, XUV. 
xiev^vi, x«youvc, ivi, L. 
A«/&«jr«, ivi , XXI. 
)ijatxu6,j9, 1, 37 (V. V^«) . 
Aji9ii , Ai«<-c (2) , Pref. XXXI, L. 
Aix« , O Aiitxoc {3) , ivi , L. 
Mku^^-oc, ivi, XIII. 
M«X»òfi^, jiKhvAfi (ai«A/-), ivi, XX, LI. 

flCT«W-«, fl9tm»Ì^9Ly ivi, VIII. 



/Mrit»<at, /UTfc^cfff, ivi, ivi . 
mitcirier eee., ivi, YIII. 
fiLj^fi^, IL^fi, ivi, XXXYUL 
mrécallece. ivi, YIII. 
N#)>«f ll<acrf,ivi,XIU. 

9rotyo/HU-«, ivi,yill. 

ntfifii'W, -re, ivi, XIII. 

•irou^^a, ivi, YIII. 

•ir9u^flc|«-«, tvi,ivi. 

•«•u^àrf, ivi, ivi • 

•ir«u^-«e, ivi, ivi . 

9(JCtv/ft6i (= «cmjl/iièi), ivi, XLI. 

TtutKi^JB^ mx<^/e, II, 114, 2«4. 

T9fffi(, T9etfiL9ploi (o T<4cfii, «ce. Hb.) 

Pr«f. X. 
ruir^, ivi, YIII. 



N, B, k proposito delle voci pi^tjàx (II, p. 46, e 67, n.. (90), si potreb- 
be, so questa oltlma , congettorirc ciie fosse equiviteote a Jixe (alb^sic), io 
fnggo, wtdo lontano ^ eoe. 

In quanto alla voce roexx^c, verbo T«jex^y>e (alb. cai.), a pag. 114 del- 
PApp., cbe sembra qnl tolta dall' itah toccare, vi si potrebbe vedere una 
reminiscensa del gb. xoMòtjt (Hb. DiZ;), io incontro, donde roex^v/if/ft^ Vin- 



0) Vjòv oeiraltt Albaoia vale Oimaamni (Uh. Il, 118); opperò rj^ JUipx«v, Oi'o- 
vanni figlio di Marea ^ giusti il modo albanese, e greco aoticdi di nominare le per- 
sone nùtTfiò^v (cf. Hb. I, 15t. 193). 

et) Ajiof, e Aia«, vale ÀUttandro (Heoquard), come sposialneiite nella media 
e Vasta Albania secondo Hh. , o Ahitiò , specialmente nell* sita » ohe perd è aacbe detto 
'AAi|<. Fra gli Alb. sic. A^uf andrò snons Acvs^ytf^ . 
(3) Aéxa, Aixxar, equivsls s Luca, neirsib. sic. 



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o< 865)0 

eoniro, Cf. *Tfliy-w, T«y-é», o ràxroi, ecc., o meglio *t¥x-<», Twyx«»*»>« il 
lai. tango, rad. tag, perf. te-tig-i. 

Per ultimo afTerto, a chi non se oe fosse accorto, che colle Uoeole, o 
traiti éP union , ood ho sempre mirato a sceverare la radice dei vocaboli dai 
loro affissi , ma per lo piò ho inteso distinguere la parte mutata delle parole, 
o quella che volevasi particolarmente rilevare (cf. Gramm. Vili), n primo 
metodo, ora accennato, che è proprio della filologia, ho adoperato solo dove 
mi è parso necessario, specialmente nella Grammatologia . 



2i 

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o{8«S)o 



INDICE BELLE COSE CONTENUTE NELL' APPENDICE 



DitcoPBO prelimiDare I. pag- ni 

Il » xxiu 

111 » xux 

Capitolo XV. del Vangelo dì S. Luca pag. 1 

AoDotaiioDi allo tt$$io » 3 

Ritultanza dell* Analisi etimologica » 10 

Dal G. XXV, di S. Matteo, eoo » 14 

Saggio dello Scodriaoo odierno ecc » 16 

Novella eoo » SO 

Gaosooi Toske eoo. » 24 

— storiche ...» 86 

Qnakbe canzone ghega (dèntrale) » 44 

Alcune di Ne^im bey » 46 

Lamenti toski , o nenie > 60 

Alcuni proTorbi « 54 

Indovinelli toski e gheghi » 58-9 

Annotazioni ai tetti pr$e$denti » 61 

Alcuni saggi dell* Albanese di Grecia ecc » 74 

Due poesie satiriche ecc. » 86 

Alcune poesie tradizionali italo-albanesi » 90 

Costantino il piccolo » ivi 

La ballttta di Garentina » 98 

La ballaU di Angelina » 110 

Il matrimonio del vecchio » 114 

Carme nuziale » 116 

Il bambino deserto » ItS 

La sorella di Rodevano » 1S4 

Delle Colonie Greco-alb. di Sicilia » 1t6 

Saluto alla Mor$a » ivi 

Follo d'armi » ivi 

Canzone della veechiaia » 188 

Lodi alla bèlla » 130 

La $pota amante » ivi 

La bèlla moglie dtl guerriero » 138 

Alcuni componimenti più moderni » 134 

Diverbio fra marito e moglie eco » ivi 



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Per una cattiva aooata pag . 

Alcuni i$nt$nze 

CommeDto ad una poesia eco 

AnDOtazioni ai Canti alb. di Greoia 

Annotazioni ai Ganti italo-albanesi 

Alcune sacre Canzoni delie Colonie di Sicilia 

Al pargolo divino 

Lodi d$l Cr$ator$ . • 

Parafrasi della Salve-Regina 

Alla Vergine addolorata 

I Pastori 

Al Bambino Canto della Madre 

Commento ecc 

Pr$m$tta ai 9irti di Carlo Dolet 

Versi di Carlo Dolce 

Annotazioni ai Canti sacri Alb. sic 

Ai versi di C. D 

Aggiunte e correzioni . Seguito e supplemento a quelle della Gram. ecc. . 

Avvertenza 

Indice generale delle voci Alb. ece 

Supplemento 



136 
i\i 
1S8 
147 
160 
168 
ivi 

in 

176 
ivi 
180 
184 
190 
1M 
196 
197 
tù% 
106 
«13 
«16 
264 



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o{2«8)o 



ERRATA CORRIGE 



AL DISCORSO PRELIMINARE. 



A pag* ^1 l>o^ ^* Apostolides 
XXIY, I. SO. LiDcboide 
XXYIU, o. (e), I. 1. ntp 

XXIX, I. 29. ÀQtorittì 
ib. I. 35. Shcoebi 

XXX, I. 30. Appollonit 

XXXI, D. (a), I. 1. Il padre 
di questo fa 

ib. I. 7. Il padre 
XXXYIH, I. 18. il cbe 
XLVI, I. 8. GaoiDa 
L, D. (a), 1. 9. Lesk 

ib. I. 12. Leke 



(leggi) ApostoNs 

— Lìcbnide 

— Aotariati 

— Shosbi 
^ Apollooia 

— Il pr. nipote di questo fa eoo lui (*) 

— U pred. nipote 

— ehe il 

— Gìanloa 

— Lesh 

— Lèke 



ALL' APPENDICE (**) 



A pag. 20, n. (a), linea 1. Àlb. St 1, 

» 214, I. 22, de 

» 222, I. 40. yji^fióvy x;(5/uifiye 

9 224, I. 18. ii/ieiu 

» 230, I. 29. (;i$yT«« 

• 232, I. alt. (xi}/tfr)-a, I, »5, 10. 

» 238, I. 48. (AtfOyxe) 

» 250, l 17. II, 94, 183 



(leggi) Alb, St. II, 

— de, o dg, alla fr. 

— ii/it/ie 

— ^^mtm 

— («iix6-«), 1,55,110. 

— (Xouxe) 

— II, 94, 153. 



n Cf. pag. L. la nota (a) . 

(**) A pag. 300, della Grammatologia , o. (59) 1. %. si tforxavanot leggasi ti «A>r- 



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